LA SOCIOLOGIA IN ITALIA AI TEMPI DI VITTORIO EMANUELE SECONDO

(alla memoria di Filippo Barbano)


In genere si considera la Francia come la patria di origine della sociologia. Ma non va trascurato che in un’area limitrofa quale il Piemonte, non certo aliena dalla conoscenza e dalla pratica della lingua francese, la nuova disciplina di analisi scientifica della società ha subito preso vigore, respiro e lena, come ha compiutamente sostenuto un sociologo non a caso piemontese, recentemente scomparso, Filippo Barbano, che ha così periodizzato lo sviluppo della scienza della società in Italia: “in breve, la morfologia culturale e gli eventi della cosiddetta “prima” sociologia sono risultati in Italia caratterizzabili entro tre successivi periodi o fasi: un periodo di origini o genetico, lungo la prima metà dell’Ottocento; un periodo di formazione tra il 1860 ed il 1890; al quale succedette un periodo di trasformazioni, intervenute dopo il 1890 e nel primo decennio del Novecento” (Filippo Barbano, La sociologia in Italia. Storia, temi e problemi 1945-60, Carocci, Roma, 1998, pag. 17).
Se si segue la ripartizione suggerita da Barbano il periodo di regno (1849-1878)  di Vittorio Emanuele II corrisponderebbe sia alla fase di incubazione che a quella del primo sviluppo della sociologia. Dunque si tratta di una serie di momenti decisivi perché fondanti. E proprio la sede universitaria di Torino (capitale del Regno fino al 1865) ha avuto un ruolo strategico nella storia della sociologia italiana. Anzi, a voler essere più precisi, appunto nel suddetto ateneo si è avuto il primo insegnamento universitario ufficiale di sociologia in Italia. Il docente è stato Giuseppe Carle, di formazione vichiana e cultore di filosofia del diritto. Solo più tardi, nel 1878, si è avuta un’altra disciplina sociologica professata a livello accademico: a Bologna, ad opera di Pietro Siciliani (si veda il suo Socialismo, darwinismo e sociologia moderna, Zanichelli, Bologna, 1879), professore di Sociologia teoretica, sulla scorta di Herbert Spencer (autore di Principi di sociologia nel 1876).
Indubbiamente si deve a Filippo Barbano una compiuta ed approfondita disamina di quanto è avvenuto in quell’epoca di trapasso dalla prima alla seconda metà dell’Ottocento. Mentre l’Italia a poco a poco si andava unificando, dopo le travagliate esperienze risorgimentali, la sociologia conosceva un iniziale successo, cui però non seguirono risultati concreti in chiave di riconoscimento pubblico e di istituzionalizzazione scientifica. I flussi di idee provenienti dalla Francia e dall’Inghilterra ma anche dalla Germania lambirono appena il nostro contesto nazionale e produssero solo qualche fugace folata.
Evoluzionismo e positivismo caratterizzavano in prevalenza il dibattito culturale del tempo, con vivaci prese di posizione favorevoli o contrarie, cui si connettevano anche esigenze di tipo operativo-pratico o di mera osservazione empirica ma senza adeguata riflessione teorica.
Ed alla fine prevalse un atteggiamento anti-sociologico le cui radici si sarebbero distese sino a giungere alle soglie del ventennio fascista, nel secolo successivo, allorquando la sociologia venne del tutto bandita, procurando conseguenze pesanti, con l’interruzione di un processo appena avviato ed ancora non consolidato a livello intellettuale.
Infatti “si concluse così, con uno scarso sviluppo critico e metodologico, la vicenda della nostra prima sociologia, scienza e disciplina” (Filippo Barbano, op. cit., pag. 24). Insomma non si ebbe una legittimazione diffusa e mancò il radicamento nell’università.
Ma intanto si erano create nuove prospettive, meno provincialistiche, più attente agli apporti esterni, abbastanza aperte alla sperimentazione di nuove soluzioni. Invero erano giunte in Italia proposte innovative e suggestive, che indussero a superare opzioni tradizionali e pomposamente retoriche, nonché correnti filosofiche ancorate all’idealismo ed allo spiritualismo.
Contro la sociologia se la sarebbero presa più tardi sia Benedetto Croce che Antonio Gramsci, cogliendo alcune debolezze delle fasi iniziali dell’approccio sociologico ma sottovalutando la portata originale della sua metodologia di studio applicata alla società ed ai fenomeni sociali.
Però quella prima fase che coincise quasi esattamente con il periodo più decisivo per la nascita della nostra nazione, orsono centocinquanta anni, favorì lo sviluppo di un clima culturale diverso, meno paludato, più disponibile ad accogliere correnti problematiche sul tema della modernità, ma anche in grado di superare l’idea di un progresso scontato e lineare.
Ma ritorniamo al punto ufficiale di inizio della sociologia in Italia. Come ben puntualizza Marco Burgalassi (Itinerari di una scienza. La sociologia in Italia tra Otto e Novecento, Franco Angeli, Milano, 1996, pagg. 45-46), “il successo locale della disciplina ebbe sostanzialmente inizio nel momento in cui principiarono a rendersi evidenti le complesse questioni che caratterizzavano la stagione postunitaria. Si trattava, segnatamente, di quelle che derivavano dai particolari connotati del nuovo Stato, e in primo luogo dall’enorme squilibrio economico, sociale e culturale tra le differenti aree di esso. In quanto scarsamente conosciuti, tanto nell’origine quanto nell’effettiva portata, tali problemi si mostravano infatti difficilmente gestibili dalla classe politica dell’epoca. Esigenza assai diffusa si rivelava dunque quella di approfondire in modo sistematico l’analisi dei diversi ambiti di una realtà territoriale per buona parte ignorata, ciò che rendeva necessario il ricorso ad una strumentazione metodologica e concettuale nuova, d’impronta empirica”. Detto altrimenti, della sociologia c’era un bisogno evidente, in un Paese in costruzione, in una realtà socio-politica ancora da mettere a punto, in uno Stato che andava allargandosi territorialmente e che aveva a che fare con nuove e diverse realtà di popolazione, non più solo piemontese o sarda ma anche toscana e laziale, campana e siciliana.
Non è casuale che nel 1877 Stefano Jacini, studioso di scienze sociali, autore di saggi sulle condizioni economiche della Lombardia nel periodo 1856-1858 e più volte ministro dei lavori pubblici negli anni dal 1860 al 1867, abbia iniziato la sua Inchiesta Agraria, che proseguirà negli anni successivi, fino al 1884. Insomma occorreva conoscere meglio il Paese che diventava finalmente unito dopo separazioni millenarie. Ed occorreva conoscerlo in modo scientificamente corretto, dunque con gli strumenti dell’analisi sociologica.
Intanto però nello stesso anno 1877 Francesco De Sanctis (Saggi e scritti critici vari, Barion, Milano1938, vol. IV, pag. 362, nota 1) mostrava alcune riserve, sostenendo che “la sociologia non è ancora una scienza esatta, anzi è ancora nella sua infanzia, malgrado le dotte generalità di Spencer e di altri moderni. È più facile trovare la direzione del pallone che la direzione della storia tra gli infiniti flutti dell’umano arbitrio. Astrarre dagli interessi e dalle passioni certe idee generalissime che si decorano col nome di filosofia della storia, e fissarle come una bussola dello spirito determinando fini e mezzi e anche la durata, questo è un lavoro grato alla mente, vaga dell’uno e del collettivo. C’est beau, mais ce n’est pas la guerre. È bello, ma non è la storia”.
Qui il fraintendimento è notevole, ma non si può pretendere dal maestro di Croce e dal raffinato critico letterario una comprensione adeguata del nuovo verbo sociologico, per di più ancora ai suoi inizi incerti.
Un altro fraintendimento ebbe a colpire la già citata inchiesta di Jacini. Essa non fu presa in particolare considerazione dal mondo politico, cui non interessavano, si direbbe, le evidenze empiriche quanto piuttosto i discorsi magniloquenti, le grandi teorizzazioni, le visioni globalizzanti. Finemente nota Giorgio Sola (“Per una periodizzazione della sociologia italiana nella seconda metà dell’Ottocento”, in Contributi di storia della sociologia, Franco Angeli, Milano, 1983, pag. 105): “ciò che caratterizza paradossalmente questa età è che la scienza sociale, invece di mantenere la promessa formulata in precedenza, viene ben presto a sovrapporsi e ad accompagnare l’aspetto trasformistico del potere piuttosto che a indirizzare  e promuovere quello riformistico. Per quanto l’età della Sinistra al potere coincida finalmente con l’avvio e la conclusione della monumentale ricerca agraria promossa da Stefano Jacini, di cui si parlava da anni, appare subito chiaro che alle indagini di carattere socio-economico cominciano ad essere preferite le formulazioni teoriche onnicomprensive e totalizzanti, e alle ricerche sono sostituiti i modelli organicistici della società improntati ai dogmi di un positivismo rigidamente evoluzionistico”.
Se il 1876 segna un punto di svolta e la morte di Vittorio Emanuele II nel 1878 pone fine ad un’epoca però quello che segue sembra tradire gli ideali di partenza puntando sugli aspetti politico-gestionali, sugli aggiustamenti di convenienza, per i quali invero la sociologia non fa certo comodo.