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LA RELIGIONE DEI VALORI

Roberto Cipriani


LA RELIGIONE DEI VALORI


di Roberto Cipriani (Università Roma Tre)


Premessa


I soggetti umani sono motivati nel loro agire da vari fattori. Fra questi rivestono un ruolo rilevante, anzi decisivo, i valori.


Per ogni individuo vi sono riferimenti fondamentali che orientano i suoi atteggiamenti ed i suoi comportamenti. Tali riferimenti hanno un carattere astratto, non materiale, anche se poi danno luogo a conseguenze empiricamente rilevabili, e perciò “oggettive”.


Ciò che ha valore, giacché vale più di ogni altra cosa per un soggetto, è quanto egli considera preminente, non sostituibile, non commerciabile, massimamente desiderabile. Ecco perché in nome del valore in cui crede l’individuo è disposto a qualunque sacrificio, ad affrontare ogni tipo di difficoltà.


Dal valore massimo attribuito a qualcosa deriva poi la considerazione di ogni altro elemento, dunque anche la valutazione di ciò che è bene o di ciò che è male, di ciò che è giusto od ingiusto, legittimo o illegittimo, sempre sulla base di un discrimine operato dal soggetto stesso.


I valori possono però essere sia un punto di partenza, sia un punto di arrivo come traguardo da raggiungere, idea da realizzare, obiettivo da conseguire. Dunque si potrebbe dire che sia a monte sia a valle sono sempre i valori ad ispirare l’agire umano.


I valori, così intesi, possono altresì rappresentare un criterio normativo, un parametro di valutazione cui confarsi. Sono essi che orientano le scelte dei soggetti umani e dunque interagiscono con gli interessi e le abitudini preesistenti (e pertanto i valori non sono immuni a loro volta da quei condizionamenti che tendono a mettere in evidenza alcuni interessi specifici ed a consolidare talune abitudini peculiari)


La distinzione fra valori come ideali (che orientano il vissuto individuale) e pratiche concrete (che sono finalizzate al perseguimento di un fine) va tuttavia mantenuta, se non altro per ragioni descrittive. In realtà gli uni e le altre sono rinvenibili empiricamente in un complesso intreccio di cui non è facile stabilire il prius ed il post. Insomma le une non si identificano del tutto con gli altri e viceversa. In particolare non ci si può limitare solo all’analisi di natura behavioristica. Occorre andare oltre, cioè investire su un’area conoscitiva più vasta, costituita dal reticolo di interazioni fra individui e società, fra soggettività e strutture sociali, fra atteggiamenti e comportamenti.


Oggi pertanto non appare più valida la suggestione di Thomas e Znaniecki (1918-1920), che amplificavano al massimo il concetto di valore, sino a concepirlo come qualcosa che fosse comunque carico di un qualche significato, per contrapporlo di fatto ad ogni tipo di atteggiamento. In tal modo i valori assumevano un carattere sociale, gli atteggiamenti erano invece ritenuti avere un connotato individuale, quand’anche in riferimento ad un set sociale rappresentato dai valori stessi.


Sembra ora invece più accreditabile il nesso fra valore ispiratore ed azione concreta, o meglio fra valore e scelta (o non scelta) dell’azione da compiere, delle modalità (tempi – cioè momenti e durate -, mezzi ed obiettivi dell’agire). In altri termini l’applicazione di un valore in chiave di comportamenti da preferire comporta nondimeno la necessità di discernere fra ciò che è auspicabile e ciò che è possibile soppesando le condizioni contingenti.


La dimensione cognitiva dei valori


Vari autori concordano sulla dimensione cognitiva dei valori. In primo luogo va citato il contributo di Kluckhohn (1951) che, oltre l’aspetto cognitivo (connesso al giudizio, positivo o meno, su dati di fatto e comportamenti), include quello affettivo (che riguarda l’accettazione o il rifiuto di quanti si conformano o meno ai valori) e quello selettivo (che segnala la notevole influenza dei valori sulle azioni umane). Quest’ultimo aspetto rimane ad un livello astratto, generale, proprio nel caso del riferimento ai valori, ma concerne una vera e propria normatività nel caso di azioni particolari, abbastanza contestualizzate (Sciolla 2004).


All’ambito cognitivo può aggiungersi altresì quello etico-politico, più pertinente alle istituzioni, alle strutture, alle organizzazioni. Il che si rende necessario per rafforzare le posizioni individuali prevalenti di rinvio a valori condivisi, senza dovere ogni volta giustificare – a livello interpersonale –  condotte e preferenze, atteggiamenti e comportamenti, criteri e procedure. In effetti le istituzioni spesso non provvedono in modo sufficiente a liberare il soggetto da tali gravose incombenze, per cui alla fine il singolo attore sociale si incarica direttamente in prima persona del compito di spiegare, motivare, rendere ragione, giustificare talune sue valutazioni, affrontando un difficile confronto con una pluralità di valori espressi e posizioni assunte in modo assai diversificato. Emerge allora una chiara contrapposizione di punti di vista, di scelte operative, di opinioni di merito. E si rimette in discussione la stessa relazione fra soggetto e società, fra cittadino e stato, fra attore sociale e contesto socio-politico-economico.


Del resto è in tali frangenti che si giunge a parlare di “crisi dei valori”, di “fine dei valori”. Infatti si rileva una tendenza delle società a disgregarsi, a rinunciare alle proprie forme di coesione, a scegliere soluzioni di comodo anche non democratiche, in quanto non legittimate da un consenso sufficiente ed adeguato. Quando poi si completa il quadro del disagio con una forte massificazione dei processi di comunicazione e di delega socio-politica prevale, secondo la prospettiva habermasiana (Habermas 1986), un agire più strumentale che non comunicativo, per cui i valori risultano obliterati, perdendo ogni significato originario.


In definitiva l’individuo si trova ad operare in un vuoto di valori o comunque in un contesto di loro scarsa rilevanza, giacché i valori, anche se considerati condivisibili, devono poi tradursi in decisioni assai precise, non negoziabili. E stabilire dei criteri in proposito appare quanto mai arduo, perché essi rischiano di fornire ricette troppo generiche e pertanto inapplicabili ai casi concreti.


Ecco dunque che occorre districarsi fra molte strade possibili, provando or l’una or l’altra e correndo il rischio di effetti non voluti ed in netta contrapposizione con i valori ideali, desiderabili in partenza.


D’altro canto la modernità ed ancor più la post-modernità consentono anche questo: di poter ritornare sui propri passi e di ricominciare tutto daccapo.      


Che i valori abbiano un contenuto cognitivo, inoltre, è quasi dato per scontato dai sociologi, in particolare da quelli che praticano la sociologia della conoscenza. L’operazione, tipicamente weberiana, messa in atto, è quella di attribuire significato a singoli aspetti della realtà. Dunque valore e significato quasi coincidono, si sovrappongono, in ogni caso mantengono una stretta corrispondenza fra loro.


Anche il carattere identitario è un Leitmotiv che accompagna la fenomenologia dei valori. Infatti proprio attraverso la dimensione valoriale ci si identifica con un movimento, una religione, un partito, una corrente ideologica. In pari tempo le dinamiche storico-sociologiche hanno fatto sì che vengano valorizzate al massimo le peculiarità soggettive, in misura proporzionale con lo sviluppo delle libertà e delle autonomie individuali.


Infine un’ulteriore costante è insita nella capacità normativa delle strutture sociali, delle istituzioni giuridico-politiche e degli organismi collettivi  di fornire parametri di guida per gli attori sociali. Si verificano così processi di legittimazione e di identificazione, che consolidano le appartenenze motivandole sia razionalmente che affettivamente. Al centro di tali operazioni di consolidamento delle relazioni sociali sta quasi sempre il set dei valori di base, che contraddistinguono le specificità delle appartenenze.


Se la modernità e la post-modernità hanno eroso le presunte certezze del passato ed hanno aperto la strada a valori “altri”, meno predittivi e più flessibili (quasi in contraddizione, rispetto alla solida tenuta dei valori di tipo tradizionale), pure hanno consentito inusitati tentativi di ricerca di certezze diverse, di valori alternativi, di verità da costruire e non più da accogliere supinamente.


Si giunge dunque a prospettare una miriade di possibili esiti nella ricerca-acquisizione di valori non tradizionali, non più trasmessi verticalmente dalla generazioni precedenti grazie anche allo zoccolo duro delle consuetudini consolidate, vero e proprio baluardo dei valori precostituiti.


La sfida delle società contemporanee è del tutto originale, giacché si tratta di trovare vie convincenti, mediante ragionamenti fondati e motivazioni solide. In questo campo necessitano conoscenze raffinate ed esperienze adeguate. La diversificazione del sociale non permette scappatoie agevoli.


Gli stessi modi di agire del soggetto sociale sono sottoposti ad analisi conoscitive e producono nuovi termini di confronto per l’esercizio di una riflessività sempre più problematica, complessa, articolata, che a sua volta interagisce con i valori, le conoscenze e le pratiche sociali.   


Valori, interessi ed abitudini


Insieme con i valori, anche gli interessi e le abitudini hanno un peso rilevante per l’azione individuale e sociale. Ma i primi si trovano in una singolare condizione dal punto di vista delle dinamiche sociologiche che li promuovono e li fondano. Infatti sin dal suo ingresso fisico nella società l’individuo si trova dinanzi tutta una serie di elementi precostituiti: i suoi genitori (ma talora solo la madre), i suoi familiari (dalle sorelle e dai fratelli sino ai parenti più lontani), i suoi concittadini (di solito parlanti quasi tutti una medesima lingua o uno stesso dialetto), i suoi vicini di abitazione (in un condominio o in un gruppo di case o capanne). Tutti costoro quasi  accerchiano il neonato, non solo fisicamente ma soprattutto con il loro modo di fare, con le loro parole, con i loro gesti. Inizia così una prima e fondamentale comunicazione: il nuovo arrivato comincia a ricevere messaggi di vario tipo, non tutti omogenei fra loro, ma in qualche misura tendenzialmente convergenti, in quanto si rifanno ad un comune modello culturale, cioè ad una condivisa modalità di intendere l’esistenza, di affrontare la vita, di comportarsi con gli altri. Insomma ancora prima che la sua nascita venga registrata ufficialmente il nuovo soggetto sociale è di fatto un “oggetto”: di attenzioni e di cure, di affetti e di preoccupazioni, il tutto ben carico di contenuti da trasmettere, di emozioni da far trasparire e segnali da far capire.


Ma in verità anche coloro che si affannano attorno al nuovo venuto hanno sperimentato a loro volta la medesima situazione, allorquando in precedenza erano essi stessi dei neonati. È così che di generazione in generazione si inanellano idee e costumi, atteggiamenti e comportamenti, che vanno a costituire una catena senza soluzione di continuità (salvo rare eccezioni). Non si spiega altrimenti un dato di fatto inequivocabile, dato per scontato, ma poco considerato ai fini del mantenimento di un certo approccio alla realtà, dunque di una certa visione del mondo: insomma tutto appare naturale.


Dunque il mondo “naturalmente” dato si accetta, non fa problema, entra a fare parte del vissuto quotidiano, di ciò che è abituale e dunque quasi non discutibile. Del resto si dice che “si è sempre fatto così”. E dunque le madri hanno allattato o comunque allevato la loro prole, i padri hanno pensato in prevalenza all’acquisizione dei beni materiali ed economici per la sopravvivenza, gli anziani hanno provveduto a garantire il legame con il passato, ovvero la continuità con l’esistente.        


Tuttavia è da tenere pure presente che i valori vanno a collocarsi in un quadro precostituito, in quanto la storia ha già fatto accumulare esperienze, ha visto sorgere organismi istituzionali, ha costruito un solido patrimonio di conoscenze. Il che rappresenta l’alveo entro cui il nuovo attore sociale va ad immettersi.


Come un’acqua sorgiva non può non seguire il corso già tracciato dal pregresso scorrere di altre acque allo stesso modo il socializzando si trova a seguire un tracciato già segnato, un percorso quasi obbligato, senza molte possibilità – soprattutto all’inizio – di derogare, di prescindere dall’alveo esistente. Solo più tardi, più a valle, gli sarà permesso di esondare in modo non regolamentato, non irreggimentato. Solo il raggiungimento della maturità, congiunta con l’autonomia di movimento, consente sentieri inusitati, vie originali, sbocchi non previsti.


La costituzione degli interessi precede peraltro ogni proposta di valori. L’interesse di un nuovo nato o di una nuova nata non sembra avere un carattere innato, al di là di alcuni bisogni primari, propri di ogni essere vivente: l’autoconservazione, la protezione, il sostentamento, la ricerca del piacere, l’attenzione nell’evitare ogni situazione spiacevole ed in primo luogo quella del dolore fisico (o affettivo, legato alla privazione di qualcosa di piacevole o sperimentato come necessario per la sopravvivenza). Anzi la stessa apparizione dei valori come contenuto etero-proposto fa leva su alcuni interessi già definiti o comunque ben noti per il soggetto destinatario.


Lo stesso discorso può valere per le abitudini radicate in una certa società. Esse diventano una sorta di habitus per qualunque soggetto, che per essere accettato dagli altri è portato a confarsi agli schemi esistenti, ad adeguarsi alle “ricette” usuali, ad utilizzare le soluzioni correnti.


In definitiva ancor prima che con i valori l’attore sociale si trova a trattare con le abitudini altrui, che diventano anche le sue, e con i suoi stessi interessi di base, che divengono decisivi al momento delle scelte da operare.


Secondo Ronald Inglehart, che da più decenni conduce indagini empiriche sistematiche sui valori in vari paesi in America ed in Europa, sarebbero invece le capacità e le strutture da considerare prioritariamente come variabili indipendenti che orientano il mutamento. A dire il vero Inglehart (1977: Introduction)quando parla di capacità pensa piuttosto alla propensione delle persone ad interessarsi di politica, a comprenderla e dunque a parteciparvi in chiave anti-élite, con attività “di sfida alle élites”. Quando poi si riferisce alle strutture intende quelle economiche, sociali e politiche dei paesi interessati dal suo studio comparativo: le società francese, belga, olandese, tedesca, italiana, lussemburghese, danese, irlandese e britannica.


La medesima prospettiva è utilizzata da Inglehart (1997) anche nello studio successivo su 43 nazioni, in relazione ai processi di modernizzazione e post-modernizzazione, che hanno messo in evidenza una maggiore attenzione ai valori della qualità della vita e dell’autorealizzazione, insieme con l’individualizzazione. Il dato nuovo è quello di una riflessività che porta a prendere le distanze dai valori assoluti per incanalarli invece entro contesti più soggettivizzati, dunque basati sulle preferenze individuali.


Il tutto avverrebbe non senza incertezze, tentennamenti, disagi, attese, contraddizioni, delusioni. Ma l’esito finale, elaborato dal singolo soggetto, sarebbe quello di produrre nuove regole, una normativa più rispondente alla istanze degli attori sociali, soprattutto a livello giovanile.


In tal maniera la socializzazione primaria resta sullo sfondo, quella secondaria subentra in modo deciso e decisivo, privilegiando un andamento orizzontale, intra-generazionale, in sostituzione di quello precedente, più connotato da un profilo inter-generazionale (dalle generazioni adulte verso le generazioni più giovani).


Un precipitato sociologico di tale dinamica mutazionale è il sorgere di un politeismo non più solamente di valori ma di giustificazioni e motivazioni dei valori e dunque delle azioni che ne scaturiscono, come ha sottolineato Bontempi (2001).      


Pur nella differenza delle variabili considerate, vi è una sostanziale convergenza del discorso sociologico applicato ai valori, in quanto le risultanze empiriche non fanno che confermare lo schema interpretativo qui proposto. Semmai, mentre Inglehart enfatizza maggiormente il ruolo dell’istruzione, qui si suggerisce di privilegiare la fase che precede, più incisivamente, il periodo della socializzazione scolastica. Quest’ultima infatti è certamente secondaria rispetto a quella primaria dell’educazione familiare, che dal canto suo ha una sua durata non trascurabile ed un carattere introduttivo, quasi iniziatico si direbbe e dal quale è difficile prescindere.


Valori umani e diritti


I valori possono essere variabili indipendenti, cioè poste all’origine di interessi, abitudini, processi identitari e solidarietà sociali, ma pure variabili dipendenti, cioè derivanti da altri fattori sociali. Nell’uno come nell’altro caso rimane una sostanziale centralità dei valori, che in linea generale possono definirsi umani proprio perché connessi ai soggetti umani ed alle loro predisposizioni di fondo, alle loro credenze fondamentali ed alle loro valutazioni, volte poi ad assumere decisioni.


La varietà dei valori umani è però quanto mai ampia, quasi onnicomprensiva, tanto da abbracciare vari ambiti: da quello conoscitivo a quello comunicativo, da quello giuridico a quello etico-morale, da quello politico a quello economico, da quello educativo a quello medico-sanitario, da quello religioso a quello secolare, dalla vita quotidiana al vissuto di genere.


Una distinzione ricorrente riguarda la differenza che intercorre tra valori applicati e valori finalistici (Rokeach 1973), dunque fra valori che riguardano pratiche individuali e sociali (Rokeach 1979) e valori che rappresentano delle vere e proprie finalità da raggiungere.


Un’altra distinzione piuttosto diffusa è quella fra valori universali e valori particolari. Ma su quali siano i valori da annoverare come universali la discussione è quanto mai aperta. In particolare il dibattito tende a scivolare verso una sovrapposizione fra valori universali e diritti universali, quindi fra valori umani e diritti umani.


Nell’ultimo secolo peraltro lo sviluppo dei diritti umani è andato di pari passo con il processo di “scientizzazione”, che ha visto un forte incremento della rilevanza sociale e pratica degli studi scientifici ed accademici. Soprattutto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale l’autorità e l’autorevolezza della ricerca scientifica sono state prese in maggiore considerazione (Drori, Meyer, Ramirez, Schofer 2003), segnatamente in campo medico, economico e manageriale.


Invece le dinamiche di democratizzazione, pur in crescita, non hanno raggiunto i tassi fatti segnare dai diritti umani, collocati al vertice della scala perché sono passati da un interessamento di pochissime nazioni ed organizzazioni agli inizi del Novecento sino a giungere ad oltre trecento organizzazioni e nazioni coinvolte direttamente alla fine del secolo. In proposito determinante è apparso il ruolo della cosiddetta alta educazione (Schofer, Meyer 2005).


Si può dire inoltre che l’espansione dei diritti umani è divenuto un fenomeno mondiale, costituendo perciò una modalità significativa nei più recenti processi di globalizzazione. I problemi dell’uguaglianza e dell’esclusione, per esempio, sono ormai un tema costante, quasi d’obbligo nell’agenda socio-politica internazionale.


Una forte spinta in favore dei valori dell’uguaglianza degli individui e della partecipazione democratica è operante da lungo tempo, grazie altresì alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani promulgata dalle Nazioni Unite. Ma c’è da chiedersi se non vi siano anche altri valori umani universali o presunti tali.


Il fatto è che non appare facile giungere ad un accordo generalizzato sui valori da considerare universali. Non c’è in merito una intesa fra le nazioni. Al massimo resta valida la citata proclamazione dell’ONU, che però non è stata debitamente sottoscritta ed implementata dalla totalità delle nazioni.


In mancanza di consenso sociologico sull’esistenza o meno di valori universali ci si limita di solito a rilevare empiricamente la presenza di valori maggiormente diffusi in ciascuna cultura o contesto socio-geografico-politico. Solo un’ampia, metodologicamente corretta e significativa indagine a livello mondiale ed in chiave comparata sarebbe in grado di fornire qualche indicazione di massima sulla presenza di metavalori largamente rintracciabili (sia pure con modalità differenziate) in varie realtà sociali e perciò suscettibili di essere riconosciuti, grazie alla loro  evidenza empirica, come universali.


Detto altrimenti, non è affatto scontato che valori come libertà, democrazia, rispetto della persona, “sacralità” della vita, uguaglianza fra gli individui ed altri valori ancora siano da considerarsi universali solo perché una certa parte dell’universo li considera preminenti. Esistono situazioni e condizioni, di varia natura, che sembrano sconfessare l’universalità dei suddetti valori, i quali risultano pertanto maggiormente conclamati e sostenuti solo in una data parte del mondo.


I valori universali


La questione dell’universalità dei valori non è di secondo momento: da essa dipende la necessità o meno, per talune organizzazioni e nazioni, di diffondere anche altrove i propri valori di riferimento. Per esempio c’è da domandarsi se sia corretto deontologicamente esportare il valore della libertà o della democrazia facendo ricorso ad uno strumento come la guerra che di per sé è già una negazione e della libertà e della democrazia.


D’altra parte se in un particolare contesto vige come valore un orientamento diverso (o valutato come superiore) da quello del rispetto della vita umana non è certo possibile immaginare di annoverare la “sacralità” della vita tra i valori universali.


Come si vede, non è facile sciogliere la questione relativa a quali siano i valori universali. Ogni affermazione in proposito rischia di essere destituita di fondamento empirico. In effetti sono i singoli e le strutture cui essi appartengono che giudicano della “bontà” di un valore facendovi ricorso nelle loro azioni sia quotidiane sia a più lunga gittata.


Solo in via ipotetica è possibile pensare a valori universali, di largo riconoscimento nelle diverse culture attive in tutto il pianeta. E l’ipotesi eventualmente formulata è pur sempre destinata ad essere confutata non appena si presenti un’evidenza empirica in senso contrario.


In termini provocatori (ma produttivi sul piano della conoscenza scientifica applicata alle dinamiche valoriali) si potrebbe dunque partire con il sostenere che la soppressione di una vita umana sia un valore ed andare poi a verificare se questo punto di vista sia o non sia rilevabile in ciascuna delle realtà sociali esistenti nel mondo. E così si scoprirebbe, ad esempio, che il sacrificio della propria vita risulta particolarmente apprezzato in determinati ambiti, alla luce di credenze culturali, ideologiche o religiose, che privilegiano una finalità diversa rispetto a quella che prevede un giudizio del tutto negativo sulla fine – voluta o procurata – di un’esistenza.


Per di più, in una medesima realtà sociale si può riscontrare una netta contrapposizione fra i valori della maggioranza e quelli della minoranza: è il caso tipico dei gruppi devianti o marginali, che seguono logiche valoriali assai diverse da quelle della maggioranza, ma senza che vi sia una sostanziale differenza per quanto riguarda l’influenza esercitata dai valori prescelti: la lealtà di gruppo in una banda criminale può essere ben maggiore di quella in atto in un team aziendale.


Forse una soluzione praticabile potrebbe essere quella di parlare di valori quasi-universali o para-universali, intendendo così che la classificazione suggerita non ha alcuna pretesa di esaustività e di generalizzabilità. In fondo appare conveniente evitare posizioni assolute, autoreferenziali, apodittiche. I valori in effetti non dipendono solo dalla capacità di un gruppo dominante nell’imporli anche ad altri individui e gruppi sociali.


Peraltro la capacità dei valori di essere rispettati o meno si lega a numerose variabili, non facilmente prevedibili e soppesabili. Soprattutto nel campo dei valori molte previsioni sono destinate al fallimento, tale e tanta è la mole dei fattori in gioco, a volte convergenti ed a volte divergenti, talora fortemente contrastanti fra loro e talora più disponibili, cioè meno belligeranti verso i “controvalori”.


La variabilità dei soggetti umani è anche variabilità di tenuta dei valori. Quest’ultima dipende altresì dal tasso di importanza che ciascun valore ha per il singolo e/o per il gruppo. Non a caso le decisioni più problematiche sono quelle che contemplano la messa in discussione di più valori, ugualmente presenti nel bagaglio culturale e personale, secondo una classificazione più o meno consapevole ma che diventa esplicita allorquando è in gioco una scelta da fare.


Tuttavia se anche uno specifico valore ha la meglio e fa pendere il piatto della bilancia in un senso non è detto che in una successiva occasione sia sempre il medesimo valore a prevalere. Insomma le circostanze, i condizionamenti contingenti ed altri fattori, anche affettivi, possono pesare in modo decisivo, pure indipendentemente da quella che è la scala di valori idealmente sostenuta dal singolo soggetto sociale.                     


I valori religiosi


Le cosiddette religioni universali, da quelle dette del libro (ebraismo, cristianesimo ed islam) a quelle di matrice orientale (taoismo, confucianesimo, induismo, buddismo, scintoismo), presentano tutte dei contenuti valoriali, che ruotano attorno ad una specifica concezione del mondo, del significato dell’esistenza, del destino umano.


Un tentativo sommario di sincretismo incentrato sui valori potrebbe vedere una certa convergenza fra la religione ebraica, quella cristiana e quella islamica, nonostante vari eventi della storia passata e contemporanea facciano escludere la praticabilità di tale esperienza comune. Ma tentativi non sono mancati, anche in forma ufficiale ed organizzata. Né mancheranno, probabilmente, anche in futuro.


Nel campo delle religioni cinesi ed orientali si deve registrare l’esperienza del Ju-Fu-Tao, che mette insieme confucianesimo, buddismo e taoismo, come se si trattasse di una medesima religione, praticata soprattutto dai cinesi moderni.


Altrove, in Giappone, si va oltre: non solo si hanno culti e riferimenti valoriali che pertengono a più religioni asiatiche (soprattutto scintoismo e buddismo) ma che inglobano pure talune sortite in campo cristiano, dando luogo ad un misto di valori e pratiche spesso in alternanza fra loro, secondo i momenti del vissuto personale dei soggetti, delle loro famiglie e delle comunità di appartenenza. Non a caso nei primi decenni del secolo scorso si è avuto un tentativo di unificare scintoismo, buddismo e cristianesimo.   


Tra i contenuti valoriali più diffusi in ambito orientale è da segnalare senz’altro la venerazione per le passate generazioni, che si estrinseca in un vero e proprio culto per gli antenati. Ne fa parte il valore massimo attribuito alla pietà filiale, che si allarga sino al rispetto dovuto ad ogni altro essere umano. In alcuni casi l’attenzione alle persone precede lo stesso amore verso la divinità, cosicché i grandi uomini, chiamati maestri, divengono più importanti degli esseri divini.


Rispetto al carattere etico-sociale del confucianesimo il buddismo sviluppa ancor più il valore della spiritualità di vita. Ma va anche detto che con la proclamazione della repubblica in Cina, agli inizi del secolo scorso, si è andato diffondendo il sistema proposto da Sun Yat-Sen, che si fonda su tre valori: nazionalismo, democrazia e socialismo. Quest’ultimo assume poi un carattere meno idealistico e più militare con l’avvento del maoismo.


Induismo e buddismo, dal canto loro, sono apparsi più sensibili alla questione escatologica, in particolare al destino degli esseri viventi una volta giunti al termine del loro ciclo esistenziale. Infatti i valori centrali degli induisti e dei buddisti sono connessi alla dinamica della trasmigrazione delle anime, in virtù della quale vengono enfatizzati gli aspetti spiritualistici.


Nell’ambito dell’induismo, però, la divisione in caste ha prodotto vari contraccolpi, con tentativi di rigetto che si sono concretizzati nella nascita di una nuova religione, il sikhismo, ad opera di Nanak, già cinque secoli fa. Quasi coevo fu il tentativo di Kabir di superare il ritualismo e l’idolatria, propugnando la fusione di induismo ed islam, poi riproposta in chiave politica dall’imperatore indiano Akbar, musulmano. Alla fine è l’islam che riesce ad aver la meglio, anche per ragioni di natura militare imposte dal sovrano mogol Shah Jahan.


L’induismo torna in auge a seguito di una svolta ancor più spiritualista (derivante dal brahamanesimo), che crea le premesse per la predicazione del valore della bontà, sostenuto da Devendranath Tagore, padre del famoso poeta, a sua volta anch’egli punto di riferimento fondamentale per la cultura induista.


Ulteriori spinte verso l’unione fra religioni diverse si presentano di tanto in tanto: dapprima con Ram Mohan Roy, fautore di un induismo definito unitario e favorevole al riformismo britannico in India; poi con Keshab, che prova ad incorporare il cristianesimo nell’induismo unitario; più tardi con Ramakrishna, che auspica un sincretismo totale fra le religioni.


La vivacità delle dinamiche interne all’induismo è confermata altresì dall’esaltazione del valore di una vita vegetariana, predicata da Dayananda Sgravati, attivo anche negli Stati Uniti ed in Europa. Vi è infine Mahatma Gandhi che predica i valori della non violenza, della  resistenza passiva, della purezza e della verità. E più avanti si farà strada anche il valore della tolleranza religiosa.


Il buddismo, dal canto suo, ha insistito nel corso dei secoli sul valore dell’assenza del desiderio, connesso al controllo del proprio corpo ed al principio dell’auto-aiuto.


Non è estranea a questi filoni plurisecolari delle religioni orientali la nascita stessa della società teosofica, che si basa sia sul buddismo che sull’induismo.


Nel frattempo numerose letture filosofico-religiose hanno costellato la storia dell’umanità: dall’arabo Averroè all’ebreo Maimonide ed al cristiano Tommaso d’Aquino. In campo letterario Chaucer ha esaltato i valori della vita comune dell’umanità e della fratellanza sociale nei suoi Racconti di Canterbury. Erasmo da Rotterdam e Tommaso Moro hanno parlato del valore della semplicità di vita. Rousseau ha insistito sulla libertà del pensiero. I filosofi Lessing ed Herder hanno intravisto le capacità di sviluppo dell’uomo in ogni genere di religione. Wordsworth ha notato il carattere spirituale della vita in comune. Felix Adler ha fondato la Società Etica di New York e Stanton Colt la Società Etica Inglese. Horace Bridges poi ha avuto a che fare con la Società Etica di Chicago. Tolstoi e Kropotkin hanno propugnato i valori della giustizia sociale e della fratellanza umana. Rauschenbush è da ricordare per il suo “vangelo sociale”, John Dewey per Una fede comune e J. Middleton Murry per il “socialismo religioso”. Anche Albert Einstein è da menzionare per il suo rispetto dei valori insiti nella vita umana e nell’etica. Martin Buber infine ha dato grande rilievo al valore della dimensione individuale. Poste tali premesse non giunge inattesa l’idea di realizzare, nella seconda metà del secolo scorso, il primo congresso internazionale sull’umanesimo e la cultura etica.                


Hans Küng, che ha completato la pubblicazione della sua trilogia sulle tre religioni del libro (Küng 1993, 1997, 2005), evidenziandone i numerosi punti di contatto, ha ribadito altresì che “c’è una base comune: non uccidere, non torturare, non violare; non rubare, non corrompere, non tradire; non mentire, non dare falsa testimonianza; non abusare sessualmente. Questi sono principi che si trovano in tutte le religioni. In generale i cattolici sono assolutamente d’accordo. Il problema sorge quando si incomincia  ad identificare il rispetto per la vita con la condanna degli anticoncezionali, se si ha una posizione rigida sull’aborto, se si ha un atteggiamento discriminatorio verso l’omosessualità e se non si capiscono i problemi associati all’eutanasia”.  E poi conclude: “abbiamo bisogno di un fondamento morale. Ma questo non può essere il laicismo, né può essere il clericalismo, non può essere la restaurazione di un’Europa cristiana come la vedeva papa Wojtyla, e neanche può essere la restaurazione di uno Stato ateo come dopo la Rivoluzione francese. Abbiamo bisogno di un fondamento etico, ossia l’accettazione di norme etiche di base, sostenute da tutte le religioni importanti e dalle tradizioni filosofiche, che possono accettare anche i non credenti”.     


Al di là dei valori religiosi


I valori religiosi per il loro essere innervati all’interno di un apparato necessariamente ideologico, inteso come insieme di idee fondanti ed irrinunciabili, vengono spesso a fungere da veicoli per condanne, precetti, proibizioni. Questa loro caratteristica non impedisce tuttavia che possano rientrare in un novero di accettabilità sufficientemente condivisa. Talora capita che in nome di una religione confessata e praticata si intenda proporre il proprio orientamento di valore, chiedendone pure il riconoscimento giuridico a livello costituzionale, nella normativa corrente e nella regolamentazione dei culti, con estensioni sino a comprendere aspetti lontani da quelli peculiari di una credenza religiosa.


Specialmente a fronte di una conclamata crisi dei valori, si invoca talora il ripristino di quelli religiosi come soluzione vincente e rimedio ineludibile. Ma le conoscenze fornite dagli studi sociologici dicono chiaramente che nessun valore, religioso o laico (o secolare) che sia, è in grado da solo di soddisfare in toto quanto necessario per la convivenza sociale. Lo stesso dicasi per ogni insieme di valori religiosi appartenenti ad una specifica confessione religiosa. Il diritto, l’organizzazione statale e le procedure hanno una tale complessità che non può essere risolta da un solo quadro di riferimento valoriale. Va considerato principalmente il fatto che le situazioni evolvono, si presentano in modo imprevedibile, offrono articolazioni complicate ed inestricabili. Informare una legislazione ad un gruppo di valori religiosi specifici e conformare ad essi tutto l’ambito dell’agire sociale non paiono opzioni adeguate ad affrontare le differenze insite nel sociale, a risolvere a monte ogni contrasto, a prevedere ogni sviluppo delle dinamiche democratiche, a prefigurare scelte politiche di ogni tipo.


E peraltro i valori, religiosi o meno, non esauriscono la loro funzione e la loro influenza, in un particolare ordinamento normativo. Essi vanno ben oltre e perciò comportano un riferimento più ampio, un fondamento più saldo, dato dagli stessi attori sociali, al di là di semplificazioni scontate e con un forte esercizio critico nei riguardi delle scelte da operare.


I valori non sembrano di fatto una ricetta applicabile ad ogni evenienza. La loro messa in pratica richiede di solito un’accorta analisi della realtà sociale. Per di più i valori rappresentano un orientamento di massima e non riescono a sostituire l’azione riflessiva dell’individuo, privandolo completamente della sua libertà di azione. I valori, inoltre, più che una difesa appaiono come un viatico, un accompagnamento per agire nel mondo, con accortezza ma senza paure predeterminate. In pratica i valori sembrano avere una certa somiglianza con le teorie scientifiche: sono di guida ma non tendono ad obbligare, lasciano certamente autonomia ma non a dismisura, usano la “trascendenza” non nel senso strettamente religioso bensì in chiave di superamento di una base esclusiva, immutabile, indefettibile. Insomma anche i valori mutano, si adattano, fanno i conti con la realtà sociale.


Non si tratta tuttavia di una sorta di relativismo diffuso da utilizzare ad ogni costo, quanto piuttosto di un approccio attento ed accurato, che in effetti si fa carico pure del pluralismo ma nel contempo risulta consapevole della relatività delle diverse posizioni esistenti e praticabili.


Si giunge dunque a postulare, da parte dell’attore sociale, non tanto una flessibilità dei valori quanto invece una loro debolezza di partenza perché destinati comunque a scontrarsi con i dati del reale sociale e con il loro divenire.


Non a caso anche la legge fondamentale di uno stato, la costituzione appunto, per quanto considerata “sacra”, fondamentale, pure necessita di aggiornamenti, revisioni, anche in ragione della ricerca di valori tendenzialmente universali, cioè abbastanza consensuali in merito a quanto è ritenuto imprescindibile al momento e per una comunità ben individuata.


Per questo ogni tentativo di religione di stato, o di patto fra un’organizzazione religiosa ed un’istituzione politica, mostra poi la corda perché gli individui sociali sono abbastanza abituati e propensi a rielaborare a livello personale quanto è codificato, dunque a fornirne una propria interpretazione e, soprattutto, un’applicazione misurata, critica e mirata. Le pattuizioni fra chiese ed amministrazioni pubbliche, se anche portano a risultati concreti, con vantaggi ed agevolazioni soprattutto a favore delle organizzazioni religiose, però nel medesimo tempo costituiscono una remora per l’accettazione incondizionata da parte dei cittadini, che si riprendono i loro diritti individuali esercitandoli a prescindere dalla normativa concordata fra i vertici religiosi e quelli politici: la religione perde allora il suo carattere di contenitore di valori disponibili per tutti, viene percepita essenzialmente come ideologia e come potere e viene appaiata a forme non partecipate aventi un carattere impositivo. Di conseguenza vengono giudicati meno credibili i suoi aneliti valoriali per il rispetto dei diritti umani e civili, per l’affermazione della libertà, per la lotta alla schiavitù e per il rifiuto di ogni totalitarismo.    


Bibliografia


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Metodología cualitativa e historias de vida

Roberto Cipriani


Metodología cualitativa e historias de vida


Parmi d’aver per lunghe esperienze osservato tale esser la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e ne sa, tanto più risolutamente voglia discorrerne; e che, all’incontro, la moltitudine delle cose conosciute ad intese renda più lento ed irresoluto al sentenziare circa qualche novità


(G. Galilei, Saggiatore, VI, 279)


Premisa


En el campo sociológico el actual y renovado debate sobre el método parece ser un debate sin método. Las discusiones y las contraposiciones, a pesar de no esconder corporativismos académicos, pertenencias ideológicas, tomas de posiciones, oportunismos contingentes, revelan frecuentemente una tendencia a la incomprensión de las posiciones ajenas y también del significado de las propias; ambas posiciones no poseen la fecundidad del debate inter-método.


Las soluciones adoptadas, ya sean fundadas sobre el individualismo metodológico, sobre el monismo de la perspectiva única y totalizadora, sobre el dualismo de la discusión entre cualitativismo y cuantitativismo o sobre el pluralismo ascético y apto para todas las situaciones, no parecen ofrecer indicaciones convincentes y sobre todo pruebas empíricas satisfactorias y sin ambigüedad.


El actual debate no tiene el espesor, tal vez un poco serio y solemne, del anterior Methodenstriet. Se asiste a enfrentamientos artificiales, a batallas que no tienen historia. ¿Qué sentido tiene entonces recurrir a la ironía sobre el adversario si no como intento de cubrir la falta de argumentos válidos y posibles de comprobar? ¿Qué significa evitar descender al terreno del enfrentamiento directo si no un deseo de autoreferencialidad cerrada, sin puertas ni ventanas, en consecuencia con una sustancial incomunicación entre científicos sociales, que se atrincheran en la propia fortaleza metodológica, alejando toda posibilidad de salida y toda hipótesis de “navegación” extra moenia?


Sin embargo no siempre las perspectivas utilizadas entran en esta tipología. Existe quien se dirige hacia otros horizontes de investigación y mediación. Así, según Jean Michel Berthelot, “los circuitos y las modalidades de la comunicación y del intercambio científico en el seno de la sociología rebelan rechazos, negaciones o simplemente incomprensiones que parecen derivar de la inconmensurabilidad evocada por Kuhn y Feyerabend. Las grandes controversias que rodean (émaillent) la disciplina lo testimonian”[1], también “la negación de otra posición, su incomprensión en el cuadro de una controversia, se sitúan en el nivel pragmático y en el nivel lógico”[2]. Con el objetivo de realizar una integración no completamente utópica entre los varios enfoques, el estudioso francés apunta en primera persona a desarrollar un “interlenguaje” capaz de comunicar las diferentes opciones metodológicas. Es decir, a pesar de las divisiones metodológicas, es posible encontrar puntos de contacto, convergencias y modalidades de integración, sin negar al mismo tiempo la especificidad de cada lenguaje-método.


Es principalmente en la actividad empírica concreta que se encuentran las modificaciones significativas: se pasa de lo macro a lo micro, de lo cuantitativo a lo cualitativo, de lo longitudinal a lo transversal, de lo intensivo a lo extensivo. Aquí hasta la identidad disciplinar se conjuga fácilmente con otras ciencias: la sociología con la antropología, la historia con la economía, la psicología con la filosofía. De este modo se realiza en lo concreto lo que es negado como principio. Y el bricolage científico se convierte en una práctica frecuente que busca elementos de cohesión – dentro de ciertos límites -, supera las incoherencias y trata de entender y explicar las correspondencias que resultan significativas.


Para la inteligencia, o mejor dicho la inteligibilidad social[3], todo se convierte en discursivo, dialéctico, pero al mismo tiempo, lejano del viejo dualismo entre objetivismo y subjetivismo, entre estructural-funcionalismo y fenomenología, entre determinismo y constructivismo, entre nomotético e idiográfico entre investigación neutra e investigación-acción, entre individuo y sociedad. En definitiva, para concluir con las palabras de Berthelot, existe “una tensión interna como expresión de un racionalismo plural en formación”[4].


La definición y la puesta a prueba de las tipologías representan el meeting point (el punto en común) de las diversas elecciones metodológicas, es decir de la pluralidad – obvia – de los métodos. Al mismo tiempo es útil admitir, según Touraine, que “en cada método es necesario indicar su debilidad, lo que obliga a recurrir a otros métodos y a otros enfoques conceptuales. Un método no es válido si no en la medida en que tiene un uso limitado en este o en aquel tipo de problemas”[5].


También Liliane Voyé propone una mediación en base al principio que el dualismo de los métodos puede transformarse en complementariedad. Lo que dependerá en gran medida de la habilidad del investigador y no sólo de la elección de los instrumentos.


En consecuencia se prefiere lo indeterminado, lo que es abierto, heterodoxo, ecléctico, diferenciado pero al mismo tiempo inmanente, es decir pulsional, comunicativo, difuso. Se anula el monopolio de las grandes interpretaciones omnicomprensivas y se acoge la proliferación de las “comunidades interpretativas”. En este sentido, se produce un “deslizamiento de métodos”, expresión a la que Voyé no da quizás la importancia que merecería, ya que ésta es la señal de un dinamismo, de una renuncia a la estabilidad, de una tendencia al funcionamiento conjunto con otros métodos, una especie de fitting (enfoque apropiado) sociológico, donde los diferentes métodos representan las partes de un mosaico cuya lectura es posible sólo colocando juntas las partes que lo componen. Oportunamente, Voyé insiste sobre la acumulación de las ciencias y de los conocimientos en una “fecundación recíproca”[6].


Metodología y métodos


La incertidumbre terminológica, el exceso de neologismos y el rechazo de propuestas definitivas son elementos que no ayudan al desarrollo del conocimiento sociológico. En vez de recurrir a un vocabulario común, a una serie de conceptos compartidos universalmente, se debe volver a empezar ex novo sobre los términos-claves, sobre las referencias fundamentales. En cambio, en otras disciplinas – como en el caso de la estadística (véase la Encyclopaedia of Statistical Science, cuyos compiladores son L. Kotz y N. L. Johnson) – existe un glosario científico utilizado como “base” imprescindible, que ayuda a resolver los problemas iniciales de tipo nominalístico relativos a los instrumentos de la investigación.


A pesar de tener presente el hecho de dar lugar a alguna diferenciación respecto a las propuestas ya realizadas por otros estudiosos, conviene aclarar preliminarmente las opciones de base en el campo metodológico.


En primer lugar se debe considerar que la metodología (llamada la méthode por los estudiosos franceses y the methodology por los anglosajones) es el discurso, el razonamiento (lógos) sobre el método. Es la “doctrina” que analiza las reglas y los principios de naturaleza procesal. De este modo, ésta precede la fase operativa concreta, la parte empírica de la investigación. Por lo tanto, la metodología se encuentra antes que el método (o los métodos), porque en definitiva es la que posee los caracteres de un proceso lógico-racional que precede toda operación científica. Es el primum de un largo set de pasos a seguir.


Como método, o mejor dicho, métodos o técnicas (en francés les méthodes, en ingles the methods) se deben entender todas las reglas, los principios operativos y los procedimientos aplicativos que apuntan al conocimiento científico.


En el caso de las historias de vida, por ejemplo, es legítimo hablar de una verdadera metodología en sentido general si uno se refiere al enfoque global en clave teorética y a la discusión relativa a las normas de validez científica. Pero en el momento en que se pasa a suministrar las entrevistas para recoger las biografías de los individuos sociales se está en el campo de los métodos, de las técnicas y de las normas específicas del procedimiento cognoscitivo.


En esta línea de elecciones epistemológicas no es posible recoger consensos incondicionales. Así, por ejemplo, Boudon y Bourricaud en su diccionario sociológico[7] distinguen oportunamente la metodología respecto de las técnicas, pero insisten sobre el carácter de actividad “crítica” que la primera tiene respecto de los resultados empíricos. En otras palabras, la metodología es en primer lugar una “explicación del texto”, es un análisis crítico de los productos de investigación: “método del método”, “crítica de las teorías”.


Tal metodología es apropiada tanto para las ciencias sociales como para las naturales. Y además “de este modo concebida se aplica a todos los tipos de investigación, se trate de estudios cuantitativos o cualitativos, de trabajos de tendencia teórica o de estudios sociográficos”.[8]


En realidad este tipo de solución supera el nivel de la metodología y pertenece más bien a un ámbito superior, global, que se podría llamar de la metametodología, es decir como discurso común a todas las ciencias, antes de ser aplicado a ámbitos disciplinarios específicos, donde por otro lado no está dicho que se deba usar una única metodología, sea cualitativa o cuantitativa.


Recapitulando se puede decir que el primer estadio, el más amplio, que se define sintéticamente metametodología, es omnidisciplinar. En el ámbito de la metodología se ubica lo especifico de cada ciencia (social o física, tecnológica o médica, etc.).


En el campo de la metodología son practicables – separada o conjuntamente – tanto la perspectiva cuantitativista como la cualitativista. Sin embargo cada una de éstas tiene su plausibilidad metodológica general. Solamente en un segundo momento llegan las técnicas de intervención y de recolección de datos.


El siguiente esquema puede ser útil para graficar lo apenas tratado:


METAMETODOLOGIA


(relativa a todas las ciencias)


METODOLOGIA CUALITATIVA Y/O CUANTITATIVA


(relativa/s a una disciplina específica)


METODOS (O TECNICAS)


(relativo/s a investigaciones específicas)


No está de más recordar en este cuadro específico y problemático que “a los datos estadísticos y a los resultados de las medidas y de los análisis es generalmente atribuida una suerte de objetividad inmediata, que podría fácilmente sugerir interpretaciones dudosas”[9] y que podría explicar el texto más allá de su significado real. Por otro lado “también el análisis de las correlaciones estadísticas conduce frecuentemente a conclusiones dudosas”[10]. Es por este motivo que “los resultados de un análisis estadístico pueden convertirse en inteligibles cuando se recurre a la utilización de métodos no estadísticos”[11].


Metametodología y metaciencia


Conviene retomar la cuestión de base, aquella inicial de la metametodología, la cual puede ser asumida como metaciencia o como meta-análisis, cuyos caracteres están emparentados – no sin diferencias sustanciales – con la epistemología, con la filosofía y con la lógica de la ciencia. La metametodología es un ‘término’ conceptualmente más amplio, se podría decir de género; mientras que para el término especie es necesario pasar a la metodología, que a su vez precede los métodos o las técnicas (los que representarían una subespecie). Pero el hecho de recurrir a términos como género, especie y subespecie tiene un valor puramente enunciativo-explicativo y no implica ninguna utilización de los caracteres típicos de un evolucionismo paracientífico.


Por lo tanto es necesario retomar con gran cautela el tema de la metaciencia según la versión propuesta originariamente por Radnitzky[12] en 1968 y retomada en 1984 por Marradi[13]. Este autor italiano insiste en subrayar que “el prefijo griego ‘meta’ tiene el significado de ‘discurso sobre’ (como por ejemplo ‘metalenguaje’, ‘metaconceptos’)”[14]. Precisado este aspecto es necesario señalar también que los recorridos seguidos por los diferentes autores son múltiples y hasta contradictorios. Existen por un lado quienes intentan mediar y por el otro quienes defienden tenazmente sus propias posiciones (no casualmente Steve Toulmin recuerda una afirmación de Víctor Turner al final de una animada discusión sobre estos temas: “Bien, Steve: tú tienes tu paradigma y yo el mío”)[15].


Aún así algunos criterios-guía parecen ser considerados como factores principales para el uso correcto de los datos científicos: el primer criterio es de la generalidad, es decir, la posibilidad de poder generalizar los resultados del analisis al entero universo de la ricerca (aquí prevalece la dimensión cuantitativa); el segundo es el de la significatividad (donde es decisiva la connotación cualitativa); el tercero es el de la representatividad (donde una vez más predomina el carácter cuantitativo), el cuarto es el de la recorribilidad y el quinto, el de la revisibilidad (que unen aspectos cualitativos y cuantitativos). Sin embargo se debe indicar que en ningún caso el enfoque cuantitativo excluye del todo el cualitativo y viceversa.


A nivel procesal se puede hablar de procesos analíticos y sintéticos, deductivos e inductivos. En el caso de los procedimientos analíticos y sintéticos hay una fuerte circularidad. En lo que respecta a lo deductivo el peso del nivel hipotético es fuerte mientras que en el caso del procedimiento inductivo tienen mayor importancia los datos recogidos (por ejemplo, a través del análisis de los cuestionarios y la transcripción de historias de vida).


Actualmente y más allá de estas premisas y precauciones operativas, no menos fundamentos posee la observación que el matemático-filósofo Jules-Henri Poincaré exponía hace casi un siglo: la sociología sería una ciencia de muchos métodos y de escasos resultados científicos. Esto no pretende ser una invitación al abandono de las cuestiones metodológicas, porque no es dejando de lado las preocupaciones que se pueden obtener óptimos resultados. En realidad “no se trata de tirar el patrimonio técnico-metodológico que, bien o mal, la sociología ha adquirido. Se trata – pero esto es obvio y poco tiene que ver con el positivismo o el neopositivismo – de evitar los riesgos de la ‘cuantofrenía’ y de la incorrecta inferencia de elaboraciones de datos discutibles”[16].


Sobre el uso incorrecto de los datos existe una amplia bibliografía, que no está dirigida sólo a la sociología sino a toda disciplina que esté en relación con el problema de la medición. Sin embargo, el punto de discusión es otro: verificar si una metodología cualitativa tiene el suficiente motivo científico de existir o si los métodos aplicativos correspondientes resultan confiables o no.


La reconquista de la sociología cualitativa


Si se consideraran algunos hechos concretos no deberían existir más dudas sobre la consistencia real de la sociología cualitativa: es cada vez mayor el número de sociólogos que se autodefine cualitativista (basta ojear el anuario, entre otros, de la American Sociological Association para constatar que el número de los investigadores que trabajan en el campo cualitativo es casi igual a los que trabajan en el cuantitativo). Se encuentran en los textos de base, en los manuales y en las enciclopedias, capítulos específicos dedicados al enfoque cualitativo (así es la Encyclopedia of Sociology, compilada por el cuantitativista Edgar F. Borgatta). También las revistas especializadas se dedican ampliamente a la sociología cualitativa (se pueden citar algunas: Qualitative sociology, Studies in qualitative methodology, Studies in symbolic interaction, Symbolic interaction, Behavior research methods and instrumentation, Language, Language and society, Language and social identity, Language and speech, Discourse & society, American behavioral scientist, Behavioral science, Image, Signs, Ethos, Oral history, Quality and quantity, Sociological methods and research y Methods: a Journal for human science. Colecciones enteras de volúmenes están dedicadas a temas cualitativos (Qualitative research methods de la casa editorial Sage tiene más de veinte títulos). Por último una verdadera gama de publicaciones sobre el análisis cualitativo (ya sean libros o artículos) parece constituir la novedad de estas últimas décadas en el campo sociológico.


Según Gubrium e Holstein[17] la característica de los métodos cualitativos es la inseparabilidad del método y de la teoría, ya que la metodología está relacionada no sólo con la lógica del procedimiento (que es la parte inferior, es decir los métodos y las técnicas, según nuestro esquema antes mencionado) sino también con el análisis (que se coloca en la parte superior, la metodología tout court según nuestra definición).


Sin embargo una vez más la confusión verbal puede provocar una ulterior confusión debido a las diferencias lingüísticas y teoréticas. En primer lugar no parece ser compartida la idea que sólo la sociología cualitativa conjuga la teoría y el método ya que esto se puede verificar también en el ámbito cuantitativo. Aclarado esto, es plenamente aceptable la idea que la teoría debe ser tratada como un método (o mejor dicho como una metodología). No existe en consecuencia alguna diferencia a este propósito, como en cambio sostienen los dos autores de la Encyclopedia, que consideran el hecho de poder realizar hipótesis, conceptos y tipologías a partir de los datos. Sin embargo: ¿quién impide formular al menos las hipótesis al inicio de una investigación cualitativa?


Así, la asunción de forma y significado por parte de los datos en el curso de la investigación es un momento común no del todo diferente si se trabaja con cuestionarios o cn historias de vida. Lo que en cambio es profundamente distinto es el procedimiento técnico; es más, lo es en la misma medida que lo son la metodología cualitativa respecto a la cuantitativa.


En otras palabras, si Gubrium y Holstein ven la diversidad de las técnicas como una discriminación, no es así en nuestra perspectiva. En realidad, parecería que los dos sociólogos americanos reducen el alcance de los métodos cualitativos, confinándolos en un frame (armazón) de meras técnicas, aunque sí estén movilizadas por una teoría que se convierte en método. Es más, no es necesario este escamotage si en un nivel más alto – aquél de la metodología sociológica, cualitativa o cuantitativa – la dignidad del discurso teórico es innata ya en el análisis. Esto significa poner en el mismo plano científico – sea cualitativo o cuantitativo – la metaciencia y la metametodología; ya que juntas responden a la lógica de la investigación científica, aunque se articulan sucesivamente con teorías propias y con procedimientos específicos y más peculiares. Así, la distinción no se realiza sólo al final del iter, sino en la misma fase metodológica “pura”, cuando todavía no ha alcanzado los términos empíricos de la aplicabilidad, es decir de la conducción concreta de la investigación en el campo.


En modo explícito se puede decir que el recorrido es el mismo en el cuadro de la metametodología: luego comienza a alejarse en clave metodológica y se diferencia al máximo en el uso de las técnicas implementadas en las teorías formuladas en la fase de la metodología cualitativa o cuantitativa.


Si se decidiera recurrir a las dos metodologías para una misma investigación, es posible – por ejemplo – usar hipótesis no homólogas entre sí pero símiles aún teniendo en claro el presupuesto que existe una neta dicotomía en la perspectiva operacional. Dicho en otro modo, allí donde se tiene una misma hipótesis, en una investigación tanto con cuestionarios como con historias de vida, no es practicable el mismo itinerario de verificación, el mismo pasaje de la enunciación teórica a la traducción en items, presentes en una grilla de preguntas precodificadas así como en explícitas solicitudes a formular por parte del investigador en el curso de una narración biográfica.


La elección que se hace en el momento de la organización del significado no logra resolver la cuestión. Este significado no puede ser descubierto sólo en un ámbito cualitativo. No se encuentra ciertamente esta intensión en la “Nota metodológica”, premisa de El campesino polaco en Europa y América de Thomas y Znaniecki, quienes en cambio partían de la “situación” y la “definición de la situación”, entendiendo la primera como “el conjunto de valores y de actitudes con los que el individuo o el grupo tiene relaciones en un proceso de actividad” y la segunda como “concepciones más o menos claras de las condiciones y de la conciencia de las actitudes”[18]. Tal determinación de los puntos esenciales tiene seguramente una posibilidad mucho más amplia de desarrollo en un contexto de análisis cualitativo, pero nada impide verificar la “organización del significado” y la “definición de la situación” a partir de las preguntas específicas de un cuestionario. En efecto, “el significado subjetivo atribuido por quienes están comprometidos en una conducta” y su cambio con el variar de las condiciones pueden también encontrar instrumentos de verificación mediante un enfoque cuantitativo.


Los enfoques de la metodología cualitativa


Se pueden citar las metodologías cualitativas más significativas, de modo de clarificar su rol en la fase que precede al trabajo concreto de investigación.


Es seguramente el interaccionismo simbólico uno de los mayores enfoques, lanzado por el crítico por excelencia de la obra clásica considerada como guía de la investigación cualitativa: Herbert Blumer, el mismo que había analizado el poderoso trabajo de Thomas y Znaniecki en su celebre Appraisal[19]. El punto clave de la metodología interaccionista[20] es la atribución de significado a la acción, es más, el significado es incorporado en la misma acción. En efecto, la acción tiene lugar con relación a los significados que los objetos y los hechos tienen para los actores sociales – quienes operan a partir del surgimiento del significado en el interior de la interacción social – por esta razón el significado es el que al final promueve la interacción misma. Se trata de un círculo bastante cerrado pero fuertemente dinámico e interactivo. La obra del investigador consiste en definitiva en captar tal significado en el circuito de la interacción social, evitando predefinirlo antes de la investigación. Esta es la metodología utilizada por William Foote Whyte, que tuvo que sumergirse en una observación participante para comprender los significados interactivos de los miembros de una gang[21] (banda).


Otra contribución fundamental es aquella de la etnometodología, en cuyo ámbito se pueden recordar Harold Garfinkel[22] y Aaron V. Cicourel[23] quienes se interesan en el estudio de los procesos relativos a la realidad cotidiana, a los microeventos y, en particular, a los procedimientos concretos de la solución de los problemas. Los etnometodólogos, diversamente a los interaccionistas simbólicos, no dan por descontado la existencia de un significado sino que miran el proceso a través del cual éste es atribuido a la experiencia.


Una solución combinada, que une interaccionismo simbólico y etnometodología, ha sido recientemente propuesta por Jaber F. Gubrium[24] y definida como etnografía práctica; ésta apunta a la producción de significado en el interior del contexto social. En otros términos, el significado no es considerado algo estático sino dinámicamente cambiante en la comunicación cotidiana.


Ciertamente precedente a estos desarrollos se encuentra la corriente fenomenológica, que desde Husserl llega a Alfred Schutz[25]dando espacio a una lectura intencional de la acción social, como resultado de una intersubjetividad de carácter simbólico.


Todavía más remoto es el origen de la sociología propuesta por Max Weber[26] que apunta a la comprensión (verstehende Soziologie) opuesta al positivismo y orientada hacia el conocimiento del significado de la acción del individuo social (de esta concepción sociológica parte el fundamental aporte de la teoría de la acción social). Es oportuno señalar que la sociología weberiana es sustancialmente cualitativa.


También la hermenéutica ha ofrecido amplias puntas de aplicación sobre el terreno de la sociología cualitativa. Ha sido sobre todo Paul Ricoeur quien constituye un modelo constante, gracias a sus trabajos sobre el tiempo y sobre la narración[27]. La posición de los sociólogos hermenéuticos apunta más a la comprensión que a la explicación, con generalizaciones – si son necesarias – apenas indicadas; porque para algunos estudiosos se trata de procedimientos ilusorios ya que, según esta concepción, no existiría una ciencia general sino sólo a partir de lo particular, en el ámbito idiográfico.


Quienes recientemente han puesto orden metodológico a la sociología del cualitativismo han sido Barney Glaser y Anselm Strauss con la formulación de la grounded theory[28], cuya base es el descubrimiento de la teoría a través del análisis de los datos. De este modo, la teoría no precede a la investigación sino que surge, gracias a la observación y al análisis de los significados de la acción social. La dimensión teórica nace del mismo campo (ground) de investigación.


Particularmente prometedora, como análisis de los datos, se muestra la perspectiva de la conversation analysis que cuenta con numerosas versiones pero todas dirigidas a comprender los procedimientos comunicativos entre los actores sociales. Luego del primer impulso dado por Sachs[29] otros estudiosos han pensado en seguir la misma dirección, individualizando el rol central del análisis de las conversaciones como instrumento de investigación para la interpretación de los fenómenos sociales e institucionales[30].


Mas allá del interés por la tradición de los case studies (estudios de casos) y por los métodos de field research (investigaciones de campo), es sobre todo el enfoque biográfico basado sobre las life histories (historias de vida) para la recolección de los datos, el que ha conocido, en las dos últimas décadas, un excepcional desarrollo teórico y empírico. Parecería que se quisiera recuperar rápidamente el gap (intervalo) respecto a los estudios cuantitativos, que en modo indiscutido habían representado por largo tiempo casi la única solución metodológica utilizable. Norman Denzin en los Estados Unidos[31] y Daniel Bertaux en Europa[32] son los mayores protagonistas de la revalorización de los estudios de carácter biográfico. La cantidad de variaciones terminológicas y procesales testimonia una riqueza de experiencias originales y permite prever desarrollos prometedores. Éste es, quizás, el sector en donde la confrontación interdisciplinar es más eficaz y fecunda, con la participación de historiadores, antropólogos, etnólogos, psicólogos sociales y psicoanalistas. La afirmación de las historias de vida como metodología cualitativa[33] – y no sólo como mera técnica de investigación – parece ser hoy un dato adquirido.


De la metasociología al metatheorizing


Frente a una gran parte de la sociología dedicada a los aspectos cualitativos, y aún admitiendo que existen algunos desniveles en el rigor y la plausibilidad científica, parece reductivo seguir sosteniendo que “es necesario tener presente los límites de presuntas técnicas ‘alternativas’ (como la recolección de historias de vida o la documentación etnometodológica efectuada con la filmadora), que pueden ofrecer valiosos datos a nivel intuitivo en la fase del descubrimiento, y ocasiones de profundizaciones específicas de situaciones ya incluidas en un marco teórico explicativo, pero que al mismo tiempo ofrecen al investigador escasas o nulas posibilidades de generalización e inferencias”[34]. La propuesta de refinamiento de una metodología específica no puede ser tomada por antimetodología, al contrario, ésta quiere ser una ulterior contribución a la disciplina sociológica para ampliar los horizontes teóricos, los terrenos de implementación y las posibilidades heurísticas.


Este intento entra plenamente en el debate contemporáneo sobre la teoría y la metodología sociológica. Lo prueba la propuesta de metateorizar (metatheorizing) que, si bien todavía se encuentra en vías de definición y de organización, deja entrever recorridos atrayentes y terrenos fértiles.


Por metateorizar se entiende “el estudio sistemático de la estructura básica de la teoría sociológica”[35]. Este estudio puede ser realizado en diversas direcciones, por ejemplo respecto a la relación en sociología entre lo micro y lo macro – sobre lo cual se puede leer un apasionante y complejo debate en el fundamental trabajo de Alexander, Giesen, Munch y Smelser[36].


El texto que quizás mejor ha anticipado y analizado explícitamente estos temas es The scope and method of sociologyA Metasociological treatise de P. H. Furfey[37] en dónde se llega a sostener que la metasociología es “una ciencia auxiliar que ofrece los principios metodológicos presupuestos por la sociología”[38]. Esta afirmación no es fácilmente compartida por la mayoría de los sociológos. En efecto, George Ritzer insiste en que la sociología es más bien un objeto de estudio de la metasociología y del metateorizar y que éstos dos últimos son una parte de la misma sociología. Ciertamente es difícil pensar en algo que es al mismo tiempo objeto de estudio y ámbito general respecto a una sub-área como es la metasociología en general o el metateorizar en particular. Por otro lado, ¿no existe además una sociología de la sociología?


Es evidente que la metasociología y el metateorizar se colocan en un nivel diferente respecto a aquella que hemos definido metametodología y que representa la base común de todas las ciencias. En este sentido se verifica una mayor afinidad con la problemática metodológica en su totalidad, sea ésta cualitativa o cuantitativa. Y a tal propósito, antes de seguir adelante y para evitar sucesivos malentendidos, es correcto precisar – una vez más – que la metodología cualitativa no excluye la cuantitativa y viceversa. Esto significa que no existen exclusiones recíprocas y que las dos perspectivas gozan de una propia autonomía científica, por lo que cada una no es presuntamente alternativa ni sumisa a la otra. En otras palabras, la investigación de los aspectos cuantitativos tiene un estatuto en vía de redefinición y de perfeccionamiento aún siendo autosuficiente.


Son justamente las exploraciones del metatheorizing en campo sociológico las que parecen confirmar y legitimar con fuerza este resultado. En efecto, al observar atentamente los aspectos metateoréticos se llega a conclusiones que no están relacionadas con nuestros postulados. Así es el caso de la discusión sobre lo micro y lo macro (que comprende también aquella sobre calidad y cantidad). Eisenstadt y Helle por un lado consideran superado este contraste[39] y por el otro Munch y Smelser sostienen que están errados quienes asignan una mayor importancia a uno u otro enfoque, debido a que de hecho existen “interacciones reciprocas” entre los dos niveles[40].


Otro punto de particular importancia es el desarrollo paralelo del metanálisis de los datos y de los metamétodos, realizado conjuntamente con el difundirse del metateorizar delineado por Ritzer. El metanálisis de los datos tiende a estudiar los resultados de las investigaciones en vista de una síntesis científica (este podría ser el caso de una misma problemática observada a través de dos – o más – específicas intervenciones empíricas, por ejemplo con el uso de cuestionarios y de historias de vida). El mismo objetivo de síntesis es perseguido por el enfoque llamado ‘metamétodos’, que estudia varios métodos sociológicos para encontrar puntos de convergencia y “estilos” en común[41]. Otros estudiosos, en cambio, piensan explícitamente en sintetizar estudios cualitativos[42] o en ofrecer bases cualitativas para las investigaciones cuantitativas[43].


Por el momento, en realidad nos encontramos en una fase de intentos, de primeros enfoques y en consecuencia, de pequeños resultados. No faltan fuertes críticas, a las que se trata de responder con nuevas propuestas post-positivistas de conocimiento acumulativo para eliminar los inconvenientes de los métodos sociológicos implantados en las viejas propuestas teórico-empíricas. Aún así no se deben olvidar las dificultades de una acumulación que es obstaculizada por los problemas de comunicación entre los estudiosos de las diversas orientaciones. Tal vez una salida posible sea la estandarización de los conceptos, objetivo ya alcanzado por otras ciencias (en particular por la estadística).


Una propuesta de base


Mientras tanto algún objetivo intermedio ha sido alcanzado, al menos en un nivel básico:


a)             la investigación cualitativa tiene el carácter de un enfoque microsociológico pero no por esto es menos digna de interés científico;


b)             la sociología cualitativa puede construir una base de partida para las investigaciones cuantitativas;


c)             es posible combinar una metodología cualitativa y una metodología cuantitativa;


d)            la sociología cuantitativa puede construir una base de partida para las investigaciones cualitativas;


e)             cada metodología, cualitativa o cuantitativa, puede ser también autosuficiente;


f)              la convergencia entre cualitativo y cuantitativo puede ser investigada en un nivel más general de la metametodología, metatheorizing, metamétodos, metaciencia;


g)             el contraste forzado entre sociología cualitativa y sociología cuantitativa no tiene ninguna motivación racional, fundamentada, ni útil.


Sobre este programa inicial de intentos e intereses es posible construir confrontaciones, intercambios, pruebas, verificaciones, experiencias y soluciones.


Un testimonio clarificador al respecto se puede encontrar en una experiencia de investigación concreta sobre la cual escribe Alessandro Cavalli en la presentación de una investigación sobre mujeres jóvenes: “En tanto sentíamos un cierto grado de insatisfacción con respecto a los instrumentos metodológicos que habíamos adoptado. Para los jóvenes de sexo masculino habíamos recogido un gran número de entrevistas (alrededor de 200) sobre la base de un esquema articulado, que habíamos luego implementado usando una grilla, en un procedimiento de análisis de contenido con intentos originalmente cuantitativos. En el curso de la investigación nos habíamos desplazado siempre más hacia un análisis de tipo hermenéutico-cualitativo. En la investigación sobre las chicas habíamos iniciado con un número menor de entrevistas (alrededor de 100) y con intentos decididamente “cualitativos”. El recorrido de esta investigación, más adelante, se entrelazaba con el de otra investigación que el mismo grupo estaba realizando sobre las orientaciones culturales hacia el trabajo de los jóvenes, investigación que se realizaba junto con otros grupos de investigación análogos en las Universidades de Bremen y de Louvain-la-Neuve. En esta última investigación habíamos comenzado a aprehender y a utilizar las más sofisticadas técnicas de “hermenéutica colectiva” de textos narrativos trabajados por Ulrich Oevermann y por su escuela. Esta experiencia tiene sin duda interferencias (que creemos positivas) con nuestro análisis sobre el tiempo de las chicas. Estoy seguro que si hoy tuviéramos que iniciar la misma investigación nos concentraríamos sobre un número mucho menor de casos a analizar en profundidad”[44].


De este modo es posible transitar de una a otra metodología sin que el producto final sufra consecuencias no deseadas, apuntando al mismo tiempo a mejorar los propios conocimientos teórico-empíricos y “navegando” entre los diferentes métodos.


La solución propuesta por Ultrich Oevermann[45] se ubica correctamente dentro de un enfoque, el hermenéutico, presente desde hace tiempo en la sociología cualitativa.


Análisis cualitativo computer-asistido y análisis textual


Tienen una matriz diversa el nacimiento y la difusión de una nueva serie de estudios e instrumentos originados en el cuadro típicamente cuantitativo, relacionado esencialmente con el mundo de la informática. En efecto, en estos últimos años luego del amplio uso de software dedicado a las aplicaciones estadísticas para las ciencias sociales (y en particular el conocido SPSS) se están afirmando nuevas propuestas de análisis cualitativo de los datos con la ayuda de programas especializados que van mas allá de la simple cuenta de las frecuencias. La continua actualización, la aparición de nuevos releases (actualizaciones) prueba ampliamente el éxito de estos productos, los cuales son necesarios para aliviar el trabajo arduo y repetitivo del análisis cualitativo con procedimientos de investigación generalmente amplios y de difícil gestión.


No todos los problemas han sido resueltos ni lo serán en el futuro debido a que siempre es el investigador quien debe resolver las cuestiones de verificación e interpretación de los datos. Sin embargo, luego de algunos años de estancamiento, la situación actual dispone de herramientas útiles para la fase posterior a la recolección de los documentos de investigación (documentos personales, biografías, historias de vida, entrevistas focalizadas, cartas, cuestionarios con respuestas libres, etc.). Se responde así una exigencia ya manifestada en los años ’60[46]. Por otro lado, son también numerosas las publicaciones sobre este tema[47].


En el campo del análisis textual y del análisis de contenido son numerosos los aportes innovativos respecto al viejo General Inquirer, de los años ’60. Siempre en el ámbito del software se pueden citar el DBT (Data Base Testuale), propuesto por Eugenio Picchi del Instituto de Lingüística Computacional de Pisa – Italia – y sobre todo el SPAD-T (Système Portable pour l’Analyse des Données Textuelles) creado en Francia en virtud de las exigencias que derivan de la catalogación de respuestas a preguntas abiertas[48].


En lo que concierne a las publicaciones de carácter teórico sobre el análisis del contenido hay que señalar el trabajo constante de Rodolphe Ghiglione, director del Grupo de Investigación sobre la Palabra[49] de París y sostenedor del APD (Analyse Propositionnelle du Discours). Por lo que se pueden localizar numerosas propuestas son localizables en este sector de la sociología cualitativa[50].


La cuestión científica


En los cinco milenios de actividad científica, más o menos rigurosa, que nos han llevado desde la rueda a la calculadora, se han afirmado y han sido reconocidas numerosas ciencias: la medicina, la astronomía, la matemática, la física, la biología, la química, la electrónica. Sin embargo, no es fácil ver a la sociología considerada en la última fase, aún cuando ésta tiene como base el método científico experimental, más allá de ser aplicado a un universo diferente: el de la sociedad humana. Tal diversidad ha creado no pocas dificultades y sobre todo la necesidad de unir el estudio de la sociedad con aquel de la naturaleza. Thomas y Znaniecki en su “Nota metodológica” sobre El campesino polaco parecen muy preocupados por el enfrentamiento con las ciencias de la naturaleza; tal situación los condiciona fuertemente: “los maravillosos resultados obtenidos mediante una técnica racional en la esfera de la realidad material nos invitan a aplicar procedimientos análogos a la realidad social… Nuestra real ineficiencia en este campo no se debe a una limitación esencial de nuestra razón, sino simplemente al hecho histórico que la actitud objetiva hacia la realidad social es una adquisición reciente”[51].


Puede decirse que una situación bastante parecida sucede a la metodología cualitativa con relación a la cuantitativa. Esta última ha producido ya desde hace tiempo resultados – considerados plausibles – que la primera en cambio está todavía persiguiendo, descontando además un retraso y una diversidad incrementados en el curso de al menos cinco décadas, por motivos históricamente aceptables y geográficamente utilizables[52].


Quizás haya pesado también un cierto labeling (etiquetación) que ha considerado a la sociología cuantitativa como objetiva y la cualitativa como subjetiva, descuidando la centralidad del dato experimental que las une y que (realizados conjuntamente algunos criterios procesales) hace aceptable científicamente los resultados de una y de la otra. Además la cuestión no es nueva y ha sido afrontada en los orígines del método experimental por Galileo Galilei que, hablando de cualidad primaria y secundaria, discutía principalmente sobre la coherencia y la rigurosidad del método, colocando en el plano de la ciencia las bases de una investigación, para alcanzar las mejores interpretaciones y resultados[53]. Es útil precisar que aun viendo en la realidad una estructura de tipo matemático, Galilei no se limitaba al rigor de los números para sostener una teoría sino que realizaba también el control experimental. Es de este modo que ha demostrado la falta de fundamento de muchas certezas.


Existe hoy la toma de posición de Karl Popper que niega la verificabilidad de las teorías en cuanto las experiencias son siempre limitadas y no colman todas las posibilidades. Al máximo se puede llegar a considerar una cierta teoría momentáneamente válida a la espera de una posible falsificación. En consecuencia, el procedimiento se realiza en base a pruebas y errores[54], por lo que la ciencia independientemente del carácter de sus métodos (micro o macro, cualitativos o cuantitativos) no es siempre infalible.[55] Sin embargo no es necesario que una teoría que hoy es falsificada permanezca tal en el futuro. Y tampoco es verdad que algunas teorías tengan que permanecer falsas porque por su naturaleza no logran verificar los datos.


En este sentido, Feyerabend propone una solución drástica que anula toda cientificidad metodológica debido a que considera inconsistente toda pretensión de garantizar el nivel científico de una investigación solamente en base al procedimiento utilizado. Por lo tanto, según esta línea de principio, la complejidad de lo real no podría ser explicada por ninguna teoría y existiría un pleno anarquismo metodológico, sin reglas y sin orientaciones operativas.[56]


El método del anarquismo absoluto no parece ser la mejor solución para superar las turbulencias de la problemática metodológica. Una salida posible quizás se logre mediante la investigación y la definición de una base común (la metametodología) en grado de ofrecer pocos pero imprescindibles cánones de referencia, compartidos al inicio por varias ciencias y luego utilizados según los propios caracteres, típicos de la historia de cada disciplina (por ende en el caso de la sociología se pasaría a la distinción-sinergía entre metodología cualitativa y cuantitativa).


Aún así esta propuesta sintética – dadas las actuales condiciones de parcialización caótica del conocimiento sociológico – se presenta como utópica y crea problemas si se la confronta con lo que se está discutiendo en las ciencias y en las tecnologías cognitivas (CTC), con una conexión constante entre informática, neurobiología, inteligencia artificial, lingüística y epistemología[57]. La fase cibernética inicial (desde el 1940 al 1956) de las CTC ha visto el surgimiento de nuevas atracciones: la utilización de la lógica matemática para explicar el funcionamiento de la razón humana, el advenimiento de la teoría de los sistemas como metadisciplina capaz de ofrecer principios generales para cada ámbito complejo (de la sociedad a la economía), y del desarrollo de la teoría de la información como estudio estadístico sobre la señal y los canales de comunicación.


En una primera fase la atención de los estudiosos se concentró en la hipótesis cognitiva fundada sobre los símbolos y en una segunda fase en aquella conexionista.


La cognición es considerada muy afín a una calculadora y en efecto ha sido definida como computación (tratamiento mediante calculadora) de las representaciones simbólicas, es decir, de los elementos que representan aquello a lo que corresponden. En particular, la cognición presupone una representación de los elementos de una situación. Y la hipótesis cognitiva considera la calculadora como un modelo para entender el funcionamiento del pensamiento humano, realizada mediante un cálculo de los elementos simbólicos a partir de ciertas reglas. La inteligencia artificial es el producto principal del cognitivismo, que considera el cerebro humano como un dispositivo de tratamiento de las informaciones capaz de reaccionar en modo selectivo a las solicitudes ambientales. Sin embargo, en este sentido, los estudios más avanzados versan sobre las redes neurales (neural nets) conexionistas.


En efecto el cognitivismo presupone aplicar una secuencia de reglas, pero es necesario tener presente que en situaciones complejas las operaciones en secuencia no son más gestibles debido a su numerosidad. Al mismo tiempo una mínima défaillance (falla) de una parte de los símbolos o de las reglas en secuencias puede minar todo el proceso.


Surge por esto la estrategia del conexionismo fundado sobre las neuronas, es decir sobre los elementos simples con propiedad que se manifiestan cuando se produce una conexión entre las mismas neuronas y que se activan al mismo tiempo que refuerzan su relación. De este modo se verifica que una acción tiene lugar cuando se produce la conexión de las neuronas. De aquí el origen el término conexionismo[58].


Sin entrar ulteriormente en los detalles, es suficiente citar la conclusión a la que llega Varela: “si la clave de la cognición es la facultad de hacer emerger el significado, es porque la información no es una prestación como un orden intrínseco, sino que corresponde a la regularidad emergente de las mismas actividades cognitivas”[59]. Regresamos así a la centralidad del significado, que se pretende hacer emerger (hervobringen) según una modalidad que tiene origen en la perspectiva fenomenológica.


La objeción de fondo que se puede hacer a esta intensa y ardua línea de pensamiento es la de haber realizado una elección casi unánime en dirección de la investigación neurofisiológica. Por este motivo, Varela se autocoloca sobre el lado de las neurociencias[60].


En este sentido parece ser también justificada la crítica realizada a Searle de “neuralización” como “intento mal dirigido de imitar a las ciencias físicas. “[61].


En definitiva una vez más el círculo se cierra y se asoma la vieja discusión entre las ciencias de la naturaleza y las ciencias del hombre.


Complementariedad versus negación recíproca


A propósito de Znaniecki y de uno de sus últimos libros[62] se ha observado oportunamente que el autor “utiliza los conceptos de acción y de acción social para evaluar críticamente mucha de la literatura científica social y de otro tipo – inclusive las investigaciones cuantitativas, los varios tipos de cuestionarios y los experimentos psicológicos de laboratorio – demostrando que, si bien son diferentes, no lo son del todo respecto a las acciones cotidianas del mundo social”[63].


Existe así un complemento recíproco entre acción, acción social y acción cotidiana. Lo mismo puede decirse sobre el plano del orden procesal del análisis científico: si la observación preliminar (o la investigación de fondo), la formulación de las hipótesis, la verificación y la experimentación empírica y por último la interpretación-explicación de los resultados representan la secuencia lógica y usual de cada proceso de análisis de los fenómenos sociales, también la experiencia concreta de la investigación puede agregar alguna inversión en la secuencia cronológica de las diversas fases, sin que por esto sea menor la credibilidad de los resultados obtenidos. Esta es la prueba de cuánto se ha logrado hacer en el campo de la microsociología, donde el término micro es apenas accidental si se considera toda una serie de detalles pequeños, de situaciones particulares, de indicios mínimos que, juntos con otros datos recolectados, caracterizan los procedimientos de la investigación.


Aún en términos estrechamente cuantitativos no siempre la microsociología (o la sociología cualitativa) se encuentra en una condición de inferioridad. Por otro lado ya ha sido aclarado la paridad científica de las dos metodologías, la misma dificultad analítica y la misma complejidad procesal, que une en vez de dividir las dos perspectivas, ya no contrapuestas sino en un lazo (linkage) al que se hace referencia constantemente.[64]


También es éste, en parte, el sentido de una metodología “integrada”, aquella seguida por Costantino Cipolla, quien delinea una teoría del conocimiento “conjuntiva” del sujeto y del objeto y fundada sobre “diferentes niveles heurísticos”[65]. Sin embargo, esto no significa negar la dificultad objetiva, como en el caso de la investigación biográfica que “si bien posee una larga tradición en la historia de la sociología, tiene quizás un estatuto metodológico menos consolidado… en lo que se refiere, sobre todo, a su autosuficiencia y a su legitimación autónoma hacia la verdad”.


Tal debilidad de naturaleza histórica sirve para formular críticas a algunos estudiosos no propensos a reconocer la validez del enfoque biográfico.


Un conjunto de puntos emergentes – algunas veces pertinentes, otras casi irónicos – son presentados por Franco Leonardi[66], que habla de la fragilidad de la estrategia del análisis cualitativo y que – apropiado al menos en este caso – critica el texto de Schwartz y Jacobs sobre la sociología cualitativa[67] que en realidad no es el mejor texto disponible en el mercado internacional y que quizás también un fracaso como elección editorial.


Más calibrada y conducida hacia temáticas estrechamente epistemológicas parece ser en cambio la propuesta de Gianni Statera[68] que, superado el primer momento de reacción inmediata a la nouvelle vague antimetodológica, se mueve con gran cautela en el terreno minado de teorías, defendiendo el modelo de Dewey-Lazarsfeld como “la expresión más sintética de la ratio (razón- razionalizzación) propia de la investigación científica” debido a su capacidad de reducir la complejidad. Pero lo que más importa es – según su opinión – el mantenimiento de una lógica de investigación y de sus reglas. Statera rechaza los formalismos demasiados rígidos pero también el anarquismo metodológico de Feyerabend, y defiende los “conceptos, preposiciones y observaciones” que son los que constituyen la base de las teorías científicas.


En esta oportunidad la polémica anti-cualitativa ha quedado en un segundo plano. Y es justamente en el terreno de la exigencia de criterios que es posible el encuentro entre enfoques diferentes.


La diversidad concierne a las técnicas y a su desarrollo, los contenidos de la representatividad, la difusión de las metodologías, la tensión ideológica de fondo y la duración misma del análisis. Pero tal diversidad no puede resolverse en la presunta superioridad de una opción respecto a otra. La diversidad es al mismo tiempo riqueza de propuestas, sin que se deban abandonar algunos criterios irrenunciables.


Para ejemplificar, en el caso de la representatividad, hay que considerar que no existe sólo aquella de tipo estrechamente estadístico que reproduce en la muestra los caracteres numéricos del universo considerado, sino también aquella de tipo temático, que retoma los aspectos cruciales de un fenómeno, a través de la experiencia peculiar de algunos sujetos, los cuales expresan ordenamientos y comportamientos que pertenecen también a las más amplias categorías de personas. Por esta razón es posible, en el ámbito de la sociología cualitativa, la experimentación de una representatividad que sea al mismo tiempo temática y categorial, es decir, relacionada a problemas específicos y a grupos sociales definidos, aun sin la pretensión de realizar generalizaciones indebidas.


Se trata de una representatividad que no procede casualmente, sino que responde a una amplia característica numérica, solo como garantía que apunta a evitar la predeterminación de las elecciones por parte del investigador, llevando más o menos inconscientemente a interactuar con sujetos símiles a las propias características socio-ambientales y a las propias preferencias ideológicas y comportamentales.


De este modo se trata de crear un lazo creíble y válido entre lo micro (sujeto) y lo macro (la sociedad), captando – entre otras cosas – en la cultura (conjunto de valores, actitudes y comportamientos), el término del pasaje de la dimensión individual a la social y viceversa.


No es éste ciertamente el único punto de convergencia posible; se pueden encontrar otros pero es necesario superar antes algunas posiciones preconstituidas y no considerar algunas propuestas “alternativas” sólo como ataques “anti”. Las instancias de los comportamentistas, de los interaccionistas simbólicos, de los fenomenólogos, de los individualistas y de los pluralistas metodológicos tienen en efecto una propia plausibilidad de fondo; si algo falta, son los procedimientos verificados y funcionales, las investigaciones completas y los resultados apreciables. Dicho de otro modo, la teorización prevalece sobre la experimentación empírica, especialmente en el campo sociológico, mientras en otros ámbitos disciplinarios se constata que, por ejemplo, el psicoanálisis, la psicohistoria y la etno-historia han alcanzado niveles metodológicos tal vez mejor calibrados y verificados respecto a los de la sociología cualitativa.


La medición entre subjetividad y objetividad


El procedimiento de la medición es un elemento cardinal de cada operación científica. Frecuentemente se conoce sólo el producto final expresado en números y sobre todo, en porcentajes, pero es mucho más difícil entrar en el detalle de los varios pasos que han llevado los datos a conclusiones sintéticas.


En la historia de la ciencia no han sido siempre realizadas acciones meticulosas de verificación directa de step by step, es decir paso por paso, de las investigaciones realizadas por otros estudiosos. Cuando se lo ha hecho, nos hemos encontrado frente a sorpresas singulares. Algún ejemplo nos lo proporciona Stephen Jay Gould[69] que pone en evidencia el rol de los prejuicios personales y de las expectativas de matriz cultural, con relación a estudios científicos en los cuales la subjetividad, tal vez en modo no consciente, prevalece sobre la objetividad y sobre la neutralidad. Esto sucede en las ciencias presuntamente menos subjetivas, en las que se considera en general que el rigor es mayor, basado en el peso de los números y de las mediciones meramente cuantitativas.


Son tres las modalidades catalogadas por Gould para la verificación de cuanta subjetividad entra en juego en las investigaciones científicas. La primera, más previsible, es aquella del fraude puro y simple; la segunda es la de la finalidad que orienta la investigación hacia resultados esperados; la tercera concierne a la influencia decisiva de prejuicios invalidantes que impiden el desarrollo correcto y aséptico del enfoque.


Una primera doble conclusión que emerge conduce a dudar de la idea de que la objetividad (si es que ésta existe) corresponda a la verdad y que la subjetividad implique algo falso.


En segundo lugar se debe recordar que los estudiosos, más allá de ser sujetos sociales, están culturalmente condicionados y orientados debido a las experiencias personales, demasiado significativas como para ser completamente canceladas.


Last but not least (por último, aunque no menos importante), es necesario señalar que “los elementos subjetivos no siempre conducen la ciencia hacia el error, sino que pueden sugerir enfoques útiles y superar los antiguos modos de pensar”[70]. La conocida distinción entre contexto de justificación (cómo establecer si un argumento es verdadero o falso) y contexto de descubrimiento (cómo se desarrolla una argumentación) ha sido retomada por Gould para recordar que algunas grandes teorías consideradas sucesivamente válidas han surgido en modo del todo subjetivo, mientras otras luego consideradas falaces han surgido como consecuencia de experimentos atentos y rigurosos, pero acompañados por una interpretación desviante de los datos.


La sugerencia es entonces rechazar tanto el mito inductivista (según el cual a partir del análisis de los hechos surge la teoría) como el mito relativista (en base al cual los científicos tienen una visión personal por lo que el descubrimiento de la verdad es imposible y en consecuencia todo es relativo). En definitiva, la dimensión subjetiva puede ser útil o dañina: es necesario distinguir entre lo que conduce al mejor conocimiento posible y lo que desvía el recorrido siguiendo prejuicios subjetivos.


Tanto en el campo cuantitativo como en el cualitativo el problema es reconocer y corregir los usos desviantes de las metodologías y de sus respectivas técnicas. Así, en el caso del fraude, debe ser descubierto el invento consciente de los datos; en el caso de la finalización, debe ser señalada la manipulación inconsciente de los resultados orientados hacia éxitos preestablecidos y, por último, en el caso de los prejuicios invalidantes, se debe llamar la atención (aún frente a los datos recolectados en forma correcta) sobre la interpretación que es dirigida a satisfacer las expectativas subjetivas del investigador.


Los ejemplos ofrecidos por Gould se refieren a algunos aspectos de la ciencia recubiertos de invulnerabilidad: el número de la medición. Sería interesante e instructivo volver a recorrer todas las fases de construcción de las falsas teorías analizadas por Gould, para captar mejor el sentido de su contribución. Es suficiente, al menos, citar alguna de sus conclusiones.


Antes de todo “la ciencia nunca puede ser separada de los elementos subjetivos”, además “los elementos subjetivos (parte del contexto del descubrimiento) pueden conducir a conclusiones correctas (contexto de la justificación)”[71]. Las desviaciones subjetivas pueden ser individualizadas en el origen y corregidas en el nivel de los resultados y las interpretaciones.


Este tipo de intervención tiene un evidente carácter deontológico, con alguna utilidad para disolver la complejidad del mundo social. Para este propósito, es justamente la meticulosidad metodológica la que logra ofrecer un soporte vital, decisivo.


Las convergencias potenciales


Las metodologías y los instrumentos de análisis cualitativo deben ser perfeccionados constantemente[72], en particular a partir de un compromiso renovado a favor de la sociología cualitativa, luego de un largo período en donde “el camino corto y rápido del cuantitativismo” había celebrado su “victoria del método”[73].


Hoy se habla de una verdadera “triangulación” en el análisis para verificar los resultados obtenidos mediante metodologías diferentes, para controlar los distintos datos resultantes de un mismo enfoque metodológico, para examinar los resultados por un grupo diferenciado de analistas y para considerar los datos según perspectivas teóricas múltiples[74].


En este sentido, se ha observado que “no existe a priori alguna razón para oponer los métodos cualitativos a los métodos cuantitativos”[75]. Y existen ejemplos concretos de convergencia entre las dos metodologías[76] que en términos kuhnianos pueden ser considerados como dos paradigmas diversos[77]. Sin embargo es útil evitar ulteriores confusiones conceptuales, si bien no faltan en las dos metodologías algunos aspectos típicos que orientan la elección del objeto de investigación, la modalidad de investigación y la interpretación de los resultados, como sucede en el caso de los paradigmas (o de los pre-paradigmas que aspiran a convertirse en paradigmas).


Los que reflexionan en modo perjudicial sobre el problema de lo cuantitativo y de lo cualitativo tratan concretamente de superar los obstáculos que provienen de algunas preocupaciones típicas de una u otra metodología y sugieren nuevas soluciones, nuevos recorridos, más allá de la lógica tradicional de la investigación sociológica. Por lo tanto, la secuencia habitual (teoría, hipótesis, recolección de los datos, análisis de los datos, resultados) puede algunas veces no puede ser aplicada rigidamente. Lo mismo puede decirse sobre el esquema de Lazarsfeld sobre la medición de los conceptos y la construcción de las variables (en cuatro etapas: momento imaginativo-teórico, especificación del concepto en varias dimensiones, selección de los indicadores, formación de los índices).


En esta óptica, se ve claramente que no es más una cuestión de meros instrumentos técnicos dirigidos a colocar juntos los datos, sino que existe una base mucho más amplia, que presupone elecciones epistemológicas precisas y opciones definidas. Una preferencia decisiva en el campo cualitativo es aquella relativa a la ausencia (o flexibilidad) de una estructura teórica predeterminada, dejando el campo abierto a varias soluciones que sólo la investigación empírica tendrá modo de sugerir. Otra alternativa, como ha propuesto Blumer[78], es usar conceptos sensibilizantes (sensitizing concepts), que orienten pero no condicionen la investigación. Así será más fácil acercarse al “punto de vista del actor”.


Tal acercamiento en términos de inducción analítica (analytic induction) ya había sido propuesto por Znaniecki en 1934[79] y retomado por Robinson en 1951[80]. Éste prevé una primera definición general del problema, una explicación hipotética, un examen de casos para establecer la base de la hipótesis formulada, una reformulación de la hipótesis o una redefinición del problema en caso de una no-verificación continuando hasta no encontrar más casos invalidantes de la hipótesis.


El procedimiento parte siempre de una visión epistemológica sustancialmente compartida y es avalado por técnicas peculiares, distinguiendolo entre los dos tipos ideales (cuantitativo y cualitativo), según el esquema ilustrativo propuesto por Bryman[81]:



 


Metodología

cuantitativa


Metodología

cualitativa

 


Función de la investigación


preparatoria;


instrumento de exploración de las interpretaciones ofrecidas por el actor.

 


Relación entre investigador y sujeto:


distante;


cercana.

 

 


Posición del investigador respecto al sujeto:

 


externa;


interna.


Relación entre teoría/conceptos e investigación:

 


verificación;


surgimiento de los datos.


Estrategia de la investigación:

 


Estructurada;


no estructurada.


Objetivo de los resultados:

 


nomotético;


idiográfico.


Imagen de la realidad social


estática y externa respecto al actor;


procesal y construída socialmente por el actor.

 


Naturaleza de los datos:


fuerte, válida


rica, profunda.


 


 


 


Este cuadro evidencia los caracteres específicos de los dos enfoques y subraya los puntos de mayor fricción: la representatividad y la generalidad. En consecuencia aparecen además evidentes tanto las virtudes como los defectos de cada una de las dos perspectivas. En este sentido la solución-doble es siempre más adecuada para superar las carencias propias de cada uno de estos modos de análisis.


Bryman habla explícitamente de una combinación de metodologías para superar las distinciones entre investigación cuantitativa y cualitativa[82]. Se evitarían así varios ataques por parte de los fervientes opositores de uno y otro frente. Y se dejaría de lado ciertos énfasis de más que caracterizan el enfrentamiento entre la llamada Escuela de Chicago, más cualitativista, y los exponentes de la Columbia Universtiy, más cuantitativista[83].


Esta propuesta que combina los dos enfoques retoma también la idea de la triangulación, ya presente en Denzin[84] y en Patton, para hipotetizar la contribución de estudios, perspectivas, fuentes, metodologías y técnicas múltiples. Por lo tanto, “la investigación cuantitativa y la cualitativa pueden ser percibidas como diferentes vías para examinar el mismo problema de investigación. Mediante la combinación de las dos, las pretensiones de validez del investigador para sus propias conclusiones se refuerzan, demostrando así que éstas ofrecen una recíproca confirmación”[85]. Por lo que, contrariamente a cuanto es considerado generalmente, la investigación cualitativa favorecería aquella cuantitativa y viceversa. Lo que no sólo es una buena intensión sino que ha alcanzado diversas verificaciones empíricas[86].


La espistemología cualitativa y la epistemología cuantitativa no son incompatibles. En muchas investigaciones han sido usadas ambas metodologías. Un ejemplo es el proyecto ORACLE (Observation Research and Classroom Learning Evaluation), de corte cuantitativista y con notables contribuciones cualitativas[87].


Las utilidades de la investigación cualitativa para la investigación cuantitativa son numerosas y de notable ventaja: tanto cuando se deben construir las hipótesis o cuando se quiere conocer el contexto de investigación; como cuando se quiere conducir la investigación de fondo, o se piensa en construir escalas o índices; cuando se trabaja con un enfoque multimétodo o cuando se deben individualizar los indicadores relativos a una tipología de actitudes y comportamientos.


Sin embargo, concluye Bryman[88], el camino a recorrer para alcanzar la completa equiparación es todavía vasto, pero la sociología cualitativa ya no es más una “cenicienta”.


Epistemología, metodología y praxis de investigación


Thomas P. Wilson es uno de los pocos investigadores extranjeros, sostenedor de un encuentro entre lo cualitativo y lo cuantitativo, que ha encontrado eco en Italia. El estudioso enfrenta la cuestión a ragion veduta, es decir ya verificada y con gran prudencia: “cuando se trata de opciones en la práctica de la investigación, el investigador de hecho tiende a dar por descontado la recíproca dependencia entre métodos cuantitativos y métodos cualitativos”[89]. Wilson considera el enfrentamiento de las dos metodologías “privada de fundamentos reales”. El autor es aún más explícito sobre el plano meramente metodológico: “debemos abandonar cuatro asuntos centrales que están a la base de la discusión metodológica formal en las ciencias sociales: la utilidad de la dicotomía nomotético/idiográfica; la idea que los problemas metodológicos en el enfoque cualitativo y en aquel cuantitativo son fundamentalmente diversos; la idea que estos dos enfoques representan una alternativa real entre sí y la idea que la objetividad es propiedad del conocimiento derivada del seguimiento fiel de específicas reglas en los procedimientos”[90].


La conclusión que emerge es que no existe alguna supremacía de un enfoque sobre el otro. Ambos son complementarios y no alternativos.


La posición de Leonardo Cannavò es problemática e históricamente más atenta: “la reconstrucción racional de la disciplina que cada historia de la sociología efectúa parece no lograr escapar a esta contradicción de fondo, es decir, a la difícil congruencia entre una teoría social (permanentemente europea, donde el programa weberiano es el que prevalece), y una investigación social (permanentemente norteamericana, orientada en cambio a modelos pragmáticos y positivistas). En el primer caso, se ha consolidado una orientación dualista que contrapone netamente cantidad y calidad, configurando las ciencias sociales como eminentemente interpretativas de fenómenos y procesos cualitativos que nunca son idénticos a sí mismos. En el segundo caso existe una orientación monista que limita el análisis cualitativo a la fase explorativa en el primer contacto en la investigación sociológica, orientada al conocimiento que analiza (y mide) los fenómenos sociales cuantificables”[91].


Por otro lado se estigmatiza la “nefasta” contraposición entre nomotético e idiográfico, entre cantidad y calidad, entre medición y cualitativismo[92]. Y oportunamente, nos detenemos en la querelle de la medición[93], para concluir luego que “existe un continuum autoreflexivo y reversible, en donde el pasaje de la calidad a la cantidad y viceversa es garantía de investigación inteligente” y que “la integración entre los dos tipos de análisis se hace epistemológicamente inevitable”[94].


Este enfoque lo ha retomado Mario Cardano que comparte la línea de Cannavò y toma de Bryman la “tesis técnica” de convergencia entre las dos metodologías. Sin embargo, Cardano se da cuenta de la imposibilidad de callar “la especificidad y las diferencias que se desplazan entre los dos enfoques, disueltos en la expresión tout va (todo es posible)”[95]. Por este motivo Cardano analiza las raíces epistemológicas que han dado origen a opciones metodológicas diferenciadas y a diversidades modalidades de investigación, acertando que la relación entre epistemología y metodología no es particularmente estrecha (es más, en algunos casos es más bien aleatoria, por lo que no existiría demasiada diferencia entre cualitativo y cuantitativo) y que la división se realiza sobre todo en el campo empírico, en los procedimientos aplicativos.


Cardano muestra que las “recetas” metodológicas no siempre son seguidas a la letra por lo que se verifican varias contaminaciones entre cualitativo y cuantitativo.


Si luego se examina la práctica de investigación, surgen diferencias peculiares tanto en la construcción del dato como en la justificación de las conclusiones. Por otro lado el enfoque cualitativo es caracterizado por la escasa división del trabajo científico, el número reducido de los casos, la larga y directa interacción observador/observado, la lógica inductiva y la abductiva (ésta última según la noción de Peirce, que preveía la construcción de una hipótesis explicativa a partir de un conjunto de datos), la presencia de conceptos sensibilizantes, la flexibilidad de las fases de investigación, la argumentación narrativa. El enfoque cuantitativo en cambio, tiene una notable división del trabajo: un gran número de casos, una interacción más bien breve, una lógica deductiva, una articulación de las etapas de la investigación rígida y una argumentación formal y numérica.


La contribución de la teoría a partir de los datos (Grounded Theory)


Tanto Bryman como Cardano y así también Silvia Gherardi y Barry Turner[96] subrayan la importancia de la contribución ofrecida por Glaser y Strauss con la grounded theory. Teoría que tiene un carácter inductivo en cuanto asume los datos como punto de partida para la teorización, y que – en consecuencia – al contrario de lo que sucede en el ámbito cuantitativo – representa sólo un punto de llegada.


La elección de la teoría definida grounded, es decir, “fundada”, en cuanto ligada al terreno de la investigación y a los datos que de ésta provienen, no comporta en dirección primaria el uso de técnicas específicas (que de todos modos son ilustradas), sino que comporta más bien un “estilo” de investigación que recurre a constantes comparaciones y a desarrollos conceptuales densos, retomando mucho del pragmatismo americano de Dewey[97], Mead[98] y Peirce[99], prestando atención a la dinámica y la acción en situaciones problemáticas.


La misma Escuela de Chicago es el modelo para la práctica empírica de la observación y de las entrevistas intensivas, para captar la interacción social en su desarrollo y el punto de vista de los actores en su expresión. Con tal orientación de fondo no se apunta a cancelar la teoría sino a mejorarla con el soporte de los datos recogidos, que son la base del razonamiento teórico.


Anselm L. Strauss cita como background de su teoría el aporte, entre otros, de Everett C. Hughes[100] e insiste sobre el hecho de que “el estilo de análisis de la grounded theory se basa sobre la premisa según la cual la teoría a varios niveles de generalidad es indispensable para un conocimiento profundo de los fenómenos sociales”[101].


Si bien Glaser y Strauss han trabajado juntos, desde los inicios, en la formulación de la grounded theory[102]en una serie de estudios empíricos aplicativos[103], y en otros trabajos publicados luego separadamente[104] o, como en el caso de Strauss[105], con otros autores. Se trata de una producción amplia, en donde teoría y empiria proceden conjuntamente y favorecen el surgimiento de nuevas interpretaciones junto a nuevas soluciones procesales. Al día de hoy, el texto más actualizado es aquel escrito por Strauss y Corbin (y dedicado a Glaser) sobre los fundamentos de la investigación cualitativa y sobre las modalidades de implementación de la teoría que podemos definir ‘basada en los datos’[106].


En efecto, la grounded theory se basa en los datos; éstos son los fundamentos sobre los que se apoya la formulación teórica y en consecuencia el conocimiento científico. La recolección de los datos es una premisa – y por lo tanto fundamental – a la que hace referencia el razonar teórico para llegar a la importancia de la validez científica y para utilizar una plausibilidad válida de los resultados. Literalmente se debería decir que la teoría es “fundada”, “basada” (grounded), aunque conviene precisar ulteriormente el contenido de tal fundamento, es decir de los datos empíricos. De este modo, puede hablarse de una teoría en base a los datos, que toma en consideración lo que es esencial y fundamental. En forma más sintética, la expresión “en base a los datos” parece representar bien el concepto original de Glasser y Strauss, manteniendo el contenido principal y haciéndolo aun más explícito en el significado con la inclusión de la referencia a los datos.


En su formulación originaria, la teoría en base a los datos prevé una primera inmersión en el campo de la investigación y una primera recolección de los datos con el objetivo de formular algunas categorías iniciales de análisis. Tales categorías se deben mantener hasta que no sean refutadas por los datos. Si continuando luego en la investigación nos damos cuenta que nada de peculiarmente nuevo se agrega a lo ya conocido, entonces se considera que las categorías están saturadas y no necesitan ulteriores pruebas empíricas. Sigue así una reflexión más profunda pero menos empírica sobre las categorías y sobre los criterios de inclusión en éstas. Se pasa luego a formular categorías definitorias muy generales que orientan al investigador (de este tipo son los conceptos sensibilizantes propuestos por Blumer), ocasionando ulteriores reflexiones y la investigación de otros aspectos a incluir en las categorías. Es también posible individualizar nuevos lazos de las categorías en ámbitos diferentes a aquellos de la investigación. De este modo, se pueden formular hipótesis sobre los lazos y definir las condiciones en que éstas son presentadas. Sucesivamente, se verifica qué consecuencias comporta el nuevo esquema teórico para las formulaciones precedentes. Por último, los nuevos lazos entre las diversas categorías se verifican en condiciones particularmente difíciles para acertar la validez[107].


Se deduce fácilmente que la relación entre teoría y empiria es constante, tanto que algún crítico ha dudado de la posibilidad de mantener una atención continua sobre ambos lados de la investigación sociológica[108].


En tanto, existe un elemento singular que debe ser señalado. La teoría en base a los datos reconoce como su principal inspirador – especialmente por Strauss – al mismo John Dewey, que en otras posiciones se reivindica como perteneciente al propio territorio[109] y más confiable que el mismo Karl Popper[110]. No sólo eso. Hay que recordar, por otro lado, que Barney Glaser proviene justamente de la escuela de Paul Lazarsfeld en la Columbia University de Nueva York. En definitiva – y no cierto por ironía de la suerte sino como lógico resultado de un recorrido sustancialmente común – Dewey y Lazarsfeld serían el origen, al mismo tiempo, de la teoría en base a los datos y de un modelo – que lleva su nombre[111] – el cual, afinado y modificado, constituye también para los no cualitativistas algo que “de hecho es inevitable realizar si se considera correcto pensar en la investigación sociológica como investigación científica”[112]. La explicación de este “doble” resultado hay que buscarla en el hecho de que la gente de Columbia ha frecuentemente insistido sobre un estrecho lazo entre datos y teoría.


Una vez más se demuestra que las dos metodologías pueden converger más allá de ser diversificadas sobre el plano estructural y operativo. Y el caso Dewey-Lazarsfeld se convierte en una ulterior indicación especialmente para quien realiza, mayor y frecuentemente, trabajo de campo en la investigación sociológica, más allá del enfoque utilizado (global y/o procesal).


Si se entra posteriormente en el detalle de las fases de investigación, en lo que se refiere a la teoría en base a los datos, se obtiene la confirmación de una línea común. Sin embargo quedan, por parte de algunos investigadores, perplejidades e interrogantes que aún no han sido aclarados completamente.


Las fases de la teoría en base a los datos


El recorrido de la teoría en base a los datos es al mismo tiempo un work in progress, tanto que de uno a otro texto de Glaser o Strauss se notan diferencias significativas. Conviene, entonces considerar aquella que ha sido indicada como la versión más reciente[113].


Principalmente, se deja de lado toda operación estadístico-matemática, se favorece al máximo el análisis retrospectivo de las situaciones, se evita la influencia de prejuicios, se confía en los datos, pero no se le quita valor a la abstracción de la reflexión teórica.


Una teoría válida en base a los datos es capaz de representar la realidad a la que se refiere, también es comprensible para los sujetos estudiados y tiene un grado de abstracción tal que es aplicable a varios contextos que resultan en relación con el universo de la investigación. Además, la teoría en base a los datos se refiere tanto a los conceptos como a las relaciones entre los conceptos. Por último, no renuncia a la significatividad, al interplay (interacción) entre teoría y datos, a la generalización, a la reproductibilidad, a la precisión, al rigor y a la verificación[114].


Un concepto-clave ya analizado por Glaser en su volumen del 1978 (cfr. nota 105), es aquel de sensibilidad teorética (theoretical sensitivity), es decir, la capacidad de captar la sutileza del significado de los datos, distinguiendo entre lo que es pertinente y lo que no entra en la problemática de la investigación que se está realizando.


La grounded theory construye más que verifica. Por lo tanto, los procedimientos de codificación (coding procedures, es decir, los procesos de análisis de los datos) son en sustancia analítico-generativos. Pero también lo es la codificación abierta (open coding) en cuanto los conceptos (etiquetas atribuidas a los hechos) son individualizados en base a sus propias características. Los datos, por otro lado, son analizados en términos comparativos, debido a que las afinidades existentes entre sí dan lugar a categorías (reagrupamientos más abstractos de conceptos).


Para mejorar la sensibilidad teorética se sugieren algunas técnicas: preguntas múltiples, análisis detallados de palabras y frases, procedimientos flip-flop (es decir, cambio o inversión del propio punto de vista, asumiendo otra posición entre dos o más), comparaciones de cerca o lejos, no dar por descontado lo que otros sostienen con certeza (es más, tal certeza debe ponernos en guardia, es decir “agitar la bandera roja” – wawing the red flag – para indicar la necesidad de prestar más atención).


La codificación axial (axial coding) consiste en reorganizar los datos luego de la fase precedente de codificación abierta (open coding), para llegar a conexiones entre las categorías (que, como ya se ha dicho, son clasificaciones de conceptos estables mediante comparaciones y oposiciones entre ellas). Tal operación es conducida gracias a un paradigma de codificación (coding paradigm) que comprende condiciones causales y estructurales, contexto, acción e interacción y sus efectos. El procedimiento es tanto inductivo como deductivo.


La codificación selectiva (selective coding) se refiere a la selección de aquel fenómeno (de aquella idea o evento hacia donde se dirigen las acciones y las interacciones) que tiene una función de centralidad en cuanto interacciona con todas las demás categorías.


También el cambio puede ser integrado a la teoría, uniendo entre ellos los efectos de las acciones y de la interacción, analizando la evolución en el tiempo. Es necesario sobre todo, saber reconocer las señales relativas a los cambios en acto.


Se pueden relacionar condiciones y efectos a un fenómeno a través de acciones e interacciones. Con tal fin, se usa una matriz condicional (conditional matrix) que sigue condiciones y efectos en su desarrollo, por lo que es posible verificar su incidencia a partir de los recorridos trazados respecto al fenómeno.


Por último, el problema de la muestra se resuelve eligiendo hechos que conduzcan a conceptos relevantes. La muestra varía con el tipo de codificación: puede ser abierta (open sampling), relacional y variada (relational and varitional sampling) y distintiva (discriminate sampling), respectivamente open codingaxial codingselective coding.


Como procedimientos agregados se citan los promemoria (memos) y los diagramas (diagrams). Los primeros son apuntes escritos relativos al análisis y a las relaciones de la formulación con la teoría; los segundos son representaciones gráficas de las relaciones entre los conceptos.


Este rápido excursus ofrece una idea apenas sintética de los varios pasos útiles en el descubrimiento de la teoría en base a los datos. En realidad el volumen de Strauss y Corbin es rico de detalles y ejemplificaciones que acompañan al investigador fase por fase, sugiriendo además un nivel inicial de profundización que se limita a la codificación axial, mientras que para un trabajo más completo se parte de la codificación selectiva para finalizar con los promemorias y los diagramas.


Por último se puede señalar un complemento útil, en términos de ejemplos y esclarecimiento, se encuentra en el texto escrito por Strauss algunos años antes[115].


El enfoque biográfico


La teoría en base a los datos tiene su más fértil aplicación en el campo del enfoque biográfico, con una tradición de casi un siglo, lo que hace que hoy esté bien radicada.


Tal tradición ha sido además ampliamente reevaluada porque “denunciados, al inicio de los años ‘60 con un vigor que evocaba la virulencia del debate sobre el método conocido 30 años antes; los problemas y los límites reconocidos a los métodos cuantitativos han provocado la recuperación del interés por la monografía y, en general, por los métodos cualitativos de los cuales la historia de vida es el ejemplo por excelencia”[116].


Sin tener necesariamente que acoger la lección del individualismo metodológico – que ve el origen de cada evento en el comportamiento individual – el enfoque biográfico tiene como punto de partida la experiencia personal. Pero el objetivo es siempre de carácter puramente sociológico, es decir, relativo a un conocimiento del individuo esencialmente como sujeto social. En el ámbito de la metodología cualitativa el comportamiento del individuo es siempre central, aunque no se realiza en el interior de su confín subjetivo; tampoco se considera el origen casi exclusivo de los fenómenos sociales, que son, en cambio, un mix de intervenciones múltiples con una matriz no sólo individual.


En otras palabras, el enfoque biográfico tiende a evitar todo énfasis del rol del individuo, pero al mismo tiempo no considera el comportamiento subjetivo como algo insignificante, si no que apunta a colocar al individuo en su contexto, captando acciones e interacciones, condicionamientos y reacciones; también intensiones, gestos y posturas.


Entre otras cosas, es a partir de las consideraciones de estas elecciones de fondo, que el individualismo metodológico como tal no encuentra motivaciones plausibles para la utilización directa en la metodología de las historias de vida, aunque si se puede útilmente aplicar al conocimiento del hombre racional en la especie de homo economicus[117].


La grounded theory antes mencionada, parece responder mejor a este objetivo. Se adapta también a las nuevas modalidades de análisis computer-asistida. Es más, algunas de las más convincentes resultados y propuestas de los nuevos programas para computadoras responden a los requisitos de la teoría en base a los datos, asumiendo así el carácter de “filosofía” de base.


En efecto, en las ciencias humanas el uso del hardware electrónico es cada vez más frecuente. Desde un inicio ha servido, en base a programas específicos, para reemplazar la intuición con la cuantificación y luego para individualizar las concordancias en las obras omnia de algunos grandes autores.


Recientemente, productos como el Statistical Package for the Social Sciences (SPSS), especialmente en la versión para personal computer, ha representado una atracción más bien fuerte para los estudios de sociología, hasta convencerlos de organizar los datos en función del programa y no viceversa.


Hoy, en cambio, estamos en una fase en donde son los mismos investigadores los que definen las necesidades y solicitan elementos específicos a quienes se ocupan de la realización de programas “dedicados” al análisis cualitativo. En efecto, uno ya no se conforma con la simple búsqueda de palabras o de frases, de la frecuencia o de las eventuales correlaciones de dos o más elementos. Al mismo tiempo, se abre camino a la convicción de que la computadora es solamente una ayuda, una asistencia, mientras las decisiones principales las realiza siempre el investigador.


De este modo, la misma gestión analítico-interpretativa de una historia de vida recupera su espesor metodológico, tratando de no convertirse en un instrumento-máquina.


Así, es posible vencer “la apuesta epistemológica” que nombra Franco Ferrarotti[118], cuando se lamenta que “también entre los adeptos del método biográfico, la apuesta epistemológica que este método implica ha sido ilusionada. Se ha tentado desplazar la biografía al rebaño epistemológico de las ciencias de la naturaleza: objetividad, investigación inductiva de correlaciones constantes (actitud nomotética), tradición cuantitativa de las informaciones adquiridas, etc. La subjetividad inmanente a cada narración o documento autobiográfico – porque no olvidemos que los materiales que el método biográfico utiliza son en la mayor parte de los casos autobiográficos – ha sido ilusionada por una hermenéutica de la biografía que utiliza los aspectos objetivos” Así, “el cualitativo se anula de frente al cuantificable”[119].


La tenaz defensa del proprium biográfico prosigue hasta afirmar que “si leemos la biografía con el procedimiento deductivo, despojamos implícitamente el método biográfico de todo relieve epistemológico. Sea que lo hagamos con el método inductivo que con el deductivo el método biográfico no tiene ninguna esperanza”[120].


Ferrarotti se coloca también sobre el terreno más problemático de la inferencia y de la recorribilidad, para concluir que “el estudio de la morfogénesis de cualquier fenómeno (o grupos de fenómenos) – que es quizás el objetivo más importante de las ciencias sociales – no puede realizarse a través del uso de un modelo fundado en la medición, justamente porque no todas las relaciones son medibles”; en particular “el uso de un modelo cualitativo sirve… para una adecuada objetivación del fenómeno en examen. Sólo luego de esta objetivación, a través del método cualitativo, se puede pensar en poder introducir criterios de medición, aunque es difícil establecer cuánto de esto sea ahora posible”[121].


El problema es también aquel de establecer lo que se entiende por medición y sobre todo garantizar un desarrollo científicamente adecuado al enfoque biográfico. Varios intentos han sido operados en esta dirección también en Italia[122]. Sin embargo, algunos problemas epistemológicos están todavía esperando una solución. Y en el campo histórico se está todavía buscando una respuesta satisfactoria[123].


Enzo Campelli es uno de los pocos estudiosos en Italia que ha buscado la compatibilidad entre la metodología cuantitativa y la cualitativa. Si por una parte invoca el rigor del procedimiento científico típico de cada disciplina y critica la “renuncia al análisis”, por otra parte duda de la “interacción total” entre observador y observado y sobre todo del hecho de que sea posible leer toda la sociedad a través de “cualquier” biografía[124]


Campelli ve una solución positiva sólo en el “control de procedimiento” y en particular piensa en “la utilización explícita de una ‘grilla’ interpretativa cerrada en grado de conducir sistemáticamente la organización de los datos y el análisis hacia algunos ases de referencias elegidos y a una trama definida de variables, junto a los procedimientos críticos como “análisis del contenido”, “análisis de las contingencias”, además de lo que Degenne define “tecnologías dulces” de la investigación sociológica”[125].


En otro ensayo, Campelli habla explícitamente de una cuarta salida, más allá del rechazo intolerante de la pretensión de superioridad de lo cuantitativo sobre lo cualitativo: “se trata así de trabajar para la definición de un cuarto punto de vista, lejano de la actitud opresora y de la ideología medicionista del primero, así como de los intentos totalizantes del segundo, capaz de reivindicar – sobre la base de un trabajo empírico públicamente controlable – los límites y el significado de la autonomía del enfoque biográfico”[126]. En esta óptica deben ser precisadas las formulaciones teóricas y los procedimientos empíricos, teniendo como objeto “una plena valorización de esta estrategia en la investigación social”[127].


Respecto a la muestra, la posición es más rígida, porque se proponen procedimientos (numéricos y de control) de carácter tipológico, fundados sobre variables-guía[128].


Esta actitud casi anticipa ulteriores reservas localizables en un volumen sucesivo, en el cual se observa que “el enfoque biográfico no parece caracterizarse por una específica lógica de justificación de las aserciones. Quizás es más correcto sostener que esto prevé una actitud de investigación, y en sentido amplio, una estrategia, mas no prescribe un método, o sea su expresión”[129]. En síntesis, se niega una vez más la posibilidad de continuación de la lógica del descubrimiento. El enfoque biográfico es limitado y considerado apto sólo para la investigación preliminar, para la investigación de base (o casi) y se basa sobre el escamotage (línea de fuga) lingüístico de la “estrategia” (que es seguramente menor que una verdadera metodología).


En otra parte del mismo texto de Campelli, luego de alguna crítica a la falta de claridad epistemológica, metodológica y operativa de una cierta conceptualización cualitativista, se reabre (pero también se cierra) la puerta para una confrontación más amplia. De hecho, se excluye la diferenciación entre metodología cualitativa y cuantitativa. Por lo tanto, “las diferencias, que evidentemente existen y son de amplio relieve, deben ser enteramente adscriptas a las técnicas”[130].


Conclusión


El enfoque biográfico es el terreno principal de disputa no sólo en la confrontación entre cualitativo y cuantitativo, sino también en el continuum que liga la epistemología, la metodología y las técnicas de investigación.


Por ejemplo, una posición diametralmente opuesta a aquella de Campelli ha sido asumida por otro especialista en el campo metodológico, Costantino Cipolla, que reinvierte el discurso, afirmando que la cuestión biográfica “no es reducible al nivel técnico de los problemas”[131].


Esta inversión parece ser – salvo incompresiones debidas a un orden causal de los términos – también el punto de partida, que antes era la epistemología; hoy lo es el conjunto mismo de los procedimientos. Por lo tanto, la investigación biográfica “implica técnicas originales, métodos consecuentes y precisas elecciones epistemológicas”[132].


El problema de la representatividad se recupera una vez más con un corte estadístico, con la propuesta de una muestra razonada “a cadena” o de una “elección ‘accidental’, siempre argumentada y predispuesta según un plan de muestreo, hasta contemplar una lógica o una técnica de saturación”, pero en tanto, “el problema de la representatividad en el caso de la investigación biográfica no es seguramente un específico problema técnico de inferencia estadística”. Por otro lado, “parece que el único y verdadero problema sea el que la generalización es histórica y geográficamente dirigida y que, como tal, debe ser tratada, teniendo presente que ésta es en primer lugar lógica y luego metodológica-técnica”[133]. Con esta última precisión se podría resolver la incertidumbre sobre el orden lógico entre las técnicas y las metodologías (o métodos, según la noción preferida de Cipolla), con toda la ventaja para estas últimas.


En conclusión, se reconoce que “en cada caso, la investigación biográfica, bien conducida y afirmada metodológicamente – según nuestra opinión – asume en la sociología una función heurística fundamental, y como tal, plenamente legítima al objetivo y a la “investigación” de la verdad sociológica en modo autosuficiente y sin necesidad de ulteriores aportes externos; a pesar de que nuestro ideal gnoseológico y regulativo es más complejo y amplio”[134].


Ejemplos de investigaciones italianas bien conducidas y metodológicamente correctas no faltan. En torno a la temática de los jóvenes – realizadas sobre todo por Alessandro Cavalli[135] y por su grupo de investigación[136], y las de Riccardo Massa y Duccio Demetrio con un corte más socio-pedagógico[137] – como aquellas sobre la “vita composita” realizada por Laura Bovone[138] y continuada junto con otros colegas de la Universidad Católica de Milán[139].


En el campo internacional se debe mencionar la investigación de Fritz Schütze que – siguiendo la escuela de Anselm Strauss y de su teoría en base a los datos, con una sólida formación sociolingüística – logra explicar sociológicamente los problemas de una entera generación de alemanes con el recuerdo de las experiencias bélicas a partir del análisis de una única historia de vida, la del soldado Hermann[140]. Se debe precisar que Schütze no abandona la idea de hacerse guiar por hipótesis; al contrario, utiliza la de los psicoanalistas Alexander y Margarete Mitscherlich sobre la incapacidad de los alemanes de arrepentirse de los desastres producidos por el nazismo. Desde el punto de vista procesal, por último, no se puede no estar de acuerdo con Schütze en la elección de no hacer preguntas directamente a Hermann sobre el argumento que era el objeto de la hipótesis, lo que ha favorecido todavía más la espontaneidad de la narración autobiográfica.


Con el caso de Hermann se retorna al carácter sociológico de la significatividad de una sola historia de vida, como ya había sucedido a Znaniecki con el caso de Wladyslaw Berkan, introducido en el volumen Zyciorys wlasny (Autobiografía), publicado por el Instituto de Sociología de Poznan en el 1924. Continuaron luego Pamietniki wloscianina (Memorias de un campesino) de J. Slomka en el 1929 en Cracovia y Zyciorys wlasny robotnika (Autobiografía de un obrero) de J. Wojciechowski en Poznan en el 1930, donde la tradición de estos estudios aún hoy continúa[141].


En definitiva, el enfoque biográfico parece ofrecer hoy elementos vitales a los estudios sociológicos. En este sentido, han surgido algunas iniciativas empíricas, como es el caso de las investigaciones sobre la vida composita, sobre las cuales Laura Bovone señala que “un primer itinerario ha sido impuesto por el mismo tipo de hipótesis, de la exigencia: a) de encontrar elementos subjetivos complejos… b) de estudiar itinerarios existenciales… Tales exigencias han impuesto la utilización de técnicas cualitativas y una absoluta apertura respecto a cada suceso vital de los sujetos en cuestión: de aquí la elección del método de las historias de vida. La segunda fase de la investigación… siguió en esta línea, ampliando el recorrido desde un punto de vista cuantitativo… en tres generaciones diversas de universitarios recibidos ya adultos; esta vez, la muestra fue cuidadosamente seleccionada y la investigación fue realizada mediante un cuestionario muy formalizado. Con este instrumento construído justamente sobre la base de las historias de vida recogidas, han sido entrevistados… 450 universitarios recibidos de la ciudad de Milán”[142].


Bastante similar es el caso de nuestra investigación sobre la religión difusa. En un primer lugar se recogieron 84 historias de vida – analizadas en el volumen Senderos de la religiosidad. Una investigación en Roma[143] – y luego se suministró un cuestionario a una muestra representativa en la provincia de Caltanissetta (Sicilia)[144]. La interacción entre dos metodologías y dos técnicas diferentes representa una experiencia que por sí misma supera conflictos inconsistentes y resistencias innovadoras.



[1]. J.-M. Berthelot, “Dualisme et pluralisme en sociologie”, Bulletin de l’Association Internationale des Sociologues de Langue Française, 7, 1991, pag.26.


[2]. J.-M. Berthelot, Op. cit., pag. 27.


[3]. Cfr. J.-M. Berthelot, L’intelligence du social. Le pluralism explicatif en sociologie, Presses Universitaires de France, Paris, 1990.


[4]. J.-M. Berthelot, Dualisme et pluralisme en sociologie, cit. pag.29.


[5]. A. Touraine, “La méthode en sociologie”, Bulletin de l’Association Internationale des Sociologues de Langue Française, 7, 1991, pag. 46.


[6]. L. Voyé, “Où va la méthode en sociologie?”, Bulletin de l’Association Internationale des Sociologues de Langue Française, 7, 1991, pag. 58.


[7]. Cfr. R. Boudon – F. Bourricaud, Dictionnaire critique de la sociologie, Presses Universitaires de France, Paris 1982 y 1986. Sobre la necesidad de un vocabulario sociológico común, cfr. W. L. Wallace, “Standardizing basic concepts in sociology”, The American sociologist, 1, 4, 1990, pag. 352-358.


[8]. R. Boudon – F. Bourricaud, Op. cit., pag. 279.


[9].R. Boudon – F. Bourricaud, Ibidem.


[10].R. Boudon – F. Bourricaud, Ibidem.


[11].R. Boudon – F. Bourricaud, Op. cit., pag. 283.


[12]. Cfr. Radnitzky, Contemporary schools of metascience, Akademiförlager, Göteborg, 1968; Henry Regnery, Chicago, 1973.


[13]. Cfr. A. Marradi (compilador), “Metascienza. Riflessioni sulla conoscenza scientifica”, número monográfico de Sociologia e ricerca sociale, 13, 1984.


[14]. A. Marradi (compilador), Op. cit., pag. 6.


[15]. S. E. Toulmin, “Filosofia e teoria della scienza, storia e sociologia della scienza”, Sociologia e ricerca sociale, 13, 1984, pag. 12.


[16]. G. Statera, “Contro la ‘nouvelle vague’ antimetodologica”, Sociologia e ricerca sociale, 13, 1984, pag. 259. Cfr también J. H. Poincaré, Il valore della scienza, Dedalo, Bari, 1992.


[17]. Cfr. J. F. Gubrium – J. A. Holstein, “Qualitative methods”, en E. F. Borgatta – M. L. Borgatta, Encyclopedia of sociology, Macmillan, Nueva York, 1992, Vol. III, pag. 1577-1582.


[18]. W. I. Thomas – F. Znaniecki, The Polish peasant in Europe and America, University of Chicago Press, Chicago, 1918-1920.


[19]. Cfr. H. Blumer, “An appraisal of Thomas and Znaniecki’s. The Polish peasant in Europe and America”, Social Science Research Council – Bulletin, 441939. Para una profundización sobre el tema cft. C. Corradi, Metodo biografico come metodo ermeneutico. Una rilettura de “I1 contadino polacco”, Angeli, Milán, 1988, en particular pag. 48-83.


[20]. Cfr. H. Blumer, Symbolic interactionism, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, N. J.1969.


[21]. Cfr. W. Foote Whyte, Street corner society, University of Chicago Press, Chicago, 1943.


[22]. Cfr. H. Garfinkel, Studies in ethnomethodology, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, N. J. 1967.


[23]. Cfr. A. V. Cicourel, Cognitive sociology. Language and meaning in social interaction, The Free Press, Glencoe, 1973.


[24]. Cft. J. F. Gubrium, Analyzing field reality, Sage, Newbury Park, Ca., 1988.


[25]. Cfr. A. Schutz, Collected papers, Nijhoff, La Haya, 1971. Para una mayor profundización cfr. C. Cipolla, Oltre il soggetto per il soggetto. Due saggi sul metodo fenomenologico e sull’approccio biografico, Angeli, Milán, 1990, en particular la primera parte, “Metodo fenomenologico e conoscenza sociologica: insopprimibilità del soggetto e trascendimento virtuale di ogni oggettivazione”, pag. 9-79. También sobre el tema cfr. el número monográfico “Théorie du sujet et théorie sociale” de la revista L’homme et la société, 3, 1991, en particular pag. 5-140 y F. Crespi, “La rinascita del soggetto”, MicroMega, 3, 1991, pag. 103-113.


[26]. Cfr. M. Weber, Gesammelte Aufsätze zur Wissenschaftslehre, Mohr, Tübingen, 1951. Para un análisis crítico cfr. A. Fasanella, “Oltre la sociologia comprendente: Weber e il metodo della sociologia esplicativa”, Sociologia e ricerca sociale, 37, 1992, pag. 53-80.


[27]. Cfr. P. Ricoeur, Temps et récit, Seuil, París, 1983, vol. I; 1984, vol. II; 1985, vol. III. También cfr. L. Bottani, “Ermeneutica, metafora e referenza in Ricoeur”, Il contributo, octubre-diciembre, 1990, pag. 3-25; C. Corradi, “The metaphoric structure of sociological explanation”, Philosophy & social criticism, 3, 1990, pag. 161-178.


[28]. Cfr. B. G. Glaser – A. L. Strauss, The discovery of grounded theory, Aldine, Chicago, 1967.


[29]. Entre otros, cfr. H. Sacks – E. Schegloff – G. Jefferson, “A simplest systematics for the organisation of turntaking in conversation”, Language, 4, 1974, pag. 696-735. Para una mayor aproximación, definido “linguística interacional”, cfr. J. Gumperz, Discourse strategies, Cambridge University Press, Cambridge 1982. Para un estudio más actualizado cfr. G. Fele, “L’analisi della conversazione: vocazione sociologica e organizzazione strutturale”, Sociologia e ricerca sociale, 32, 1990, pag. 48-81.


[30]. Cfr. P. Drew – J. C. Heritage (compiladores), Talk at work. Interaction in institutional settings, Cambridge University Press, Nueva York, 1991.


[31]. Cfr. N. Denzin, Interpretative biography, Sage, Newbury Park, Ca., 1991: el sociólogo estadounidense propone la aplicación del enfoque hermenéutico en el dato biográfico (a este propósito véase también C. Corradi, Metodo biografico come metodo ermeneutico. Una rilettura di “Il contadino polacco”, cit.).


[32]. Cfr. D. Bertaux (compilador), Biography and society. The life-history approach in the social sciences, Sage, Londres, 1981.


[33]. Cfr. R. Cipriani (compilador), La metodologia delle storie di vita. Dall’autobiografia alla “life history”, Euroma-La Goliardica, Roma, 1987, Iªedición.


[34]. G. Statera, “Contro la ‘nouvelle vague’ antimetodologica”, cit., pag. 259.


[35]. Cfr. G. Ritzer (compilador), Metatheorizing, Sage, Newbury Park, Ca., 1992, pag. 7.


[36].Cfr. J. C. Alexander – B. Giesen – R. Münch – N. J. Smelser (compiladores), The micromacro link, University of California Press, Berkeley – Los Angeles – Londres,1987.


[37]. Cfr. P. H. Furfey, The scope and method of sociology. A metasociological treatise, Cooper Square, Nueva York, 1953,1965.


[38]Cfr. P. H. Furfey, Op. cit., pag. 17.


[39]. Cfr. S. N. Eisendstadt – H. J. Helle, Macro-sociological theory, Sage, Londres, 1985.


[40]. Cfr. J. C Alexander – B. Giesen – R. Münch – N. J. Smelser (compiladores), The micromacro link, cit., pag. 385.


[41]. Cfr. J. E. Hunter – F. L. Schmidt, Methods of meta-analysis. Correcting error and bias in research finding, Sage, Newbury Park, Ca., 1990 y J. Brewer – A. Hunter, Multimethod research. A synthesis of styles, Sage, Newbury Park, Ca., 1989.


[42]. Cfr. G. W. Noblit – R. D. Hare, Meta-ethnography. Synthesizing qualitative studies, Sage, Newbury Park, Ca., 1988.


[43]. Cfr. R. P. Gephart, Ethnostatistics. Qualitative foundations for quantitative research, Sage, Newbury Park, Ca., 1988.


[44]. A. Cavalli, Presentazione de M. Rampazi, Le radici del presente. Storia e memoria nel tempo delle giovani donne, Angeli, Milán, 1991, pag. 9.


[45]. Cfr. entre otros U. Oevermann et al., “Die Methodologie einer “objektiven Hermeneutik” und ihre allgemeine forschungslogische Bedeutung in den Sozialwissenschaftern”, en H. G. Söffner (complidaor), Interpretative Verfahren in den Sozial und Textwissenschaften, Metzler, Stuttgart, 1979. También cfr. C. Leccardi, L’ermeneutica oggettiva di Ulrich Oevermann, Quaderni dei dipartimenti di sociologia e scienza politica, Università della Calabria, 1987.


[46]. Las primeras contribuciones tuvieron como autores a J. Balan, H. L. Browning, E. Jellin, L. Letzler: cfr. “The use of computers in the analysis of life histories”, Demografía y Economía, 3, 1968, pag. 428-442; “Computerized approach to the processing and analysis of life histories obtained in sample surweys”, Behavioral science, 14, 1969, pag. 105-120.


[47]. Cfr. P. Conrad, S. Reinharz (compiladores), Computers and qualitative data, “Qualitative sociology”, 1-2, 1984; B. Pfaffenberger, Microcomputers applicantions in qualitative research, Sage, Newbury Park, Ca., 1988; R. Tesch, Qualitative research. Analysis types and software tools, The Falmer Press, Nueva York, 1990; N. G. Fielding , R. M. Lee (compiladores), Using computers in qualitative research, Sage, Londres, 1991.


[48]. Cfr. Lebart, A. Salem, Analyse statistique des données textuelles. Questions ouvertes et lexicométrie, Bordas, París, 1988.


[49]. Cfr. R. Ghiglione, J. L. Beauvois, C. Chabrol, A. Trognon, Manuel d’analyse de contenu, Colin, París, 1980; R. Ghiglione, A. Blanchet, Analyse de contenu et contenus d’analyses, Dunod, París, 1991.


[50]. Cfr. J. Rémy, D. Ruquoy (compiladores), Méthodes d’analyse de contenu et sociologie, Facultés Universitaries Saint-Louis, Bruxelles, 1990. Cfr., además, M. Molitor, “L’herrnéneutique collective”, pag. 19-35.


[51]. W. I. Thomas – F. Znaniecki, Il contadino polacco in Europa ed America, cit., pag. 11.


[52]. Cfr. R. Cipriani (compilador), La metodologia delle storie di vita. Dall’autobiografia alla “life history”, cit., pag. 16-18.


[53]. Cfr. G. Galilei, Saggiatore, en Opere scelte, F. Flora (compilador), Milán-Nápoles, 1953, pag. 312-315.


[54]. Cfr. K. Popper, Conjectures and refutations, Routledge & Kegan Paul, Londres, 1972.


[55]. Cfr. K. Popper, The open society and its enemies, Routledge & Kegan Paul, Londres, 1966, 2 vol.


[56]. Cfr. P. K. Feyerabend, Against method. Outline of an anarchic theory of knowledge, Humanities, Atlantic Highlands 1975; Blackwell, Oxford, 1989.


[57]. Cfr. F. J. Varela, H. Maturana, The tree of knowledge, New Science Library, Boston, 1987; F. J. Varela, Connaître. Les sciences cognitives. Tendances et perspectives, Seuil, París, 1989 (ed. or., Cognitive science. A cartography of current ideas, 1988). Véase también: M. H. Johnson (compilador), Brain development and cognitionA reader, Blackwell, Oxford, 1993.


[58]. Cfr. J. Feldman, D. Ballard, “Connectionist models and their properties”, Cognitive science, 6, 1982, pag. 205-254; W. Bechtel, A. Abrahamsen, Connectionism and the mind. An introduction to parallel processing in networks, Blackwell, Oxford, 1990.


[59]. F. J. Varela, Connaître, Les sciences cognitives. Tendances et perspectives, cit., pag. 122.


[60]. Cfr. F. J. Varela, Op. cit., pag. 121, fig. 11.


[61]. Cfr. J. Coulter, Mind in action, Polity Press, Cambridge, 1989.


[62]. Cfr. F. Znaniecki, Cultural sciences, University of Illinois Press, Urbana, 1952.


[63]. S. Vaitkus, “Portrait: Florian Znaniecki”, International sociology, 1, 1992, pag. 122. Para la sociología humanística de Znaniecki es útil consultar también la valiosa correspondencia de su archivo depositado en la facultad de sociología de la universidad de Bielefeld.


[64]. Cfr. J. C. Alexander, B. Giesen, R. Münch, N. J. Smelser (compiladores), The micro-macro link, cit., en particular pag. 1-42 y J. Huber (compilador.), Macro-micro linkages in sociology, Sage, Newbury Park, Ca., 1991 (este volumen presenta una abundante variedad de casos concretos, que van de la estratificación por géneros a los estudios de las organizaciones, de los problemas familiares a los escolásticos, de la demografía a la pobreza).


[65]. Cfr. C. Cipolla, Teoria della metodologia sociologica. Una metodologia integrata per la ricerca sociale, Angeli, Milán, 1988, pag. 32.


[66]. Cfr. F. Leonardi, “Contro l’analisi qualitativa”, Sociologia e ricerca sociale, 35, 1991, pag. 3-29.


[67]. Cfr. H. Schwartz, J. Jacobs, Qualitative sociology. A method to the madness, The Free Press, Nueva York-Londres, 1979.


[68]. Cfr. Statera, “Le epistemologie post-empiriste e la logica dell’indagine sociologica”, Sociologia e ricerca sociale, 33, 1990, pag. 3-31.


[69]. Cfr. S. J. Gould, “Subjectivity in science”, 1986 yearbook of science and future, Encyclopaedia Britannica, Chicago, 1985, pag. 235-248.


[70]. Cfr. S. J. Gould, Op. cit., pag. 238.


[71]. Cfr. S. J. Gould, Op. cit., pag. 247.


[72]. Cfr. J. van Maanen (compilador), Qualitative methodology, Sage, Londres, 1983; M. B. Miles, A. M. Huberman, Qualitative data analysis. A sourcebook of new methods, Sage, Londres, 1984; J. Wódz (compilador), Problèmes de la sociologie qualitative, Université de Silésie, Katowice, 1987; J.-P. Deslauries (compilador), Les méthodes de la recherche qualitative, Presses de l’Université du Québec, Sillery, 1988; M. Hammersley, The dilemma of qualitative method. Herbert Blumer and the Chicago tradition, Routledge, Londres, 1989; D. L. Morgan, Focus groups as qualitative research, Sage, Londres, 1989 (útil para el estudio relativo a las entrevistas de grupo sobre temas específicos); R. G. Burgess (compilador), Studies in qualitative methodology. A research annual, Jai Press, Greenwich, 1990, vol. II, Reflections on field experience; A. Mucchielli, Les méthodes qualitatives, Presses Universitaires de France, París, 1991; W. B. Shaffir, R. A. Stebbins (compilador), Experiencing fieldwork. An inside view of qualitative research, Sage, Newbury Park, Ca., 1991.


[73]. Cfr. F. Ferrarotti, La sociologia alla riscoperta della qualità, Laterza, Bari, 1989, pag. 84-97 y 106-118.


[74]. Cfr. M. Q. Patton, Qualitative and reserché methods, Sage, Newbury Park, Ca., 1990, pag. 464.


[75]. M. Augé, “Qualità e quantità nella ricerca sociale”, La critica sociologica, 96, 1990-1991, pag. 1.


[76]. Cfr. A. J. Vidich, G. Shapiro, “A comparison of participant observation and survey data”, American sociological review, 20, 1, 1955, pag. 28-33.


[77]. Cfr. A. Bryman, Quantity and quality in social research, Unwin Hyman, Londres, 1988, pag. 4.


[78]. Cfr. H. Blumer, “What is wrong with social theory?”, American sociological review, 19, 1, 1954, pag. 3-10.


[79]. Cfr. F. Znaniecki, The method of sociology, Farrar & Rinehart, Nueva York, 1934.


[80]. Cfr. W. S. Robinson, “The logical structure of analytic induction”, American sociological review, 16, 6, 1951, pag. 812-818.


[81]. Cfr. A. Bryman, Quantity and quality in social research, cit., pag. 94.


[82]. Cfr. A. Bryman, Op. cit., pag. 127-156.


[83]. Con respecto a este tema y para una reconstrucción de los hechos cfr S. Dufour, D. Fortin, J. Hamel, L’enquête de terrain en sciences sociales. L’approche monographique et les méthods qualitatives, Editions Saint-Martin, Montréal, 1992, en particular pag. 35-54. Este texto sugiere también la necesidad de “redescubrir” autores como Everett C. Hughes y Horace Miner, exponentes “heméritos” del “estilo” de Chicago.


[84]. Cfr. N. K. Denzin, The research act in sociology, Aldine, Chicago, 1970.


[85]. A. Bryman, Quantity and quality in social research, cit., pag. 131.


[86]. Cfr. A. Bryman, Op. cit., pp. 134-137.


[87]. Cfr. M. Galton, J. Willcoks, Moving from the primary classroom, Routledge & Kegan Paul, Londres, 1983; M. Galton, S. Delamont, “Speaking with forked tongue? Two styles of observation in the ORACLE project”, en R. G. Burgess (compilador), Field methods in the study of education, Falmer Press, Londres, 1985, pag. 163-189.


[88]. Cfr. A. Bryman, Quantity and quality in social research, cit., pag. 173.


[89]. T. P. Wilson, “Metodi qualitativi ‘contro’ metodi quantitativi nella ricerca sociale”, Sociologia e ricerca sociale, 29, 1989, pag. 5. Cfr también, del mismo autor, “Quantitative ‘oder’ qualitative Ansätze in der Soziologie”, Kölner Zeitschrift für Soziologie und Sozialpsychologie, 34, 1982, pag. 487-508.


[90]. T. P. Wilson, Op. cit., pag. 21-22.


[91].L. Cannavò, “Qualità e quantità; tra metodologia sociologica e sociologia della scienza”, Sociologia e ricerca sociale, 28, 1989, pag. 38.


[92]. Cfr. L. Cannavò,  Op. cit., pag. 41.


[93]. Cfr. L. Cannavò,  Op. cit., pag. 42-44.


[94]. L. Cannavò, Op. cit., pag. 45.


[95]. M. Cardano, “Il sociologo e le sue muse. Qualità e quantità nella ricerca sociologica”, Rassegna italiana di sociologia, 32, 2, 1991, pag. 184.


[96]. Cfr. S. Gherardi, B. Turner, Real men don’t collect soft data, Dipartimento di politica sociale, Trento, 1987


[97]. Cfr. J. Dewey, Art as experience, Minton, Balch and Co., Nueva York, 1934; Logic. The Theory of inquiry, Wiley, Nueva York, 1937.


[98]. Cfr. G. Mead, Mind, self and society, University of Chicago Press, Chicago, 1934.


[99]. Cfr. C. Harthorne, P. Weiss, A. Burks, Collected papers of C. S. Peirce, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1931-1958, voll. 8 (1965-1967, vol. 4 dobles). Para una defensa de la abducción como combinación entre inducción y deducción cfr. el ensayo de Peirce de 1868 Some consequences of four incapacities, fuertemente crítico en relación a John Stuart Mill; véase también K. T. Fann, Peirce’s theory of abduction, Martinus Nijhoff, La Haya, 1980. Entre los ensayos de edición italiana cfr. en particular la colección antológica de A. Monti (compilador): C. S. Peirce, Scritti di logica, La Nuova Italia, Florencia, 1981 y en particular sobre la abducción C. S. Peirce, Le leggi dell’ipotesi, Bompiani, Milán, 1984.


[100]. Cfr. E. C. Hughes, The sociological eye, Aldine, Chicago, 1970; Transaction Books, New Brunswick, N. J. 1985. Por otro lado Strauss había también colaborado con el mismo Hughes: cff. H. Becker, B. Geer, E. Hughes, A. L. Strauss, Boys in white, University of Chicago Press, Chicago, 1961.


[101]. A. L. Strauss, Qualitative analysis for social scientist, Cambridge University Press, Cambridge, 1987, pag. 6.


[102]. Cfr B. G. Glaser, A. L. Strauss, The discovery of grounded theory, cit.


[103]. Cfr B. G. Glaser, A. L. Strauss, Awareness of dying, Chicago, 1965; Time for dying, Aldine, Chicago, 1968; Status passage, Aldine, Chicago, 1971.


[104]. Cfr. B. G. Glaser, Experts and laymen. The patsy and the sub-contractor, Sociology Press, Mill Valley, Ca., 1972; Experts versus laymen. A study of the patsy and the subcontractor, Transaction Books, New Brunswick, N. J., 1976; Theoretical sensitivity. Advances in the methodology of grounded theory, Sociology Press, Mill Valley, Ca., 1978; A. L. Strauss, Negotiations. Varieties, contexts, processes and social order, Jossey-Bass, San Francisco, Ca., 1978; Qualitative analysis for social scientists, Cambridge University Press, Cambridge, 1987.


[105]. Cfr. J. Corbin, A. L. Strauss, Unending work and care. Managing chronic illness at home, Jossey-Bass, San Francisco, Ca., 1988; S. Fagerhaugh, A. L. Strauss, The politics of pain management. Staff-patient interaction, Addison-Wesley, Menlo Park, Ca., 1977; S. Fagerhaugh, A. L. Strauss, B. Suczek, C. Wiener, Hazards in hospital care, Hossey-Bass, San Francisco, Ca., 1987; L. Schatzman, A. L. Strauss, Field research. Strategies for a natural sociology, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, N. J., 1973; A. L. Strauss, R. Bucher, D. Ehrlich, L. Schatzman, M. Sabshin, Psychiatric ideologies and institutions, Free Press, Glencoe, III, 1964 (un texto ejemplar para la combinación entre metolodogía cualitativa y cuantitativa); A. L. Strauss, J. Corbin, S. Fagerhaugh, B. Glaser, D. Maines, B. Suczek, C. Wiener, Chronic illness and the qualtity of life, Mosby, St. Louis, 1984; A. L. Strauss, J. Corbin, Shaping a new health care system, Jossey-Bass, San Francisco, Ca., 1988; A. L. Strauss, S. Fagerhaugh, B. Suczek, C. Wiener, The social organization of medical work, University of Chicago Press, Chicago, 1985.


[106]. Cfr. A. Strauss, J. Corbin, Basics of qualitative research. Grounded theory procedures and techniques, Sage, Newbury Park, Ca., 1990.


[107]. Cfr. B. A. Turner, “Some practical aspects of qualitative data analysis: one way of organising the cognitive process associated with the generation of grounded theory”, Quality and quantity, 15, 1981, pag. 225-247, retomado por A. Bryman, Quantity and quality in social research, cit., pag. 83-84.


[108]. Cfr. M. Hammersley, “The researcher exposed: a natural history”, en R. G. Burgess (compilador), The research process in educational settings. Ten case studies, Falmer Press, Londres, 1984, pag. 39-67, citado por A. Bryman, Quantity and quality in social research, cit., pag. 85.


[109]. Cfr. G. Statera, Contro la “nouvelle vague” antimetodologica, cit., pag. 258.


[110]. Cfr. L. Cannavò, Qualità e quantità: tra metodologia sociologica e sociologia della scienza, cit., pag. 37.


[111]. Cfr. G. Statera, Le espistemologie post-empiriste e la logica dell’indagine sociologica, cit., pag. 22-26.


[112]. Cfr. G. Statera,  Op. cit., pag. 28.


[113]. Cfr. A. Strauss, J. Corbin, Basics of qualitative research. Grounded theory procedures and techniques, cit.


[114]. Cfr. A. Strauss, J. Corbin,  Op. cit., pag. 31.


[115]. Cfr. A. L. Strauss, Qualitative analysis for social scientists, cit.


[116]. S. Dufour, D. Fortin, J. Hamel, L’enquête de terrain en sciences sociales. L’approche monograpique et les méthodes qualitatives, cit., pag. 54.


[117]. Cfr. R. Boudon, Subjective rationality and the explanation of social behavior, LUISS, Roma, 1991.


[118]. Cfr. Ferrarotti, Storia e storie di vita, Laterza, Bari, 1981, pag. 91-95.


[119]. Cfr.F. Ferrarotti, Op. cit., pag. 91.


[120]. F. Ferrarotti, La storia e il quotidiano, Laterza, Bari, 1986, pag. 139.


[121]. F. Ferrarotti,  Op. cit., pag. 146.


[122]. Nos referimos, por ejemplo, a los congresos internacionales “Biografia, storia e società. L’uso delle storie di vita nelle scienze sociali”, “Oralità, vissuto, scrittura” y “Qualità e quantità nella ricerca sociale” organizados en Roma respectivamente por M. I. Macioti en 1981 y en 1987 y por R. Cipriani en 1989. Para la publicación del primer congreso cfr. M. I. Macioti (compilador), Biografia, storia e società. L’uso delle storie di vita nelle scienze sociali, Liguori, Nápoles, 1985 y Oralità e vissuto, Liguori, Nápoles, 1986. Con respecto al segundo y al tercer congreso véase el número doble 94-95, verano-otoño 1990, de La critica sociologica, pag. 1-113. Para una contribución significativa de investigación empírica: cfr. R. Cavallaro, Storie senza storia, CSER, Roma, 1981.


[123]. Cfr. G. Levi, “Les usages de la biographie”, Annales, 44, 6, 1989, pag. 1325-1336.


[124]. Cfr. E. Campelli, “Approccio biografico e inferenza scientifica”, Sociologia e ricerca sociale, 9, 1982, pag. 71-94, en particular pag. 80.


[125]. Cfr. E. Campelli, 1982, Op. cit., pag. 91. Respecto a A. Degenne cfr. “Une méthodologie ‘douce’ en sociologie”, L’année sociologique, 31, 1981.


[126]. Cfr. E. Campelli, Le storie di vita nella sociologia italiana: un bilancio, “Sociologia e ricerca sociale”, 31, 1990, pag. 184.


[127]. Cfr. E. Campelli,  Op. cit, pag. 185.


[128]. Cfr. E. Campelli, Op. cit., pag. 189.


[129]. Cfr. E. Campelli,  Op. cit., pag. 46.


[130]. E. Campelli, Il metodo e il suo contrario. Sul recupero della problematica del metodo in sociologia, Angeli, Milán, 1991, pag. 92.


[131]. C. Cipolla, Oltre il soggetto per il soggetto. Due saggi sul metodo fenomenologico e sull’approccio biografico, cit., pag. 84. Cfr también C. Cipolla, Teoria della metodologia sociologica. Una metodologia integrata per la ricerca sociale, cit., pag. 55-57.


[132]. C. Cipolla,  Ibidem.


[133]. C. Cipolla,  Op. cit., pag. 103.


[134]. C. Cipolla,  Op. cit., pag. 114.


[135]. Cfr. A. Cavalli (compilador), Il tempo dei giovani, Il Mulino, Boloña, 1985 (una investigación colmada de elementos cualitativos).


[136]. Cfr., entre otros, M. Rampazi, Le radici del presente. Storia e memoria nel tempo delle giovani donne, cit.


[137]. Cfr. R. Massa, D. Demetrio (compiladores), Le vite normali. Una ricerca sulle storie di formazione dei giovani, Unicopli, Milán, 1991.


[138]. Cfr. L. Bovone (compiladora), Storie di vita composita. Una ricerca sulle scelte esistenziali della generazione di mezzo, Angeli, Milán, 1984 (con ensayos de N. Audisio, E. Besozzi, L. Bovone, G. Rossi, G. Rovati).


[139]. Cfr. L. Bovone (compiladora), Il rischio della vita composita. Tre generazioni di intellettuali a confronto, Vita e Pensiero, Milán, 1991 (con ensayos de N. Audisio, E. Besozzi, L. Bovone, G. Rossi, G. Rovati).


[140]. Cfr. F. Schütze, “Pressure and guilt: war experiences of a young German soldier and their biographical implications”, part I: International sociology, 7, 2, 1992, pag. 187-208; part II: ivi, 7, 3, 1992, pag. 347-367


[141]. Cfr. J. Wlodarek, M. Ziolkowski (compiladores), Metoda biografczna w sociologii, Panstwowe Wydewnictwo Naukowe, Warsaw-Poznan, 1990.


[142]. L. Bovone (compiladora), Il rischio della vita composita. Tre generazioni di intellettuali a confronto, cit., pag. XIII.


[143] . R. Cipriani, C. Corradi, C. Costa, D. Schiattone, Sentieri della religiosità. Un indagine a Roma, Morcelliana, Brescia, 1993.


[144]. Cfr. R. Cipriani, La religione dei valori. Indagine nella Sicilia centrale, Sciascia, Caltanisetta-Roma, 1992.

Las investigaciones sobre las historias de vida familiar: La contribución de Tamara Hareven

Roberto Cipriani


 Las investigaciones sobre las historias de vida familiar:


La contribución de Tamara Hareven



Premisa


En general en el campo del análisis biográfico han existido acuerdos pero también han surgido discusiones entre los estudiosos militantes de las diferentes disciplinas que son afines. Los protagonistas de estas controversias y discusiones han sido principalmente los historiadores y los sociólogos. Cada uno de ellos ha tratado de defender su propio “territorio de caza”. No son numerosos los casos en que se ha producido una amplitud científica. Entre estos últimos se encuentra el nombre de Tamara Hareven, una estudiosa que desde hace tiempo trabaja en el sector de la demografía histórica relacionada con la vida familiar; su trabajo apunta en particular a la relación entre tiempo de trabajo transcurrido en la fábrica (o en algún otro lugar de trabajo) y espacio cronológico dedicado a las problemáticas familiares.


Amoskeag


La obra que ha dado notoriedad a Hareven ha sido Amoskeag[1] escrita junto a su marido Randolph Langenbach, arqueólogo industrial. El trabajo ofrece los primeros datos de una larga y minuciosa investigación realizada en Manchester, New Hampshire, entrevistando a casi cuatrocientas personas, considerando como punto fundamental la actividad desarrollada en la industria textil local: Amoskeag. Esta fábrica funcionó hasta 1936 y fue el centro de la vida de los habitantes del lugar por casi un siglo (a principios del Siglo XX Amoskeag era el complejo industrial textil más grande a nivel mundial, con 17.000 trabajadores). Y fue exactamente gracias a la Amoskeag Company que se fundó la ciudad de Manchester. Por lo dicho se comprende fácilmente como la experiencia de la fábrica ha sido interrelacionada a la vivencia individual y familiar.


El grupo de investigación coordinado por Hareven estaba formado de la siguiente manera: tres responsables para las entrevistas, cinco encargados de las desgrabaciones, un editor de los textos recogidos, un consejero de alto nivel en métodos de entrevista (Ronald Grele, director del prestigioso International Journal of Oral History), seis personas encargadas de la dactilografía, un pool de secretarias en la Clark University y otros colaboradores con diversas funciones. El organigrama revela un conocimiento preciso de los problemas concretos que en una investigación surgen cuando se realiza la recolección de las historias de vida, trabajo que en este caso duró cuatro años.


El volumen publicado presenta 42 historias individuales y una de una familia (con entrevistas a cuatro de sus componentes). Cada uno de los textos transcriptos ha sido precedido por una breve introducción con informaciones esenciales sobre los protagonistas y acompañado por una o más fotos de los entrevistados. De este modo, la gente de Amoskeag, contando su experiencia de vida, aparece en primer plano sin que prevalezca el enfoque científico de análisis. Efectivamente el dato de la investigación – al menos en este libro – tiene su espacio específico y no está invadido en forma aparente por la interferencia del investigador, a quien en cambio le está permitido el discurso introductivo – que ofrece la separación histórico-sociológica de la factory-city – además de unas pocas páginas sobre la serie de biografías relativas al mundo del trabajo[2], a la huelga de 1922 y al sucesivo cierre de los establecimientos de la Amoskeag[3]


La documentación fotográfica que se encuentra en el texto, a pesar de no ser usual en obras de este género, no es secundaria sino por el contrario ha servido en 1975 para una muestra vista por una gran cantidad de ex-trabajadores de la Amoskeag, que se han reencontrado luego de más de tres décadas. De este modo el documento oral y el testimonio visual asumen las mismas funciones para recuperar la memoria histórica y para constituir el contenido esencial a ser analizado científicamente. Se enlazan también otros intereses: los del co-autor Randolph Langenbach en la arqueología industrial con relación al tejido urbano de una ciudad planificada y los intereses de Tamara Hareven por la adaptación de los inmigrantes en una realidad industrial[4].


Las dificultades de los primeros pasos han sido correctamente recordados por Hareven que escribe acerca del rechazo por parte de algunas personas a ser entrevistadas, poco convencidas de la importancia de su narración biográfica. Los primeros resultados positivos se obtuvieron a través de redes informales y recurriendo a algunos clubes. En particular fue decisivo el cierre de la Chicoppe Mill en 1975, fábrica que había absorbido en 1938 parte de los viejos trabajadores de la Amoskeag. El acontecimiento hizo reflexionar sobre lo ocurrido en el pasado de modo que la investigación sobre la Amoskeag adquirió un nuevo interés, acrecentado además – y después de algunos meses – por la muestra documental titulada “Amoskeag: A Sense of Place. A Way of Life” organizada por Randolph Langenbach en esa ciudad. A partir de estos dos sucesos la gente mostró una mayor disponibilidad para ser entrevistada.


A este punto vale la pena señalar cual fue el método para la recolección de las historias de vida. En primer lugar se trataba de obtener información sobre el entrevistado a partir de los datos existentes en los archivos de Amoskeag. Una vez iniciada la entrevista, los datos recogidos se comparaban con aquellos de la fábrica y si surgía alguna contradicción se trataba de efectuar verificaciones con terceros. El recurso de tomar los datos que poseía la compañía resultó extremamente útil en lo que se refiere a los nombres, los hechos y demás detalles relevantes.


Las entrevistas realizadas a canadienses de lengua francesa fueron primero desgrabadas y luego traducidas al inglés. Las entrevistas en inglés fueron transcriptas palabra por palabra, sin embargo no todas fueron publicadas en la obra. En efecto, los autores afirman: “Al seleccionar las entrevistas para el libro, no nos interesaba simplemente la unicidad de las experiencias individuales, sino que nos interesaba la variedad de las experiencias y las percepciones, así también la experiencia colectiva de esta gente en relación al modo de vivir los cambios históricos en un contexto común. Nuestra intención era recoger más los modelos comunes que las diferencias individuales. Por esta razón era significativo incluir narraciones y percepciones divergentes sobre el mismo acontecimiento, como también reiterar los elementos similares”[5].


Oportunamente Hareven señala que en la historia oral no tienen tanta importancia los hechos sino el motivo y el modo de contarlos. Algunos entrevistados sostienen de modo emblematico haber perdido el trabajo en 1922 (año de la huelga en la que participaron doce mil personas); sin embargo en sus fichas personales resultaba que trabajaron hasta el año treinta. En realidad, el evento de 1922 ha sido una experiencia traumática tal que representó para los trabajadores no sólo el inicio de la decadencia sino el final mismo del trabajo desarrollado.


Las historias de vida publicadas en el texto han sido organizadas siguiendo un orden cronológico con relación a las vicisitudes de la Amoskeag: la primera generación, la corporación, el mundo del trabajo, las familias, la huelga y el cierre, la generación post-cierre, el elogio final[6] al mundo del trabajo (de una entrevistada de 52 años de edad, tan habituada al trabajo nocturno que no logra dormir a la noche ni siquiera cuando no trabaja).


La investigación de Tamara Hareven ha provocado al mismo tiempo consensos y desacuerdos en los Estados Unidos. Para Robert Harney[7] de la Multicultural History Society of Ontario, Hareven ha realizado una obra como una artista (impresionista) y no como científica social debido a que ella no ha realizado elecciones neutrales en la presentación de las historias de vida sino que ha dado más importancia a los aspectos que coincidían con su propia visión y que se adaptaban al análisis de los conflictos entre patrones y obreros. En este sentido lo que caracterizaría la investigación sobre Amoskeag no es una exposición neutra, sino una clara elección de campo. Aunque no se puede acusar de deshonestidad a una estudiosa habituada a finas elaboraciones estadísticas y metodológicas, para Harney existe una transfiguración artística de la realidad realizada en forma manipuladora con el fin de verificar y justificar las premoniciones y los prejuicios de la autora.



Una entrevista a Tamara Hareven


Con el objetivo de clarificar cuales han sido los elementos esenciales de la metodología biográfica utilizada por Hareven[8] yo mismo le he realizado una entrevista en Stanford, California en el Center for Advanced Study in the Behavioral Sciences, en agosto de 1982. A continuación presento nuestro diálogo.


Ud. ha recogido historias de trabajo…


En primer lugar no se trata de historias de trabajo, al menos no son historias de trabajo en sentido estricto, son también historias de vida; éstas incluyen la historia sobre la emigración, la historia familiar y la historia del trabajo. No es la primera vez que este tipo de entrevistas es usado en los Estados Unidos. Mis entrevistas tenían un objetivo preciso dado que se referían a una comunidad. Y yo me interesé no sólo en las historias individuales sino también en las interrelaciones entre los individuos. Traté de analizar el modo en que las distintas historias individuales entraban a formar parte de un único modelo: el trabajo, la familia y la comunidad; y así, inicialmente, era fundamental para el proyecto de investigación entrevistar a las personas que habían trabajado en un mismo ambiente: la fábrica. (Ahora para el nuevo libro, Family time and industrial time, he entrevistado los hijos de esta gente, ellos no trabajan en el mismo lugar por lo que existe una mayor divergencia en la experiencia de trabajo y en la historia de vida).


He tratado de convencer a estas personas que su vida era importante, que mi interés no se dirigía a personas importantes y famosas sino hacia vidas individuales, por lo que su experiencia tenía mucho valor. Para ellos el elemento más convincente fue ver reconocida la importancia del lugar en donde habían trabajado y la importancia del trabajo en cuanto valor histórico. Este factor les dio a estas personas un sentimiento de orgullo porque por muchos años la industria textil había sido considerada un sector en extinción y esta gente experimentaba dificultades en su propia vida.


Por este motivo el hecho que un extraño, no perteneciente a la comunidad, reconociese la importancia de la industria Amoskeag, de la experiencia textil y de sus vidas, fue una experiencia nueva.


Otro elemento fundamental fue la muestra sobre la arqueología de la industria realizada por mi marido junto con un arquitecto: esto permitió a los entrevistados identificarse directamente, reconociendo la importancia histórica del lugar. A través de este sentimiento de pertenencia, pudimos facilitar la narración de sus propias vidas. El trabajo ha sido siempre un punto crucial, era más fácil hacer hablar a estas personas primero de su trabajo y luego de sus vidas. Sólo a través del trabajo era posible penetrar en la historia de vida.


¿Cómo ha sido posible llegar a hacer generalizaciones partiendo de casos particulares?


Nunca se puede estar completamente seguro de poder generalizar partiendo de las historias individuales; yo he entrevistado alrededor de 400 personas de grupos étnicos diferentes que habían trabajado en la fábrica en distintas épocas de su historia, con diversos roles. De este modo he podido obtener una amplia variedad de experiencias aunque no se trata de una muestra representativa.


Es importante aclarar que, si bien no siempre los recuerdos eran claros – y aun encontrando contradicciones en las narraciones, en las percepciones o en las interpretaciones de los eventos específicos como la huelga – emerge de las entrevistas un modelo común. Se produjo sin duda una convergencia de las narraciones que tenían que ver con las condiciones de trabajo, el paternalismo, el rol de la familia y las relaciones de trabajo. Es de este modo que los datos se enlazan. Así, aunque se trataba de historias de vida individual, había un terreno común y un cierto consenso en lo que se refiere a la vida en Amoskeag.


Por otro lado, no he entrevistado a quien había abandonado la comunidad. Si hubiera entrevistado a quienes partieron sin nunca volver, hubiera obtenido una imagen diferente. De este modo es necesario tener siempre presente la base sobre la cual se realizan las generalizaciones; y mis generalizaciones han sido elaboradas sobre la base de quienes estaban vivos, dispuestos a hablar y capaces de hacerlo, y que habían mantenido un fuerte sentido de identidad con la comunidad y la fábrica. Es posible que si hubiera entrevistado los que se fueron habría obtenido una historia distinta, aunque esto no es del todo cierto porque he buscado gente de otras localidades y también en este caso la historia era muy similar.


No he generalizado sólo en base a las entrevistas, sino que fui más lejos. Reconstruí el recorrido de la vida de cada individuo a partir de los archivos de la fábrica. Cada trabajador tenía una ficha, por ello fue posible controlar y comparar los datos con aquellos registrados en los archivos. Además, en mi nuevo libro titulado Family time and industrial time analizo una muestra elegida de los datos registrados que se refieren al recorrido de la vida y a los modelos de familia. De este modo he podido confrontar estos recorridos de vida con los archivos.


Sin embargo lo que surge de la entrevista es único, es la percepción individual y éste es el precio que hay que pagar. No se pueden obtener generalizaciones absolutas sobre la base de percepciones individuales, pero por otra parte, es la percepción individual la que nos permite comprender en profundidad aquello que podría haber sido el modelo general. Se trata de un acuerdo. En efecto, he desarrollado este trabajo con plena conciencia de tener que llegar a este acuerdo.


¿Cuál ha sido su interferencia como investigadora?


La intervención individual está constituida por varios procesos: una entrevista no constituye un documento objetivo, una entrevista no existe a priori. La entrevista es algo creado y es el resultado de la interacción entre el entrevistado y el entrevistador, la entrevista crea la realidad y tal creación depende en gran medida del interés del entrevistador, del modo en que el éste último formula las preguntas e interactúa con el entrevistado. Éste es un proceso que se construye desde el inicio y que es conducido teniendo presente este límite; por este motivo la transcripción ha sido hecha del modo más cercano posible a su esencia y no sólo al idioma. Por ejemplo hemos dejado en el texto frases como “they used me well” que correctamente en inglés significaría “they treated me well”; o cuando los entrevistados decían “we had to earn our daily bread”, hemos dejado las palabras inglesas “our daily bread” en vez de “we had to earn our living”. En este sentido, a pesar de haber tratado en lo posible de acercarnos a estas frases, se trata de una construcción.


¿Cómo ha resuelto el problema de la representatividad?


Este libro no tenía la intención de ser representativo del trabajo en las fábricas textiles sino se basaba en una muestra casual de entrevistas que se referían a este contexto. Mi intención principal era ofrecer una visión del mundo de los individuos que viven esta experiencia: del modo en que perciben su trabajo, su vida y la emigración. En este sentido, entre todas las entrevistas han sido elegidas las más articuladas, aquellas que contenían una narración más cohesiva y un mensaje que se dirigiera más allá de la experiencia individual, de manera significativa para la experiencia de otros individuos y para ser publicadas en el libro. Estos fueron los criterios relevantes para la selección de las entrevistas.


Se trató de elegir cuidadosamente este tipo de entrevistas partiendo de ciertas categorías, de modo que si dispongo de varias entrevistas que tratan de la primera generación de los emigrados, elijo entre las que se repiten, aquellas que más responden a estos criterios. Lo mismo vale para las entrevistas realizadas a la generación más joven, a los emigrantes franco-canadienses, a los irlandeses, a los polacos. En otras palabras, he tratado de mantener tales categorías también para aquellos que tenían oficios diferentes y elegir después, en el interior de las categorías, las entrevistas más articuladas que trasmitían mejor las experiencias individuales. Por el contrario no he elegido entrevistas que sostuvieran mi punto de vista y tampoco aquellas que podían verificar mayormente algunas hipótesis en vez de otras. He tratado que la gente hablase de sí misma; y mis hipótesis no formaban parte de los criterios de elección.


¿Cuál era el fin científico de Amoskeag?


El objetivo del libro era doble: se trataba de ofrecer algunas historias de vida de modo de permitir a los historiadores, a los sociólogos, a los antropólogos y demás estudiosos que observasen como los individuos respondían al sistema industrial, como lo percibían y se adaptaban al cambio, como usaban sus familias y de que modo éstas se adaptaban a tales transformaciones; pero se trataba también de dirigirse al gran público de modo que pueda comprender en profundidad tales experiencias de vida.


¿Por qué falta en Amoskeag una interpretación puntual de los documentos de vida?


He agregado al texto las notas al pie de la página cada vez que se detectaban contradicciones o equivocaciones; también he agregado una introducción histórica y una nota metodológica en lo que se refiere al modo en que los materiales habían sido recogidos y elegidos. Intencionalmente no he incluido mi propia interpretación teorética porque entre otras cosas estaba preparando otro libro Family time and industrial time. En éste último hago una interpretación teorética y uso las entrevistas para citar o sostener mi análisis; sin embargo en Amoskeag me pareció importante no interferir dando una interpretación de los materiales; aunque la estructura de las preguntas que hacía y el simple hecho de entrevistar aquellos individuos tenía un objetivo teorético científico. Creo que la experiencia comunicada a través las entrevistas puede ser usada para afrontar tal objetivo teorético.


Repito, queriendo presentar la experiencia de los individuos y su modo de experimentarla me pareció mejor tratarlos en mi segundo libro y no imponer mi interpretación. De este modo el material introductivo que he ofrecido no tiene la intención de ser un análisis de las respuestas de los entrevistados, sino que constituye la base histórica de la fábrica y de la ciudad de modo de permitir el conocimiento del contexto y los cambios ocurridos en la vida de los trabajadores.


En la introducción he querido evaluar tiempo histórico y tiempo industrial y he dejado que los entrevistados presentasen el tiempo personal y el tiempo familiar. En el segundo libro, en cambio, he analizado también estos dos últimos aspectos.



Tiempo familiar y tiempo industrial


La nueva obra que Tamara Hareven nombraba en la entrevista de 1982 fue publicada en ese mismo año con el titulo Family time and industrial time. The relationship between the family and work in a New England industrial community[9] y fue incluída – significativamente – en la colección “Interdisciplinary perspectives on modern history”.


La obra es seguramente un estudio ejemplar bajo muchos aspectos debido a que logra combinar datos cuantitativos y análisis cualitativo[10] en un único marco interpretativo, que se organiza alrededor del uso del tiempo. En este caso, a delinear la diferencia respecto al trabajo precedente sobre Amoskeag, el enfoque teorético y el esfuerzo hermenéutico parecen hasta redundantes y abusivos del simple dato bruto de una tabla o de una life history. Parecería que la publicación surge como respuesta a las críticas – sobre la escasa representatividad de la muestra y un fuerte subjetivismo en el optar por una u otra biografía – surgidas luego de la publicación del precedente libro en 1978.


Aquí, en realidad el corte teórico es más evidente e insiste sobre la adaptación de la familia tradicional respecto a la sociedad industrial en dónde individuos y familias han sabido encontrar las respuestas más adecuadas para resolver los problemas impuestos por los nuevos estilos de vida y por las exigencias específicas del trabajo y del tiempo industrial. Sin embargo, resulta que la familia no tiene sólo funciones conservadoras y autopromotoras sino también innovadoras y solidarias dirigidas a favorecer la acción colectiva. Una fuerte tendencia a la continuidad sea en el trabajo como en el hogar, es constante en la acción familiar. Lo mismo vale en lo que se refiere a la cultura tradicional, aún con modificaciones necesarias para soportar mejor el impacto de la modernidad. En definitiva, la acción familiar sería ambivalentemente prudente en el mantenimiento del pasado y la recepción de la novedad.


En concreto, la opinión corriente de que la sociedad industrial ha impulsado cambios en ámbitos familiares, ha sido de algún modo revertida, al menos en términos problemáticos. El intento de verificación ha sido llevado adelante en sentido longitudinal, en cuanto la autora dispone tanto de los files conservados de la Amoskeag Company como de las historias de vida de algunos centenares de entrevistados y entrevistadas. Es singular como la misma Hareven explícita haber tenido que recoger historias de vida: “Mientras reconstruía las historias de trabajo y de familia (un procedimiento que duró cuatro años) comencé a entrevistar los ex-trabajadores de la Amoskeag y sus parientes. Esto entendido inicialmente como un modesto ejercicio complementario de los documentos y de la información cuantitativa, se reveló una experiencia atrapante y emocionante. Estuve por publicar un volumen separado de las narraciones de historia oral elegidas cuando muchos de los entrevistados estaban todavía vivos: Amoskeag… El presente volumen coloca las historias orales en los análisis cuantitativos de las historias de la carrera de los trabajadores, de las relaciones de parentesco y de los registros de la corporation…”[11]


La estudiosa estadounidense está convencida de que las diferentes fuentes de investigación son combinables entre ellas, tanto cuando se sostienen recíprocamente como cuando la contradicción es evidente, mostrando de este modo la complejidad del análisis y de la comprensión de lo social.


La organización de la temática del volumen permite seguir un recorrido analítico a través de una serie de focalizaciones sucesivas: la planificación de la ciudad, el paternalismo asistencial de la Amoskeag, el sentido del trabajo, las relaciones de parentela, la adaptación al trabajo industrial, la organización doméstica, las estrategias del trabajo familiar, las vidas de trabajo, las carreras, las luchas, la huelga. Sobre cada uno de estos aspectos la reconstrucción es conjuntamente histórica, documental, estadística, económica y sociológica con continuas citas de las historias de vida que agregan “riqueza y profundidad” al enfoque del social change[12]. Algunas historias habían sido publicadas en Amoskeag, otra fueron agregadas, otros fragmentos pertenecen a textos recogidos en el volumen precedente pero que no fueron transcriptos en el segundo libro.


Desde el punto de vista metodológico, Family time and industrial time denota también una mejor conciencia del valor expresado en el enfoque biográfico, que genera conocimiento más que recuperar informaciones[13]. Tal conocimiento puede ser comparado con otros datos de naturaleza diferente. En realidad Hareven parece propensa a considerar principalmente este paso ulterior en términos de necesidad y no de mera posibilidad. En esto la autora no niega su formación histórica de estudiosa atenta al dato demográfico, a las tasas de natalidad y a los ciclos de vida. Al mismo tiempo ella no pierde de vista las teorías sociológicas, las metodologías aplicadas a la oralidad y las investigaciones psicológicas. Además porque el hecho de trabajar en el campo de investigación la obliga de todos modos a tener presente los problemas más amplios de carácter interdisciplinar. Por este motivo la autora llega a afirmar que “a través de la historia oral, el investigador puede comprender mejor como la gente da significado a su propia vida y, lo que es más importante, cómo interpreta la propia vida pasada en el contexto de la propia cultura”[14]. En otras palabras, Hareven concluye escribiendo que “La historia oral es una fuente potente e indispensable; ofrece una profundidad de insight que raramente se puede obtener a través de otras fuentes. Sólo ella ofrece la posibilidad de una reconstrucción subjetiva de la vida pasada. Como las surveys (investigaciones),  hace emerger actitudes y percepciones, pero a diferencia de estas surveys, coloca tales percepciones en el contexto de la life history de un individuo”[15].


Es conveniente recoger una última indicación: en el ámbito de las historias de vida es necesario estar atento a los posibles planos de vida, que se asemejan mucho a aquellas que Thomas y Znaniecki llamaban “life organization”. Emerge así el tema de la proyectualidad, que inspirado en algunos principios de acción, se convierte en un indicio peculiar de los objetivos perseguidos por las personas. En particular, Hareven entrevé una doble tipología: un plano de defensa para resolver los problemas contingentes relacionados a crisis repetidas y a varias inseguridades; y un plano de amplio alcance de carácter inter-generacional para garantizar el bienestar y adquirir nuevos beneficios.


Conclusión


La impresión que emerge leyendo los dos textos de Hareven es que la autora ha llegado a conclusiones metodológicas no tomadas en consideración completamente al principio de su estudio sobre Amoskeag. En otras palabras, ha sido la experiencia de investigación en el campo lo que ha llevado a la investigadora a no poder renunciar al enfoque biográfico. Al mismo tiempo es oportuno y obvio que surjan tablas estadísticas y fuentes tradicionales de consulta archivista en un caso como el de Amoskeag. Es más, el ejemplo aquí analizado es altamente significativo porque ha sido realizado por una investigadora no habituada al uso de una metodología prevalentemente cualitativa (aunque ya existían premisas de este tipo en los estudios que han precedido o acompañado las dos publicaciones sobre la comunidad del New Hampshire).


En efecto, Tamara Hareven, que dirige el Journal of Family History, tiene un largo curriculum de investigaciones empíricas en el ámbito de la historia social, en particular sobre el rol de la familia en la sociedad estadounidense.


En un artículo publicado sobre Daedalus ya habían sido presentados algunos interrogantes que sólo las historias de vida podían resolver: “Los individuos, ¿cómo han transcurrido el curso de su vida?, ¿Cómo han regulado los cambios de un rol a otro?, ¿Cómo ha sido relacionada esta regulación con su experiencia familiar y con las condiciones sociales externas?, ¿De qué modo ha variado tal experiencia en el ámbito de las mismas categorías (cohorts) de edad?, ¿Cómo han variado en el tiempo estos procesos y cómo se han diversificado respecto a los actuales? Las respuestas a preguntas como éstas serían útiles para explicar la posición de individuos y grupos de edad en diversas épocas del pasado y aclararían sus intenciones con las condiciones actuales”[16]. Es aún más explícito cuando se habla de la diferencia entre ciclo de vida (según la formulación de Erik Erikson) y curso de vida[17], subrayando la función estratégica de la experiencia común y analizando sobre todo “el modo contemporáneo en que procede el desarrollo individual (synchronizations) junto con la experiencia colectiva de la familia tal cual como se desarrolla durante toda la vida. El ‘curso de vida’ es más amplio que el desarrollo individual y que la organización colectiva de la familia donde los individuos se desarrollan (move) durante sus vidas”[18].


Otros ensayos se refieren a una línea exclusiva de enfoque estadístico y archivistico, pero no dejan de evocar ulteriores recorridos cuando se sostiene que “nuestras hipótesis requieren un mayor soporte cuantitativo y cualitativo”[19].


El mismo tema de la relación entre tiempo familiar y tiempo histórico le había dado a Hareven la ocasión de anticipar ya en 1977 algunas líneas que se encuentran en el texto publicado en 1982. En efecto, se individualizaba el estrecho nexo entre eventos como el matrimonio, el nacimiento, el desplazamiento de los individuos de una parte a otra, las cambiantes condiciones sociales, es decir, el tiempo histórico[20]. Estas anticipaciones eran de 1978 y de 1979 con una primera utilización de citas de historias de vida, aunque en realidad con funciones más bien secundarias[21].


En definitiva se puede decir que la sensibilidad y la experiencia de la historia americana se fueron perfeccionando en el tiempo en lo que concierne la dimensión biográfica como dato cualitativo, dotado de un significado digno de consideración científica. Los resultados obtenidos representan indudablemente un punto de referencia para quien quiera practicar una perspectiva interdisciplinar, adecuadamente calibrada sobre las exigencias de la investigación empírica. Todavía el precedente estudio de Hareven no es algo que pesa, al contrario, prueba una vez más que la contraposición entre cantidad y calidad es tal vez sólo un punto de conflicto académico más que una real discriminación científica. Si la autora de Amoskeag pudo indicar nuevos itinerarios para la historia y para la sociología se debe también a toda una serie de precedentes[22] que van colocados en un continuum típicamente científico como es el de proceder por aproximaciones sucesivas. De este modo el análisis cuantitativo y cualitativo se acercan tanto que existen calificados ejemplos del uso fundamental de las historias de vida como eje principal de una investigación completa[23].



[1]. Cfr. T. K. Hareven, R. Langenbach, Amoskeag. Life and work in an American Factory-City, Pantheon Books, Nueva York, 1978, pag. 400.


[2]. Cfr. T. K. Hareven, R. Langenbach, Op. cit., pag. 113-123.


[3]. Cfr. T. K. Hareven, R. Langenbach, Op. cit., pag. 295-306.


[4]. Cfr. T. K. Hareven, R. Langenbach , Op. cit., pag. 29.


[5]. T. K. Hareven, R. Langenbach Op. cit., pag. 32.


[6]. Cfr. T. K. Hareven, R. Langenbach, Op. cit., pag. 379-389.


[7]. Cfr. International Journal of Oral History, Vol. 1, N° 2, Junio, 1980, pag. 139-142.


[8]. Agradezco a la profesora Harriet Zuckerman de la Universidad de Columbia de Nueva York por haberme señalado desde hace tiempo la producción científica de Tamara Hareven.


[9]. Cambridge University Press, Cambridge, 1982, pag. 474.


[10]. Con respecto a este tema se puede coincidir con la oponión de Neil Smelser: “I know no study in which the investigator has analyzed such a diverse array of relevant institutional and personal data so well”. Para comentarios sobre Amoskeag cfr. N. J. Smelser, S. Halper, “The Historical Triangulation of Family, Economy and Education”, American Journal of Sociology, 84, 1978, Supplement, pag. S288-S315.


[11]. T. Hareven, Family time and industrial time, op. cit., pag. XII.


[12]. Cfr. T. Hareven, Op. cit., pag. XIV.


[13]. Cfr. T. Hareven, Op. cit., pag. 373.


[14]. T. Hareven, Op. cit., pag. 379. Ver también “Family history at the crossroads: linking familial and historical change”, Journal of Family History, Spring, 1987.


[15]. T. Hareven, Op. cit., pag. 382.


[16]. T. Hareven, “The Last Stage: Historical Adulthood and Old Age”, Daedalus, Fall, 1976, pag. 16.


[17]. Para una discusión más articulada sobre este tema cfr. T. Hareven, “Cycles, courses and cohorts: reflections on theoretical and methodological approaches to the historical study of family development”, Journal of social history, septiembre, 1978, pag. 97-109.


[18]. T. Hareven, Op. cit., pag. 26, nota 9.


[19]. H. P. Chudacoff, T. K. Hareven, “Family Transitions into Old Age”, en T.K. Hareven (compilador.), Transitions: the Family and the Life Course in Historical Perspective, Academic Press, Nueva York, 1978. pag. 241. También de los mismos autores, cfr. “From the empty nest to family dissolution: life courses transitions into old age”, Journal of Family History, primavera, 1979, pag. 69-83.


[20]. Cfr. T. K. Hareven, “Family Time and Historical Time”, Daedalus, primavera, 1977, pag. 59.


[21]. Cfr. T. K. Hareven, “The Dynamics of Kin in an Industrial Community”, American Journal of Sociology, 84, 1978, Supplement, pag. S181; “Historical changes in the American family”, “Family and work in an industrial community”, The Carroll Lectures, Mary Baldwin College, 19-20 de Marzo, 1979, pag. 34.


[22]. Para una visión general sobre la realidad americana cfr. T. K. Hareven, “American Families in Transition: Historical Perspectives on Change”, en F. Walsh (compilador.), Normal Families in Social Cultural Context, Guilford Press, Nueva York, 1981, pag. 446-465. Para otro ejemplo específico de análisis histórico-demográfico cfr. K. Oppenheim Mason, M. A. Vinovskis, T. K. Hareven, “Women’s Work and the Life Course in Essex County, Massachusetts, 1980”, en T. K. Hareven (compiladora), Transitions, op. cit., pag. 187-216.


[23]. Tal es el caso de un reciente best seller de la investigación sociológica estadounidense, que se basa en cuatro life stories ejemplares (a pesar que su uso instrumental es discutible): cfr. R. N. Bellah, R. Madsen, W. M. Sullivan, A. Swidler, S. M. Tipton, Habits of the Heart: Individualism and Commitment in American Life, University of California Press, Berkeley, 1985, pag. 360.

El análisis “computer-asistido” de las historias de vida

Roberto Cipriani


El análisis “computer-asistido” de las historias de vida



Valores y actitudes


Fue a los inicios del siglo XX cuando la historia de vida comenzó a ser utilizada como metodología de investigación científica en el campo sociológico. Y como es sabido, fueron principalmente Thomas y Znaniecki (1918-20) quienes experimentaron los instrumentos cualitativos, de modo personal y biográfico, para conocer la realidad de la inmigración polaca en los Estados Unidos de América, junto a los archivos registrados en la tierra de origen, en Polonia. La conciencia metodológica de los dos autores es plena y madura ya desde los inicios de su investigación empírica y no llega sólo post factum como dejarían suponer las fechas posteriores de alguna profundización específica (Znaniecki, 1995; Thomas, 1973).


Fundamental es la Nota metodológica, premisa de El campesino polaco, en donde los autores precisan lo que entienden por “valor” (o “valor social”) y por “actitud”. “Por valor social entendemos todo aquel dato que posee un contenido empírico accesible a los miembros de un grupo social y un significado en relación al cual esto es o puede ser objeto de actividad”. “Por actitud entendemos un proceso de la conciencia individual que determina la actividad real o posible del individuo en el mundo social”. “La actitud es así la contraparte individual del valor social y la actividad, es el lazo entre estos dos” (Thomas, Znaniecki, 1918-20, ed. it, pag. 26-27). Así, el valor no debe ser entendido como un elemento abstracto sino como un punto significativo, como una acción real de un grupo, entendido en sentido amplio (desde pequeño núcleo familiar hasta la entera sociedad). Por otro lado la actitud tiene una base específicamente subjetiva, relacionada con la conciencia del individuo que establece su acción en la realidad social. En definitiva, la sociabilidad del valor y la individualidad de la actitud se conjugan y se encuentran en la actividad. En este sentido el valor se diferencia de la realidad “natural” que por sí misma no tendría significado para las personas, mientras la actitud se diversifica del “estado psíquico”, estado de alguien que por sí mismo no interaccionaría con la realidad externa. Es por esta razón que el valor es tal, es decir social, así como la actitud supera el “proceso psicológico” para convertirse en una orientación “hacia algo”.


Es en este enfoque teórico inicial que se basa la metodología cualitativa y hace posible, de modo peculiar, la convergencia entre lo individual y lo social, entre lo que prevalece de la sociedad y la dominación del actor social. Se pasa así a mostrar (y demostrar) “que una causa social no puede ser simple, como lo es una causa física, sino que es un elemento subjetivo, es decir un valor y una actitud” (Thomas, Znaniecki, 1918-20, ed. it, pag. 39). A parte de la apelación – para nosotros obsoleta y equivocada – al concepto de causa, la afirmación de los autores tiene su importancia si se considera que “un valor social, actuando sobre los individuos miembros del grupo, produce un efecto más o menos diverso sobre cada uno; aun actuando sobre el mismo individuo en diferentes momentos no lo influencia en el mismo modo”. Tal afirmación deja suponer que un relevamiento extemporáneo, por ejemplo a través de un cuestionario basado en “entrevistar y fugarse”, pierde amplia cuota de conocimiento si no se recogen y se interpretan los valores y las actitudes a través del tiempo y a lo largo de diversos momentos históricos de la experiencia individual, que no tiene igual y que es al mismo tiempo dinámica, controvertida, contradictoria y difícilmente correspondiente a su propia lógica. Es cierto que una narración biográfica es una narración hic et nunc, es decir, que corre el riesgo de ser algo inmediato, a la vez fugaz y no perceptible. Aun así ofrece una mirada total de las “actividades” del sujeto que de otro modo serían ignoradas. También la narración libre, que no sigue items precisos, permite recuperar detalles mucho más significativos de una entera lista de preguntas con respuestas precodificadas.



La “Nota metodológica” de Thomas y Znaniecki


El núcleo esencial de la metodología thomas-znanieckiana está condensado en las cuatro páginas de su Nota (Thomas, Znaniecki, 1918-20, trad. it. pag. 42-6). Proponemos en este texto algunos párrafos significativos.


El hecho simple y conocido es que los resultados sociales de la actividad individual dependen no sólo de la acción en sí misma sino también de las condiciones sociales en que ésta se desarrolla; y en consecuencia la causa de un cambio social debe comprender tanto los elementos individuales como los sociales. Ignorando este hecho, la teoría social cada vez que quiere explicar el más simple de los cambios sociales se encuentra frente a una tarea infinita. En efecto, la misma acción produce, en condiciones sociales diversas, resultados diferentes […] Además, la teoría social olvida que la uniformidad de los resultados de ciertas acciones es en sí mismo un problema y exige una explicación exactamente cuando las variaciones la solicitan.


Para resolver las dudas metodológicas Thomas y Znaniecki parten de un presupuesto que orienta toda su actividad científico-cognoscitiva:


La causa de un fenómeno social o individual nunca ha sido otro fenómeno social o individual aislado sino una combinación de un fenómeno social y uno individual. En términos más precisos: la causa de un valor o de una actitud no es nunca una actitud o un valor solamente, es una combinación de una actitud y de un valor.


Es necesario recordar que la actitud tiene un mayor componente del aspecto individual mientras el valor está más relacionado al dato social. Es por esto que el individuo y la sociedad son elementos que se encuentran juntos en la explicación de los fenómenos.


…si queremos explicar el surgimiento de una nueva actitud, sea en un individuo como en un grupo entero… sabemos que se ha manifestado a partir de la influencia de un valor social sobre el individuo o sobre el grupo, pero sabemos también que esta influencia no habría sido posible si no hubiese existido alguna actitud precedente, alguna aspiración, algún hábito emotivo o alguna tendencia intelectual, al que este valor se ha dirigido, favoreciéndolo, contradiciéndolo, dándole una nueva dirección o volviendo estable sus expresiones inciertas. Nuestro problema es entonces encontrar tanto el valor como la actitud preexistente sobre el cuál esto ha actuado e individuar en la combinación de los dos la causa necesaria y suficiente de la nueva actitud.


Se trata, entonces, de un trabajo de reconstrucción del pasado, “de vuelta a” lo que ha precedido el presente con el fin de encontrar los factores generadores de un evento, de un fenómeno, de una actitud y de un valor. Los autores escriben:


Si hoy debemos explicar el surgimiento de un valor social sabemos que este valor es un producto de la actividad de un individuo o de un cierto número de individuos y que en cuanto tal depende de la actitud cuya actividad es la expresión. Sin embargo sabemos también que este resultado no puede ser explicado sin tomar en consideración el valor (o el conjunto de valores) que constituía el punto de partida y el material social de la actividad y que ha condicionado el resultado como lo ha hecho la actitud. El nuevo valor es el resultado de la solución de un problema puesto al mismo tiempo por el valor preexistente y por la actitud activa; es decir es el efecto común de los dos.


Tal procedimiento no es diferente a aquel conclusivo y reorganizador realizado a través de una historia de vida contada en primera persona con consecuencias en el interlocutor cuando intenta explicar lo que existe retomando lo preexistente.


Un ejemplo ofrecido por los autores ayuda a entender el sentido de este punto de vista:


Dos individuos, bajo la influencia de un comportamiento autoritario de su padre desarrollan actitudes completamente diversas: uno muestra sumisión, el otro una secreta rebelión y resentimiento. Si la tiranía del padre es considerada la causa de estas actitudes opuestas, debemos conocer completamente el pasado y el carácter de estos individuos con el fin de explicar la diferencia del efecto. Pero si comprendemos que la tiranía no es la única causa de los dos hechos, sino sólo un elemento común que entra en la composición de las dos causas diferentes, nuestra tarea será más simple, es decir consistirá en encontrar los demás elementos de estas causas.


Así, la actitud no es sólo un carácter peculiar del individuo sino que puede referirse a universos más amplios, que van debidamente estudiados y profundizados para poder ofrecer claves de lectura de la realidad. Los indicios emergentes, los datos fenoménicos por sí solos no bastan para señalar la salida a la comprensión-explicación. Todo debe ser contextualizado históricamente, es decir colocado en un cuadro general previo a cada comportamiento y a cada elección individual o de grupo. En esta profundización entorno al objeto de estudio parecen converger, bajo muchos aspectos, la psicología (también el psicoanálisis) y la sociología, pero esta última no puede prescindir de la estrecha relación entre el sujeto y su ambiente social.


El desenlace natural de la interacción entre actitud y valor, entre individual y social es la situación (Thomas, Znaniecki, 1918-20, ed. it. pag. 61-62) entendida como un


conjunto de valores y de actitudes con que el individuo o el grupo tiene relaciones en un proceso de actividad y respecto a los cuales se proyecta esta actividad y se evalúan los resultados. Cada actividad concreta es la solución de una situación. La situación comprende tres tipos de datos: 1) las condiciones objetivas en donde debe actuar el individuo o la sociedad, es decir la totalidad de los valores – económicos, sociales, religiosos, intelectuales, etc.- que en un momento dado influencian directamente o indirectamente el estado consciente del individuo o del grupo; 2) las actitudes pre-existentes del individuo o del grupo que en un momento dado ejercitan una influencia real sobre su comportamiento; 3) la definición de la situación, es decir la concepción más o menos clara de las condiciones y la conciencia de las actitudes.


Es claro que en el origen se colocan los valores y las actitudes que operan e interaccionan en el momento definido como situación, es decir en la fase que precede a la actividad. Sin embargo antes de asumir alguna decisión se tiende a definir la situación, a evaluarla en su potencialidad, en sus riesgos o ventajas. La acción no es algo privado de sentido, inmotivada. Cada acción tiene en su base una serie de consideraciones evaluadoras, que están relacionadas con el aspecto personal en base a la oportunidad del momento y a las consecuencias hipotizables post factum, es decir posteriores al hecho. Así:


…la definición de la situación es un presupuesto necesario de cada acto de la voluntad porque en ciertas condiciones y con un cierto conjunto de actitudes es posible una pluralidad indefinida de acciones, y una acción determinada puede aparecer sólo si estas condiciones son seleccionadas, interpretadas y combinadas en una cierta manera y se si llega a un orden de estas actitudes de modo que una de éstas se convierta en la predominante y subordine a las demás […] pero en general se da un proceso de reflexión por el que ó se aplica una definición social ya pronta ó se elabora una nueva definición personal.


 Lúcida es la aclaración que Znaniecki (1995, pag. 35) da más tarde en la introducción a la Autobiografía de Wadyslaw Berkan:


El individuo desde el punto de vista sociológico no es un complejo de sensaciones que posee una existencia a parte, sino que existe sólo a condición de que dichas sensaciones sean actuales y conscientes al sujeto. Éste es más que nada un conjunto uniforme de acciones, cada una de las cuales se refiere a los objetos del ambiente circunstante, y que es posible comprender y definir únicamente con relación a esos objetos sobre los que actúa o trata de actuar.


En práctica el enfoque sociológico se diversifica de aquel psicológico en cuanto no se limita al ámbito de las “sensaciones” sino que se relaciona con todo el ambiente circundante para llegar a la comprensión. Es el individuo en situación social lo que interesa al sociólogo.


Aplicando este enfoque al contenido de las historias de vida se comprende inmediatamente que lo que constituye el eje del análisis sociológico es la relación entre texto y contexto, entre narración y sus coordinadas sociales de colocación. El aparato metodológico propuesto por Thomas y Znaniecki mira a un hecho vivido, relación crucial entre individuo y sociedad. No faltan la ingenuidad y las pretensiones; la primera debida a las condiciones típicas de los primeros años del siglo XX, y las segundas por su carácter provocador con relación al positivismo estadístico-empírico dominante (no sólo en aquella época). De este modo se comprende una cierta sumisión “psicológica” a las ciencias naturales y su lenguaje, así también como la definición imperfecta, enigmática de bases teóricas y convicciones heurísticas.


Son estas carencias iniciales que llevan a Herbert Blumer (1939) a realizar númerosas y agudas observaciones críticas, moderadas sólo más tarde (1979). Estas críticas van dirigidas de modo particular al nexo entre teorías y documentos. Y no falta contextualizar la validez de la historia de vida como instrumento de investigación, sobre todo por lo que concierne a su representatividad afirmada por Thomas y Znaniecki pero no demostrada. Como afirma Consuelo Corradi (1988, pag. 64), en su lúcido y documentado excursus de re-lectura hermenéutica de El campesino polaco, el punto de vista de Blumer es radical:


Al elaborar su teoría de la personalidad social, Thomas y Znaniecki han obtenido un cuadro teórico-metódico que trasciende la autobiografía. Esta última no permite inferir inductivamente en el análisis de los autores, y no es tampoco una simple ilustración de tal análisis. Por lo tanto no es posible definir en forma clara la relación lógica que existe entre una y otra.


En consecuencia si por un lado se reconoce a los dos autores el mérito de una obra innovadora, por el otro se limita su alcance científico. Sobre todo Blumer niega al análisis de la historia de vida de Bekan (la única presente en El campesino polaco) la posibilidad de probar los asuntos teóricos a los que Thomas y Znaniecki se refieren. Al máximo podrá ser una lectura plausible pero no necesariamente real, fundada científicamente. En definitiva, la recolección de una o más historias de vida no satisface el principal deber de una investigación sociológica. Se necesita un número mayor de materiales e interpretaciones circunstanciadas.



La inducción analítica.


Por algunas décadas las severas observaciones de Blumer no tuvieron demasiado eco. Diversas corrientes de análisis cualitativa han dado lugar a desarrollos interesantes pero al mismo tiempo parciales. Se considere el caso del análisis lingüístico que ha visto númerosas propuestas en el campo de la content analysis (análisis del contenido), del análisis del discurso y de los turnos de palabra: sustancialmente con más innovaciones de carácter técnico que teórico.


Sólo recientemente se ha podido registrar algo más significativo, por ejemplo con la propuesta de la Grounded Theory y la serie de nuevos subsidios para la investigación asistida por la elaboración electrónica. Se puede decir que se ha llegado a una suerte de nueva frontera en el ámbito del análisis cualitativo en general y de aquel aplicado a la historia de vida en particular. Los problemas esenciales rotan por otra parte en torno a las cuatro “r” individualizadas por Jack Katz (1988): representativeness, reactivity, reliability, replicability.


El primer problema,  de la reprensentabilidad (representativeness), es aquel de la capacidad por parte de un simple sujeto (o de un grupo reducido de sujetos) de ofrecer elementos susceptibles de generalización, por esto un caso individual (o un conjunto de casos individuales) ofrecería indicaciones útiles al análisis global de una institución, de una comunidad, de un país entero. Sin embargo, es necesario encontrar justificaciones legítimas que hagan aceptable la transición del estrecho perfil de un individuo al más amplio perfil de una sociedad, dando por descontado en cierta medida que las dinámicas relativas a una persona (o a otras pocas más) pueden ser las mismas que en la mayoría de las personas en el mismo contexto social.


Sigue el tema de la reactividad, (reactivity), es decir la diversidad de reacción por parte de los sujetos entrevistados, empeñados en coloquios más o menos largos, más o menos serenos, más o menos espontáneos. El mismo lugar donde se desarrolla una investigación crea reacciones diferenciadas: una cosa es hablar en la propia casa y otra en el lugar de trabajo, otra todavía es contar la propia vida estando sentados en una mesa de un bar. No sólo hay que considerar la reacción del investigador que frente a interlocutores heterogéneos puede relacionarse de modo articulado: menor o mayor disponibilidad a escuchar la narración, simpatía o antipatía por el entrevistado, evaluaciones previas o cambios de opinión. Muchas de las reacciones son también imprevisibles debido a la ausencia de un esquema fijo como aquel del cuestionario, en el cual al menos las preguntas son iguales para todos, entrevistadores y entrevistados (quizás la única excepción distinguible y significativa está representada por el tono de la voz).


En tercer lugar se coloca la reliability, es decir la confiabilidad, el nivel de confianza, la regularidad, la conformidad respecto a los criterios científicos, respecto a las reglas canónicas para la realización de una investigación sociológica. En efecto, cada elección realizada por el investigador puede ser invalidada si no es debidamente motivada, circunstanciada: desde la definición del número y de las características de los sujetos a interpelar a la modalidad de la entrevista, desde el sistema de grabación y transcripción a la codificación de los contenidos. Otro elemento es la publicación de los resultados, cuando por razones de espacios y de edición se imponen selecciones drásticas que llevan a reducir sensiblemente el informe y así a seleccionar algunas variables respecto a otras, algunas biografías en vez de todas, cuando no se exigen redactar en pocos renglones los resultados de un gran número de páginas. Prácticamente son muchas, demasiado las exclusiones que dejan filtrar sólo intuiciones, tenues tranches (fragmentos) de historias individuales. Y de estos mínimos elementos se debe partir para interpretaciones globales unificantes – lo que por sí mismo no sería homologable ni manejable en un único registro- con caracteres humanos forzadamente similares y clonados, que tienen el mismo espesor actitudinal y comportamental, la misma potencialidad crítica y una única sensibilidad social. Este monstrum tendría poco de verosímil y no daría cuenta de la multiforme composición de las pertenencias a un grupo, a un movimiento o a una población.


El último, y no por esto menos importante, es el discurso de la replicabilidad (replicability) de un recorrido cognitivo. Todo especialista del sector debería disponer de condiciones optimas para rehacer el mismo itinerario de investigación ya experimentado. De tal modo se llegaría a verificar si en el curso de la investigación precedente no hubo acondicionamientos excesivos, interpretaciones equivocadas, prejuicios invalidadores, enfatizaciones indebidas u opciones forzadas. A los fines de la replicabilidad de una investigación es indispensable notificar todos los pasajes fundamentales de su realización de modo tal que se pueda ofrecer a los “replicantes” el trazado del recorrido a seguir, las experiencias de investigación a revivir, los problemas a resolver cada vez: desde la elección de la “muestra” a aquella de las historias de vida (o sus partes) para el informe final. Hay que considerar también que no siempre la recolección de historias de vida comporta un recorrido lineal, tiempos y modos definidos, por lo que la replicabilidad no es simple como se da en el caso de estudios sociológicos basados en la utilización del cuestionario. Hasta las instrucciones para las entrevistas de historias de vida varían tan frecuentemente que no es posible formularlas en modo definido y re-transitable: éstas dependen esencialmente de las características de los sujetos que entrevistan y de los que son entrevistados. Generalmente no hay puntos preestablecidos y aún menos se sigue un orden para la secuencia. En conclusión, en tema de replicabilidad la metodología de las historias de vida no se encuentra en las mejores condiciones como para garantizar la presencia de puntos de referencia fijos, esquemas rígidos, recorridos preestablecidos debido al polimorfismo característico de sus procedimientos de investigación y de los individuos sociales que intervienen.


Para resolver los cuatro problemas de la representatividad, la reactividad, la regularidad y la replicabilidad, Katz recurre a una revisión de la inducción analítica, que consiste en mantener una estrecha relación entre los datos y la explicación para que cuando emerja un elemento que contradiga la explicación vigente sea necesario tener en consideración la contradicción transformándola en un caso positivo, es decir, la confirmación de una explicación alternativa respecto a aquella en uso. Se habla correctamente de inducción analítica cuando el procedimiento parte de los datos (nivel particular) y alcanza la explicación (nivel general). De este modo se va desde lo particular a lo general a través del análisis: de aquí surge el concepto de inducción analítica. Katz intenta proponer una solución con un carácter grounded, es decir fundado sobre los datos (Glaser, Strauss, 1967). La perspectiva abdutiva en cambio preferida por otros no recoge ni la posición inductiva ni la deductiva (esta última va de lo general a lo particular, es decir desde la teoría y las hipótesis a la verificación a través de los datos). El mismo Katz por otro lado no parece compartir el aporte de Peirce (1984) sobre la abducción como solución intermedia que se mueve entre lo general y lo particular, como puntos de partida.


En realidad la propuesta de la inducción analítica es anterior a la revisión realizada por Katz. Es útil citar a W.S. Robinson (1951) y la enucleación de los pasajes principales de la analytic induction: definición del problema, primera explicación provisoria (hipótesis), análisis de los casos, verificación de la hipótesis provisoria, eventual re-definición del problema, nueva explicación temporánea, ulterior análisis de casos, etc. También para Katz la falsificación de una hipótesis no es el fin de una investigación sino un nuevo indicio que lleva a modificar la explicación de partida. Sobre todo Katz no tiene en cuenta la cantidad de los datos, por el contrario la considera sin evidence, sin relevancia para la lógica de la inducción analítica, es más, presupone una gran variabilidad de los datos cualitativos para descubrir los resultados que niegan la explicación considerada como definitiva. Esta lógica inductiva rechaza todo intento de conciliación entre cuantitativistas y cualitativistas desvalorizando la metodología cualitativa que no logra encontrar en sí misma las razones básicas de la propia autonomía científica (Katz, 1988, pag. 131),


no se comienza con una hipótesis y luego se encuentran las excepciones una por una. Se inicia, en cambio, con hipótesis múltiples que son colocadas frente a una masa de resultados en sentido contrario. La inducción analítica permite al investigador hacer las siguientes elecciones: que hipótesis preferir y sostener, que dato elegir como “excepción” en la masa de aquellos en sentido contrario – ignorando conscientemente en forma temporánea el carácter invalidador de los otros datos – permite también cambiar en la eventualidad lo que se explica o lo que debe ser explicado…


Se trata más bien de una tensión metodológica que de una pretensión para alcanzar los universos sociológicos, dado que la explicación perfecta y definitiva no existe. De este modo queda apenas una estrategia general, no victoriosa apriorísticamente y aun más: destinada a fracasar. En este sentido Katz no ambiciona sostener la superioridad del enfoque cualitativo con relación al cuantitativo. Los objetivos son mucho más modestos pero suficientemente claros.


Antes que nada las dos metodologías, la cualitativa y la cuantitativa, tienen en común el hecho de obtener resultados no absolutos, inestables, sujetos a verificaciones continuas y condicionados por factores no siempre individuales. Los puntos débiles de ambos enfoques son, por ejemplo, la probabilidad de las relaciones estadísticas por un lado y por el otro la inserción forzada de los casos límite dentro de una determinada categoría sociológica. Katz es contrario a toda exaltación del proceso inductivo y por eso critica ásperamente a los sostenedores de una epistemología de la inducción; a la que definiría – de acuerdo con algunos filósofos – como una suerte de “retroceso” en cuanto se está sólo frente a una alternancia entre la observación y la explicación, en vez de pasar al descubrimiento de la explicación únicamente después de la observación de los hechos.


Por último, la revisión de la inducción surge en un abandono del mismo término de inducción a favor de la dicción “investigación analítica” que no apunta a encontrar las pruebas útiles para una cierta interpretación de la realidad analizada sino a individuar las ocasiones negativas que contradicen el punto de partida precedente. De tal modo el caso individual no sirve tanto a la totalidad de la investigación cuanto a representar por sí un fenómeno objeto de análisis. Lo que no impide colocar dicho fenómeno dentro de un cuadro más general, aquel de sistema social, el cuál de todos modos es tomado en consideración a través de los procesos sociales examinados por el investigador mediante los puntos de vista internos a la realidad-objeto de estudio. La relación con los sujetos de investigación es también más directa y no construida sobre la base de diseños predefinidos y de esquemas teóricos preestablecidos. En otras palabras, se ve como el sistema social es vivido por sus miembros y no a partir de una idea previa sin referencias empíricas concretas. Este procedimiento, más interno que externo, permite fácilmente otros análisis de la relación entre datos y explicación, en la medida en que cualquier otro investigador puede sumergirse en la realidad sin considerar los cuadros teóricos pre-existentes. El trabajo analítico en el campo es lo que conduce a la construcción sociológica del sistema social, favorece la generalidad (en clave de representatividad), reduce la reactividad, mejora la “regularidad” y desarrolla la replicabilidad.


Llegamos aquí a la posición descripta por el autor como analytic fieldwork, es decir investigación analítica sobre el campo. La suya es indudablemente una perspectiva digna de atención, a pesar de que no ofrece indicaciones operativas y tal vez sea demasiado abierta, libre, sin constricciones metodológicas rigurosas. Ésta puede resultar convincente pero casi unicamente para quienes ya están convencidos de la posible calidad científica de la metodología no cuantitativa. Con este método se saca ventaja al discurso de la repetición literal de algunos conceptos y a los motivos considerados estratégicos (Katz, 1988, pag. 134). No es menor el significado de una invitación urgente a fundar todo o casi todo a partir de los datos.



 La Grounded Theory como turning point.


También la Grounded Theory de Glaser y Strauss (1967), la más innovativa de las teorías cualitativas, se basa esencialmente sobre los datos. La traducción en español que ofrece su verdadero significado sería “teoría basada en los datos” o “teoría en base a los datos”. A pesar de estar formalizada desde hace tres décadas, esta teoría ha tenido grandes dificultades en encontrar eco en Norteamérica y en Europa. Las primeras formulaciones podían suscitar perplejidad y reservas, pero con el pasar del tiempo los dos autores han precisado el sentido de su propuesta, profundizando los aspectos y los procedimientos para llegar luego a una sustancial diversificación entre ellos: Glaser autor free lance (independiente) desarrolla individualmente el rol del académico riguroso y Strauss, universitario de profesión, es más propenso a la serendipity, a la improvisación fecunda en el enfoque cualitativo (Strati 1997). Quizás es todavía prematuro tener un cuadro claro de las razones científicas que han llevado a los autores a separarse (y a dividir sus propios caminos). La polémica apenas inicia y no dejará de ofrecer ulteriores detalles especialmente en el ámbito de las implementaciones en la fase de la investigación empírica.


En efecto, en este ámbito aplicativo la teoría de Glaser y Strauss se ha revelado particularmente fecunda a partir del desarrollo de los métodos asistidos por programas informáticos. Es más, un sector entero de software “dedicado” a la construcción de teorías ha registrado notables progresos, gracias al imput teórico de la Grounded Theory. Así, como en cada ciencia, también en el campo sociológico las mejoras, los descubrimientos y las nuevas soluciones se pueden alcanzar más fácilmente cuando mayor es el número de los investigadores empeñados en un mismo ámbito de problemas. La experiencia cotidiana sobre el campo de la investigación ayuda a individualizar defectos y mal funcionamientos para señalarlos a los creadores de los programas con el fin que sean considerados adecuadamente en la sucesiva release, es decir en una nueva actualización del programa software. Todo esto no era posible precedentemente porque todavía no existían instrumentos informáticos específicos para la metodología cualitativa. Cuando éstos comenzaron sucesivamente a aparecer, el número de los usuarios no era lo suficientemente númeroso como para llamar la atención y las inversiones de las grandes casas productoras y distribuidoras de programas de computación. Por este motivo la iniciativa cayó sobre las espaldas (no económicamente fuertes) de investigadores universitarios aislados, de apasionados de la investigación cualitativa y de teóricos con una larga formación cualitativística y de comprobada experiencia empírica.


A partir de esto, es fácil deducir que Glaser y Strauss han lanzado in primis respecto a otros estudiosos el descubrimiento de la teoria “en base a los datos”, y aun más, lo han hecho anticipadamente respecto a su tiempo. En efecto, sólo con la aparición de la computadora de carácter personal y doméstico ha sido posible pensar programas peculiares de investigación cualitativa en grado de sostener la confrontación con los más prestigiosos y conocidos instrumentos de carácter estadístico (SPSS en primer lugar). Es sintomático que luego de los primeros intentos de unificación con los enfoques de tipo numérico (cómputo de palabras presentes en un texto, repeticiones de vocablos, jerarquización estadística de los conceptos principales y de otros a éstos estrechamente relacionados) se llegó a fórmulas más complejas y a la propuesta de un programa de asistencia computarizada explícitamente congeniado para responder a las instancias propuestas por la Grounded Theory. Un ejemplo es Kwalitan, realizado por Vincent Peters y Fred Wester (1995).


Por otro lado, no han faltado críticas bastante precisas y motivadas a la Grounded Theory que han señalado una escasa atención a la calidad de los datos recogidos, como si las técnicas de organización de los datos fuesen más importantes que el valor intrínseco de las informaciones. Seguramente no estaba en las intenciones de Strauss y Glaser proponer una acumulación indiscriminada de elementos. La impresión que se obtiene con su enfoque no parece tampoco dar razón a las críticas recibidas. Las indicaciones realizadas posteriormente por Katz tienen fundamento en la tendencial separación entre el descubrimiento y la verificación que aparece a través de la teoría basada en los datos. Estas indicaciones casi subrayan una sumisión del análisis cualitativo respecto a un nivel más alto de rigor científico y de teoresis. La sumisión es también terminológica cuando se habla de codificación, muestra teorética, comparación, etc. Da casi la impresión – observa justamente Kathy Charmaz (1988, pag. 109-110), a quien corresponden las citaciones antes mencionadas – que no se está frente a un procedimiento inductivo sino a un típico procedimiento cuantitativistico de lógica deductiva.


También a Kathy Charmaz se debe tal vez la mejor “divulgación” de la teoría de Glaser y Strauss, con detalles y ejemplificaciones que ayudan a la comprensión de varios pasajes en sus significados implícitos (Strati 1997). Sin embargo, es necesario precisar que Charmaz responde debidamente a las diversas objeciones de los puntos críticos del enfoque glaser-straussiano: en primer lugar ella precisa que los momentos de la recolección de los datos y su análisis proceden a la par y que los datos utilizados para la finalidad de theory building (construcción de la teoría) no pueden ser cualitativamente censurados; en segundo lugar los procedimientos y los resultados son conformes a los datos y no a rígidos esquemas preconstituídos, de este modo mantienen un carácter inductivo y no deductivo (como sucedería si se utilizaran pre-requisitos ya definidos); en tercer lugar los grounded theorists no se adecuan a los criterios formales típicos de la metodología cuantitativa, sino que al contrario escapan de éstos, aunque no olvidan la importancia de la continua verificación de los datos y de los enlaces (o relaciones) posibles entre estos, por no mencionar una eventual superación de los límites del terreno peculiar de investigación para sondear otros potenciales indicios. Por último, Strauss y Glaser no descuidan el dinamismo procesal de la realidad social, al contrario lo presuponen y son conscientes de la probabilidad de una superación de los resultados obtenidos en un primer momento (en práctica, otros investigadores podrían hacer surgir interpretaciones diferentes de los mismos datos, en cuanto no está definitivamente fijada una única lectura posible de la realidad examinada).



El análisis cualitativo computer-asistido


La Grounded Theory no sólo se desarrolla a través de sus mismos ideadores sino que permite recorridos personales a todos los que se comprometen con ella para conducir investigaciones cualitativas, recoger historias de vida, analizar biografías. Los instrumentos técnicos no faltan y han alcanzado un nivel tal de perfección y de familiaridad entre los investigadores que hoy el único problema es aquel de la elección. Hoy se cuentan al menos 24 programas diversos para computadoras utilizables en el análisis cualitativo y aplicables también a las historias de vida.


Ante la imposibilidad de presentar, en este libro, toda la serie del software para la investigación cualitativa, nos limitamos a tres ejemplos: el primero, The Ethnograph, que ya llegó a la versión 5.0, ha sido el pionero de la nueva generación de programas cualitativistas que prevén la codificación primero y la “recuperación” (manejable) del material codificado; el segundo programa es HyperRESEARCH, apunta principalmente a la construcción de la teoría; el tercero, QRA Nud.Ist, está finalizado a la jeraquización de las categorías analíticas. Ya a partir de esta primera enumeración se comprende que los programas no responden a las mismas exigencias. En realidad las características del software representan ellas mismas el primer problema a afrontar.


A la categoría de The Ethnograph pertenecen también QUALPRO, el ya citado KwalitanHyperQual 2Martin y Texbase Alpha (para éste último existe una nueva versión con posibilidad de aplicaciones estadísticas utilizables en SPSS).


Entre los programas destinados a la construcción de teorías se pueden nombrar también HyperRESEARCH; ATLASti (con caracteres de hipertexto y representación gráfica, como Hypersoft), AQUAD y su antecesor del 1985 Qualog (ambos similares a HyperRESEARCH en cuanto usan sistemas lógicos para la verificación de hipótesis) y QCA (Qualitative Comparative Analysis).


En realidad también QRS Nud.Ist es útil para la construcción de teorías pero ofrece también la posibilidad de crear un árbol jerárquico mediante los lazos categoriales. Con la utilización conjunta de QRS Nud.Its MERGE es posible unir dos o más investigaciones conducidas con QRS Nud.Ist.


Mientras algún programa, prometedor como TAP (Text Analisys Package), salió fuera del mercado, otros parecen bastante dotados, como los “recuperadores” de texto WordCruncher (complejo pero con grandes capacidades para las frecuencias y las concordancias) y ZyINDEX (sobre todo permite varias revisiones y algunas funciones de hipertexto).


MAX y su par WinMAX sirven para la gestión de textos y generan variables específicas con datos tanto cualitativos como cuantitativos (esta última característica de la combinación entre calidad y cantidad se encuentra también en Intex/PC y en el ya conocido pero superado TEXTPACK PC, aptos ambos para el análisis del contenido).


No es fácil escribir y evaluar los problemas individuales. Su carácter obsoleto es constante, sobre todo para los packages mejores y por eso más solicitados. Al momento de la publicación de este libro se corre el riesgo de estar hablando de cosas que podrían ya estar resueltas de un modo diverso o de hecho superadas por las actualizaciones. De aquí el por qué se ha elegido ilustrar tres ejemplos de software ampliamente afirmados y bastante definidos en su estructura de base.


Aún así en el pasado reciente existía una neta distinción entre los programas para el DOS (en maquinas IBM o IBM compatibles) y aquellos para el sistema Macintosh. Hoy también los paquetes están disponibles sólo para uno o el otro sistema operativo aunque en algunos casos (realmente pocos) son diseñados también para Windows (tanto para las anteriores versiones como para las nuevas releases). Al momento el cuadro que se presenta es aquel de la Tab.1.


Se puede ver fácilmente que el software tiende a colocarse dentro de un único sistema operativo, sobre todo dentro el DOS. En el caso de Windows la opción es única y compartida con el sistema Macintosh. Pero de todos modos también las barreras de incompatibilidad entre los programas tienden a caer, un poco como sucede entre cualitativo y cuantitativo y se va hacia el máximo de una compenetrabilidad mutua posible.


Los tres programas aquí ilustrados están en inglés (como sus respectivos manuales) y usan sistemas específicos de base de datos textuales no formateados, de hecho una vez efectuada la codificación, los códigos se conectan a los apuntadores que contienen las direcciones de las partes de texto utilizadas. Lo que permite en modo fácil e inmediato la recuperación del texto o de las partes que interesan al investigador.


La codificación, en particular, consiste en atribuir códigos (conceptos, categorías analíticas, términos de síntesis, etc.) a las porciones de texto (llamadas por ello “segmentos”). Tales códigos son elegidos por el investigador en modo absolutamente libre (en esto consiste por otra parte la responsabilidad – y la capacidad – del sujeto humano frente a la computadora que desarrolla solamente el rol de servil elaboradora). Obviamente la elección de los códigos depende de los temas objetos de investigación y de las eventuales hipótesis a verificar (las hipótesis son eventuales porque por ejemplo la Grounded Theory no lo prevé explícitamente).


Tabla 1. Programas y sistemas operativos



Función


Nombre


 


Ambiente


 


 


 


DOS


MAC


WINDOWS


Codificación y “recuperación”


The Ethnograph 4.0


x


 


 


 


HyperQual2 1.0


 


x


 


 


Kwalitan 4.0


x


 


 


 


Martin 2.0


 


 


x


 


QUALPRO 4.0


x


 


 


 


Textbase Alpha


x


 


 


 


 


 


 


 


Construcción de teorías


HyperRESEARCH 1.55


 


x


x


 


Aquad 4.03


x


 


 


 


ATLAS/ti 1.1E


x


 


 


 


Hypersoft 2.2


 


x


 


 


QCA 3.0


x


 


 


 


 


 


 


 


Jerarquización de las categorías


QSR Nud-Ist 3.0


 


x


x


 


QSR Nud-Ist MERGE


 


x


x


 


 


 


 


 


Otros


Max 3.5


x


 


 


 


WinMAX


x


 


x


 


WordCruncher 4.5


x


 


 


 


WordCruncher Beta


 


 


x


 


ZyNDEX 5.14


 


 


x


La recuperación (retrieval) más simple de los segmentos se realiza con la investigación y la aparición en el monitor de la computadora de todas las partes del texto a las que ha sido atribuido, en precedencia, un mismo código. En efecto, la atribución de un código es la parte más delicada y hasta aburrida de cada programa de asistencia computarizada. El inconveniente mayor en los programas está representado por el hecho de que cada segmento aparece fuera de contexto, es decir, en el monitor no se ve lo que precede ni lo que sigue a la parte del texto recuperado. En cada caso el contexto es siempre reconstruible de alguna manera para poder obtener el sentido del paso considerado.


De gran relevancia son las características de la codificación y las de la recuperación.


Es importante realizar la codificación en el monitor de modo de poder controlar directamente las operaciones en desarrollo. La codificación se puede realizar en manera automática con textos que poseen ya una estructuración definida por el investigador. Es útil disponer de la posibilidad de agregar memos (notas, apuntes, hipótesis interpretativas) para relacionarlos a los códigos y en consecuencia a los segmentos de referencia. Los mismos lazos entre los códigos se definen para obtener una estructura de flujo, es decir, una jerarquía entre las categorías de los códigos. Otra posibilidad interesante es la de prescindir de la codificación de los segmentos con el fin de que éstos estén conectados entre sí por otras razones no relacionadas necesariamente con su codificación: se trata de crear conexiones (links) que superen la red de los códigos para poder usar nexos de nivel más alto y más general, es decir los hyperlinks. Sucesivamente se puede pasar también a una red que conecte entre sí los memos, los códigos y los segmentos. Una operación ulterior es la de definir las variables (sexo, ocupación, edad, nivel de instrucción, residencia, etc.) que pueden ser conectadas a los varios textos. Por último se llega, en algunos programas, a una clasificación de las categorías de códigos conectados a sus respectivas variables.


Para la fase de recuperación es determinante la capacidad de hacer una selección especialmente con el objetivo de individualizar la co-presencia de diferentes elementos. Nos podemos encontrar frente a una superposición de segmentos (en cada porción del texto existen dos o más segmentos con otros tantos códigos); o frente a una secuencia de segmentos con el código x, después uno con el código y, otro segmento con el código x seguido por otro con el código y, o aun otras combinaciones secuenciales como x,y,y,x); o por último, a una proximidad de segmentos (dos o más segmentos con sus relativos códigos se encuentran bastante cerca en el texto, por ejemplo a distancia de alguna frase o de pocas palabras).


Otros pasos, no siempre accesibles automáticamente, pueden hacer encontrar las partes del texto que afrontan el mismo argumento o en aquellos segmentos de textoen dónde se encuentran los puntos de confrontación (por ejemplo para una confirmación o contradicción) o también dos o más segmentos que reconstruyen una sucesión más o menos cronológica de los diversos períodos al interno de una misma biografía; o aun más, segmentos correlacionados entre sí por la afinidad de los temas afrontados y/o por la contemporaneidad de los hechos narrativos.


Una operación más simple, que ya está presente en los diferentes elaboradores de textos (wordprocessors) – al menos en las versiones más recientes -, está relacionada con el cálculo de las frecuencias de las palabras. Otra elaboración usual es aquella del cálculo de la frecuencia de los códigos y de las co-presencia de palabras y códigos.



The Ethnograph


Nacido del trabajo pionero de John Seidel en 1981, The Ethnograph es un package en ambiente DOS que ha tenido una amplia difusión sobre todo en los Estados Unidos, en particular por sus funciones de codificación y recuperación de textos, y por la relativa facilidad de aprendizaje de sus procedimientos, aplicables a 22 tipos de files (archivos).


La preparación del documento a analizar respeta algunos criterios que no responden ciertamente a las características usuales de transcripción de un texto de una historia de vida. Lo que significa que para no hacer dos veces el mismo trabajo (o casi) se tendría que operar con The Ethnograph ya al momento de la desgrabación del texto, aliviando así un deber arduo a un trabajo ya difícil y laborioso como es el escuchar y desgrabar (o mejor dicho la digitación de la narración biográfica). Otra solución sería la de realizar sobre papel provisoriamente un esquema de codificación y segmentación del texto, para digitar luego lo que permite el package. Siguiendo una estructura propia el programa edita y reformatea los files ya existentes por ejemplo en Word o WordPerfect. Estos documentos son formateados como files ASCII.


El programa está destinado preferiblemente a quien trabaja con una estructura clásica de la investigación, es decir con precisas hipótesis de trabajo a verificar. En cambio para los expertos de theory building, es decir la construcción de la teoría a partir de los datos, es aconsejable recurrir a HyperRESEARCH ó a QSR Nud.Ist ó a Kwalitan.


La peculiaridad de The Ethnograph es la organización del texto que ocupa cerca la primera mitad vertical del monitor (o de la página) de modo de tener a la derecha el espacio para indicar los segmentos de codificación con las relativas superposiciones (incluyendo la forma del nesting, es decir la encapsulación de un segmento en el interior de otro que posee dimensiones mayores). Sobre una parte de texto de al menos 14 renglones se pueden insertar como superposiciones o anidamientos hasta un máximo de 7 segmentos con otros códigos. Esto significa que la investigación llega a un alto nivel de “análisis”, siempre recuperable y posible de cruzar con otras porciones del documento también tomadas en consideración en modo detallado.


Cada renglón del texto, compuesto de 40 caracteres, se enumera y debe comenzar después de dos espacios a partir del margen izquierdo (tales espacios sirven sobre todo a colocar los identificadores relativos a los locutores). La enumeración permite establecer la amplitud del segmento (junto a los renglones), individualizado con un guión y un símbolo puesto a la derecha en correspondencia con el renglón inicial y final, relacionado a su vez entre ellos por una suerte de segmento compuesto de guiones colocados verticalmente. En el renglón que precede cada segmento del texto está indicado el nombre del código (por ejemplo: familia; con un máximo de hasta 10 caracteres) y su respectivo símbolo. Los símbolos operados por The Ethnograph son por ejemplo: #, $. Cada uno de estos símbolos se une a un código, es decir a una palabra. Sin embargo no siempre un símbolo acompaña la misma palabra-código. En efecto, los símbolos son continuamente reciclados y atribuidos en modo sustancialmente casual, lo que depende de la secuencia con la cual el investigador-analista cualitativista atribuye los códigos.


En el caso de una autobiografía, por ejemplo, si en la transcripción predispuesta por The Ethnograph se habla de familia desde el quinto al vigesimoprimer renglón, el segmento codificado como “familia” será 5-21. Si en el interior del segmento “familia” se habla también de la figura de la madre, por ejemplo entre el renglón octavo y el undécimo, se obtendrá un subsegmento, el 8-11, codificado como “madre” y ubicado en el interior de aquel llamado “familia”.


A cada segmento se le atribuye hasta 12 palabras-códigos. Y el límite máximo de los renglones utilizables por cada uno de los documentos es de 9.999 (cada uno con un máximo de 40 caracteres). Notable es la capacidad de modificación que permite este programa, especialmente de los códigos, aunque ya hayan sido insertados.


Al texto se le puede asociar una docena de files con varios contenidos, incluidos los códigos, los memos (de hasta 10.000 caracteres) y los identificadores de partes específicas del texto. Además cada segmento es susceptible de enlaces (linkages) con varios memos, hasta un máximo de 26 (posibles de imprimir) y en cada uno de los renglones se puede indicar – entre otras cosas – el autor del análisis, la fecha y los códigos. Se crea también una lista de las palabras-códigos y de los identificadores de los files de datos. Junto con el texto se tiene la posibilidad de insertar comentarios o informaciones contextuales que ayudan a la comprensión del documento. Es fundamental considerar quien habla para comprender inmediatamente la referencia al locutor (speaker). De este modo los segmentos son fácilmente atribuibles a una persona específica sin tener que volver atrás en el curso del texto para reencontrar este tipo de información. En efecto, los identificadores de las secciones de texto (que indican – a partir de la elección del investigador-analista – una pregunta o una repuesta u otra parte más o menos amplia de texto, que no hay que confundir con los segmentos) y de los locutores son tratados en el mismo modo que las palabras códigos.


The Ethnograph permite una investigación con códigos múltiples, de co-presencia relativas a segmentos superpuestos, anidados, secuenciales, próximos (según la modalidad ilustrada arriba). En este procedimiento es posible aplicar la selección con los operadores andor (en forma simulada) y not. Se excluye, al menos por ahora, la posibilidad de operar con if. Con and se unen en la recuperación todos estos segmentos de texto que tienen el mismo código (por ejemplo todos aquellos que hablan de familia). Con or se enlazan todos los segmentos que tengan uno de los dos códigos prefijados. Con not se obtienen todos los segmentos en dónde no aparezca algún código pre-indicado.


The Ethnograph calcula también las frecuencias de los códigos y está capacitado para trabajar hasta con 200 files a la vez.


Quizás el mayor defecto del programa está en el obligar al usuario a entrar en el módulo y a salir continuamente para activar algunas funciones. Otro límite consiste en la descontextualización de los segmentos, que sin embargo son expansibles hasta un máximo de 10 renglones. Esta restricción no siempre permite tener un cuadro completo o al menos suficiente como para colocar adecuadamente el segmento dentro de su marco biográfico: antes y después en el desarrollo de la narración. Es más, los 10 renglones de expansión contextual no aparecen en caso de impresión del segmento.


Aunque no es un paquete “dedicado” al análisis de las historias de vida, no por eso no responde a muchas de las instancias de un especialista del sector. El programa tiene una buena flexibilidad ya que es útil para cada género de entrevista, apuntes de investigación en el campo, análisis de documentos y diarios personales. Sin embargo – y esto poco importa – los resultados no son exportables a paquetes de carácter estadístico.


Texto y códigos pueden ser impresos juntos, ofreciendo un cuadro completo del trabajo de investigación[1].



HyperRESEARCH


El programa HyperRESEARCH nace en el Boston College por obra de un grupo dirigido por Sharlene Hesse-Biber. Funciona con el sistema Macintosch y con Windows, usa HyperCard, puede trasladar los diseños realizados con los programas de gráfica de Macintosch, es bastante flexible y más apto que The Ethnograph en las conexiones entre los datos. Es en algunos aspectos menos complejo que QRS Nud.Ist, con el cual tiene en común la construcción de redes semánticas y conceptuales basadas en lazos (establecidos por el usuario) y su sistema de reglas: se pasa así de los datos cualitativos (verbales o escritos) no estructurados a datos cualitativos fundados sobre variables nominales. En primer lugar se realiza la recolección de los datos no estructurales (en nuestro caso específico se trata de las historias de vida), luego a partir de un esquema orientativo-organizativo se procede a las operaciones de codificación, a la creación de índices y listas; de este modo se obtiene una comparación sinóptica de los datos allí donde se desarrollan las categorías. Estas a su vez integran una tipología descripta o una teoría provisoria que será sucesivamente verificada codificando los datos con las nuevas categorías. Por último se verifican las relaciones entre estas últimas categorías, mediante técnicas de recuperación y otros procedimientos de verificación de las hipótesis.


Toda la investigación conducida a través de HyperRESEARCH se llama study. Cada estudio puede contener hasta 900 casos. Un caso está representado por una sola persona o su biografía o por otra unidad de análisis que es estratégicamente importante en la investigación. El programa trabaja sobre todo a través de la organización de los casos.


La investigación o la recuperación se realiza por palabras, frases y conjuntos de códigos. La lógica de base es aquella del “si… entonces…” (“if… then…”). Por lo tanto cuando existe un cierto código existen también otros; se llega a la conclusión que ambos códigos pueden dar lugar a otro, el cuál une los dos códigos relacionados (el mismo procedimiento es aplicable también en el caso de un número de códigos superior a dos). Si tal relación está presente varias veces se concluye que la regla de relación entre los códigos mencionados está convalidada y asume el estatuto de patrimonio cognitivo adquirido.


La secuencia de verificación “se… entonces” contribuye de modo significativo a la construcción de una teoría que tiene como fundamento los resultados precedentes y deriva de un razonamiento que parte de los datos y lleva a conclusiones teoréticas. Es como una cadena interrumpida de hipótesis orientada a obtener una solución científica plausible.


En sustancia, hay tres momentos fundamentales: individualización, definición y separación de los conceptos; conexión entre dichos conceptos y verificación de las relaciones de confirmación o de invalidación. El procedimiento tiene un carácter de abstracción y esto es lo que le permite conectar los conceptos entre sí. Desde las clasificaciones provisorias se llega a otras más sólidas, menos extemporáneas.


La codificación (que en general es fácil, no sofisticada, user friendly como la mayor parte del programa) puede también realizarse automáticamente de modo que el mismo código (que puede ser construido con un máximo de 32 caracteres, sin ninguna puntuación) es asignado – sin intervenciones del investigador – cada vez que aparece en el texto la misma palabra o frase. Esta es indudablemente una ventaja del programa que evita aburridas repeticiones en la fase de codificación. Esta última puede examinar también un término solamente de dos caracteres o un segmento más amplio (chunk) de texto. Es verdad que la confusión entre el código (code) y el chunk proporciona algún problema cuando la referencia a un caso (sea un segmento o un código) es llamado sólo code, es decir segmento codificado.


HyperRESEARCH calcula las frecuencias de los códigos, puede recuperar las co-presencias de códigos independientemente de su relación de superposición, “anidación”, secuencia o proximidad. Permite también el uso de operadores andor y not. Es decir, es particularmente versátil (y en consecuencia indudablemente preferible) para un análisis cruzado de casos, de simples historias de vida. En efecto, una vez que el investigador-analista ha establecido una combinación de códigos, el programa individualiza los casos que presentan las características combinatorias pre-elegidas.


Con sus conocimientos técnicos HyperRESEARCH logra producir codificaciones de cintas de audio y también de video.


Un punto calificador de HyperRESEARCH es la hypothesis tester que establece una cadena de reglas del tipo “si… entonces…”. Si la última regla de la serie resulta verificada entonces la hipótesis será verdadera, es decir convalidada. Códigos y reglas pueden ser todavía cambiados por el usuario.


Un límite del programa está representado por su capacidad de permitir el acceso a no más de 16.000 caracteres a la vez, razón por la cual el documento a analizar tiene que ser previamente dividido en páginas o en partes que no superen el mencionado nivel máximo.


Lamentablemente este paquete de análisis cualitativo no permite agregar memos, que generalmente representan un punto de relevancia en el desarrollo de la investigación.


A parte éstas y otras pocas carencias, HyperRESEARCH es de todos modos uno de los mejores programas de análisis cualitativa, “seguramente recomendable en la primera fase de tratamiento de los datos cualitativos” (Mazzara, 1996). Es verdad – sostiene este autor- que el programa resulta bastante lento en la fase de tratamiento y modificación de los códigos asignados. Costosa es también una de las fundamentales operaciones sucesivas: la creación de códigos de nivel superior; los que son formados reuniendo diversos códigos de primer nivel y cuyas frecuencias son generalmente bajas. Existiendo una función específica de recodificación, que también es muy lenta, esta operación es posible especialmente cuando se debe trabajar sobre varios códigos de primer nivel buscándolos en files de texto muy largos. Sin embargo, no es posible conservar los datos en el formato precedente a la recodificación, sino en files diversos; por lo que es bastante complejo operar con las recodificaciones en fases sucesivas, incluyendo o excluyendo códigos según los resultados de las elecciones que se van realizando. Por último, resulta difícilmente confrontable la distribución de los datos en los diversos sujetos, que son tomados en consideración en modo secuencial y no sinóptico en los reports.


A todo esto Mazzara (1996) sugiere integrar las prestaciones de HyperRESEARCH con las de una normal planilla de cálculo, por ejemplo Excel. Resumimos a continuación el procedimiento, haciendo referencia, como ejemplo, a una investigación sobre inmigrantes senegaleses:


a) luego de haber creado los códigos en manera analítica, se generan tantos reports cuanto son los sujetos, reportando los códigos presentes por cada sujeto en orden alfabético con las relativas frecuencias;


b) los files que contienen los reports se modifican con un elaborador de texto, de modo de volverlos legibles en la planilla de cálculo en uso; puede ser además necesario transformar en “tabulador” las comas que separan – en cada renglón del report – el nombre del código de la frecuencia;


c) se crea una planilla de cálculo importando en columnas sucesivas los datos de los reports en modo de “alinear” en manera homogénea las parejas de columnas (códigos más frecuencia) relativas a los diversos sujetos. Sin embargo, éstas no pueden contener el mismo número de códigos, porque no todos los códigos están presentes para todos los sujetos; lo que sí se puede realizar con el procedimiento indicado es lo siguiente:


c1) trasladar en la primera columna la lista de todos los códigos de fácil individuación por una de las funciones de report;


c2) trasladar en cada pareja de columnas sucesivas los datos relativos a cada sujeto (código y frecuencia);


c3) por cada sujeto, desplazar las celdas hacia abajo, insertando parejas de celdas vacías en correspondencia con los códigos faltantes; esta operación puede ser acelerada creando “macros” respectivos por cada una de las distancias que hay que cubrir;


c4) una vez realizada la operación para todos los sujetos y luego de haber verificado el exacto alineamiento de los códigos, se eliminan las cuatro columnas alternadas que contienen las repeticiones de los códigos por cada sujeto, dejando así sólo aquellas que contienen las frecuencias. A este punto se ha obtenido una planilla de cálculo formada por una columna con la lista de todos los códigos y por otras tantas columnas cuanto son los sujetos. Cada columna contiene las frecuencias con que el código está presente en este sujeto. Los datos relativos a los diversos sujetos de este modo son fácilmente comparables (Tab. 2);


d) se agrega al inicio una columna vacía, en la cual se inscriben, los códigos del segundo nivel: obviamente utilizando las funciones de “copia” y “pega” cuando es posible;


e) se realiza un sort alfabetic sobre la nueva columna de los códigos de segundo nivel;


f) se agrega, al final de cada grupo de códigos que ha recibido la misma codificación de segundo nivel, un renglón que contenga instrucciones de suma y que permiten visualizar enseguida (en cada sujeto y por el total) el valor completo del grupo de códigos (Tab. 3);


g) se puede también repetir la operación con códigos de tercer nivel; esto se puede hacer agregando una columna en la cual se señala, usando ampliamente las funciones de “pareja múltiple”, los nuevos códigos (obviamente en este caso se pierden las sumas intermedias eventualmente ya colocadas). Esta operación con códigos de tercer nivel también se puede realizar copiando en otra zona de la planilla los renglones del total al que haya sido agregado un título sintético del grupo de códigos.


La creación de esta planilla, que realiza la codificación de segundo nivel, puede ser muy rápida, especialmente si se utilizan lo mejor posible las potentes funciones de “pareja múltiple” y de “marco” que cada planilla de cálculo ofrece. Además, una vez creada, resulta extremadamente simple realizar modificaciones y evaluar rápidamente el efecto; de este modo es suficiente cortar uno o más renglones de un bloque y llevarlo a otro, verificando inmediatamente el resultado total y las referencias a cada uno de los sujetos.


Una ventaja ulterior es la posibilidad – concluye Mazzara (1996) – de realizar entre los bloques no sólo cálculos de suma (lo que constituye como se ha visto la creación de códigos de tercer nivel) sino también de diferencia, lo que permite verificar el efecto de “compensación” que pueden tener códigos de validez opuesta. Por ejemplo, en el cuadro sinóptico n° 3, se puede ver que un grupo de códigos ha sido etiquetado DEFDEM+ (“definición de los demás positiva”) debido a que implica una definición positiva del outgroup (“del otro”) mientras que otro grupo de códigos ha sido recodificado con DEFDEM- porque señala, al contrario, una definición negativa del outgroup. Además de verificar el valor de cada grupo de códigos en su totalidad y por cada sujeto, es posible también compensar con una simple sustracción los dos bloques de datos; el renglón DEFDEM lleva tal resultado e indica prácticamente el nivel de disposición positiva hacia el outgroup de los sujetos, obtenido sustrayendo las definiciones negativas de aquellas positivas.


Tabla 2. Distribución sinóptica de los códigos por sujetos



 


S1


S2


S3


S4


S5


casa de los parientes


1


1


1


 


 


adaptación normas alto


 


 


1


 


 


adaptación normas bajo


 


 


 


1


1


adaptación normas medio


1


1


 


 


 


ansiedad futuro alta


 


 


 


1


 


ansiedad futuro baja


2


 


 


 


 


ansiedad futuro media


 


1


 


 


 


pertenencia ciudad


1


 


 


 


 


pertenencia raza


 


 


1


 


 


pertenencia religión


4


2


1


2


2


pertenencia tradición


 


 


1


 


 


asociac. func. activación


 


1


 


 


 


asociac. func. defensa


 


 


1


 


 


asociac. func. práctica admi.


1


1


1


 


 


asociac. func. religiosa


 


 


 


1


 


autoridad religiosa personal


1


 


 


2


 


necesidades


3


3


 


5


 


necesidad casa


2


2


1


1


1


necesidad diversión


 


1


 


 


 


necesidad documentos


 


1


1


 


 


necesidad integración


 


 


 


1


 


camb. experiencia


 


 


 


1


 


camb. no


 


1


 


2


1


camb situación material


1


 


 


 


 


cierre ingroup alto


1


 


 


 


 


cierre ingroup bajo


 


1


 


 


 


cierre ingroup medio


 


 


 


1


 


comprens. arabe alta


1


 


 


 


1


comprens. arabe baja


 


 


1


1


 


comprens. arabe media


 


1


 


 


 


contactos familiares altos


1


 


 


1


1


def. dem agricultura pos


1


 


 


1


 


def. dem alimentos


1


 


1


 


 


def. dem neg. indiferencia


1


 


 


 


 


def. dem neg. religión


1


 


 


 


 


def. dem neg. riqueza


1


 


 


 


 


def. dem homogéneos


 


1


 


1


1


def. dem positiv. agricultura


1


 


 


 


 


def. dem positiv. trabajo


1


1


 


3


 


def. dem positiv. honestidad


 


 


 


1


 


def. dem positiv. respeto


 


 


 


2


 


valores positiv. disciplina


1


1


 


 


 


valores positiv. educación


3


1


2


 


 


valores positiv. familia


1


 


 


 


 


valores positiv. trabajo


 


 


1


 


 


valores positiv. relaciones


1


1


1


 


 


valores positiv. respeto


 


1


1


 


 


valores positiv. solidaridad


5


 


1


 


 


valores positiv. tolerancia


1


 


 


 


1


valores positiv. tradiciones


 


1


 


 


 


valores positiv. humildad


 


1


 


 


 


 


 


 


 


 


 


Tabla 3. Creación códigos de segundo nivel



 


 


S1


S2


S3


S4


S5


ASOC.+


casa parientes


1


1


1


 


 


ASOC.+


asoc. func. activación


 


 


1


 


 


ASOC.+


asoc. func. defensa


1


1


1


 


 


ASOC.+


asoc. func. pract. admist.


 


 


 


1


 


ASOC.+


disp. asoc. alta


1


 


 


1


 


ASOC. +


part. asoc. media


 


 


 


1


 


 


 


3


2


3


3


0


 


 


 


 


 


 


 


ASOC. –


disp. asoc. baja


 


 


1


 


1


ASOC. –


part. asoc baja


1


1


1


1


 


 


 


1


1


2


0


1


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


ASOC.


 


2


1


1


3


-1


 


 


 


 


 


 


 


FAM.


contactos famil. altos


1


 


 


1


1


FAM.


emigración familiar


 


1


 


 


 


FAM.


val. pos. familia


1


 


 


 


 


 


 


2


1


0


1


1


 


 


 


 


 


 


 


NECES.


necesidades


 


1


 


 


 


NECES.


necesidad casa


2


2


1


1


1


NECES.


necesidad diversión


 


 


1


 


 


NECES.


necesidad documentos


 


1


1


 


 


NECES.


necesidad integración


 


 


 


1


 


NECES.


 


2


4


3


2


1


 


 


 


 


 


 


 


DEF. DEMAS+


def. dem. pos. agricultura


1


 


 


 


 


DEF. DEMAS+


def. dem. pos. trabajo


1


1


 


3


 


DEF. DEMAS+


def. dem. pos. honestidad


 


 


 


1


 


DEF. DEMAS+


def. dem. pos. respeto


 


 


 


2


 


DEF. DEMAS+


disp. occid. alta


 


 


1


 


 


 


 


2


1


1


6


0


 


 


 


 


 


 


 


DEF. DEMAS-


def. dem. neg. indiferencia


1


 


1


 


 


DEF. DEMAS-


def. dem. neg. religión


1


 


 


 


 


DEF. DEMAS-


def. dem. neg. riqueza


1


 


 


 


 


DEF. DEMAS-


disp. occid. baja


 


 


 


 


3


DEF. DEMAS-


disp. occid. media


 


 


 


1


 


DEF. DEMAS-


def. dem. comer


1


 


 


1


 


DEF. DEMAS-


def. dem. tiempo


 


 


 


1


 


DEF. DEMAS-


europa no entiendo


5


0


1


4


3


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


DEF. DEMAS


 


-3


1


0


2


-3


 


 


 


 


 


 


 


En efecto, esta posibilidad de visualización contemporánea y alineada de diversos sujetos y bloques seleccionados de códigos resulta ser una ventaja de no poca importancia; ésta permite operar ideas nuevas de un modo mucho más eficaz y productivo también en la fase característica de hypothesis testing que, sin embargo, el paquete desarrolla de modo muy fatigoso. Disponiendo de los datos en forma de planilla electrónica, en efecto, se pueden fácilmente trasladar bloques enteros de renglones (es decir de códigos) colocándolos físicamente y por lo tanto visiblemente cercanos, de modo de facilitar el control de la co-presencia de códigos. Esto facilita indudablemente una de las tareas principales de la investigación cualitativa en general y biográfica en particular: la generación creativa de nuevas hipótesis de lazos entre los datos (Mazzara, 1996)[2].



QRS Nud.Ist y QRS Nud.Ist MERGE


Desarrollado por obra de los cónyuges Lyn y Tom Richards ya en la segunda mitad de los años ochenta en Australia, QRS Nud.Ist ha ido conquistando un interés tal que ha sido definido “an excellent package in many respects […] For many researchers it will be the best choice” (Weitzman, Miles, 1995, pag. 256). Además de ser, por este motivo, digno de atención, es también utilizable con Macintosh y con Windows. Su peculiaridad es la de crear jerarquía de códigos. Es en realidad – como sostienen los mismos creadores del programa (Richards, Richards, 1994, pag. 457) – una suerte de híbrido entre las soluciones propuestas por otros paquetes. Hasta el momento es el software más avanzado de análisis basado sobre la codificación de los contenidos. Sus prestaciones son más complejas que las de HyperRESEARCH.


QRS es la sigla de Qualitative Solutions & Research, distribuidora principal del package y operante en la Trobe University de Melbourne. Nud.Ist significa Nonnumerical Unstructured Data-In-dexing, Searching & Theorizing; sirve para trabajar con datos no numéricos (cualitativos) no estructurados. Su objetivo es la codificación para realizar posibles teorizaciones.


El programa, además de tener su word processor (aunque es preferible usar aquel al que uno está habituado), logra importar y trasladar datos de los procesadores de texto (aunque en el texto “trabajado” no se puede tener más de 72 caracteres por renglón). Más allá de las operaciones de archivo y recuperación y de las anotaciones suplementarias, QRS Nud.Ist puede crear automáticamente un índice de palabras, de frases o de otros elementos textuales. Las codificaciones (de uno o dos niveles) pueden realizarse también sobre el monitor de la computadora definiendo la unidad de texto que corresponde a una parte del documento; dicho párrafo termina cuando hay un signo de puntuación ortográfica por lo que el programa hace “punto y a parte”. Si se quiere usar textos más breves como unidad de análisis es necesario dividir los “párrafos” en diversos pasos, frases o palabras. Para textos más amplios de un “párrafo” se usan “cadenas de unidad de textos” (ranges of text units). A diferencia de otros programas (por ejemplo The Ethnograph) los códigos se imprimen luego de las unidades de texto y no antes. Se usan títulos, precedidos de * en la primera columna del primer renglón del file y se usan también subtítulos precedidos por el * en el resto del texto.


QRS Nud.Ist crea un Index System de los datos, establece y verifica los lazos entre los conceptos, los hechos y las categorías. El sistema de índice está organizado sobre la base de una estructura de árbol que favorece al máximo el enfoque sociológico de los datos con finalidades interpretativas. La misma forma de árbol, modificable en el curso de la investigación, es útil para registrar notas empíricas sobre las personas, los casos examinados y sobre los contenidos textuales.


Las categorías pueden ser conectadas a un índice (son llamadas nodes) y por lo tanto jerarquizadas en modo de representar las relaciones entre sí: pueden ser aspectos demográficos, preguntas pre-definidas y relativas respuestas múltiples, referencias a los sujetos entrevistados, y elementos para el análisis basados en indicios (a la manera sugerida por Carlos Ginzburg).


Los resultados a nivel interpretativo pueden ser insertados en memos (hasta 50 páginas, con un sólo espacio en Macintosh y hasta 10 páginas, con un sólo espacio también en Windows). Lo mismo se puede hacer con las anotaciones bibliográficas agregadas en el texto.


Sustancialmente todo aquello que está entre los datos (aquello no textual: fotos, grabaciones de todo tipo, etc.) puede ser colocado en un índice específico. De este modo se obtiene un soporte fundamental para experimentar las hipótesis, verificar los indicios y confirmar las ideas. Es más, muchas tareas repetitivas son automatizadas. Y los resultados adquiridos pueden convertirse en el fundamento para la construcción de otras categorías.


Dos bases de datos constituyen el corazón del programa: Data Document System, relativo a los datos textuales sea on line (por ejemplo la transcripción de una autobiografía) que off line (un libro o otro documento que ha sido precodificado manualmente); e Index System en lo que concierne a la creación y al manejo de los conceptos. Un conjunto de 18 operadores de Index System Search permite comparar, correlacionar, contraponer las conexiones (nodes) de índice y sobre todo testear las hipótesis del tipo “si A entonces B” o aun más complejas (cfr. Tab 4).


Tabla 4. Categorías, operadores y funciones



Categorías


Operadores


Funciones


Conexión


Intersect


Encuentra las unidades de texto en donde están presentes todos los puntos especificados en una lista.

 


 


Union


Encuentra las unidades de texto en donde están presentes todos los nodos especificados.

 


 


Less


Encuentra las unidades de texto en donde está ubicado el primer nodo de una lista pero no los demás nodos colocados en la misma lista.

 


 


Just-One


Encuentra las unidades de texto en donde está presente sólo un nodo de una lista.

 


 


Overlap


Encuentra los cruces (o sobreposiciones, como en The Ethnograph) de al menos dos de los nodos especificados en una lista.

 


Contexto


At-least


Encuentra los cruces de al menos tres o más códigos especificados en una lista (hace las mismas operaciones de Overlap).

 


 


If-inside


Encuentra “rayos de unidad de texto” en un código especificado y “anidado” en el interior de otro código.

 


 


If-outside


Encuentra “rayos de unidad de texto” que tienen un código especificado y “rodean” un “rayo” en otro código.

 


 


Near


Encuentra las correlaciones de dos códigos a una cierta distancia especificada en número de unidad de texto (en el interior de la misma sección o de todo el documento).

 


 


Followed-by


Realiza las mismas operaciones de Near pero especifica el orden de presencia de los códigos.

 


 


Spread


Extiende la conexión de un nodo a las unidades de texto iniciales y a todo el documento.

 


Negación


Not-in


Encuentra las unidades de texto en donde no está presente un código especificado.

 


Restricción


Including-docs-form


Limita la investigación a los documentos que contienen referencias a un nodo especifico.

 


 


Excluding-docs-from


Limita la investigación a los documentos que no contienen referencias a un nodo especifico.

 


Estructura a arbol


Inherit


Crea un nuevo nodo que contiene referencias a los nodos superiores que lo preceden.

 


 


Collect


Crea un nuevo nodo que contiene referencias a los nodos inferiores sucesivos.

 


 


Matrix


Usa otros operadores aplicables con dos códigos (por ejemplo Intersect) y parte con un código de columna y con uno de renglón.

 


 


Vector


Produce una matriz en un renglón.


De este modo los 18 operadores trabajan con las co-presencias de los operadores andor y not (estos últimos con un texto codificado mediante un node), con las relaciones lexicales y conceptuales de contexto, de anidamiento, de proximidad y de secuencia (un texto codificado con un node que se encuentra en el interior de otra codificación o cerca de ésta o subsiguientemente), con las relaciones entre los nodos estructurados en forma de árbol y con la construcción de matrices cualitativas n-dimensionales de Miles y Huberman (1994).


Las matrices, como es sabido, son cruces de datos cualitativos o numéricos de renglón y relativos datos de columna, ambos presentados mediante una grilla que da lugar a las intersecciones de las celdas. Miles y Huberman aconsejan usar matrices con códigos más selectivos porque son útiles a los fines de la elaboración total de los datos. Así es que se llega a descubrir estructuras latentes en las informaciones recogidas. Una vez establecido cuál puede ser el elemento que diversifica los datos examinados, hay que individualizar una matriz con códigos de perfil y códigos conceptuales. Los primeros pueden ser, por ejemplo, las referencias de naturaleza demográfica, estructural, institucional; los segundos en cambio tienen un carácter más inherente a los contenidos de la biografía narrada, a los recuerdos referidos, a las experiencias contadas y a los eventos específicos y cruciales. Se establece así un conjunto de interrelaciones producidas en el ámbito del llamado context of conditional categories. Por lo tanto con una recuperación selectiva de los datos, que ofrece una mirada completa sobre los datos mismos y sobre el análisis relativo a éstos, se consideran los aspectos a clarificar y profundizar, se favorece la comparación entre datos e interpretaciones, se hacen más visibles y comunicables los resultados contribuyendo, así, de modo determinante con la construcción de teorías.


Es útil precisar que en QRS Nud-Ist a cada código corresponde una o más partes del texto. Por lo tanto no es el código que se agrega al texto sino es el mismo código que reenvía al texto. O bien en Index System, los nodes (a los que se pueden agregar apuntes específicos, es decir los memos) son identificables mediante un título y una dirección. Si existen nodes de nivel superior, llevan también título y dirección. El conjunto de los nodes se organiza jerárquicamente en una estructura de árbol, dividida en categorías y subcategorías. Los diagramas de árbol pueden ser impresos pero no guardados como files ni tampoco transferidos a un elaborador de texto. Se puede imprimir una sola raíz y sus ramificaciones directas (numeradas y etiquetadas con eventuales abreviaciones, como se ve en la Fig. 1) o sino el árbol entero (con los números pero sin las etiquetas de los códigos, como se ve en la Fig. 2). Tales representaciones en el monitor y/o en papel se prestan bien a las elecciones del investigador, que individualiza nodos específicos y los profundiza, los traslada y los cambia. Los nodes por lo tanto pueden representar todo elemento: sujetos y objetos, eventos y valores. También los datos textuales y conceptuales son susceptibles de tratamiento. Los mismos resultados de la investigación pueden construir un nuevo node.


Para construir teorías QRS Nud.Ist dispone de otras operaciones: es posible también recurrir a los memos, esto permite una mejor definición de la estructura (elucidating structure) mediante intervenciones sobre el árbol de las codificaciones y el system closure que usa los resultados de la investigación como nuevos datos y da vía a un nuevo procedimiento de investigación (de tal modo la investigación queda siempre abierta y los indicios pueden cambiar).


Si el investigador no quiere limitar el análisis a los nodos de primer nivel, es decir a los primeros códigos atribuibles a fragmentos de texto, otros códigos de segundo nivel (o higher-order) pueden ser asignados sucesivamente. Sin embargo, hay que tener presente que en QRS Nud.Ist el procedimiento va desde arriba hacia abajo de la pirámide tendencial formada por el árbol. Por lo tanto el primer nivel es aquel efectivamente más alto: cuando se baja hasta los detalles mínimos en la codificación de los últimos nodos (que se encuentran abajo), se obtienen categorías siempre más refinadas.


Fig 1.


[figura árbol]


Fig. 2.


Para evitar el inconveniente de una estructura invertida es oportuno trasladar los nodos de primer nivel hacia las posiciones inferiores del árbol. Otras sugerencias son: a) establecer las categorías de carácter general, para luego implantar un “sub-árbol” para los datos “estructurales” (demográficos, profesionales, etc.); b) usar varios memos para poder reconstruir, a continuación, la proveniencia de un nodo; c) eliminar las categorías superfluas; d) mantener el sistema de índice bastante simplificado; e) manipular el Index System para cancelar, trasladar, duplicar y unificar los nodos (es decir cut, shift, copymerge). De este modo se obtiene la elucidating structure.


El system closure sirve a mantener el potencial, representado por el cúmulo de informaciones, preguntas y respuestas, construido a través del procedimiento de investigación. Redes, uniones, jerarquías, conjuntos de ideas y conceptos, combinaciones, intentos de relación entre los códigos, resultados de investigaciones, todo esto se conserva para ulteriores procedimientos investigativos, en cuanto pertenece a una estructura global de codificación: en calidad de un nuevo nodo cada elemento ya recogido es evaluable para nuevas hipótesis de experimentación. Por último también el residuo de la investigación es útil para construir otras matrices. Lo mismo sucede con los memos.


QRS Nud.Ist logra gestionar una gran cantidad de datos, transferibles también a programas cuantitativos, para ulteriores investigaciones de tipo numérico-estadístico.


Con el subsidio del software intitulado Cvideo se puede también analizar un videocassette. El programa trabaja junto con una filmadora conectada a la computadora Macintosh y graba el número de vueltas de la cinta del video, de modo de poder luego individualizar inmediatamente las escenas a recuperar en las sucesivas elaboraciones. Los números de vueltas que indican los fragmentos a analizar son colocados en un file de texto que, acompañado por memos u otro medio, puede ser transferido en QRS Nud-Ist como cualquier otro documento. Los números de vueltas son formateados y tratados como subtítulos[3].


La capacidad de operación del programa QRS Nud.Ist – que tiene óptimas presentaciones gráficas (GUI, Graphical User Interface), estructuras de árbol (de la cual una suma aparece en el ángulo izquierdo del monitor y otra de trabajo, más amplia y detallada, en una parte del Index System) – no tiene prácticamente límites sino aquellos propios de las capacidades de la computadora utilizada. El usuario es favorecido en su trabajo por un manual claro, por el amplio uso del mouse y por una guía en la pantalla en forma de diálogo, bastante apta para facilitar las diversas operaciones sobre los índices y las modificaciones solicitadas. Las exploraciones sucesivas se realizan casi “al oscuro” sin tener mucha conciencia del contexto.


Por último, un Tutorial Manager ayuda al usuario a aprender paso a paso y a aprovechar lo mejor posible on line los recursos del programa, que también contiene un mini manual y un conjunto de ejercicios – del título Nosmoke – con guía en el monitor. Existe además un video demostrativo de sesenta minutos, dividido en tres secciones de veinte minutos cada una.


QRS Nud.Ist MERGE es un nuevo programa suplemental (utility program) necesario para combinar dos o más investigaciones y para realizar trasferencias entre los resultados obtenidos con QRS Nud.Ist para Macintosh y aquellos elaborados por QRS Nud.Ist para Windows. Las diferencias entre el QRS Nud.Ist para Macintosh y aquel para Windows se resuelven con el traductor de QRS Nud.Ist MERGE. Los datos de las investigaciones originarias se fusionan en un conjunto; lo mismo se hace con los índices. Se puede trabajar con dos investigaciones a la vez por lo que es posible unificar diversas investigaciones en una sola. La acción de merge, inmersión, se realiza automáticamente, una vez individualizados los datos a reunir. La ventaja la obtienen los mismos investigadores sobre el campo, que pueden copiar de una computadora no portátil los datos ya recogidos, llegar al lugar de la investigación, colocar los nuevos datos, volver luego a la computadora de origen y revisar los nuevos datos. Mientras tanto algún otro investigador habrá podido continuar su investigación (en su casa o en el lugar de trabajo) sobre los datos precedentemente disponibles. Del mismo tipo es la ventaja en el caso en que varios investigadores estén trabajando contemporáneamente, en el campo o no, en el ámbito de un mismo proyecto. Al final todo podrá ser “inmerso” en un solo master o “contenedor” centralizado, que dispone de todos los datos y los resultados relativos a las elaboraciones de codificación, investigación y teorización[4].



Conclusión


Hace apenas sólo más de una década el análisis cualitativo, la metodología de las historias de vida, la historia oral, es decir la sociología no numérica, sufrían escasas posibilidades de escalar la cima de la “cientificidad” en el campo de las ciencias sociales. En efecto, esta sociología cualitativa estaba ampliamente sub-evaluada por los métodos cuantitativos, por las elaboraciones estadísticas más refinadas y por la difusión de instrumentos computarizados, dirigidos a hacer crecer las capacidades (ya notables) de los investigadores que utilizan datos hard: tablas, porcentajes, promedios, descartes cuadrados medios, índices de correlación y coeficientes de contingencia.


Después de los primeros tímidos intentos, de mitad de los años ochenta, se dispone hoy de alguna teorización más sistemática y articulada (la primera entre todas es la Grounded Theory, cuyos orígenes se remontan a los años sesenta); teorización finalmente acompañada y puesta a la prueba con soportes computarizados que no se limitan al puro y simple cálculo de las frecuencias o de las co-presencias


Obviamente sería errado creer que el auxilio de una máquina algorítmica supera todos los problemas no resueltos por la sociología cualitativa. El hecho es que también en las mejores condiciones, con un laboratorio bien equipado de hardware y software, el investigador sigue siendo el factor principal de cada investigación; y es el artífice, es más, el realizador co-participante unido con el sujeto de la investigación (no faltan ejemplos de autores que han puesto en la tapa como co-autor el nombre de su biografiado). De todos modos el investigador es quien decide, orienta y dirige los flujos interpretativos dentro del lecho de las categorías condicionales de un fenómeno sociológicamente relevante. Aun hoy con el mejor de los programas en uso – y también en el futuro – queda al sociólogo la responsabilidad (y la libertad) de establecer lo que es significativo de lo que no lo es, en los datos de la investigación.


El análisis computer-asistido no es el remedio de una metodología “enferma”, sino es una nueva frontera para explorar en la investigación, a partir de una confrontación con los vecinos del territorio cuantitativista. Algunos años atrás en Parma (Italia), en un Congreso Nacional de la Sección de Metodología de la Associazione Italiana di Sociología, realizado el 2 y 3 de diciembre 1993 sobre el tema “Il Sociólogo e le sirene. La sfida dei metodi qualitativi” (“El sociólogo y las sirenas. El desafío de los métodos cualitativos”) Vittorio Capecchi con fina ironía habló de dos castillos enfrentados (el cuantitativista y el cualitativista) pero sin comunicación (Cipolla, de Lillo, 1996). Tenía razón, dado que todavía hoy los mismos exponentes más calificados del enfoque biográfico parecen ignorar “casi del todo” (Simeoni, Diani, 1995) el nuevo input derivante del uso de instrumentos computarizados y de software “dedicado” al análisis cualitativo.


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[1]. El programa y el manual son distribuidos por Qualis Research Associate, P.O. Box 2070, Amherst, MA 01004, USA, tel: 001-413-2568835, fax: 001-413-2568472, correo electrónico: Qualis@QualisResearch.com   ó    Qualis@MCIMail.com – en internet: http://www.QualisResearch.com (de dónde es posible bajar una demonstration). Nueva release (actualización): Ethnograph v. 5.0, es distribuido por ScolariSage Publications, 6 Banhill St., Londres EC2A 4PU, Reino Unido, tel:0044-171-3301222, fax: 0044-171-3748741, correo electrónico: info@scolari.co.uk.


[2]. El programa y el manual de HyperRESEARCH son distribuidos al precio de 225 dólares USA por Research Ware, P.O. Box 1258, Randolph, MA 02368-1258, USA, tel y fax: 001-617-9613909, correo electrónico: researchwr@aol.com   Sito internet: http://www.members.aol.com/researchwr.


[3]. El programa y el manual de Cvideo son distribuidos al precio de 150 dólares USA por Jeremy Roschelle, 15 Brush Place, San Francisco, CA 94103, USA, tel: 001-415-5538153, fax: 001-415-5538012.


[4]. El programa y el manual de QRS Nud.Ist y QRS Nud.ISt MERGE son distribuidos por Sage Publications, 6 Bonhill Street, Londres EC2A 4PU, Reino Unido, tel: 0044-171-3740645, fax: 0044-171-3748741, correo electrónico: nudist@sagepub.co.uk   Sito internet: http://www.sagepub.co.uk

El análisis cualitativo del fenómeno religioso: una propuesta metodológica

Roberto Cipriani


El análisis cualitativo del fenómeno religioso:


una propuesta metodológica



Premisa


El peso ejercido por dos autores clásicos de la sociología, Durkheim[1] y Weber[2], ha condicionado el desarrollo metodológico de la disciplina, especialmente en lo que concierne al análisis del fenómeno religioso. Más allá de la diversidad, sus enfoques parecen converger sobre todo en el éxito de la supresión de la dimensión individual favoreciendo un horizonte más amplio: el hecho social, la solidaridad por una parte y la acción social y la racionalidad por la otra. La misma afectividad se desvanecería – según la teoría weberiana – ya sea en el hecho personal que en aquel general, cuando se la aleja del contexto específico (y personal) de proveniencia. Por otro lado el rol de la tradición, en su plena validez histórica, prevalecería y anularía ampliamente aquel del individuo (salvo su recuperación en clave carismática, que está relacionada, no casualmente, con una particular forma de poder).



El equívoco entre individuo y sociedad


Leyendo atentamente Durkheim y Weber se debe constatar que la visión de la realidad social es menos simplificada de lo que algunas interpretaciones apuradas quisieran dar a entender. De todos modos, en los hechos, se abre camino a una tendencia basada sobre el modelo de los textos y no sobre los prejuicios de los historiadores del pensamiento sociológico, demasiado ocupados en hacer síntesis al punto de no encontrar el tiempo necesario para lecturas más atentas y serenas. Es oportuno aceptar sugerencias, como por ejemplo la de Moscovici, que invita a reflexionar con mayor atención sobre el alcance de la “realidad psíquica” durkheimiana, entendida ya sea como elemento individual que de grupo. En esta óptica “según Durkheim, a los individuos la sociedad aparece primero como un conjunto de creencias y prácticas que asocian los hombres y forman una conciencia común. Nada es más natural que la reunión de ‘seres psíquicos’ como el asemblaje de las células en un organismo, en un ‘ser psíquico’ nuevo y diferente… En efecto, la realidad psíquica se diferencia esencialmente de la realidad social que nace en el momento en que los individuos se agregan, comunican e interaccionan. Durkheim analiza el resultado de un proceso psíquico unitario que se realiza en la conciencia colectiva objetiva[3].


En consecuencia la dimensión psíquica individual no se anula, sino que presentaría el dato fundamental que conduce a un producto final homogéneo, representado por la “conciencia colectiva”. Por más discutible que sea este último concepto, no menos lo son las palabras del mismo Durkheim que sostiene “es necesario buscar en la naturaleza de la individualidad, y no en aquella de las unidades componentes, las causas próximas y determinantes de los hechos que se verifican”[4]. Esto significa claramente que el individuo es la célula fúndante de la sociedad y que el grupo es diferente a la simple suma de los individuos. Por lo tanto al sociólogo francés le es más útil mirar el contexto social interindividual, aunque sea solamente para entender mejor el grupo o la más vasta sociedad.


En realidad el vocabulario durkheimiano ha sido ya superado porque insiste sobre términos que tienen un carácter obligatorio en su acepción causal y determinística allí donde, en cambio, hay que optar por una mayor problematización y no por la simple relación entre causa y efecto.


De todos modos y más allá de estos límites, es evidente que Durkheim está fuertemente condicionado por la polémica anti-animista y anti-naturalista. Si existen forzamientos – que de hecho son notables – éstos apuntan a re-orientar la investigación en clave sociológica aún sin negar la psicología. No es una casualidad que en su obra sucesiva (Les formes élémentaires de la vie religieuse, 1912) se hable de la duplicidad del hombre, en donde coexisten dos seres, uno individual y otro social[5]. Y tampoco es una casualidad que el tótem sea descripto e interpretado tanto a nivel individual como clánico. Freud, retomará el mismo tema del totemismo sólo algunos meses después (citando Durkheim) con la publicación de su celebre “Tótem y tabú”, y en cuyo prefacio – firmado en Roma en septiembre de 1913 – aclara que la obra apunta a ser un puente entre las ciencias sociales y el psicoanálisis[6]. Es más, señala el momento de transición de una perspectiva puramente psicológica a una psico-sociológica.


Moscovici no es el único que ha estigmatizado una cierta confusión difusa sobre el pensamiento durkhemiano. También José Prades[7] ha intervenido sobre este tema, subrayando la misma realación entre aspecto individual y colectivo de la vida religiosa, invocando a tal fin la autoridad de Parsons (“la concepción de Durkheim con respecto a esta temática presenta un “individualismo institucionalizado, una síntesis muy especial de individualidad y de solidaridad social que se ha desarrollado en el mundo occidental moderno”) y una afirmación de Bellah (“Durkheim ha utilizado el totemismo australiano, durante quince años, como ‘un laboratorio en donde se estudia, con una precisión minuciosa, la relación entre religión, estructura social y personalidad”).


De lo visto hasta ahora en relación al contraste entre la posición durkhemiana y weberiana, surge la necesidad de un reacercamiento en términos de diferencias sustancialmente convergentes más allá de las apariencias. No hay contradicción entre lo colectivo y lo individual. Más aún, es el mismo Weber quien funda la hipótesis del origen del capitalismo justamente a partir del enfoque individual en el ámbito de la moral calvinista, “una société de solitaires”: una sociedad de solitarios ha consentido el desarrollo del espíritu capitalista del cual Benjamin Franklin representa una figura emblemática.


El aporte de Znaniecki e Simmel


Aun más clara es la acentuación ofrecida por Florian Znaniecki[8] que coloca nuevamente en el campo – como lo había ya hecho junto con Thomas en El campesino polcaco[9]– a las personas consideradas objeto social, es decir entidades dotadas de status y de rol. Znaniecki insiste sobre todo en el valor social de cada acción individual que nunca es un mero hecho personal sino la base histórica de elementos sociales e individuales al mismo tiempo. En efecto, el individuo “es más bien un conjunto compuesto de acciones, cada una de las cuales se refiere a los objetos del ambiente circunstante, y que es posible comprender y definir únicamente en relación con tales objetos sobre los que reacciona o intenta reaccionar. Por otro lado, al sociólogo no le interesa si un individuo tiene una conciencia plena de las propias acciones, ni de como esas se le presentan o cómo reflexiona sobre éstas. Lo que realmente le interesa saber son sus resultados y qué influencia ejercitan sobre su ambiente”[10].


Al mismo tiempo, es Simmel[11] quien ofrece una solución convincente para resolver, en términos científicamente validos, la cuestión de la relación individuo-sociedad a partir de su propuesta de la tipificación y de la comprensión, útiles para superar el umbral de la mera individualidad, a través de un conocimiento profundo del otro sujeto, en modo de considerar como hechos sociales significativos tanto la comunicación sincera como la mentira o el rechazo. Tal propuesta está perfectamente en sintonía con lo que sostenía Znaniecki[12] en la diferenciación entre historia y sociología, allí donde asignaba a esta última el deber de indagar sobre el significado de la no veracidad de una afirmación como indicio de motivaciones no explícitas pero fuertemente relevantes, en la medida en que permite una “reconstrucción científica” – aun siendo parcial – “de la persona como individuo social”.



La relación micro-macro


La objeción más común, en lo que respecta a la metodología cualitativa que usa el enfoque biográfico, permite la transición desde el nivel idiográfico a aquel nomotético, desde la dimensión individual a aquella social. Lo que se objeta es que este pasaje no esté justificado y por tal motivo representa el punto débil de la fase interpretativa y conclusiva de la investigación.


En realidad quedan dudas respecto a una perspectiva que se considera presuntamente de menor validez científica, de fácil aplicabilidad, menos compleja y sobre todo no asimilable (y utilizable) por parte de la instrumentación usual de la cuantificación estática.


Las diferencias metodológicas y técnicas no son tantas como para justificar una neta separación entre las dos ópticas de investigación. Ciertamente se debe reconocer a la sociología cuantitativa un bagaje mucho más amplio de soluciones operativas y de resultados elaborados. Sin embargo esto se debe también a un desarrollo histórico desigual que ha privilegiado al máximo la preferencia por lo cuantitativo. De esto no se puede responsabilizar a quienes han tratado de hacer emerger la sociología cualitativa. Es más, hay que agregar que en estos años el esfuerzo para la recuperación de lo cualitativo está recogiendo algunos resultados prometedores, justamente con el auxilio de la informática que por su naturaleza se pensaría apta solamente a la investigación de tipo cuantitativo.


En tanto se asoma cada vez más la necesidad de valorizar la calidad en la cantidad, los aspectos micro en el cuadro macro, lo individual en lo social. Lo que presumidamente se pierde a nivel de generalización se gana en profundidad y definición de lo particular, que constituye aun la base esencial del más amplio universo de investigación.


Por otro lado no se puede descuidar tampoco el hecho de la existencia de un elemento ideológico de base, el cual caracteriza el cuantitativismo como lo más sensible a las exigencias del mercado y no a las características individuales, presentes en las preocupaciones de tipo cualitativo. No es una casualidad que la misma duración de uno u otro enfoque se diversifica en modo notable, ya que suministrar un cuestionario y la sucesiva elaboración de los datos necesita un tiempo seguramente inferior al que se necesita para la recolección de una historia de vida y su consecuente análisis interpretativo.


Todavía hay que notar que se está asistiendo a una exuberancia teórica que hace considerar a los cuantitativistas casi sólo entre sí mismos, evitando la confrontación continua con las “otras” metodologías. En consecuencia falta la relación y la fecundación recíproca de los métodos y las técnicas. Esto impide un crecimiento calibrado y experimentado de las ciencias sociológicas.


Es necesario, en definitiva, un cambio hacia una amplia y correcta experimentación empírica, con el fin de disponer de una instrumentación adecuada, que pueda garantizar una alta confiabilidad en la metodología micro, cualitativa y biográfica.


La literatura sociológica más o menos reciente ha realizado una serie de ataques y críticas a la metodología tradicional, en la mayor parte de los casos circunscripta en formulaciones exclusivamente estadístico-cuantitativas. Sin embargo, poco de verdaderamente positivo emergió por parte de los defensores, que generalmente se presentaban sin elementos e inertes frente al poder de los números, de las mediciones en porcentajes, de las tablas con doble entrada, de las representaciones gráficas y de los histogramas. La contraposición se ha realizado sólo en clave dialéctica abstracta, sin una experimentación metodológico-técnica adecuada. Y en algún caso se ha hablado de una posible teorización del anarquismo científico-metodológico, como si el problema pudiese ser resuelto simplemente ignorándolo y tratándolo casi como si no hubiera nunca existido.



Los cuatro modelos de Giesen


Las posibilidades de superación del contraste entre micro y macro se reducen a tres alternativas, a las que Bernhatd Giesen[13] agrega una cuarta solución como síntesis unificadora de las otras tres.


El primer modelo tiene una perspectiva coordinadora: apunta conjuntamente a las acciones individuales y a los efectos macrosociales (pero daña las valencias simbólicas).


El segundo modelo es de tipo análitico-categorial: se interesa esencialmente en los aspectos lingüísticos, al speech act (pero descuida las diferencias entre procesos simbólicos y procesos factuales).


El tercer modelo es definible como antagonístico porque evidencia la acción represiva de la sociedad en contraste con la autonomía del individuo (pero generaliza en modo simplista la dialéctica conflictual entre padrón y esclavo).


Por ultimo, el cuarto modelo trata de remediar los inconvenientes de los tres anteriores tomando en consideración, en una óptica teorético-evolutiva, tanto las estructuras simbólicas como las prácticas y los materiales.


Tal propuesta no va mucho más allá de la enunciación y queda por lo tanto en el nivel de una promesa, a la espera de futuros desarrollos. Por el momento, la cuestión es periférica respecto al debate sobre el método, que se encuentra todavía al centro de la fuerte discusión entre popperianos, antipopperianos y postpopperianos. Y una vez más la metodología biográfica, cualitativa y micro podría perder una ocasión de suma importancia, es decir su retorno al centro de las discusiones científicas.


También el nexo entre micro y macro estuvo presente desde los orígenes de la reflexión sociológica. Neil Smelser[14] ha repetido varias veces que la lección durkheimiana (y weberiana) en este sentido es todavía valida en la medida en que existe una acción recíproca entre macroestructuras y microrespuestas que, agregándose a su vez, dan lugar a macrofenómenos. Es particular, pero altamente significativo, que al sugerir tal interpretación de la obra de Durkheim, el sociólogo de Berkeky se acerca a la teoría psicoanalítica[15], para individualizar los nexos dobles entre personalidad individual y acondicionamientos macrosociales. La observación sociológica y psicológica llegan juntas a evidenciar las estrategias peculiares del sujeto para defenderse de lo macro, desde el momento en que él elige las acciones más aptas para responder a las solicitudes de las macroestructuras, recurriendo a comportamientos ampliamente difusos (y en consecuencia, macro).


También Laura Bovone[16] oportunamente retoma el nombre de Smelser para volver sobre la reconciliación de la diversidad entre Durkheim y Weber en mérito a la co-presencia de micro y macro; y sobre la base de R. Collins[17] sostiene correctamente que “por este motivo no es necesario el uso de los conceptos o de las macroteorías, sino crear empíricamente a ambos, ‘reduciéndolos’ a nivel micro, volviendo explícitas las situaciones reales de la vida cotidiana a cuya agregación se refieren”[18]



La fundación empírica


Superar la actual fase de impasse en materia de nuevas propuestas metodológicas implementables en la sociología micro y, en particular, en aquella del fenómeno religioso, entendido como hecho al mismo tiempo individual y social, no es un objetivo que se pueda cumplir en el breve período de algunos años. Se trata de un programa a largo plazo que implicará algunas décadas de trabajo intenso de campo. A la espera de resultados satisfactorios y de las primeras pruebas empíricas es oportuno al menos aclarar algunos términos y límites de la operación.


En primer lugar se debe especificar que el enfoque debe ser necesariamente multidimensional y eventualmente multiparadigmático, para que se puedan experimentar las soluciones más apropiadas y fecundas. Hay que entender la multidimensionalidad como propensión a considerar las acciones sociales no sólo en sus relaciones en clave interpersonal sino también, y sobre todo, en los diversos niveles de lectura (hermenéutica, simbólica, estructural, lingüística, fenomenológica, psicoanalista). Esto significa que la investigación no podrá ser administrada por un solo investigador, sino que serán necesarios conocimientos múltiples y suficientemente amalgamados entre sí.


Un ulterior carácter a considerar es el tipo de objetivo científico preestablecido. Es evidente que la investigación biográfica – fundada esencialmente sobre la recolección de las historias de vida – debe renunciar a toda pretensión o presunción de representatividad estadística. Dicho en otros términos, un protocolo biográfico no puede ser elaborado a la par de un cuestionario debidamente respondido por un entrevistado. Este proceso no comporta, sin embargo, una privación absoluta en términos de validez científica. La naturaleza del dato es diversa pero no su apreciación. En el contexto de un vocabulario cuantitativo se puede decir que la representatividad de uno o más récits de vie (historias de vida) debe ser definida “problemática”, no en el sentido de considerarla discutible sino principalmente como “significativa”, e “indiciaria” con relación a los problemas específicos de la investigación; relevantes en modo profundo pero diferenciada a través de los diferentes casos analizados. En realidad, lo que se gana en amplitud de informaciones y de imputs provenientes de los protagonistas de una narración biográfica debería garantizar la posibilidad de un conocimiento plausible y verificable, empíricamente fundado. Conocimiento “cerrado” en el universo al que pertenece y al mismo tiempo “abierto” por el peso de las relaciones con el exterior (el micro en el interior del macro).


En tercer lugar la confrontación con los datos del universo general no debe ser afrontada en una perspectiva conflictual. El anarquismo metodológico y la casualidad superficial no encuentran alguna legitimación ni siquiera en las razones estrechamente ideológicas (las contraposiciones de “derecha” e “izquierda” son un pretexto cómodo que no permiten el intercambio fructífero de informaciones y de observaciones). Sin llegar a un acuerdo desviante (por ejemplo un número significativo de historias de vida, tal vez un centenar, elegidos como muestra y estratificado para contrastar en el mismo terreno estadístico las investigaciones de matriz cuantitativa), se podría aún suponer una solución que no se olvide de los caracteres numéricos del cuadro a estudiar sino que renuncie a toda intención de naturaleza representativo-porcentualista. Al límite, algunas decisiones de base relativas a las personas a quienes se pide de contar su propia vida pueden respetar las variables presentes en el universo analizado, pero en la plena conciencia de no querer acceder – así obrando – a alguna hipótesis de generalización, porque sería indebida y sujeta a críticas destructivas aun cuando es realizada con la seria intención de llevar a cabo un análisis sociológico.


La peculiaridad de la fenomenología religiosa, elaborada en modo individual y en forma generalmente latente, se presta al estudio basado en una metodología cualitativa que apunta al cuadro micro de la cotidianidad y de la biografía personal. Aun sin pedir nada directamente sobre el tema religioso, logra recabar toda una serie de indicaciones, pequeños detalles, alusiones, reenvíos y opiniones fácilmente recuperables conjuntamente en una óptica de análisis psicológico y sociológico.


Al mismo tiempo la narración de una experiencia existencial florece frecuentemente en una “construcción social” de la realidad (propia o ajena) y señala abundantemente las elecciones personales, las creencias, las ilusiones, los mitos y los proyectos. Especialmente cuanto el surgimiento de temas religiosos se da en modo espontáneo (es decir sin preguntas ad hoc por parte del investigador) se logra captar algunas “piedras preciosas” esparcidas a lo largo del sendero biográfico individual pero lejanas de la “incrustación” de los comportamientos más vistosos (relevables generalmente a través de la observación participante, que es por esto bastante parcial, así como lo era un tiempo atrás el mero cálculo del número de los participantes a la misa o de las personas que van a la iglesia sólo durante la Pascua; análisis tan amados por la sociología cuantofrenética como por la sociología tradicional).


También en el campo de los hechos religiosos (es más, sobre todo en estos hechos) el dato numérico no es identificable con el dato científico indiscutible. De este modo el contar cuantos participan en un movimiento religioso, y tal vez preguntar algo sobre las motivaciones que inducen a la participación, ofrece sólo pálidas señales de una realidad mucho más compleja y articulada, movible y raramente percibida por los individuos.


Se debe multiplicar los pasajes de filtro, útiles para impedir que la sensibilidad de un investigador particular condicione los resultados y las interpretaciones de los datos.


Hoy, nuevos programas informáticos (The Ethnograph, Text Analysis, Package, Zyndex, Nota Bene, QUALPRO, AQUAD, Textbase. Alpha, HyperQual, Hypertext, HyperRESEARCH, NUDIST, NVivo, Wordcruncher, Kwalitan, DiscAn, SPAD.T, sólo para citar los más usados) ofrecen una ayuda válida para la organización temática de los datos. Pero el trabajo mayor está todavía en las manos (y en la mente) del sociólogo. Los próximos años nos dirán si este nuevo desafío podrá ser vencido.


En tanto algunos criterios epistemológicos deben ser elegidos y motivados[19], aclarando el alcance del enfoque biográfico y cualitativo[20], su aplicabilidad y su conveniencia con relación al tipo de problemática a afrontar. Desde este punto de vista parece insuficiente la misma Chicago vision[21], es decir el impulso de esta escuela y de este pensamiento proveniente de los autores fundamentales para el desarrollo de las investigaciones basadas sobre los documentos personales. Por otro lado una cierta fragmentación y discontinuidad dañan un procedimiento bien definido. Los estudiosos de Chicago estaban demasiado influenciados por su matriz originaria como para poder pensar en una vasta y motivada base empírica. Pero el concepto de “definición (subjetiva) de la situación” es el factor clave que todavía hoy hace posible el uso científico de las historias de vida.


En el plano de los requisitos técnicos, que son cada vez más experimentables sobre el terreno de la investigación, se puede trazar un cuadro indicativo de algunas de las características peculiares particularmente fértiles:


– la validez de recurrir a dos investigadores en el momento de la recolección de una historia de vida en modo de poder tener un doble informe tanto a nivel de comunicación verbal como no verbal;


– la necesidad de procedimientos estandardizados mediante oportunas soluciones gráficas en la transcripción de los textos de las historias de vida, teniendo presente las intervenciones de los diferentes interlocutores y la grabación de los aspectos gestuales o de otros tipos de silent language (según la propuesta de E.T. Hall[22] a partir del 1959);


– la utilidad de una grilla de análisis unida a las hipótesis orientadoras de la investigación, de modo de poder disponer de una sinopsis y una sumatoria de los datos relevantes en cada protocolo de historia de vida;


– la conveniencia de una serie de pasajes en forma de embudo que seleccionen los resultados más significativos, con el fin de verificar las hipótesis de partida y previendo los varios niveles de co-interpretación de los textos biográficos.


A partir de estas simples cautelas es posible organizar correctamente una nueva metodología para el análisis de los fenómenos sociales, experimentando así las posibles convergencias entre investigación cualitativa y cuantitativa[23].


En este sentido el “gesto” religioso[24], por ejemplo, no se limitará sólo a la práctica ritual sino que será indagado en sus dimensiones más ocultas y justamente por esto, quizás científicamente más significativas.



[1]. Cfr. E. Durkheim, Les règles de la méthode sociologique, Alcan, París.


[2]. Cfr. M. Weber, Gesammelte Aufsätze zur Wissenschaftslehre, Mohr, Tübingen, 1992.


[3]. S. Moscovici, La machine à faire des dieux. Sociologie et psychologie, Fayard, París, 1988, pag. 132.


[4]. E. Durkheim, Les règles de la méthode sociologique, cit., pag. 130.


[5]. Cfr. E. Durkheim, Les formes élémentaires de la vie religieuse, Alcan, París.


[6]. Cfr. S. Freud, Totem and Tabu, Deuticke, Wien, 1913: los cuatro capítulos de la obra habían sido ya publicados como cuatro ensayos en “Imago”, vol. I-II, 1912-1913, revista dirigida por el mismo Freud.


[7]. J. A. Prades, Persistance et métamorphose du sacré. Actualiser Durkheim et repenser la modernité, Presses Universitaires de France, París, 1987, pag. 98.


[8]. Cfr. F. Znaniecki, Social actions, Farrar and Rineart, Nueva York, 1936.


[9]. Cfr. W. I. Thomas, F. Znianiecki, The Polish peasant in Europe and America, University of Chicago Press, Chicago, 1918-20.


[10]. F. Zaniecki, “Introduzione” a W. Berkan, Zyciorys wlasny (Autobiografía), Fiszer e Majewski, Poznan, 1924, pag. V.


[11]. Cfr. G. Simmel, Die Probleme der Geschichtsphilosophie. Eine erkenntnistheorethische Studie, Duncker-Humblot, Leipzig, 1892, 3ª ed. aumentada 1907.


[12]. F. Zaniecki, “Introduzione” a W. Berkan, Zyciorys wlasny (Autobiografía), cit., pag. XII.


[13]. Cfr. B. Giesen, “Beyond reductionism: four models relating micro and macro levels”, en J. C. Alexander, B. Giesen, R. Münch, N. J. Smelser (compiladores), The micro-macro link, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-Londres, 1987, pag. 337-355.


[14]. Cfr. N. J. Smelser, “Depth psychology and the social order”, en J. C. Alexander, B. Giesen, R. Münch, N. J. Smelser (compiladores.), The micro-macro link, cit., pag. 267-286.


[15]. Cfr. R. S. Wallerstein, N. J. Smelser, “Psychoanalysis and sociology: articulation and applications”, en International Journal of Psycho analysis, 50, 1969, pag. 698-700.


[16]. Cfr. L. Bovone, “Micro-macro: una dialettica congenita della sociologia”, en L. Bovone, G. Rovati (compiladores), Sociologie micro, sociologie macro, Vita e Pensiero, Milán, 1988, pag. 8-9.


[17]. Cfr. R. Collins, The microfoundations of macrosociology, Academic Press, Nueva York, 1981.


[18]. L. Bovone, “Micro-macro: una dialettica congenita della sociologia”, cit., pag. 35.


[19]. Cfr. R. Cipriani (compilador), La metodologia delle storie di vita. Dall’autobiografia alla life history, Euroma-La Goliardica, Roma, 1987, en particular la parte introductoria.


[20]. A. L. Strauss, Qualitative analysis for social scientists, Cambridge, 1987, pag. 215-240.


[21]. K. Plummer, Documents of life. An introduction to the problems and literature of a humanistic method, George Allen & Unwin, Londres, 1983, pag. 50-59.


[22]. Cfr. E. T. Hall, The silent language, Doubleday and Company, Garden City, N. Y., 1959 (ed. it., Il linguaggio silenzioso, Bompiani, Milán, 1969).


[23]. Cfr. A. Bryman, Quantity and quality research, Unwin Hyman, Londres, 1988, pag. 172-174.


[24]. L. Voyé, Sociologie du geste religieux, Les éditions Vie Ouvrière, Bruselas, 1973.

Metodología de la investigación e hipótesis de trabajo

Roberto Cipriani


Metodología de la investigación e hipótesis de trabajo


Premisa


La metodología cualitativa, y en particular las historias de vida, no tiene aún hoy una llave maestra, un point de repère preciso. Se procede todavía a partir de intentos, con el fin de encontrar respuestas adecuadas y suficientemente factibles respeto a los numerosos interrogantes que surgen a propósito del carácter científico de un enfoque como es el biográfico.


Continuando con lo experimentado en el curso de una investigación en ámbito romano[1], la presente investigación sobre la experiencia religiosa ha utilizado la metodología de las historias de vida como estructura central.


Y en este caso también se ha considerado la discusión que nace consecuentemente a una fractura epistemológica[2]. De este modo la problemática metodológica no ha sido utilizada improvisadamente sino organizada y analizada minuciosamente en cada posible implicación teórica y en sus consecuencias operativas.


La abducción como elección de base


Las investigaciones sobre el fenómeno religioso se ubican entre las más complejas, sobre todo porque no siempre las actitudes y los comportamientos relativos a la religión tienen una visibilidad conspicua e inmediata (a excepción de la participación a los ritos: sobre cuyas motivaciones poco se puede conocer a partir de una observación externa o un relevamiento con cuestionario).


El sentimiento religioso es recóndito, se ubica en zonas casi inalcanzables, inaccesibles. De éste se puede percibir apenas algún indicio. Y es de estos detalles mínimos que hay que partir para reconstruir la dinámica de la experiencia personal en clave religiosa.


Una metodología cuantitativa puede solamente indicar algunas líneas de tendencia, algunos aspectos salientes y algunas dimensiones emergentes. Es difícil que ésta pueda obtener mucho.


En realidad ni siquiera hay que considerar la narración autobiográfica como una solución exhautiva y por sí misma satisfactoria. Es a partir del texto transcripto que hay que realizar una serie de elaboraciones, de verificaciones y de interpretaciones que garanticen el fundamento científico y la significatividad sociológica de los resultados.


Es exactamente en este punto que se incluye – como base metodológica – a la elección abductiva, también llamada retroductiva o hipotética, según Charles Sanders Peirce en base a la inferencia probable.


En el cuadro de la inferencia probable entran dos tipos de inferencia analógica: la inducción y la hipótesis. Con la primera las características de algunos de sus elementos se adscriben a una clase. Con la segunda se presume que un aspecto inesperado sea explicable sobre la base de una norma más amplia[3].


El procedimiento inferencial analógico de la hipótesis, en particular, coloca la inducción (o generalización, es decir la atribución de un elemento a una clase entera) junto a la deducción (o derivación, es decir la explicación de un caso particular a partir de una regla general).


Por último, la abducción une en modo sintético los dos procesos: inductivos y deductivos en cuanto crea y verifica (con los datos empíricos) una hipótesis que explica hechos insólitos. Tal explicación parte de un hecho y llega a otro hecho; y a su vez también la abducción se somete a una verificación hasta convertirse en plausible, meta que alcanza cuando no se diversifica de las inducciones y de las deducciones.


Es así la triada formada por la inducción, deducción y abducción que regula la lógica de la ciencia. Su enlace sirve a generar hipótesis y a probarlas, explicando los hechos con los hechos, evitando a su vez enunciar leyes generales.


Peirce recomienda este tipo de “uniformidad externa” para obtener, en lo posible, un razonamiento científico libre de toda influencia del pensamiento personal. En efecto “yo puedo partir de hechos conocidos y observados y proceder hacia lo que no conozco; y aun así las reglas que sigo pueden no ser las que la investigación aprobaría. El criterio para ver si estoy siguiendo realmente el método no es guiarme por mis sentimientos o mis objetivos sino, al contrario, implica la aplicación del método mismo. El fundamento del aspecto práctico de la lógica está en la posibilidad de ver el buen y/o mal razonamiento”[4].


Esta orientación presupone una conciencia pragmática para ver la imposibilidad de alcanzar la verdad absoluta en campo científico. La única “verdad” posible es aquella que produce los efectos deseados. Esta también se distingue en grados, razón por la cual la experimentación y la innovación permiten proceder a lo largo del camino del conocimiento, obteniendo siempre resultados mejores. Es más, es justamente el hecho sorprendente, inesperado, singular lo que hace surgir la abducción dando lugar al uso de la hipótesis como la fase esencial de la inferencia.


Es el mismo Robert King Merton que reconoce a Peirce[5] la importancia de tal intuición, que bien se conjuga con la idea de serendipity, es decir la observación de un dato inesperado, anómalo y estratégico que se convierte en ocasión de desarrollo de una nueva teoría o de ampliación de una formulación teórica precedente.


Merton está convencido además de que toda investigación puede producir mucho más que una simple prueba de una teoría o la verificación de una hipótesis. Ésta tiene un rol decisivo porque da inicio a una teoría, la reformula, la pone en foco, la hace más clara.


Aún más elocuente es una afirmación del sociólogo de la Columbia: “una teoría formulada en modo explícito no precede invariablemente la investigación empírica… La secuencia generalmente se realiza en modo invertido”[6].


Esta línea operativa no se conjuga fácilmente con aquella avalada por Paul Lazarsfeld que, al trazar las principales corrientes de la investigación social para la Unesco, no sólo cancela por completo el aporte del pragmatismo (salvo una fugaz cita de James) sino que – luego de un período de perfeccionamiento metodológico (y cuantitativo) – ve exclusivamente en la macropsicología  la posibilidad de un retorno a la tradición sociológica clásica, como si esta última no hubiese nunca considerado una literatura de tipo cualitativo y microsociológico[7].


Una vez más Lazarsfeld afirma su perspectiva metodológica: la “representación visual del concepto” en cuanto “entidad indefinida que da un sentido a las relaciones observadas” ha sido siempre el punto de partida. Se pasa luego a la “especificación del concepto” que “consiste en descomponer la representación imaginada en sus elementos”. Es justamente en este contexto de la especificación que tiene lugar el alejamiento entre la metodología de Lazarsfeld y la cualitativa. En efecto, “el concepto es definido a través de sus ‘aspectos’, sus ‘dimensiones’, etc. Estos componentes algunas veces son deducidos sociológicamente a través del concepto general que los comprende, otras veces son deducidos empíricamente a través de las correlaciones observadas”[8]. En cambio, en la teoría en base a los datos (grounded theory) de Glaser y Strauss esta alternativa no existe, con ventaja para la segunda solución, que permite la deducción empírica de los hechos y de sus interrelaciones. En realidad, deja perplejo el uso que Lazarsfeld hace del adverbio sociológicamente en contraposición a empíricamente, como si en modo implícito la teoría fuese “más” sociológica que la empíria. Es verdad que la diferencia mayor entre cuantitativistas y cualitativistas se apoya sobre la diversa importancia atribuida a la teoría (y a los conceptos) por parte de los primeros y a los datos empíricos por parte de los segundos.


Se conoce que la metodología lazarsfeldiana prevé la “elección de los indicadores” relativos a aspectos y dimensiones del concepto. En esta fase hay una mayor consonancia con el pragmatismo inspirador de la sociología cualitativa. No es una casualidad que William James sea citado por su obra El significado de la verdad, para subrayar la gran variación de los indicadores que dependen de las circunstancias de la vida cotidiana[9].


El cuarto y último momento es el de la “formación de los índices”, que son una síntesis de los indicadores. Sin embargo, tal síntesis es siempre provisoria mientras se espera otras soluciones más convincentes. La necesidad de cambiar un cierto índice emerge cuando éste no ofrece claramente la idea del concepto que se está utilizando. “En consecuencia, en varios casos uno es inducido a tomar en consideración dimensiones más factibles u otros indicadores”[10]. En otras palabras, es necesario volver a la segunda y/o a la tercera fase.


Según la metodología peirciana, existe alguna afinidad – se diría – con la abducción y con su verificación continua. En realidad esta evolución constante de la teoría a través de su continua repetición y los intentos de enfoque tienen también un carácter popperiano.


Por otro lado William James era ya consciente de la necesidad de investigar continuamente, así, las teorías son un instrumento de indagine y no una respuesta a algún interrogante y/o el final de toda investigación[11].



El modelo Peirce-Lazarsfeld revisado


Suponiendo que el anarquismo sociológico no resuelve los problemas del conocimiento sin operar alguna elección epistemológica y metodológica, es preferible buscar soluciones adecuadas a las exigencias individuales y a las cuestiones emergentes.


En primer lugar conviene aclarar que lo discutido hasta aquí constituye el preámbulo de una propuesta metodológica más compleja, dirigida a recuperar lo que existe de esencial tanto en Lazarsfeld como en Peirce. De este modo es legítimo hablar, según el orden lógico de implementación del enfoque, de un verdadero modelo Lazarsfeld-Peirce o de un modelo Peirce-Lazarsfeld, según la cronología bio-biográfica de los dos autores y la prevalencia del análisis del contenido (en este contexto de investigación) del primero sobre el segundo. De todos modos queda aclarado que bajo el nombre de Peirce entra también la corriente, más reciente y mayormente operativa, de la teoría en base a los datos de Glaser y Strauss. Por otra parte el hecho de recurrir a Peirce no comporta una aceptación acrítica del pragmatismo y de la verdad como emerge del análisis científico. Desde este punto de vista parece más compartida la idea de Poincaré según la cual la ciencia resulta útil en cuanto es al menos parcialmente verdadera y no verdadera porque es útil[12].


Como primer paso y a nivel general, en base a lo sostenido tenazmente por el mismo Poincaré, no se renuncia a la presencia de una hipótesis de trabajo que oriente la actividad de investigación. Tal hipótesis deriva – junto con otras – de un concepto-guía, de una suerte de sensitizing concept (concepto sensibilizador) a la manera de Blumer.


En nuestro caso el concepto que hace de fondo a la investigación es aquel de religión difusa, entendida como vuelta a los valores centrales ya presentes en la socialización y en la catequesis católica. Se trata de la presencia de principios de orientación de la acción que surgen directa o indirectamente de la fuente religiosa mayoritaria en Italia, es decir la católica. Esto tendría lugar mas allá del conflicto con la institución eclesiástica y con los contenidos de su magisterio. En particular la religión difusa está basada en motivaciones éticas que en general no están en contraste con gran parte de la doctrina oficial de la iglesia. Además en lo que se refiere a la secularización “el punto de partida de la teoría relativa a la religión difusa es que el cambio que se está produciendo no sería de naturaleza traumática y revolucionaria. En efecto, a pesar de los contragolpes debidos a la contestación anti-institucional primero y a la disminución de las vocaciones religiosas y a la disminución de la practica después, la capacidad global de impacto de la iglesia católica en Italia quedaría sustancialmente casi intacta, debido además a la capilaridad de sus estructuras y a la dimensión global de sus modalidades de presencia, aún mas allá de alguna defección mas o menos notable”[13].


En este contexto, tal modo de vivir el hecho religioso “debe ser entendido como ‘difuso’ al menos en un doble sentido. Ante todo es difuso porque está presente en amplios estratos de la población italiana superando los confines de la religión-de-iglesia. Y entrando en un contraste abierto con esta última justamente sobre la base de las motivaciones de naturaleza religiosa (el tema del desacuerdo interno en ocasión de los referéndum sobre el divorcio y el aborto). Además es difuso porque resulta ser un conjunto precipitado, histórico y cultural de la presencia bimilenaria de la institución católica en Italia y de su acción socializadora y legitimadora”[14].


Las articulaciones de la religión difusa son multiformes. “Este aspecto ‘difuso’ desemboca previsiblemente en complejidad y multiplicidad de opciones (especialmente políticas: desde la extrema derecha a la extrema izquierda). Al mismo tiempo los contenidos religiosos originarios se decoloran y pierden intensidad, se confunden, se integran en nuevas síntesis”[15].


Resuelto de este modo, rápidamente[16], el momento de la “representación visual del concepto” como cuadro teórico de base, junto a alguna “especificación del concepto” en términos de aspectos y dimensiones, las fases sucesivas de la “elección de los indicadores” y de la “formación de los índices” son reenviadas a una etapa posterior, luego de la recolección de los datos. De este modo el modelo lazarsfeldiano es utilizado sólo en parte y a los inicios de la investigación.


Una vez recogidas las historias de vida, entra en campo la teoría en base a los datos, que permite formular categorías de análisis. En nuestra investigación se ha pensado preparar una grilla analítica útil a la organización de los datos en base a su contextualización sociológica (desde la familia a la política).


Es necesario aclarar que en relación a Lazarsfeld, Peirce y sobre todo a Glaser y Strauss, nuestra metodología ha asumido una consistente autonomía, es decir ha evitado seguir indiscutiblemente las sugestiones teóricas y las instrucciones procesales ofrecidas, desviándose así de modo notable de las ejemplificaciones ya disponibles en la producción científica de estos autores.


Sobre todo no se ha tenido presente el criterio de la saturación, considerando que la experiencia individual y social no conoce límites, no se colma dentro de límites definidos y siempre es capaz de ir más allá de lo ya conocido y de lo usual. Se podría decir que uno de los caracteres peculiares de las historias de vida es justamente su ilimitado bagage en clave de memoria histórica y sociológica.


Respecto al momento del pasaje a categorías definitorias más generales, nuestro enfoque anticipa por un lado los preliminares de la investigación, a nivel de conceptualización y por otro lado posterga la fase de definición de las tipologías y de interpretación de los datos. Dicho en otros términos, los conceptos sensibilizadores están presentes desde el principio pero al mismo tiempo se agregan otros nuevos antes de la conclusión de la investigación.


De este modo el lazo entre teoría y empíria se mantiene constante y sirve para solicitar continuos reenvíos de una parte a la otra y viceversa.


En lo que se refiere a los aspectos estadísticos-matemáticos, no se sigue a Lazarsfeld a lo largo de la directriz cuantitativista, ni se acoge del todo el rechazo neto expresado por Glaser y Strauss. En cambio, se elige la vía de una mínima estratificación del universo de investigación sin pretender alcanzar niveles de representatividad numérica. Se trata sólo de buscar una presencia más amplia de problemáticas relacionadas a las diversas clases sociales, y de edad, a las categorías profesionales, a los diferentes niveles de instrucción, de rédito, de habitación, a las situaciones diversificadas de género y de estado civil.


No se han sugerido modalidades particulares de comportamientos a los investigadores, en especial a los entrevistadores y los observadores, además de las habituales recomendaciones útiles a evitar influencias e interferencias incorrectas.


Fundamental ha sido la indicación de no formular directamente y explícitamente preguntas sobre el hecho religioso, dejando de este modo una mayor libertad para que el sujeto hablase espontáneamente de su experiencia religiosa. En los pocos casos en que tal indicación no ha sido respetada se ha bloqueado oportunamente el resultado empírico, evaluando con cautela la validez en los pasos relativos a la experiencia religiosa.


No se han seguido los varios procedimientos de codificación ni se ha recurrido al paradigma de codificaciones, a los expedientes técnicos de la matriz condicional, a los varios tipos de muestreo, de los promemoria ni a los diagramas de Glaser y Strauss. Con el objetivo de sustituir tales soluciones más bien complejas y de difícil aplicación, y también considerando los posibles errores procesales frente a una metodología absolutamente nueva, del todo particular y no experimentada anteriormente, se ha preferido un esquema analítico más simple, aunque no menos rígido, controlado varias veces por diversos investigadores.


En efecto, la grilla analítica también prevé algunos indicadores y algún índice que reintroduzca el modelo de Lazarsfeld en la fase final de las investigaciones pero no presupone una regla con fines clasificadores e interpretativos. No es casualidad que precisamente sobre los indicadores, y especialmente sobre los índices, se hayan registrado las mayores diferencias entre los analistas, antes de alcanzar el consenso (casi) total de la lectura de los resultados. Hay que señalar que esta fase de mayor contraste entre los investigadores ha sido también la más productiva en clave heurística.


Elección de los sujetos y la representatividad temático-categorial


Hay que aclarar que la muestra seleccionada para la investigación sobre los “senderos” de la religiosidad, o sea sobre la experiencia religiosa personal (explícita a través de las narraciones autobiograficas de los entrevistados), no tiene ninguna pretensión de ser representativa estadísticamente del universo romano. La muestra quiere sólo abarcar lo más ampliamente posible el arco de las experiencias y de los temas en relación a diferentes pertenencias sociales. En consecuencia no se trata de un microuniverso en relación a los macrocosmos de la metropolis-capital, sino más bien se trata de un conjunto tendencialmente relacionado a las experiencias prevalecientes de categorías y grupos particulares de personas.


En otras palabras, con el fin de evitar una elección guiada sólo por las preferencias extemporáneas de los investigadores, se ha preferido ofrecer líneas de orientación para la selección de los sujetos a quienes pedir narrar su historia de vida. Se ha querido evitar recurrir a grupos de life histories (historias de vida) símiles a las características de los mismos entrevistadores.


La muestra de la investigación se caracterizó por una representatividad temática (o problemática) en relación a los ámbitos problemáticos de los entrevistados, y también por una representatividad categorial, en relación a los grupos sociales considerados interesantes para la investigación por algunos de sus exponentes, individualizados casualmente pero en base a una lógica de investigación suficientemente definida.


Al establecer el número de la muestra se ha apuntado en primer lugar a la practicabilidad de un análisis bastante extenso pero no tanto como para comportar una dispersión de los datos empíricos en un universo demasiado vasto y no controlable sin un sofisticado equipo computarizado (se debe precisar que a los inicios de la investigación, en el 1987, algunos programas de análisis computer-asistida de datos cualitativos todavía no habían sido difundidos o experimentados – así es que todo el trabajo de registro y desgrabación de las historias de vida ha sido conducido en manera tradicional, casi sin alguna diferencia respecto a los años ‘10 cuando Thomas y Znaniecki daban inicio a este tipo de investigación sociológica).


Al mismo tiempo se ha considerado oportuno asignar a cada investigador un número restringido de entrevistas en modo de permitirle trabajar mejor, en manera profunda y repetida, controlando fácilmente los datos de su micromuestra. Nos pareció que un paquete de seis entrevistas era congruente; además porque respondía a las exigencias de representatividad temático-categorial relevado en la fase de preparación metodológica de la investigación.


Tomando en consideración el universo romano – en sentido amplio – se ha organizado la composición de cada paquete de historias de vida en modo de contar entre los sujetos entrevistados tres hombres y tres mujeres, dos en edad entre los 18 y 35 años, dos entre 36 y 60 y los dos últimos con más de ‘60 años. De estas seis personas cuatro debían resultar casados y dos solteros; tres ocupados y tres desocupados. Entre los tres ocupados dos debían ser trabajadores dependientes y uno con trabajo autónomo. Además de las tres personas ocupadas, uno debía trabajar en la industria, otro en el comercio y otro en las actividades de servicio. En lo que concierne a la zona de residencia la ciudad de Roma ha sido subdividida en tres grandes zonas: centro, medio centro y periferia (tomando los antiguos muros romanos como el confín para el centro y la autopista – raccordo anulare – para el medio centro). Por cada zona se seleccionó dos entrevistados. Desde el punto de vista de la estratificación socio-económica ha sido contactada una persona con un rédito de hasta 5 millones de liras al año, dos con rédito entre 6 y 10 millones al año, dos entre 11 y 20 millones y una con 21 o más millones (téngase presente que el año de referencia es el 1986).


Combinar todas estas características en sólo seis personas aumentaba aun más la casualidad, dado que no todos los casos se podían encontrar en el ámbito de las personas conocidas directamente por cada uno de los entrevistadores. En algunos casos, frente a la imposibilidad de encontrar inmediatamente a los individuos con las características previstas en cada paquete, se ha recurrido a un intercambio de indicaciones entre los varios entrevistadores, con el fin de completar el número de las seis historias de vida asignadas a cada uno. También esto ha contribuido a mantener un buen nivel de casualidad en la elección de las personas a entrevistar y en la relación entre el entrevistador y el entrevistado.


En la página que sigue se ha representado, esquemáticamente, como se articuló la composición prevista en cada paquete de seis entrevistas.


Se debe aclarar que cada paquete consideraba seis personas a entrevistar sin que esto significase en algún modo un microuniverso que reprodujera las relaciones numéricas existentes en la realidad del universo romano. Justamente para evitar equivocaciones no se daban – aun teniéndolos – los datos relativos a la composición de la población romana en términos de sexo, edad, estado civil, ocupación, residencia y rédito. Si alguna correspondencia genérica subsiste, no sólo no debe ser enfatizada hasta darle un valor estadístico (lo que no puede ser defendible) sino tampoco se la debe entender como escamotage para resolver en modo forzado y con bases erradas el problema de una representatividad débil del universo.



CATEGORIAS

(todos los entrevistados)


SUB-CATEGORIAS

(sólo tres ocupados)


Total

sujetos


 

SEXO

Hombres            Mujeres

     3                        3


 


 

6


 

EDAD (en años)

18-36      36-60      61 y +

2            2             2


 


 


 

ESTADO CIVIL

Casados/as    No casados/as

          3                        3


 


 

6


 

CONDICION PROFESIONAL

Ocupados/as       No ocupados/as

         3                           3


 


 

6


 


TIPO DE TRABAJO

Dependiente      Autónomo

                         2                      1


 

(3)


 


 

SECTOR DE ACTIVIDAD

Industria   Comercio   Servicios

                   1               1               1


 

(3)


 

ZONA

Centro  Medio-Centro   Periferia

      2               2                 2


 


 

6


 

REDITO ANUAL (en millones)

0-5     6-10     11-20    21y +

      1         2           2          1


 


 

6


La composición del paquete apuntaba fundamentalmente a captar lo más ampliamente posible la gama de temas y problemas de las diferentes categorías socio-demográficas y profesionales, de modo de superar una eventual acentuación de los aspectos y dimensiones concernientes a ámbitos demasiado cercano a los investigadores. En definitiva el paquete, así como estaba programado, respondía a la exigencia de un amplio horizonte de investigación y valía como paso cautelar para reducir el peso de las preferencias personales por parte de los entrevistadores en la elección de los sujetos a entrevistar.


Como se había programado al inicio de la investigación, se recogieron 84 historias de vida, subdivididas en 14 paquetes, cada uno con 6 sujetos. En algunas oportunidades se recogieron más de 6 entrevistas de historia de vida. Esto ocurría cuando los entrevistados no completaban su narración en un solo encuentro (en efecto se parte de un mínimo de media hora en una entrevista a un máximo de tres horas por tres entrevistas a una misma persona).


Organización y fases de la investigación


La investigación se desarrolló en el ámbito del Departamento de Sociología de la Universidad de Roma “La Sapienza” y tuvo como principales entrevistadores en el trabajo de campo a estudiantes avanzados, a graduados en sociología y a alumnos del curso de post-grado “Teoría y análisis cualitativo”.


La recolección de las 84 historias de vida ha tenido inicio en el verano del 1987 y su conclusión fue en los primeros meses del 1988.


En el curso de la investigación se ha consultado al profesor Srdan Vrcan de la Universidad de Spalato, en calidad de profesor visitante de la Universidad de Roma “La Sapienza” en los meses de agosto y septiembre del 1988.


Antes de la publicación del informe final se ha consultado a la profesora Liliane Voyé de la Universidad Católica de Louvain-la-Neuve, también ella docente visitante en los meses de septiembre y octubre del 1992.


En los encuentros de adiestramiento a la investigación se han efectuados algunas pruebas experimentales con la participación de los entrevistadores que pasaron luego a la realización de algún pre-test introductivo después de haber recibido las instrucciones usuales sobre el modo de recoger una historia de vida. Se ha insistido sobre todo en la necesidad de dejar el campo libre a la autoexpresión del entrevistado o de la entrevistada, sin formular nunca preguntas directas sobre los problemas de carácter religiosos, salvo algunas solicitudes de profundización de un tema religioso surgido durante la narración en modo espontáneo.


La motivación de la investigación, que se comunicó oficial y uniformemente a los sujetos a entrevistar, fue la de un estudio científico sobre los valores de los romanos, absteniéndose de dar ulteriores detalles que pudiesen condicionar desde un inicio la libre elección de las opiniones y de los eventos a explicitar en el curso de la narración autobiográfica.


El entrevistador tenía que reducir al máximo las preguntas y tenía que intervenir para solicitar alguna especificación o para pedir alguna aclaración sólo cuando era extremamente necesario.


Se había previsto no pasar enseguida a la grabación de la biografía en el primer encuentro, donde en cambio se debía proceder a profundizar el conocimiento inicial entre el entrevistador y el entrevistado.


Se ha pedido también a los investigadores proceder en pareja en el trabajo de campo, asignando a un investigador el rol de entrevistador y a otro el de observador. Razones contingentes no siempre han consentido la posibilidad de seguir esta indicación. En el caso de la ausencia del observador, el entrevistador debía luego escribir apuntes – inmediatamente luego del encuentro – para anotar, en lo posible, todos los detalles del desarrollo de la entrevista, las eventuales intervenciones de otros sujetos y todo otro elemento útil para la comprensión sociológica del evento. Obviamente este deber de escribir poniendo una particular atención a la dimensión visual era asignado generalmente al observador cuando estaba presente, pero la redacción final se realizaba junto con el entrevistador, que agregaba los detalles que habían escapado al observador.


Las anotaciones relativas a la observación (realizadas durante o apenas terminada la entrevista) se utilizaban para completar la transcripción textual del récit (la historia) agregando en paréntesis – en el texto – la “escenografía” de lo que sucedía sobre el set de la investigación. El protocolo de la historia de vida debía reconstruir lo mejor posible la escena de la interacción entre investigador y protagonista de la biografía y eventualmente entre las demás personas (observador, familiares, parientes, amigos del entrevistado). En general se solicitaba que la persona a entrevistar estuviera sola. En el caso contrario, la interferencia de otros sujetos era debidamente evaluada y podía ofrecer útiles puntos de reflexión en clave interpretativa.


De cada entrevista de historia de vida ha sido redactado también una nota introductiva, útil para contextualizar el momento especifico de la investigación.


La desgrabación de los cassettes tenía que ser realizada lo antes posible, de modo de utilizar al máximo la memoria del evento. La desgrabación no podía ser asignada a otra persona que no había participado en el momento real del testimonio biográfico. Debían realizarla los mismos investigadores, de ser posible junto a los observadores que habían estado presente. Esto garantizaba la fidelidad respecto al dato recogido y resolvía positivamente toda duda sobre las afirmaciones y los pasajes poco comprensibles en el audio.


Terminada la investigación de campo, los miembros del grupo de investigación tuvieron que analizar a fondo, a través de la lectura de un volumen[17], los contenidos de la teoría de la religión difusa y de las hipótesis relacionadas a esta teoría.


Se ha realizado de este modo una larga fase de elaboración de una ficha-guía para el análisis interpretativo de cada historia de vida. Se arribó a esta elaboración, luego de una atenta y meticulosa evaluación, a través de una serie múltiple de sugerencias realizadas por todos los investigadores. Se formularon, a nivel individual y de grupo, quince propuestas diversas de análisis del contenido de los protocolos biográficos recogidos.


Sobre la base de tales propuestas, se llegó, en forma grupal y a través de varios encuentros de discusión, a un texto definitivo de ficha-guía. Esta debía ser completada en base a los diferentes ítems previstos (téngase presente que en los modelos originales los espacios a completar tenían más renglones, en modo de consentir el mayor número posible de información).


Por cada historia de vida se ha utilizado una ficha-guía de análisis interpretativa. Pero si se considera las diversas fases, se cuentan con un máximo de hasta cinco fichas en un mismo protocolo autobiográfico. Sin embargo la fase considerada en la investigación ha sido sólo la última.


En la fase A se completaron las fichas en modo individual: el entrevistador y el observador. Luego la pareja de investigación se reunió para encontrar un acuerdo para completar la ficha considerando los aportes de las dos fichas ya escritas. En la fase B se introduce una nueva figura: el co-intérprete, una persona que no participa ni en el trabajo de campo ni en la fase A, su rol es aquel de completar una nueva ficha.


En la fase AB por último, el mismo co-intérprete – junto con los investigadores que han realizado la fase A – escribe la ficha definitiva, despojada al máximo de interferencias personales, debido sobre todo al control cruzado de los tres analistas.


La fase más laboriosa ha sido justamente la AB porque comportaba la presencia de dos o tres interlocutores con varias propuestas de redacción.



FICHA GUIA PARA EL ANALISIS INTERPRETATIVO


1- Datos generales


(señalar con un círculo los datos pertinentes)


FASE:   A     B     AB     ABC


ENTREVISTA N° ……


SEXO:  M.   F.


RESIDENCIA:    C . M.  P.


EDAD:  18<   36<   61<


REDITO:  <5   <10  <20   21<


ESTADO CIVIL:  C.   nC.


CONDICION DE TRABAJO:  T. (TD  TA)  (TI  TC  TS) D. (DS  DC)



ENTREVISTADOR/A (NOMBRE Y APELLIDO): …………………………………………………………………..


OBSERVADOR/A (NOMBRE Y APELLIDO):  ……………………………………………………………………….


CO-INTÉRPRETE (NOMBRE Y APELLIDO): …………………………………………………………………………….


 


LUGAR DE LA ENTREVISTA: …………………………………………………………………………………………………


FECHA DE LA ENTREVISTA: …………………………………………………………………………………………………


 


 


NOTAS SOBRE LA ENTREVISTA: …………………………………………………………………………………………..


OTRAS PRESENCIAS  (SI SON INFLUYENTES): ……………………………………………………………………..


Leyenda


FASE:      A         = análisis realizado por el entrevistador / observador


                B         = análisis realizado por el co-intérprete


                AB      = análisis realizada por los investigadores y el co-intérprete


                ABC   = análisis resumida del paquete de las seis autobiografías


RESIDENCIA:        C.  =  centro


                               M.   =  medio centro


                               P.  =  periferia


ESTADO CIVIL:   C.    =  casado/a, divorciado/a, separado/a, viudo/a, concubino/a


                               nC.  =  no casado/a


CONDICION DE TRABAJO:             T.  = trabajador/a  ocupado/a


                                                               TD. = trabajador/a dependiente


                                                               TA.  = trabajador/a autónomo/a


                                                               TI.   = trabajador/a en la industria


                                                               TC.  = trabajador/a en el comercio


                                                               TS. = trabajador/a en el sector servicios


                                                               D.  =  trabajador/a desocupado/a


                                                               DS. = trabajador/a desocupado/a


                                                                         no ocupado en modo discontinuo


                                                               DC = trabajador/a desocupado/a,


                                                                        no ocupado en modo continuo



2 – Familia


(indicar la página, los renglones, y el contenido sintético de los pasos en donde se mencionan las siguientes categorías analíticas)



FAMILIA DE ORIGEN


 


FAMILIA DE PROCREACION


Recuerdos de infancia:……………………………….


 


 


Residencia: ……………………………………………..


 


Residencia: ………………………………………………….


Padre: …………………………………………………….


 


Padre: ………………………………………………………..


Madre: ……………………………………………………


 


Madre: ……………………………………………………….


Otros componentes: ………………………………….


 


Otros componentes: ………………………………………


Hijos: …………………………………………………….


 


Hijos: …………………………………………………………


Persona más influyente: …………………………….


 


Persona más influyente: ………………………………..


Valores prevalecientes en familia: ………………


 


Valores prevalecientes en la familia: ………….. ….


Socialización: …………………………………………


 


Socialización: ……………………………………………..


Educación religiosa: …………………………………


 


Educación religiosa: ……………………………………..


Práctica religiosa: ……………………………………


 


Práctica religiosa: …………………………………………


No religiosidad versus educación religiosa


 


No religiosidad versus educación religiosa


Otro: ……………………………………………………..


 


Otro: ………………………………………………………….


Valores de evaluación de la religión difusa



++


+-


=


-+




1


2


3


4


5


3 – Escuela



 


Jardín de infantes


Primaria


Media


Superior


Pública


…………………………


……………………..


…………………..


……………..


Privada laica


…………………………


……………………..


…………………..


……………..


Privada religiosa


…………………………


……………………..


…………………..


…………….


Enseñanza religiosa


………………………..


………………………


…………………..


……………..


Persona influyente


…………………………


……………………..


…………………..


………………


Otros (exámenes, etc.):


……………………………………………………………………………………………………………………………………………..


Valores emergentes:


…………………………………………………………………………………………………………………………………………….


Valores de evaluación de la religión difusa



++


+-


=


-+




1


2


3


4


5


4- Religión e iglesia



Respuesta espontánea: ……………………………………………………………………………………………………………..


Respuesta solicitada: ………………………………………………………………………………………………………………..


 


Institución: ………………………………………………………………………………………………………………………………


Valores prevalecientes de la institución: ……………………………………………………………………………………….


Papa: ………………………………………………………………………………………………………………………………………


Jerarquía: ……………………………………………………………………………………………………………………………….


Doctrina y enseñanza del magisterio: ……………………………………………………………………………………….


Educación y catequesis: …………………………………………………………………………………………………………..


Religión en la escuela: ……………………………………………………………………………………………………………..


Textos y libros religiosos: ………………………………………………………………………………………………………..


Religión-de-iglesia: ………………………………………………………………………………………………………………….


Bautismo: …………………………………………………………………………………………………………………………………


Primera comunión: …………………………………………………………………………………………………………………….


Confirmación: …………………………………………………………………………………………………………………………..


Casamiento religioso: ………………………………………………………………………………………………………………


Casamiento civil: ……………………………………………………………………………………………………………………..


Unción de los enfermos: ………………………………………………………………………………………………………….


Funerales religiosos: ……………………………………………………………………………………………………………….


Funerales civiles: ……………………………………………………………………………………………………………………..


Ritos y festividades: ………………………………………………………………………………………………………………..


Confesión: ……………………………………………………………………………………………………………………………….


Pecado – mal – diablo: ……………………………………………………………………………………………………………….


Política: …………………………………………………………………………………………………………………………………..


Aborto: ……………………………………………………………………………………………………………………………………


Divorcio: …………………………………………………………………………………………………………………………………


Sexualidad: ……………………………………………………………………………………………………………………………..


Religión popular: ……………………………………………………………………………………………………………………


Peregrinajes: …………………………………………………………………………………………………………………………..


Milagros: ……………………………………………………………………………………………………………………………….


Creencia en Dios: ………………………………………………………………………………………………………………….


Ateísmo: ……………………………………………………………………………………………………………………………….


Indiferencia: ………………………………………………………………………………………………………………………….


Agnosticismo: ………………………………………………………………………………………………………………………


Religiones no católicas: ………………………………………………………………………………………………………..


Sentido de la vida: ………………………………………………………………………………………………………………..


Etica: …………………………………………………………………………………………………………………………………….


Personas influyentes: ……………………………………………………………………………………………………………..


Parroquia: …………………………………………………………………………………………………………………………….


Comunidad: ………………………………………………………………………………………………………………………….


Laicado: ………………………………………………………………………………………………………………………………


Crisis:  …………………………………………………………………………………………………………………………………


Alejamiento: ………………………………………………………………………………………………………………………..


Otro:


…………………………………………………………………………………………………………………………………


Valores emergentes del entrevistado/a:


…………………………………………………………………………………………………………………………………


Escala de actitudes del entrevistado hacia la iglesia


++                     +-                       =                        -+                      —


                                          1                       2                        3                          4                      5


Escala de actitudes del entrevistado/a hacia la religión


++                     +-                       =                        -+                      —


                                          1                       2                        3                          4                       5



5- Medio de comunicación



Radio: …………………………………………………………………………………………………………………………………………


Televisión: ………………………………………………………………………………………………………………………………….


Cine: …………………………………………………………………………………………………………………………………………


Música: ……………………………………………………………………………………………………………………………………..


Publicidad: …………………………………………………………………………………………………………………………………


Diarios: ………………………………………………………………………………………………………………………………………


Periódicos: …………………………………………………………………………………………………………………………………


Libros: ………………………………………………………………………………………………………………………………………..


Otro:


………………………………………………………………………………………………………………………………


Valores emergentes del entrevistado/a:


………………………………………………………………………………………………………………………………


Escala de evaluación de la religión difusa


++                     +-                       =                        -+                      —


                                          1                       2                        3                          4                       5


6- Asociaciones



INSTITUCIONALES


 


NO INSTITUCIONALES


Grupos religiosos:


 


Grupos religiosos:


Grupos políticos:


 


Grupos políticos:


Grupos sindicales:


 


Grupos sindicales:


Grupos de voluntariado:


 


Grupos de voluntariado:


Grupos culturales:


 


Grupos culturales:


Grupos ambientalistas:


 


Grupos ambientalistas:


Grupos recreativos-deportivos:


 


Grupos recreativos-deportivos:


Grupos de clubes:


 


Grupos de clubes:


 


 


 


Otro:


Grupos de amistades: ……………………………………………………………………………………………………………………..


Grupos extralegales: ………………………………………………………………………………………………………………………..


Valores emergentes del entrevistado/a:


………………………………………………………………………………………………………………………………


Escala de evaluación de la religión difusa


++                     +-                       =                        -+                      —


                                          1                       2                        3                          4                       5



7- Trabajo



Inicio del trabajo:


 


Búsqueda del trabajo:


 


Recomendaciones:


 


Desocupación:


 


Motivaciones del trabajo:


 


Tipo de trabajo:


 


Retribución:


 


Huelgas:


 


Sindicatos:


 


Carrera:


 


Sentido del deber:


Profesionalidad:


Satisfacción:


Insatisfacción:


Clases sociales:


Otro:


……………………………………………………………………………………………………………………………………………..


Valores emergentes del entrevistado/a:


………………………………………………………………………………………………………………………………


Escala de evaluación de la religión difusa


++                     +-                       =                        -+                      —


                                          1                       2                        3                          4                       5



8- Política


VALORES



Orientación ideológica:


Relevancia de la política:


Ambito de la política:


Compromiso político:


Indiferencia:


Libertad:


Patria:


Paz:


Ecología:


Feminismo:


Otro:


ACTITUDES



Poder:


Contestación:


Desilusión:


Moralización:


Otro:


 


POLITICA Y VALORES RELIGIOSOS


Religión y política:


Estado e Iglesia:


Unidad política de los católicos:


Aborto:


Divorcio:


Otro:


PARTIDOS E IDEOLOGIAS


Actitud hacia la Democracia Cristiana:


Actitud hacia el Partido Comunista Italiano:


Actitud hacia el Partido Socialista Italiano:


Actitud hacia los partidos laicos:


Marxismo:


Materialismo:


Liberalismo:


Nuevos movimientos:


Terrorismo:


Personas influyentes:


Otro:


POLITICA INTERNACIONAL:


…………………………………………………………………………………………………………………………………………………


Otro:


Valores emergentes del entrevistado/a:


……………………………………………………………………………………………………………………………………………………..


Escala de evaluación de la religión difusa


++                     +-                       =                        -+                      —


                                          1                       2                        3                          4                       5


De todos modos, en la mayor parte de las 84 historias de vida se llegó a soluciones acordadas entre todos los analistas. Un problema acentuado surgió a nivel interpretativo en un solo caso entre un co-intérprete y dos investigadores responsables de un paquete de historias.


Concluidas las tres primeras etapas, se ha pasado a la fase ABC del paquete total de seis historias de vida: ha sido completada – por parte de los analistas encargados de las fases precedentes – una ficha sintética basada en aquellas individuales, salvo alguna adaptación en la parte relativa a los datos generales y a la agregación del número de entrevistas en las indicaciones concernientes a los pasos señalados.


Por último en la fase ABCD, tres supervisores (quien subscribe, director de la investigación y dos corresponsales, Consuelo Corradi y Cecilia Costa) han discutido con cada grupo de analistas (uno o dos investigadores y un co-intérprete) los datos contenidos en las fichas, aportando modificaciones y/o agregaciones en los casos que se consideró oportuno hacerlo.


Es necesario precisar que cada uno de los co-intérpretes ha examinado uno o dos paquetes, por un total de 6 o 12 historias de vida. Los supervisores han analizado en cambio cuatro o seis paquetes, por un total de 24 o 36 historias de vida.


Las diversas intervenciones y roles de los investigadores, fase por fase, se pueden presentar sintéticamente a través de una tabla de presencias-ausencias:



 


Entrevistador


Observador


Co-intérprete


Supervisor


FASE A


x


x


 


 


FASE B


 


 


x


 


FASE AB


x


x


x


 


FASE ABC


x


x


x


 


FASE ABCD


x


x


x


x


En la mayor parte de los casos han participado en las diversas fases al menos tres analistas (cuando no se contaba con el observador). En la próxima tabla se indica en detalle como se ha articulado la actividad de análisis interpretativo post-relevamiento.


Como se puede observar existe un promedio de tres fichas completadas por cada una de las historias de vida, mientras la relación entre investigador y sujetos entrevistados ha sido de 1 a 2. De este modo, el peso de la posible influencia personal de los entrevistadores ha sido reducido.


En realidad el complejo de la investigación había sido organizado en fases, con momentos de control bastante selectivos, en forma de “embudo”, con el objetivo de dejar filtrar solamente los aspectos considerados más significativos. Con este fin la redacción de las fichas ha sido un momento estratégicamente decisivo porque ha permitido organizar la gran mole del material disponible (miles de páginas escritas) según criterios científicos de análisis categoriales.



Paquete


N° de historias


N° de fichas


N° de investigadores

 


1


6


19


3


2


6


13


3


3


6


13


4


4


6


19


3


5


6


19


3


6


6


19


3


7


6


25


4


8


6


25


4


9


6


19


3


10


6


19


3


11


6


19


3


12


6


19


3


13


6


19


3


14


6


19


3


 


——


—–


—–


 


84


266


45


El selector más eficaz resultó ser aquel que permitía volver a las entrevistas específicas, a determinadas páginas y renglones, es decir aquellos pasajes de las historias de vida considerados los más aptos para una verificación/falsificación de las hipótesis de partida. Se trató de indicios que luego los diferentes investigadores han seguido para tejer la trama del discurso sobre la religión difusa y sobre las modalidades de actitudes y comportamientos religiosos o no religiosos.


Particularmente útiles – a pesar de las equivocaciones y las forzamientos – han sido las escalas de evaluación sobre la religión difusa, presentes al final de cada categoría en la grilla de análisis (familia, escuela, religión e iglesia, medios de comunicación, asociaciones, trabajo, política). Se pedía, en la práctica, expresar un juicio de valor sobre la verificación o refutación de las hipótesis relativas a la religión difusa, indicando con el número 1 (es decir “++”) el máximo de verificación, con el 2 (es decir “+-”) la verificación parcial, con el 3 (es decir “=“) la incertidumbre o la indiferencia, con el 4 (es decir “-+”) la parcial refutación, con el 5 (es decir “–”) la total refutación de la aplicabilidad de la hipótesis de la religión difusa.


En el ámbito de la categoría de análisis relativo a la religión y a la iglesia se han agregado dos escalas de evaluación para tener alguna indicación sobre la actitud del entrevistado/a hacia la iglesia y hacia la religión respectivamente, con el máximo del consenso expresado mediante el símbolo “++” y el máximo del disenso con “–”.


Sin embargo alguna indicación sobre los valores emergentes del entrevistado/a en relación a la categoría individual de análisis podía, antes de las escalas, ofrecer puntos útiles para entender el perfil del sujeto a partir de sus líneas esenciales. A esto podía servir también el espacio dejado en la opción “otro” donde agregar algún detalle importante no asignable a las subcategorías de análisis presentes en la ficha.


La primera parte de la ficha recogía datos de carácter general sobre el entrevistado/a y en particular servía para indicar las características de las personas a entrevistar (sexo, residencia, edad, rédito, estado civil y condición laboral). Se agregaban luego los nominativos de los investigadores responsables de las entrevistas y del co-intérprete. Se debía precisar también la fecha y el lugar donde se había realizado la entrevista. Amplio espacio se dejaba para las notas, las observaciones, los datos relevantes, las reflexiones sobre el desarrollo de la entrevista y se pedía nombrar explícitamente la participación de otras personas que hubiesen ejercitado alguna influencia a través de su presencia.


Bajo la categoría analítica de la familia se distinguía entre núcleo familiar de origen y de procreación justamente para ver las diferencias entre socialización primaria y experiencia sucesiva, en términos de valores y de práctica religiosa. La subcategoría que apuntaba a individuar un eventual contraste entre la no religiosidad por una parte y la educación religiosa por la otra fue de gran importancia al fin de la verificación de la religión difusa.


La categoría de la escuela tenía una estructuración en subcategorías de naturaleza institucional, junto con la indicación sobre la enseñanza de la religión y la presencia eventual de una persona influyente.


Crucial era la categoría de la religión e iglesia. Luego de la puntualización sobre la mayor o menor espontaneidad al hablar del tema, se miraba a las figuras institucionales, a la educación (especialmente escolar), a los sacramentos, a los ritos, a la normativa ética, a la creencia, a las otras religiones, a las estructuras religiosas locales.


La categoría de los medios de comunicación no ha dado sugerencias particulares. Las subcategorías eran: la radio, el teatro, el cine, los cotidianos.


El contexto del asociacionismo, dividido en institucional y no institucional, no ha sido muy rico y no ha aportado pasos relevantes.


Respecto al tema del trabajo, el interés demostrado ha sido mayor y detallado. Mayormente complejo ha sido el punto que se refería a la política; ésta se ha dividido en valores, actitudes, policía y valores religiosos, partidos e ideología.


En base a las numerosas lecturas de los protocolos y de las fichas-guías para el análisis interpretativo se ha llegado a hipotetizar una tipología compleja al grado de representar las diferentes características socio-individuales surgidas en la investigación.


En primer lugar se ha subdividido la llamada religión-de-iglesia en dos categorías: la acrítica y la crítica. En el primer caso se ha querido indicar una orientación ampliamente condicionada por la posición oficial dada por el magisterio eclesiástico a las cuestiones socio-religiosas. En el segundo caso se observaba la persistencia de un lazo con la institución religiosa y al mismo tiempo la presencia de algunos puntos críticos hacia ésta.


Cuando la actitud conflictiva hacia la organización religiosa llega a niveles mayores se registra la religión crítica como divergencia.


También la categoría de la religión difusa se subdivide en dos subcategorías: la religión difusa como búsqueda y la religión difusa como condición. La primera subcategoría es típica de un ambiente caracterizado por una marcada urbanización y por un clima cultural particularmente vivaz. La segunda está caracterizada por un menor dinamismo, por una aceptación casi resignada de todo lo existente, sin puntos vitales, limitando la experiencia religiosa a pocos momentos, con una práctica ritual y sacramental más bien discontinua.


En el caso en que se toma distancia de la iglesia y de los contenidos de su enseñanza prevalece al máximo la orientación crítica. Se trata de la religión crítica como alejamiento.


Por último, también la no religión tiene sus especificaciones en no-religión moral, basada sobre los principios éticos de matriz laico-profana, y no-religión amoral, desvinculada completamente de los valores éticos y comportamientos compartidos.


Así, definida tal tipología, se han reexaminado todas las historias de vida para atribuir a cada una la etiqueta correspondiente a una categoría o subcategoría entre las ya indicadas. Este trabajo no ha sido fácil. En algún caso no se ha identificado claramente donde colocar un sujeto si en una o en otra categoría, por ejemplo entre religión-de-iglesia acrítica y religión-de-iglesia crítica. A veces el sujeto no ha sido clasificado por la contradicción de los datos. Pero en general una de las ocho modalidades previstas ha podido indicar claramente el perfil socio-religioso individual.


Las etiquetas relativas a las varias historias de vida han permitido evidenciar las biografías más representativas desde el punto de vista temativo-categorial. Sobre la base de esta démarche se han preparado los informes finales, categoría por categoría.


Para una visión completa de los componentes de la tipología utilizada se puede observar el siguiente esquema:




MODALIDAD DE GÉNERO

(categorías)


MODALIDAD DE ESPECIE

(Subcategorías)


Código


 


 


 


 


Religión-de-iglesia acrítica


RA


Religión-de-iglesia


 


 


 


Religión-de-iglesia crítica


RB


 


 


 


Religión crítica como divergencia


 


R1


 


 


 


 


Religión difusa como búsqueda


R1a


Religión difusa


 


 


 


Religión difusa como condición


R1b


 


 


 


Religión crítica como alejamiento


 


R2


 


 


 


 


No religión moral


R2a


No religión


 


 


 


No religión amoral


R2b


 


 


 


El linkage entre cualitativo y cuantitativo


Las relaciones entre análisis cualitativo y análisis cuantitativo no han sido nunca aclaradas suficientemente. Algunas veces se ha indicado la superioridad de uno, otras veces la superioridad del otro, en particular de este último. Aún en el caso de la convivencia de las dos metodologías, casi siempre la cuantitativa ha tenido un rol predominante, mientras no es fácil encontrar ejemplos de lo contrario. Raramente se ha tentado una solución que considerase las exigencias y las características de los dos enfoques, valorizando sus respectivas ventajas y superando las específicas carencias.


La investigación cualitativa, conducida a través de 84 autobiografías de residentes en la capital italiana, ha tenido inicio dos años antes de la cuantitativa realizada en la provincia de Caltanissetta (Sicilia) a través de 719 cuestionarios[18]. En la presentación de la investigación realizada en Sicilia central se ha escrito: “En esta investigación se ha tratado de evitar voluntariamente la re-utilización de una serie de categorías preestablecidas, ya experimentadas también por otros estudiosos y en diferentes investigaciones de campo. En vez de agregar los datos según esquemas predefinidos, se ha partido de los mismos datos y de sus evidencias para establecer cuáles eran los trends más consistentes y comprobados”[19]. Lo mismo se puede decir sobre la investigación romana, donde – aplicando la teoría en base a los datos de Glaser y Strauss – se ha apuntado a hacer emerger las categorías socio-comportamentales del análisis razonado de los datos, siguiendo los criterios metodológicos arriba expuestos.


La tipología surgida de los protocolos biográficos ha evidenciado un continuum (aunque no se puede afirmar que sea siempre así) de ocho categorías de religión y no religión, o más precisamente de seis categorías de carácter religioso (más o menos acentuado) y dos categorías de tipo areligioso. En cambio, en la investigación cuantitativa sobre la diócesis de Caltanissetta las categorías resultaron ser cinco (la sexta era latente, no suficientemente caracterizada y se refería a la no religión).


Son al menos dos las consideraciones a hacer. Ante todo se ha demostrado que el enfoque cualitativo está en condiciones de ir más a fondo, especialmente en un campo temático como el religioso. La mayor cantidad de las categorías tipológicas está a favor de la metodología cualitativa. No sólo. Esta también puede sugerir pistas a recorrer por parte de la metodología cuantitativa, que de este modo se encuentra operando sobre un terreno ya sondado y que resultó confiable.


En segundo lugar la verificación cuantitativa prueba (en cinco sobre ocho clases comportamentales) que el precedente análisis cualitativo tenía un fundamento, a pesar de que los índices de religiosidad y la cluster analysis organizan los datos de los cuestionarios sicilianos en modo bastante afín a la tipología que resultó de los protocolos autobiográficos romanos.


En realidad, la situación romana es menos homogénea que la de Caltanissetta y su provincia; por lo tanto da lugar a una mayor fragmentación de las actitudes y de los comportamientos. En efecto, la religión difusa como búsqueda es típicamente metropolitana, y no se ha encontrado en Sicilia. En Roma es más evidente la orientación hacia lo no religioso que por el contrario resulta sólo como clase latente en la provincia siciliana de Caltanissetta.


Si más allá de estos aspectos particulares, el escenario global de la fenomenología religiosa se puede descomponer casi del mismo modo usando igualmente los cuestionarios y las historias de vida, es factible la idea que la objetividad – suponiendo que exista – no depende de la metodología cuantitativa o cualitativa sino del rigor de los procedimientos, del uso apropiado de las técnicas y de la credibilidad científica de las interpretaciones propuestas.


Si se considera entonces que la religión es un sistema de significados más bien fragmentado a nivel subjetivo y no siempre institucionalizado, se deduce que la investigación cualitativa permite, en particular, ir mas allá de las apariencias y de las declaraciones extemporáneas, apuntando a los datos ampliamente motivados y circunstanciados.


En términos más explícitos y directos se puede reafirmar que “este tipo de investigación social parte de la perspectiva del actor, de las ‘interpretaciones de la realidad’ de los mismos individuos. Por esto los conceptos del investigador y los modelos teóricos de los sistemas (religiosos) de significado no deberían ser presentados anticipadamente por el actor (mediante afirmaciones o cuestionarios) sino que las definiciones de la realidad por parte del actor deberían ser los datos empíricos en donde el investigador sociológico descubre y reconstruye su ‘teoría en base a los datos’ (de Glaser y Strauss) sobre los sistemas de significados. El actor debería ser observado y entrevistado en relación a su biografía, a los motivos y a los fines de su comportamiento cotidiano y a sus interpretaciones de la vida en general”[20].


Para alcanzar tales objetivos la organización de los datos no puede ser pre-determinada sino post-determindada a partir de los mismos datos. Siguiendo esta óptica se ha realizado la mencionada investigación.



[1]. Cfr. R. Cipriani – E. Pozzi, “Per un’analisi preliminare di un protocollo di storia di vita”, en R. Cipriani (compilador), La metodologia delle storie di vita. Dall’autobiografia alla life history, Euroma-La Goliardica, Roma 1987, pag. 209-295.


[2]. Cfr. R. Cipriani – E. Pozzi, Op. Cit., pag. 210.


[3]. Cfr. C. S. Peirce, “Deduzione, induzione e ipotesi”, en Caso, amore e logica, Taylor, Turín, 1956, pag. 98.


[4]. C. S. Peirce, “The fixation of belief”, en Chance, love and logic, Harcourt, Brace, and Co., Nueva York 1923; Peter Smith, Nueva York 1949.


[5]. Cfr. R. K. Merton, The bearing of empirical research upon the development of social theory, “American sociological review”, 1948, pag. 505-515, nota 4.


[6]. Cfr. R. K. Merton, Op.cit., pag. 515.


[7]. Cfr. P. Lazarsfeld, “Sociology”, en Main trends of research in the social and human sciences, Mouton, París-La Haya, 1970.


[8]. Cfr. P. Lazarsfeld, Op. cit., pag. 18.


[9]. Cfr. P. Lazarsfeld, Op. cit., pag. 19.


[10]. Cfr. P. Lazarsfeld, Op. cit., pag. 19.


[11]. Cfr. W. James, Pragmatism, a new name for some old ways of thinking, Longmans, Green, and Co., Nueva York-Londres 1904, en particular pag. 45-55.


[12]. J. H. Poincaré, La valeur de la science, Plammarion, París 1908.


[13]. R. Cipriani, La religione dei valori. Indagine nella Sicilia centrale, Sciascia, Caltanissetta-Roma 1992, pag. 167.


[14]. R. Cipriani, La religione diffusaTeoria e prassi, Borla, Roma, 1988, pag. 31.


[15]. R. Cipriani, Op.cit., pag. 32.


[16]. Para un análisis más amplio cfr. ivi, en particular pag. 31-40.


[17]. R. Cipriani,  ibidem.


[18]. Cfr. R. Cirpiani, La religione dei valori. Indagine nella Sicilia centrale, cit.


[19].R. Cipriani, Op.cit., pag. 171.


[20]. H.W.A. Hilhorst, “Qualitative research on religious meaning systems: socio-logists in search of “invisible religión”, XX Conferencia Internacional de Sociología de la Religión, Helsinki, agosto 1989, pag. 8.

De la representación del “Cristo rojo” a su reproduccóin como “Rojocontinuo”

Roberto Cipriani


De la representación a la reproducción[1].


Del “Cristo rojo” al “Rojocontinuo”.



Premisa *


Hasta hace no muchos años la mayor parte de las manifestaciones populares con un fuerte carácter teatral (es decir, la representación pública de un evento), gozaban de la peculiaridad de ser – generalmente – un unicum en el curso de un entero ciclo, sin posibilidad de repeticiones y de reposiciones fuera de su contexto cronológico y topográfico. Hoy, en una época histórica que enfatiza – para decirlo con las palabras de Benjamin[2]– la reproductibilidad técnica del hecho artístico y la singularidad aislada de la performance teatral-popular, se encuentra dentro de los esquemas habituales de un público mediatizado a través de los medios de comunicación que prescinden del framework originario en que la representación del hecho tuvo lugar. Distopía y discronía se convierten así en las características básicas de una reproducción de la representación a partir de las técnicas de producción y transmisión audio-visiva.


A este punto es necesario preguntarse cuáles son los efectos inducidos por esta modificación del momento teatral, de su público y de sus contenidos. Si la distopía permite una amplificación casi al infinito de la platea, de los espectadores más o menos partícipes, la discronía comporta también -por exigencias de mercado y de distribución – una contracción de la duración real imaginaria, con una reducción de la complejidad dramática de un ritual, de sus tiempos de desarrollo, del campo de los protagonistas, de las secuencias escenográficas, de los diálogos entre los actores. Distopía y discronía inducen además a mal entendidos, incomprensiones, a una mala interpretación del texto y de los personajes. La operación se revela así desviante y mistificante. Sin embargo las posibilidades ofrecidas por los nuevos medios técnicos tienen grandes ventajas que es difícil negar, como por ejemplo la conservación de obras artísticas irrepetibles y su reproducción a públicos de idiomas y culturas diversas.


El problema es encontrar el punto medio, dar a la operación la forma justa sin traicionar en el traducir, en el pasaje de la representación a su reproducción. Y en particular, cuando se trata de un évènement en el campo de las celebraciones tradicionales con caracteres espectaculares (piénsese sobre todo en los ritos de la semana santa, difundido en todo el mundo cristiano). Surge así la cuestión relativa a la relación entre estudiosos-operadores culturales por un lado e intérpretes oficiales (los actores de la representación) y público presente (los espectadores) por el otro. Dos fases acompañan la manifestación en su conjunto: la preparación y el epílogo. Se trata de momentos que interaccionan profundamente con lo que está por suceder o con lo que ya sucedió.


En efecto, lo que ocurre fuera de la escena resulta mucho más interesante sociológicamente de lo que se percibe directamente en el curso de la representación. Es lo que ocurre generalmente durante una entrevista: las afirmaciones más significativas se hacen casi siempre fuera del protocolo, fuera de los apuntes, fuera de la escena. Por último pero no por eso menos importante, se debe considerar además el continuum entre momento “teatral” y momento “cotidiano”, entre dimensión “representativa” y dimensión “real”. Este carácter peculiar no se encuentra – generalmente – en las formas usuales de actuación, que infaliblemente se concluyen con el cierre del telón o con el saludo de los actores. Con las potencialidades ofrecidas por las cámaras video-cinematográficas, en cambio, es posible prolongar la capacidad perceptiva del ojo del espectador hasta llegar más allá del telón, para alcanzar a los actores en lo cotidiano, en los momentos previos y posteriores al espectáculo, en las problemáticas que condicionan el tipo de actuación.



Del teatro a la filmación


Algunas anotaciones de Benjamin sobre las diferencias entre actor teatral y actor cinematográfico pueden bien aplicarse al caso de la transposición audiovisual de una representación: “la actuación artística del intérprete teatral está presentada directamente al público en primera persona; la prestación artística del actor cinematográfico en cambio está presentado a través de la tecnología (cámara fotográfica, filmadora, grabador, etc.). Este último elemento tiene dos consecuencias diversas. Los equipos tecnológicos que proponen al público el trabajo del intérprete cinematográfico no están obligados a respetar esta actuación en su totalidad. Manejados por el operador, éstos toman constantemente posición respecto de la representación  misma. La serie de tomas de posiciones que el encargado del montaje compone sobre la base del material que le es dado construye el film definitivo. Esto abraza una serie de momentos de un movimiento, que son reconocidos como movimientos de la filmación, por no hablar de las tomas que asumen un carácter particular, como los primeros planos. Así la actuación del intérprete está destinada a una serie de tests ópticos. Ésta es la primera consecuencia del hecho que la actuación del intérprete cinematográfico se muestra a través de la cámara. La segunda consecuencia depende del hecho que el intérprete cinematográfico, dado que no presenta directamente al público su actuación, pierde la posibilidad, reservada al actor de teatro, de adecuar su interpretación al público durante el espectáculo. El público se encuentra así en la posición de quien es llamado a expresar una evaluación sin poder ser turbado por algún contacto personal con el intérprete. El público se mimetiza con el intérprete solamente a través de la maquinaria. Asume así la actitud: “haz un test[3].


Lo mismo ocurre en el caso de una grabación y la sucesiva reproducción de una representación teatral-popular. Se trata de una sinergía dramaturga que se mueve contemporáneamente por los andenes que conducen tanto a destinatarios presentes (el público que participa de visu et de facto al momento mismo del evento original) como a aquellos futuros (los espectadores que sucesivamente verán el producto audiovisivo). Por lo tanto el autor-intérprete se mueve y actúa pensando en dos tipos de interlocutores. En definitiva el mismo movimiento escénico es producido pensando en los presentes y en vía hipotética en los futuros usuarios, de los cuales no está dicho que puedan acceder completamente al mismo “gesto” ya que el uso de los equipos (corte, montaje, comentario sonoro, etc.) censura el evento – por cuanto técnicamente plausible y correcto – respecto a la totalidad de la acción filmada y archivada magnéticamente.


Esta forma de censura obligada y obligatoria subyace a un conjunto de criterios que pueden ser más o menos obligatorios: desde aquel artístico a aquel científico, desde aquel documental a aquel publicitario. Es sobre todo en el caso de una iniciativa de carácter científico que surgen problemas de naturaleza compleja con relación a la estructura narrativa (fiel o no respecto al “texto” originario), al peso de los aspectos técnico-estéticos (tomas, planos, contraluces, efectos), a la duración de la reproducción (casi nunca completa con relación a la duración real de la representación), a la tipología del sonido (realizado en toma directa o con yuxtaposiciones de comentarios explicativos – hablados o musicales -). Es raro que una sola persona tenga todos los conocimientos específicos, por lo que en la praxis generalmente existe al menos una pareja de expertos: uno en la técnica de filmación y reproducción y el otro entendedor de los significados socio-antropológicos que se encuentran en el sujeto tratado.


Sin embargo – como en cada experiencia interdisciplinar – los conflictos son habituales y no fácilmente solucionables. Aún así pareciera que una buena base socio-antropológica del director y el conocimiento en campo audio-visual por parte del operador pueden ser los elementos del mejor mix operativo. De otro modo el producto terminaría como mero hecho técnico o – en sentido contrario – como simple ejercicio erudito. Así la conjunción de los dos conocimientos alcanza el objetivo de una reproducción bastante cercana al evento real y a la vez se presenta suficientemente agradable e interesante sobre el plano de la recepción a un amplio público que no ha estado presente personalmente en el momento de la representación.


Para usar las palabras de Benjamin, el “tomar posición” para elaborar un hecho comporta por lo cierto algunas pérdidas, en cuanto la representación jamás será completa, pero al mismo tiempo favorece toda una serie de canalizaciones del mismo tema. Y es más, ofrece facetas no fácilmente perceptibles en otro modo.


En definitiva el pasaje del lado teatral a aquel audiovisual favorece la profundización de algunos detalles que se perderían de otro modo; propone rostros y gestos captados con todas sus particularidades, permitiendo un análisis minucioso de cada parte individual, sobre todo gracias a la posibilidad de poder detener la acción, re-examinarla  y re-interpretarla. Ninguna de estas intervenciones sería posible durante el acto dramático real.


Queda en pie, en cada caso, el dilema sobre la reposición total o parcial del évènement. La filmación a través de la cámara permitiría una toma completa, pero ni siquiera en tal caso se puede hablar de fidelidad absoluta ya que tampoco la presencia múltiple de cámaras de filmación permite visualizar la acción a lo largo o a lo ancho en el mismo modo en que lo hace el ojo humano. Así, la manipulación es necesaria pero se imponen al menos algunas pautas con el fin de respetar – en lo posible – la originalidad de la representación tal cual se ha desarrollado. Por otra parte, recurrir a maquinarias multiplica notablemente las perspectivas iniciales del enfoque. En efecto, no se está sólo de un lado, sobre el escenario o en la platea, al centro de la calle o en la vereda sino que se puede asumir ópticas diversificadas, múltiples. No siempre se pierde el aura del hecho originario. Tal aura puede ser reproducible a través de las palabras, de los sonidos y las imágenes. Es más, en ciertos casos puede resultar resaltada por la atmósfera de un film o por el fuerte enraizamiento de una fenomenología tradicional, difundida y conectada a las expresiones culturales, que como se sabe, existen en el origen de las formas dramaturgas[4]. Hasta la ausencia corpórea, táctil del protagonista y de sus coprotagonistas no siempre altera la capacidad de suscitar sentimientos fuertes y emotivos, especialmente si se trata de una persona desconocida, que por sí misma ya suscita una atracción particular a partir de primeros planos más evocativos en clave de misterio y de impenetrabilidad.


Este es el caso de la representación que tiene como figura principal el “Cristo rojo”[5], un personaje vestido de rojo, con una capucha en la cabeza y con los pies descalzos. Tal evento “sucede” en Cerignola (Foggia), en el sur de Italia, en ocasión del jueves y viernes santo de cada año. Este Cristo acompaña cuatro procesiones: la Piedad, los Misterios, la Desolada y el Cristo muerto.


Los precedentes históricos de esta singular interpretación se deben buscar en las antiguas representaciones sacras de la edad media. Desde entonces una serie compleja de dinámicas populares e institucionales han modificado en el curso de los siglos las modalidades rituales y dramaturgas relacionadas a los ritos de la semana santa, dado que el actual “Cristo rojo” no es más que un residuo de un articulado sistema inherente a la actio sacra de la pasión y muerte de Jesús.


Nuestro intento junto con el director de cine Tony Occhiello (que realizaba por primera vez un film de carácter socio-antropológico) ha sido aquel de elaborar un cortometraje de casi una hora que ofreciese los elementos esenciales de la ritualidad pascual sin traicionar los significados, los valores simbólicos y los contenidos de las diversas representaciones de las procesiones caracterizadas por el “Cristo rojo”. Este personaje se presenta como protagonista viviente, dotado de un aura todavía más marcada de aquella de las diferentes estatuas llevadas en las procesiones. Así como sucedía antiguamente la obra de arte – sea un simulacro o la acción parateatral puesta en escena por una persona real – se encuentra dentro de un contexto tradicional y ceremonial que le da relieve y credibilidad. Sin embargo el hic et nunc del hecho original no es fácilmente recreable ni siquiera en una reproducción altamente estudiada siguiendo todas las cautelas técnico-científicas.



De la representación del “Cristo rojo” a su reproducción como “Rojocontinuo”[6]


El pasaje de la representación – sea una entrevista, un comicio político o como en nuestro caso un complejo sucederse de procesiones sacras – a su reproducción constituye el punto crítico en la realización de un film. Inevitablemente, más allá de reflexionar sobre la relación más o menos positiva entre sujetos filmados y filmadores, obliga a estos últimos – especialmente en el caso de un documental científico dirigido a un público académico – a afrontar las problemáticas inherentes a la difícil relación y equilibrio existentes entre el momento científico-funcional y aquel estético-expresivo[7]. De todos modos hace años el uso de instrumentos audiovisivos en la grabación de manifestaciones populares ha sido adoptado por varios estudiosos en el campo de las disciplinas socio-antropológicas. La experiencia adquirida, sin embargo, no ha eliminado las problemáticas que surgen cada vez que uno se encuentra frente a la tarea de filmar y editar un documental, ya sea con fines estrechamente científico-didácticos que divulgativos.


A veces es el mismo estudioso quien realiza el trabajo de director y operador, como en el caso de Jean Rouch; otras veces el documental es el resultado de un trabajo de equipo – como sucedió en la realización de “Rojocontinuo” – donde los miembros del equipo han aportado contribuciones específicas y diversas. Junto al profesor Cipriani, docente universitario, hemos trabajado Tony Occhiello, director, y yo, escenógrafa con formación antropológica y experiencia en el campo documental televisivo.


La estructura de “Rojocontinuo” está basada en una serie de entrevistas a los protagonistas directos y “periféricos” de los eventos y de tomas de los preparativos y de las ceremonias en ocasión de la semana santa. La preparación duró casi cinco meses y las tomas se efectuaron en cuatro días. Todo ha sido filmado en electrónica con el uso simultaneo de dos cámaras dado la irrepetibilidad de los eventos. En efecto, en las tomas de las procesiones una cámara seguía la acción prevalentemente desde lo alto (encuadraciones “descriptivas”), mientras la otra cámara seguía de cerca (primeros planos de los protagonistas, especialmente del intérprete de la figura del “Cristo rojo”, espectadores, miembros de la banda, entrevistas “espontaneas” a los participantes). El sonido ha sido grabado en directo. El uso de la música – además de la que acompaña las procesiones, tocada por la banda – fue previsto sólo para las imágenes de narración entre una escena y la otra. Se ha buscado, en lo posible, de no hacer uso de comentarios fuera del campo, avalándose, en cambio, de las entrevistas que ilustran muy claramente los temas afrontados en el documental.


Las entrevistas fueron preparadas antes de la grabación, haciendo una lista con las preguntas a hacer a cada persona elegida. Naturalmente, cada entrevista ha sido brevemente hablada con el entrevistado antes de las tomas. Cinematográficamente se ha dado espacio al uso de las luces, excepto en los casos en que los testimonios fueron recogidos en la calle.


Como ya hemos mencionado, la realización de un cortometraje nunca está libre de discusiones, aún cuando es el resultado del trabajo de una persona. Lo que no es necesariamente negativo; es más, puede señalar momentos de mayor toma de conciencia sea por parte de los filmakers que de los sujetos filmados. En nuestro caso, el enfoque hacia las entrevistas ha sido motivo de discusión, entre la propensión hacia un tipo de entrevista lo más natural posible – sin tantas luces y disposición escenográfica – y un tipo de entrevista más elaborada, donde el entrevistado está colocado e iluminado cinematográficamente.


En algunos casos la segunda opción no ha ocasionado grandes problemas con el entrevistado, en otros, en cambio, ha comportado dificultades tales que, tal vez inhibido por la presencia del equipo, de la cámara y de las luces, una persona – precedentemente disponible – ha rechazado de ser entrevistada y se ha limitado a hacerse filmar mientras ordenaba y limpiaba el lugar luego de la procesión final, aquella del “Cristo muerto”.


El montaje sigue el orden cronológico de los hechos, inclusive los preparativos. Las entrevistas son momentos de reflexión y de penetración: amplían el discurso de la representación tanto en su presente como en los momentos que la preceden (como la preparación de las estatuas que se llevan en la procesión, las semillas de trigo, ramas de olivo, etc.) y la cierran (la limpieza y orden al final de cada procesión). Las entrevistas dan voz no sólo a los protagonistas (miembros de la banda musical, actores, párrocos, organizadores, etc.) sino también al público y a aquellas personas que por elecciones personales o por motivos de trabajo no participan en las procesiones. La reproducción, como ya se ha mencionado, logra ofrecer un cuadro más completo del evento en cuestión, pero es también una síntesis. Un cineasta, en efecto, en el momento en que se dedica a filmar se encuentra ante dos exigencias contrastantes: por una parte la necesidad de reproducir lo más fielmente posible el evento al que asiste, la otra, como dice Robert Flaherty, es la necesidad de “eliminar lo no-esencial”. La realización de un film comporta la elección de una acción respecto a otras. En las tomas y el montaje se realizan cortes que comprometen la deseada relación equitativa entre sujeto filmado y sujeto filmador. Este concepto fue sintetizado por David MacDougall: “Ningún film etnográfico es la simple reproducción de otra sociedad. Es siempre el resultado del encuentro entre el cineasta y esa sociedad”.


Otro problema que se presenta es la modalidad a través de la cual alcanzar los objetivos. La escuela de Jean Rouch busca en el cine un medio de contacto entre el cineasta y los sujetos filmados, tendiendo a eliminar, en lo posible, los obstáculos que se interponen entre ellos: pocas luces, un equipo de gente reducido, el uso de película en vez del medio electrónico que limita mayormente los movimientos del cineasta. Otros como John Adair y Sol Worth han revisto radicalmente el concepto de documental etnográfico a través de la creación del llamado “bio-documental” que prevé el uso de la cámara por parte de los sujetos estudiados. Por ultimo es posible la realización de un film a través de instrumentos y métodos cinematográficos, donde al estudioso se le suman un director, un escenógrafo y un equipo, como en el caso de “Rojocontinuo”. Si bien todos los diferentes enfoques tienden a reducir la interferencia con la acción filmada, no es posible pensar que la presencia de un “espectador filmador” pueda ser ignorado por el sujeto filmado. El esfuerzo del cineasta debe dirigirse a respetar a las personas filmadas, más que a fingir ser “una mosca sobre el muro” (“a fly on the wall”, como dicen los ingleses).


La experiencia de “Rojocontinuo” también ha evidenciado que en el pasaje de la representación a la reproducción fílmica de eventos como las procesiones pascuales en Cerignola, la relación cineasta-sujeto teatral se dirige directamente al público presente mientras la recitación del actor cinematográfico es mediada a través de una compleja maquinaria; en nuestro caso el actor se ha encontrado frente al público y a la cámara contemporáneamente. Algunas veces el intérprete del “Cristo rojo” actuando en un contexto social, político, cultural y religioso conocido tendía a privilegiar al público circundante y no a la cámara, considerada como una intrusión. Mientras que los actores parecían aceptar bien su doble rol hacia el público presente y el futuro.


Por otra parte el cineasta, debe y quiere continuamente seleccionar, tomar posiciones, no sólo físicas (durante las tomas, eligiendo la posición de las cámaras) sino artísticas y de contenido (durante todas las fases de la realización) lo que ocasiona un difícil equilibrio entre el momento científico-funcional y el estético-espresivo.


Como dice Victor Turner[8] ni siquera los mejores filmes etnográficos logran comunicar sino que en mínima parte lo que significa ser miembro de la sociedad filmada, dado que buena parte de la complejidad sociocultural y psicológica de tales contextos queda excluída en el film. Esto sucede no necesariamente por la escasa disponibilidad del cineasta a ir más lejos del evento en cuestión sino porque un film por sus mismas exigencias técnicas (duración limitada, costos de los materiales y de los equipos, etc.) debe realizar un proceso de síntesis. Si por un lado esto representa una limitación, por el otro el documental puede constituir un medio de profundización en grado de revelar aspectos no fácilmente accesibles a primera vista, durante el desarrollo de la acción, lo que permite un análisis más detallado. Aún así esto no significa excluir la importancia de la representación original de un texto escrito ni negar el soporte científico-interpretativo que éste pueda ofrecer.


La cuestión de la relación imágen-palabra ha preocupado siempre a los etnólogos y a los antropólogos; debido a – como explica Chiozzi[9] – la naturaleza misma del objeto de estudio, compuesto por el hombre y sus productos culturales. Edward E. Evans-Pritchard[10] reveló que la antropología no se propone estudiar las sociedades humanas considerándolas como “sistemas naturales”, sino como “sistemas morales”. Por esto se interesa más en las “representaciones” que en los “procesos”, tratando de individuar las concatenaciones entre los fenómenos culturales en vez de pretender formular leyes científicas: en otras palabras interpreta más que explica. Dan Sperber[11] a su vez puntualiza que “es posible describir bien un fenómeno cultural [en nuestro caso la semana santa en Cerignola] sólo considerando la idea que de ésta se hacen los que participan: las ideas no se observan, no se comprenden intuitivamente ni se describen, se interpretan”. Él no considera posible reducir los fenómenos culturales a “signos” y la cultura a un mero sistema de significados. Respecto a las “representaciones” él especifica que éstas son, en definitiva, objetos – físicos o mentales – que, se presume, sustituyen a las cosas representadas. En consecuencia, ¿percibir una representación quiere decir percibir la misma cosa representada? ¿Cómo hay que colocarse, entonces, frente al problema de la reproducción fílmica de la representación y del rol del film? Existe quien considera que el film etnográfico se limita a ofrecer una descripción de los fenómenos filmados, otros llegan a sostener que el film no sólo no interpreta la realidad sino que la describe en sentido científico por lo que cada intento de usar el film como instrumento interpretativo constituye solamente un hecho artístico[12].


Se debería concluir que el film, es decir la reproducción, no nos ofrece otra cosa que una mera presentación de los eventos o comportamientos humanos, en el sentido sostenido por Sperber, es decir una representación adecuada en la medida que se asemeja al objeto representado. Pero como sugiere Chiozzi[13], determinar los criterios que establecen la semejanza de una representación visual respecto al evento representado, implicando un proceso interpretativo, conduce a un callejón sin salida.


Además un film, como hemos dicho, por exigencias técnicas, artísticas y económicas, no puede presentar la totalidad del evento, sino que se limita a una parte de éste. Seleccionar el patrimonio cultural individual nos condiciona y nos guía no sólo en la percepción del evento sino también en su traducción en imágenes. Aceptar esto significa tomar la responsabilidad de una traducción consciente de la representación en la reproducción.


Pasando, entonces, de una forma artística a otra no se puede obtener un resultado de mera repetición o copia. En la reproducción el hic et nunc, debido a su naturaleza, no puede ser repetido tal cual fue porque, como hemos visto – aunque fielmente o conscientemente realizada – no puede mantener las mismas características de la representación. Y además porque – retomando el pensamiento de David Mac Dougall – “ninguna reproducción es la simple copia fiel de la representación. Es siempre el resultado del encuentro entre el cineasta y la representación misma.”


 



[1]. Este ensayo hace referencia al film de investigación Rossocontinuo de Cipriani, Olivella Foresta y Tony Occhiello, que tiene origen en el volumen de Roberto Cipriani, Il Cristo Rosso (Ianua, Roma, 1985).


*  De esta primera parte el autor es Roberto Cipriani.


[2]. Cfr. W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Turín, 1966 (ed. original, Berlín, 1936).


[3]. Cfr. W. Benjamin, Op. cit., pag. 31-32.


[4]. Cfr. V. Tuner, Dal rito al teatro, il Mulino, Boloña, 1986 (edición original, Nueva York, 1982).


[5]. Cfr. R. Cipriani, Il Cristo rosso. Riti e simboli, religione e politica nella cultura popolare, Ed. Ianua, Roma, 1985; “Formes théatrales de la religion populaire: le Christ rouge”, Archives de Sciences Sociales des Religions, 64/1, 1987, pag. 65-74; Cfr. R. Cipriani, “Formes théatrales de la religion populaire: le Christ rouge”, en R. Deldime, (compilador), 1er Congrès Mondial de Sociologie du Théatre, Bulzoni Editore, Roma, 1988, pag. 479-490.


[6] .  La autora de esta segunda parte es Olivella Foresta.


[7]. Cfr. P. Chiozzi, Antropologia visuale, La casa Usher, Florencia, 1984.


[8]. Cfr. P. Chiozzi, Op. cit., pag. 163.


[9]. Cfr. P. Chiozzi, Op. cit., pag. 29.


[10]. E. E. Evans-Pritchard, Essays in Social Anthropology, Faber, Londres, 1962.


[11]. D. Sperber, Il sapere degli antropologi, Feltrinelli, Milán, 1984.


[12]. H. J. Koloss, The Ethnographic Film as a Medium of Documentation and as a Method of Research, 1983.


[13]. P. Chiozzi, Op. cit., pag. 30.De la representación del “Cristo rojo” a su reproducción como “Rojocontinuo”[1]

“Los paradigmas en las ciencias sociales de la religión. The paradigms in the social sciences of religion”, Revista Cultura y Religión, VI, 1, Junio 2012, pp. 6-30.

Roberto Cipriani


La definición como paradigma


A la luz de las diferentes propuestas sustantivas y funcionales es evidente que conviene hacer presión sobre las definiciones más abiertas, polivalentes, no colocables en un único horizonte explicativo o en una concepción confesional de fondo. Dicho de otro modo, para una correcta operación sociológica es oportuno, es más, es indispensable prescindir – en lo posible – de las nociones experienciales subjetivas, colocándose en un espectro lo más amplio, múltiple, pluralista e universalistico posible. Es necesario, entonces, utilizar un denominador común que abrace el mayor número de itinerarios de matriz religiosa. Lo difícil es encontrar los constituyentes de tal denominador, aplicables en momentos y lugares diversos. Un primer factor podría ser representado por la noción de referencia meta-empírico, es decir la atribución de significado a la existencia humana, a la naturaleza en su modo variado de articularse a los eventos ya sean cotidianos y repetitivos que singulares o excepciones. Sin embargo este modo de considerar las razones no experimentales directas, no verificables objetivamente, debe ser asumido dentro de los confines de una línea tendencial porque en algunos casos los actores sociales religiosos (quienes de hecho tienen experiencia del fenómeno religioso) pueden prescindir de un transfert de tipo metafísico, inverificable, y es más, considerar como objetiva, casi materializada, la dimensión religiosa: piénsese al inmanentismo, que considera cada cuestión solamente al interior de la dimensión experiencial, o a las visiones pánicas, que atribuyen fuerza creadora a la naturaleza.


De este modo, el carácter meta-empírico es una hipótesis apenas orientadora, una suerte de concepto sensibilizador blumeriano [Blumer 1954], es decir, una definición mínima inicial, a nivel de orientación, que puede diluirse adaptándose a las diversas situaciones concretas. En consecuencia no se está frente a un contraste entre nivel trascendental y nivel real. En sustancia, es como si de dos puntos de vista diferentes se mirase a un mismo objeto: la encarnaciónde una presencia no humana en la realidad y la radicación de un significado explicativo en el interior de la realidad misma. Una no excluye a la otra, no se oponen, es más, se puede dar una convergencia que lleva al mismo resultado: la compresión-explicación de la vida en clave religiosa.


Una contribución fundamental a la definición de lo que se puede entender y definir como religión se obtiene también a partir de la investigación sobre el campo, que orienta y verifica, sugiere y puntualiza, precisa y pone en discusión los puntos iniciales de partida, junto con las definiciones provisorias que están correlacionadas.


El paradigma del pragmatismo psico-social de James (1842-1910)


Una contribución decisiva al análisis empírico del fenómeno religioso ha sido ofrecida por William James, que parte de múltiples intereses y de una declarada pertenencia católica. Pragmatista convencido [James 1945b], que se inspira a Peirce (1839-1914), se interesa en las consecuencias prácticas, es decir en los efectos de las ideas más que de las ideas en sí mismas [Putnam 1997]. Empirista radical está contra el dualismo mente-cuerpo y pasa de los estudios de carácter general sobre la psicología [James 1890] a aquellos empíricos sobre la psicología de la religión [James 1945]. Con un padre teólogo y un hermano romancero él no es de menos como experimentador de recorridos múltiples: conduce una expedición en Brasil en 1865-1866, es instructor de anatomía, docente de psicología, luego de fisiología y también de filosofía.


Superando la angina pectoris que lo acompaña hasta la muerte, se sumerge en estudios e investigaciones sobre las relaciones entre ciencia y fe, sobre la creencia, sobre el <<presente specioso>>, es decir un presente que contiene conjuntamente el futuro y el pasado. Insiste bastante sobre la teoría de las emociones, que está relacionada a sensaciones físicas y corpóreas: en el origen de todo proceso emotivo estarían las impresiones sensoriales que producirían ya en los orígenes los cambios en la actividad corpórea y sucesivamente las verdaderas y concretas emociones – tal teoría, retomada por el físico danés Carl George Lange (1834-1900) en lo que respecta a los cambios en el sistema circulatorio – asume notoriedad como la teoría de James-Lange sobre las emociones. Además, James considera la creencia un proceso más allá de la evidencia, una verdadera y propia voluntad de creer, al frente de la cual también el no decidir en favor de creer resulta de hecho una actitud negativa sobre la creencia.


James [2002: 594] reconoce a Peirce un gran mérito: <<ha hecho un gran servicio al pensamiento al desligar, de los casos particulares a que se había aplicado, el principio … Lo llama el principio del pragmatismo, y lo defiende como sigue: El pensamiento en movimiento tienen, como único objetivo concebible, el logro de la creencia, o del pensamiento en reposos. Sólo cuando nuestro pensamiento ha encontrado su reposo en la creencia, nuestra acción puede ser firme y segura. En resumen, las creencias son reglas para la acción y la función entera del pensamiento sólo es un elemento en la producción de hábitos activos>>. A partir del punto de vista peirciano es posible superar el enfoque metafísico-deductivo y alcanzar una reflexión más dialéctica, menos <<teológica>>. Se imagina así una <<Ciencia de las Religiones>> que <<dependería, en su materia original, de hechos de experiencia personal, pero habría de ajustarse a través del proceso de las reconstrucciones críticas. Nunca podría huir de la vida concreta, o trabajar en un vacío conceptual>> [James 2002: 609].


James en realidad basa su enfoque más sobre datos empíricos que sobre consideraciones filosóficas. Se sirve de muchos ejemplos, recurre sobre todo a la experiencia concreta, critica la religión pero evidencia los dictámenes esenciales. Posee una profunda erudición, prefiere no analizar teorías y dogmas sino más bien los <<estados mentales>> a través de los cuales captar las capacidades funcionales de la religión y trabajar esencialmente sobre el individuo.


James es atraído por la variedad de formas religiosas que implican al mismo tiempo tanto la presencia de místicos que de creyentes simples. En consecuencia su enfoque no es monista sino pluralista. No considera el mundo de la vida religiosa como homólogo. Éste es rico en significados, en ideas, cuyo valor se encuentra en la capacidad de ofrecer no sólo un soporte teorético sino también operativo y concreto.


Su estudio clásico sobre la experiencia religiosa [James 2002] es definido en el 1961 por Niebhur (en su nueva introducción al texto) <<una piedra miliar en el pensamiento religioso>> denso de propuestas originales y fértiles. En primer lugar hay que señalar la distinción fundamental entre <<religión institucional>> y <<religión personal>> [James 2002: 58-59]. <<Al comienzo, tropezaremos con una profunda división del terreno religioso. Por un lado, se sitúa la religión institucional, por otro, la personal. Como dice Sabatier, una vertiente de la religión atiende a la divinidad, la otra no pierde de vista al hombre. Culto y sacrificio, procedimientos para contribuir a las disposiciones de la deidad, teología, ritual y organización eclesiástica son los elementos de la religión en la vertiente institucional. Si no tuviésemos que limitar necesariamente, tendríamos que definir la religión como un arte externo, el arte de obtener el favor de los dioses. En la vertiente más personal de la religión, por el contrario, constituyen las disposiciones internas del hombre el centro de interés, su conciencia, sus merecimientos, su impotencia, su incompletud. Y pese a que el favor de Dios ya esté perdido o ganado, sigue siendo un hito esencial de la historia, y la teología desempeña en él un papel vital: los actos a los que este género de religión incita no son rituales sino personales. El individuo negocia solo, y la organización eclesiástica, con sus sacerdotes y sacramentos y otros intermediarios, se encuentra en posición totalmente secundaria. La relación va directamente de corazón a corazón, de alma a alma, entre el hombre y su creador>>.


La predilección de James se dirige obviamente al análisis de la religión personal, lo que lo coloca en la misma posición del teólogo e historiador protestante Paul Sabatier (1858-1928), un estudioso de la personalidad de Francisco de Asís  y que cuyas obras fueron incluidas en la lista de libros prohibidos. Emerge así el ámbito típicamente eclesial con el objetivo de evidenciar <<el campo de la religión personal pura y simple>>.


La discusión se hace vivaz a este propósito: <<en cierta forma la religión personal vendrá a demostrar que es fundamental en mayor medida que cualquier teología o sistema eclesiástico. Las iglesias, una vez establecidas, viven por tradición de segunda mano, pero los fundadores de cada iglesia debían originariamente su poder al hecho de su comunión personal directa con al divinidad. No sólo los fundadores sobrehumanos, Cristo, Buda, Mahoma, sino también todos los creadores de sectas cristianas han experimentado en esta situación. Por consiguiente, la religión personal todavía debería parecer la cosa primordial, incluso a quienes siguen considerándola completa sólo parcialmente>> [James 2002: 60].


Más adelante el discurso se retoma en estos términos: <<al juzgar críticamente el valor de los fenómenos religiosos, es muy importante insistir en la distinción entre la religión como una función personal individual y la religión como producto institucional, colectivo o tribal… La palabra religión, tal como se usa ordinariamente, es equívoca. Un estudio de la historia nos muestra que los genios religiosos atraen discípulos y convocan grupos de simpatizantes. Cuando estos grupos son bastantes fuertes para “organizarse”, se tornan instituciones eclesiásticas con ambiciones colectivas propias. El espíritu de la política y la ambición de dominio dogmático son entonces oportunos para entrar en esa institución originariamente inocente y contaminarla, de manera que cuando oímos la palabra “religión”, hoy en día, pensamos inevitablemente en alguna otra “Iglesia”. Para algunas personas, la palabra “Iglesia” sugiere tanta hipocresía y tiranía, tanta vileza y tanta tenacidad supersticiosa, que de alguna manera sutilmente indiscernible se vanaglorian cuando afirman que tienen “manía” a cualquier religión. Incluso los que pertenecemos a alguna Iglesia no eximimos a otras iglesias, que no son la nuestra, de la condena general>> [James 2002: 449-450]. Sin embargo el interés principal de James no se encuentra en la religión institucional: <<La experiencia religiosa que estamos estudiando es la que anida sola y privadamente en el interior. La experiencia religiosa espontánea de esta clase siempre ha sido considerada un tipo herético de innovación para quienes han sido testigos de su nacimiento. Llega al mundo desnuda y sola y siempre ha conducido, al menos por cierto tiempo, a quien la posee al desierto, a menudo literalmente al desierto exterior, donde Buda, Jesús, Mahoma, san Francisco, Fox y tantos otros tuvieron que ir>> [James 2002: 450-451].


El paradigma de la experiencia personal


El dato personal es fundamental, no se puede prescindir de él. En efecto, James [2002: 61] define la religión <<los sentimientos, los actos y las experiencias de hombres particulares en soledad, en la medida en que se ejercitan en mantener una relación con lo que consideran la divinidad>>. Y por otra parte <<la religión personal tiene la raíz y el centro en los estados de conciencias místicos>> [James 2002: 507].


También en lo que se refiere a la objeción relativa a la existencia de otras formas pre-religiosas él insiste sobre la primacía de la religión personal: <<en efecto, en una concepción cronológica de la religión observaríamos cosas más importantes que la devoción personal en el sentido moral… Pero aparte del hecho de que muchos antropólogos (por ejemplo, Frazer y Jevons) oponen expresamente religión y “magia”, es cierto que todo el sistema de pensamiento que conduce a la magia, al fetichismo y a las supersticiones inferiores puede ser igualmente calificado de ciencia primitiva o religión primitiva. Así, la cuestión vuelve a ser verbal, y nuestro conocimiento de todos esos estadios primeros del pensamiento y del sentimiento resulta, de cualquier modo, tan conjetural e imperfecto que una discusión más extensa no vale la pena>>. Aquí sin embargo la cuestión de la religión primitiva es considerada en modo secundario.


Menos secundario se presenta el análisis de la relación entre religión y neuropatología, de fundamental interés también para Freud. James reconoce que en el origen de algunas experiencias religiosas pueden encontrarse hechos patológicos pero al mismo tiempo niega el origen sexual de la religión cuando se refiere a las emociones religiosas y a <<la conexión entre ellas y la sexualidad>> [James 2002: 34]. Reconoce que la melancolía y la felicidad, como el mismo éxtasis, pueden representar una parte importante en el desarrollo de la creencia religiosa [James 2002: 51-52]. No están ausentes estigmatizaciones sobre algunas exuberancias expresivas: <<en primer lugar, tomemos la devoción. Cuando está desequilibrada uno de sus vicios se llama fanatismo. El fanatismo (cuando no es una simple expresión de la ambición eclesiástica) no es otra cosa que lealtad llevada a un extremo exaltado. Cuando una mente intensamente leal pero estrecha se aferra a la idea de que una persona sobrehumana merece su devoción exclusiva, una de las primeras cosas que suceden es que idealiza esa misma devoción>> [James 2002: 457].


James se detiene luego a tratar el sacrificio, la confesión y la plegaria. Principalmente en este último análisis su lectura es profunda y puntual. Así, el estudioso considera la plegaria: <<toda clase de comunión o conservación interior con el poder reconocido como divino… la plegaria en este sentido amplio, es el alma y la esencia de la religión>> [James 2002: 619].


James se inspira en Starbuck [1899] en lo que respecta al dato empírico relativo a la maduración de la conciencia religiosa y de la comprensión en la edad adolescente. De Starbuck (1866-1947) aprecia el uso del cuestionario, pero en sus propias investigaciones prefiere hacer uso del dato biográfico, sobre todo autobiográfico – aquel que llama <<documento humano>>-, porque ofrece diversas ejemplificaciones sobre los resultados de la existencia.


El paradigma de la sociología comparada de las religiones vista por Clifford Geertz (1926-)


Clifford Geertz, discípulo de Talcott Parsons, es probablemente el autor que estudia con mayor continuidad, originalidad y convincentes pruebas empíricas la religión como fenómeno socio-cultural. Ya desde su primer estudio sobre Java [Geertz 1960] él mira a la religión esencialmente como un sistema cultural interiorizado en la comunidad, en el mercado y en la burocracia gubernativa. En efecto los caracteres de la religión como sistema cultural son posteriormente precisados en un ensayo específico [Geertz 1969].


En primer lugar Geertz aclara que según su parecer son los símbolos religiosos los que constituyen la base de acuerdos entre un estilo particular de vida y una específica (muchas veces implícita) metafísica. Y al hacer esto, cada uno de estos símbolos se mantiene a partir de la autoridad modificada de los demás. Utilizando otros términos esto quizás puede resultar obvio. El concepto según el cual la religión sintoniza las acciones humanas en un orden cósmico imaginado y proyecta las imágenes del orden cósmico en el plano de la experiencia humana no es nuevo. Sin embargo para el autor este concepto no está ni siquiera bien analizado [Geertz 1969: 85]. Por lo tanto el antropólogo estadounidense provee a implementar y analizar oportunamente su definición <<funcional>> de la religión: es un sistema de símbolos que apunta a establecer en los hombres disposiciones y motivaciones potentes y duraderas, a través de la  formulación de concepciones de un orden general de existencia y encerrando estas concepciones en una multiplicidad de comportamientos tal que los modos y las motivaciones asuman un aspecto realista en modo único [Geertz 1969: 86]. Pasando luego al análisis detallado, el autor sostiene que en lo que se refiere a los modelos culturales, es decir los sistemas complejos de símbolos, hay que señalar en ellos la existencia de un carácter general de suma importancia: el hecho de ser fuentes extrínsecas de información. Y por ‘extrínsecas’ Geertz entiende lo que se encuentra fuera del organismo individual como tal, pero que está presente en el mundo intersubjetivo de sentido común en el cual todos los seres humanos nacen y hacen su propia carrera. Estos sistemas complejos de símbolos permanecen luego que los individuos mueren [Geertz 1969: 87]. En consecuencia, se trata de insertar contenidos ideales y razones de la acción al interior de un sistema más amplio. Con el pasar del tiempo lo que es complejo se diferencia siempre más y da lugar a distintas modalidades religiosas.


Un ejemplo claro [Geertz 1994] de tal evolución está ofrecido por el doble cambio del Islam en Marruecos e Indonesia observado directamente por el autor a partir de amplias investigaciones de campo. Zadra, en la introducción de la obra de Geertz en versión italiana, insiste bastante sobre el concepto de <<núcleo internacional>> presente en el entrecruce de varias formaciones estructurales diferenciadas (simbólicas e institucionales, individuales y colectivas) y que representa una modalidad específica de fusión en el interior de la particularidad de un acto o de una institución [Geertz 1973: 7].


Algo similar se encuentra en la investigación sobre Java [Geertz 1960] con la individuación de tres estadios del Islam. En el caso del Marruecos y de la Indonesia la religión es aún más determinante como objeto de estudios, en cuanto institución, culto y fe. Para seguir los diversos recorridos islámicos en Marruecos e Indonesia el autor se sirve de dos figuras carismáticas que interpretan la realidad de su tiempo e inciden significativamente sobre las respectivas culturas sociales y religiosas a las que pertenecen. El período histórico analizado es aquel premoderno, pero el análisis no pierde su carácter socio-antropológico relacionado a la actualidad.


Para Indonesia ha sido elegida la figura de Sunan Kalidjaga, que se coloca en la tradición centralizante de la corte de la Java induista y verifica una triple connotación: la doctrina del <<centro ejemplar>> (rey, corte y capital del estado), aquella de la <<espiritualidad graduada>> (con el rey al vértice de la estratificación religiosa) y aquella del <<estado-teatro>> (con la liturgia de la corte que es ejemplar para los temas culturales). Al mismo tiempo el secularismo tiende a negar la centralidad de la corte, mientras el escrituralismo defiende la tradición y el bagaje dogmático. La síntesis de todo se logra con Sukarno, que recupera el símbolo de la centralidad y del modelo del estado-teatro haciendo pasar así la idea de una leadership espiritual. En Marruecos el personaje-clave inicial es Sidi Lahsen Lyusi, que actúa en una situación bastante difícil caracterizada por el marabutismo, es decir por la propensión a unificar en una sola persona las virtudes bélicas y aquellas espirituales. Lyusi logra colocar juntos carisma institucional y espiritualidad. La conjunción de los opuestos es obtenida también gracias al aporte del sufismo, corriente mística del Islam. En cambio el escrituralismo marroquí, llamado Salafiyya, combate tal mediación.


En definitiva mientras en Marruecos se ha desarrollado mejor el modelo carismático, en Indonesia prevalece la estructuración a nivel central. Éste es el resultado principal de uno de los mejores estudios en campo comparativo de las religiones. Geertz además no está conforme con lo que ha sido realizado por otros estudiosos en precedencia: <<¿Qué es, en aquellos gruesos volúmenes sobre mitos totémicos, ritos de iniciación, creencias de brujería, comportamientos chamanicos, etc., lo que han estado compilando los etnógrafos con tan asombrosa diligencia durante un siglo? … ¿No contienen ellos el tema de nuestro interés? La respuesta es, sencillamente, no… la intención del estudio sistemático de la religión es, o en todo caso tendría que ser, no sólo describir ideas, actos e instituciones, sino determinar exactamente y en que sentido las ideas, actos e instituciones particulares sostienen o incluso cohiben la fe religiosa>> [Geertz 1994: 17-18]. En particular <<la religión puede ser una piedra arrojada al interior del mundo; pero debe ser una piedra palpable, y alguien debe arrojarla>> [Geertz 1994: 19]. En consecuencia no se comprende el cristianismo sin Jesús, el Islam sin Mahoma, el hinduismo sin Veda, pero tampoco sin el papa Gregorio Magno, sin los ulama (los sabios islámicos), sin el sistema de castas respectivamente.


Sobre Geertz es evidente la influencia (aunque con modificaciones a veces profundas) de Durkheim, Weber, Malinowski y Parsons, pero también de Eliade, Schutz y, entre los contemporáneos, de Bellah.


Aquí un ejemplo sobre su actitud crítica: <<si bien la famosa afirmación de Durkheim de que Dios es el símbolo de la sociedad es incorrecta, como pienso que lo es, sigue siendo sin embargo verdad que determinados tipos particulares de fe (como determinados tipos particulares de duda) florecen en determinados tipos concretos de sociedades, y la contribución de la sociología comparativa de la religión al conocimiento general de las dimensiones espirituales de la existencia humana comienza y acaba en un descubrimiento de la naturaleza de estas interconexiones empíricas, esto es, legítimas. Las razones materiales por las que el Islam marroquí llega a ser activista, riguroso, dogmático y algo más que simplemente antropocéntrico, y por las que el Islam indonesio llegó a ser sincretista, reflexivo, variado, y a manifestar una notable postura fenomenológica se hallan, al menos en parte, en el tipo de vida colectiva dentro de y junto a la cual ambos evolucionaron>> [Geertz 1994: 38]. Esta última afirmación parece pecar de relativismo cultural en la medida en que atribuiría a los caracteres locales el origen de las actitudes y los comportamientos. En realidad, el discurso geertziano se coloca en un nivel teórico mucho más robusto y articulado, tal que no cae en simplificaciones excesivas. En efecto, la orientación <<hacia una comprensión científica de los fenómenos religiosos pasa por reducir su diversidad al asimilarla a un número limitado de los tipos generales>> [Geertz 1994: 42].


Otro punto de discusión crítica retoma la cuestión del <<pensamiento primitivo>>: sobre si hay que considerarlo pragmatista (como Malinowski) o más bien mistificador (según la óptica de Lévy-Bruhl). Geertz resuelve salomónicamente la cuestión: <<la conclusión de que la dicotomía es falsa y que cualquier hombre, civilizado o no, es prudente y apasionado según se mire, se plantea virtualmente por sí misma>> [Geertz 1994: 116]. Algo similar se podría decir del debate más reciente sobre los autores que proponen la rational choice [Young 1997] y de la lectura en clave emocional [Hervieu-Léger, Champion 1986].


En definitiva la visión geertziana de la religión (que es aquella de un estudioso que se autodefine no creyente [Geertz 1994: 125]) se basa esencialmente sobre el hecho que <<lo que producen los símbolos sagrados entre aquellos para quienes son sagrados es la formulación de una imagen de la construcción del mundo y un programa para la conducta humana, que son meros reflejos una del otro>> [Geertz 1994: 123]. En consecuencia, los símbolos mientras constituyen una expresión de la realidad social también pueden modelarla, es decir son modelos de la realidad y modelos para la realidad. Al mismo tiempo no falta una clara inspiración de derivación schutziana [Schutz 1995]: <<cuando los hombres retornan a la vida cotidiana, observan las cosas en términos cotidianos. Si son hombres religiosos, esos términos cotidianos estarán de algún modo influidos por sus convicciones religiosas, porque está en la naturaleza de la fe, incluso de la más idealista y menos ética, el pretender una soberanía efectiva sobre la conducta humana>> [Geertz 1994: 138].


Funciones y motivaciones religiosas: el paradigma psico-cultural de Melford E. Spiro (1920-)


Otro convencido sostenedor del enfoque socio-cultural es Melford Spiro, que agrega un corte psicoanalítico a sus investigaciones en Burma, en Micronesia y en Israel. Su formación de base en cambio es antropológica.


Él retoma una corriente no actual: propone el análisis de la centralidad de las necesidades humanas, que darían lugar a manifestaciones de tipo emocional entre ellas la religión, la cual tendría sus bases sobre todo en el núcleo familiar.


La obra más conocida de Spiro [1978] es Burmese Supernaturalism, que examina la religiosidad popular de Burma desde un punto de vista que es al mismo tiempo de tipo subjetivo, estructural y centrado sobre las creencias. Entre estos tres tipos de sistemas existe una estrecha interacción que caracteriza varias modalidades religiosas.


De gran relieve y bastante citado es el ensayo de Spiro publicado en un volumen junto a otros autores [Banton 1966: 85-126] en el que se afronta el tema Religion: Problems of Definition and Explanation. El argumento es uno de los más debatidos y ásperos, como lo demuestra la reseña crítica realizada por el mismo Spiro, que luego propone una solución definitiva, según la cual la religión es una institución cultural. Dado que toda institución – si bien diferente según sus características – es un instrumento de satisfacción de las necesidades, la religión es definible como una institución basada en una interacción modelada en manera cultural y en una relación con seres sobrehumanos postulados culturalmente [Banton 1966: 96]. La diferencia entre la religión y las otras instituciones culturales consistiría en el hecho que sólo en ésta los sistemas de acción, de creencia y de valor se relacionan con seres sobrenaturales.


Spiro explica en que medida la práctica de la creencia religiosa se relaciona con las necesidades y las funciones. Se detiene a delinear las funciones de la religión según una tipología cuádruple: funciones intencionales-reconocidas, no intencionales-no reconocidas, intencionales-no reconocidas, no intencionales-reconocidas. De este modo Spiro separa las funciones aparentes de las funciones reales y también describe los deseos satisfechos por la religión a nivel cognitivo, sustantivo y expresivo, a través de las funciones de acomodamiento, adaptación e integración respectivamente.


Las explicaciones de la religión son ofrecidas también en clave funcional y en términos causales. En efecto Spiro [Banton 1966: 117] considera que se debe explicar la adquisición de las creencias religiosas en modo casual y la práctica de tales creencias en términos de motivación, es decir la explicación debe ser hecha considerando la causa y la función. En efecto, la religión persiste porque tiene funciones específicas – logra o debe tratar de satisfacer deseos, pero también es persistente porque tiene causas – está causada por la expectativa de satisfacer tales deseos. Ambos aspectos son necesarios, ninguno es suficiente, ambos son necesarios y suficientes a la vez. En consecuencia, para Spiro las causas del comportamiento religioso se deben buscar en los deseos que la motivan y ya que sus funciones consisten en la satisfacción de estos deseos que son su motivación.


En definitiva Spiro recurre a variables psicológicas y sociológicas. Las bases cognitivas de la religión están en la experiencia infantil pero su explicación se encuentra en las variables socio-estructurales, sobre todo en aquellas familiares. Respecto a estas últimas la dimensión religiosa se presenta como una variable dependiente. Las razones de la persistencia de la religión son psicológicas y motivacionales; por este motivo éstas hacen las veces de variables independientes. Una vez más la familia juega un rol estratégico. En consecuencia se puede decir que la religión debe ser explicada en una óptica que comprende conjuntamente la sociedad y la personalidad.


El paradigma de los símbolos en las investigaciones de Mary Douglas (1921-2007)


No se puede ilustrar la obra de Mary Douglas en el campo de los símbolos sin evocar previamente a su inspirador, el antropólogo escocés Victor Turner (1920-1983), autor – entre otras cosas –  de estudios sobre los rituales Ndembu en Zambia y sobre los peregrinajes [Turner 1991]. Él, a través del análisis simbólico, mira al ritual como un proceso dinámico, caracterizado por la comparación dinámica entre estructura (ordenamientos actuantes en una sociedad) y anti-estructura (redefinición del sentido humano colectivo, sin el apoyo de las instituciones) y por elementos de liminalidad (transición).


Nacida en Italia y educada en Londres en el convento del Sacro Cuore, la antropóloga neoestructuralista británica Mary Douglas no es insensible a las instancias de la religión cristiana y a la influencia ya sea de su maestro, el católico Evans-Pritchard, que del moralista laico (pero en apariencia agnóstico) Durkheim. Ella estudia en primer lugar la religiosidad de los Lele en Africa [Douglas 1985: 31-48; 49-69]. Se preocupa así de acertar las razones de las diferencias entre religiones más o menos rigurosas en su estudio sobre Pureza y peligro: un análisis de los conceptos de contaminación y tabú [Douglas 1991].


Luisa Leonini así describe, en su introducción a la versión italiana [Douglas 1985: 14], el contenido de los dos textos sobre la religiosidad de los Lele, una etnia zairesa: los ensayos El simbolismo social y religioso de los Lele Los animales en el simbolismo religioso de los Lele muestran como las reglas que gobiernan la higiene y las buenas costumbres, la sexualidad y la comestibilidad derivan de la concepción que este pueblo tiene del universo. Los Lele no tienen la capacidad de ofrecer una justificación racional y explícita de estas reglas. Un razonamiento de este tipo pondría inmediatamente en crisis algunos principios y criterios sobre los que se basa su concepción del mundo y de la vida. Es por este motivo que tales informaciones son negadas y borradas automáticamente.


Además, en los ritos casi todo es dado por descontado olvidando las motivaciones-explicaciones iniciales. Los Lele no tienen ninguna teología sistemática, ni siquiera un cuerpo doctrinal semiorganizado a través del cual se puede estudiar su religión. Como ellos la practican, no parece ser otra cosa que una sorprendente variedad de prohibiciones, que caen siempre en ciertas personas, o a veces sobre todos. Como todo ritual éstos son simbólicos pero su significado debe permanecer oscuro. Los indicios se encuentran en las situaciones cotidianas en donde se usan los mismos tipos de símbolos. Douglas sostiene que la de los Lele es como una religión cuyo lenguaje litúrgico, por metáfora y alusión poética, provoca una reacción profunda aun sin definir nunca sus términos ya que utiliza un vocabulario que es bien comprendido aún en los escritos no litúrgicos [Douglas 1985: 31].


Los Lele están organizados por grupos de culto. Uno solo de estos cultos es dedicado a un animal, el pangolino (una especie de oso hormiguero). Su característica es aquella de generar un hijo a la vez. Con esta característica el pangolino parece bastante similar a los hombres. Como se sabe el parto gemelar es una raridad; por lo tanto entre los Lele los padres de gemelos obtienen algunas ventajas. De la misma manera el pangolino goza del privilegio de ser el único animal objeto de culto. Este tipo de procedimiento analítico de la Douglas se acerca mucho al enfoque estructuralista de Lévi-Strauss [Cipriani 1988]. Sin embargo ella reconoce [Douglas 1985: 69] que no todo es explicable en base a su análisis neoestructuralista.


Uno de los puntos salientes del trabajo sobre Los símbolos naturales [Douglas 1978] es la propuesta del esquema grilla/grupo que es útil a individuar la capacidad de influencia de las reglas sociales sobre el individuo. El grupo establece en que grado la acción social individual depende de la pertenencia social. Además el sentido del grupo puede ser fuerte o débil, lo mismo sucede con la grilla en lo que respecta la reglamentación social. Ahora bien combinando entre sí grilla y grupo con fuerte y débil se obtiene cuatro posibilidades: grilla débil y grupo débilgrilla fuerte y grupo fuertegrilla débil y grupo fuertegrilla fuerte y grupo débil. Resulta, por ejemplo, que en contextos sociales con grilla fuerte y grupo fuerte propenden al ritualismo, con grilla débil y grupo débil tienden a la efervescencia, con grilla débil y grupo fuerte son más bien sectarios.


La religión civil como paradigma en Bellah (1927-)


Sucede a los intelectuales de mayor prestigio escribir un breve ensayo que se convierte rápidamente en un texto clásico e indispensable aun más que un gran volumen sobre el mismo argumento. Si esto sucede varias veces se está frente a un caso excepcional, como es el de Robert N. Bellah muy citado (y criticado) por su artículo sobre la religión civil en América [Bellah 1967] y por otro sobre la evolución religiosa [Bellah 1969]. En los dos casos la originalidad de la teorización fascina aún antes de poder proceder a la verificación empírica de las sugestiones propuestas. De hecho las provocaciones bellahianas logran agitar las aguas más bien estancadas de la sociología contemporánea de la religión. Se puede no estar de acuerdo sobre las conjeturas del sociólogo de Berkely pero no se puede no tenerlas en cuenta.


Bellah dirige en su universidad californiana el centro de Estudios Coreanos y Japoneses y luego el Departamento de Sociología, manifestando en este modo una multiplicidad de intereses que lo conducen a escribir sobre la religión en tres siglos (1542-1868) de la dinastía Tokugawa [Bellah 1957] hasta analizar los hábitos de los americanos contemporáneos en un texto de carácter interdisciplinar [Bellah 1989].


Discípulo de Talcott Parsons (cuya influencia de pensamiento es evidente), durkheimiano y weberiano al mismo tiempo, no ignora Habermas y prefiere también – como todo hombre de fe (luego de una educación de tipo presbiteriano) – el teólogo luterano Paul Tillich (1886-1965).


En efecto, con Parsons inicia una colaboración didáctica que concluye en el ensayo del título Religious Evolution [Bellah 1969]. En este trabajo parte de una definición de la evolución en cuanto proceso de creciente diferenciación y complejidad de la organización que se verifica en un organismo, en un sistema social o en cualquier otra unidad, adquiriendo en consecuencia mayores capacidades para adaptarse al ambiente y convirtiéndose así, en un cierto sentido, en más autónomo respecto al ambiente de cuanto no lo fuese en sus formas primitivas y menos complejas [Bellah 1969: 333]. La definición del concepto de religión es al mismo tiempo bien calibrada, es decir sintética: un conjunto de formas y actos simbólicos que conduce al hombre a los elementos últimos de la existencia [Bellah 1969: 334]. Colocando juntos los dos conceptos apenas enunciados se llega a establecer que las fases de la evolución religiosa son cinco: la religión primitiva (por ejemplo la de los aborígenes de Australia), la religión arcaica (de los indígenas de América), la religión histórica (y las formas del hebraísmo antiguo, del confucianismo, del budismo, del Islam, del cristianismo primitivo palestino), la religión pre-moderna (representada por el protestantismo) y la religión moderna (en donde prevalece el individualismo religioso). Las dimensiones analizadas son el sistema simbólico-religioso, la acción religiosa, la organización religiosa, las implicaciones sociales.


La religión primitiva es aquella más simple, en donde el sistema simbólico-religioso es de tipo mítico y soñador y la acción religiosa está fundada en la participación, la identificación y la ritualidad. En ésta no existe alguna organización religiosa separada, por ende la iglesia corresponde a la sociedad y viceversa, las implicaciones sociales consisten en la capacidad que tienen los ritos de reforzar la solidaridad y socializar a los jóvenes.


En la religión arcaica el sistema simbólico-religioso presenta una interacción más directa entre seres míticos y hombres, también el rito es un acto en el que se trasluce la relación entre los hombres y los dioses. En este sistema religioso se multiplican los grupos de culto y las estructuras sociales resultan ordenadas en un orden cósmico.


En lo que respecta a la religión histórica existe una gran diferenciación de sistemas simbólicos y la acción religiosa es necesaria a los fines de la salvación. La organización religiosa se articula en numerosas colectividades y sobre el plano social la religión es un elemento ideológico inspirador de revueltas y reformas.


En el caso de la religión pre-moderna el simbolismo conduce a una relación directa entre el hombre y la divinidad. La acción religiosa se identifica con la vida misma y no con prácticas asépticas y decisionales. La organización religiosa ya no es jerárquica; la respuesta directa de la religión a los problemas políticos y morales no se desvanece sino que el impacto de las orientaciones religiosas sobre la sociedad es también mediado por una variedad de instituciones mundanas en que han sido expresados los valores religiosos [Bellah 1969: 348].


Por último Bellah analiza la religión moderna, que supera muchos dualismos del pasado y rompe con la simbolización tradicional. Aquí el corte filosófico-teológico es más evidente. En primer lugar Bellah dice que por muchos aspectos Schleiermacher es la figura principal de la teología de principios del ochocientos que vio las implicaciones más profundas de la ruptura actuada por Kant. A mediados del siglo XX, sin embargo, las influencias fundamentales del intento de Schleiermacher son desarrolladas por pensadores diversos, como Tillich, Bultmann y Bonhoeffer. La aserción de Tillich de un ‘naturalismo estático’, el programa de ‘demitologización’ de Bultmann y la búsqueda de un ‘cristianismo sin religión’ de Bonhoeffer, que aún no pudiendo ser considerados iguales son esfuerzos de comprensión de la situación moderna [Bellah 1969: 350]. En lo que atiene a la acción religiosa cada vez hay más interés en el modo en que los organismos religiosos deben adaptar sus antiguas prácticas de adoración y de oración a las condiciones modernas [Bellah 1969: 351]. En cambio a nivel de organización religiosa parece prevalecer la tendencia del tipo ‘mi mente es mi iglesia’ o ‘yo mismo soy una secta’. En términos de implicación social queda por ver si la libertad que la sociedad moderna implica a nivel cultural, personal y social puede ser institucionalizada establemente en las sociedades vastas. La conclusión a la que llega el autor es que justamente la situación que ha sido definida como un colapso de significados y un fracaso de criterios morales puede también ser considerada como una situación que ofrece oportunidades sin precedentes para innovaciones creativas en cada esfera de la actividad humana [Bellah 1969: 352].


Esta posición no escapa fácilmente a una larga serie de críticas de diversos sociólogos. Aun así la tentativa de Berger es útil, además por el ferviente debate que suscita.


El exordio de Bellah sobre la religión civil americana es promovida por la revista Daedalus [Bellah 1967] en una conferencia del 1966. Desde los comienzos se sostiene que existe en América una religión civil elaborada y bien institucionalizada. En realidad el mismo Bellah quiere precisar que no es una verdadera religión en sentido estricto. En efecto, esta religión – o mejor dicho esta dimensión religiosa – tiene una seriedad e integridad propia y exige para ser comprendida con el mismo cuidado que se le dedica a la comprensión de cualquier otra religión [Bellah 1975: 185]. Esta citación se encuentra en un volumen posterior (Beyond Belief) que engloba también la conferencia del 1966, además reeditada en The Religious Situation: 1968. Justamente en el séptimo capítulo de Beyond Belief el autor publica en notas de pié de página algunas afirmaciones que sirven a disolver toda duda cuando sostiene que en el texto debería aparecer claramente como él concibe la tradición central de la religión civil americana: no como una forma de auto-adoración nacional, sino como la subordinación de la nación a principios éticos que la trascienden y en cuyos términos debería ser considerada. Bellah está convencido que cada nación y cada pueblo alcanzan una cierta forma de autocomprensión religiosa ya sea que a los críticos les guste o no [Bellah 1975: 185]. En la última nota se lee un cierto descontento de Bellah debido a las numerosas críticas manifestadas por algunos estudiosos a propósito de su formulación de la idea de religión civil. Y así la dimensión de esta religión pública está expresada en una serie de credos, símbolos y rituales definida religión civil. En consecuencia, la asunción de un presidente es un importante evento ceremonial en esta religión y reafirma, entre las otras cosas, la legitimación religiosa de la más alta autoridad política [Bellah 1975: 189]. No es casualidad que en su propuesta teórica sean examinados los discursos inaugurados de los presidentes, desde Washington a Kennedy, y los ritos socio-políticos comunitarios (por ejemplo los desfiles del Memorial Day).


Como es sabido y como Bellah mismo recuerda, la definición de religión civil pertenece a Rousseau (1712-1778) y fue publicada en el Contrato social (cap. VIII, libro IV) donde se la relaciona a la existencia de Dios, a la vida después de la muerte, al premio por el bien y la sanción por el mal y la tolerancia inter-religiosa. En Norte América las palabras y los actos de los padres fundadores, especialmente de los primeros presidentes, dieron forma y constituyeron el tono de la religión civil como debía ser mantenida siempre. El Dios de la religión no es sólo ‘unitariano’ (en el sentido de tendencias teistas, o deistas, ajenas al culto trinitario – n.d.t. -), Él también se coloca en el lado austero, relacionado con el orden, la ley y el derecho así como lo está con la salvación y el amor [Bellah 1975: 193-4]. Oportunamente se aclara que la religión civil no es cristiana ni siquiera anticristiana o sectariamente cristiana. Ni aun menos se trata de una simple ‘religión en general’. La religión civil se salvó de un formalismo vacío y particular por ser un vehículo genuino de una auto-comprensión nacional y religiosa.


Bellah se juega su prestigio en esta concepción estadounidense de la religión y afirma que sería necesario incluir en la religión civil un simbolismo vital internacional, o tal vez el resultado sería mejor si la religión civil americana se convirtiera simplemente una parte de una nueva religión civil mundial. Una religión civil mundial podría ser aceptada como la realización y no como una negación de la religión civil americana [Bellah 1975: 208-9].


Los contenidos de dicha forma religiosa tienen raíz bíblica: éxodo, pueblo elegido, tierra prometida, nueva Jerusalén, muerte por sacrificio y resurrección, elementos todos fácilmente sobrepuestos a los hechos históricos de la formación y del desarrollo de los Estados Unidos de América.


Muchos de los análisis de Bellah no se verifican en la realidad, como se lee en el volumen The Broken Covenant [Bellah 1975] donde llega a definir la religión civil como un recipiente vacío y roto. Tal pesimismo es ciertamente motivado por las contingencias del momento: por una parte la guerra del Vietnam y por la otra la delegitimación con relación al caso Watergate.


Un resultado diferente (gracias también a un mayor optimismo) parece tener un trabajo sucesivo, más sistemático, interdisciplinar, innovador, fruto de una profunda investigación sobre el individualismo y el compromiso en la sociedad estadounidense [Bellah, Madsen, Sullivan, Swidler, Tipton, 1996]. El punto focal de la investigación sobre los Hábitos del corazón es la crisis de los años sesenta entendida justamente como crisis religiosa. Rechazado el utilitarismo como solución no gratificadora, la cultura norteamericana parece ser proclive a recursos más individualisticos, por ejemplo enfatizando la experiencia del sujeto mediante la práctica del zen budista. Pero para Bellah este resultado no hace otra cosa que fomentar el resurgimiento del individualismo utilitatistico.


La metodología de la investigación es cualitativa ya que usa historias de vida y entrevistas que delinean un perfil del ‘carácter nacional’ de los estadounidenses. En la verificación de las hipótesis propuestas se releva que el presente y el futuro de la sociedad contemporánea crean un malestar advertido en muchos de los textos transcriptos y citados en el volumen. El individualismo se desarrolla casi como raíz ineliminable, o casi, del terreno cultural de los residentes en los Estados Unidos. Esta orientación, que tiene una connotación ideológica, asume la forma de una moral autosuficiente, considerada en grado de ser también una guía socio-política. Sin embargo se nota la falta de valores de base. Esto se percibe porque las tradiciones bíblicas y republicanas, civiles, han evitado siempre las formas más radicales de individualismo, dando en cambio relevancia a la dimensión social de la persona. Aun asi la crisis de pertenencia cívica tiende a oscurecer esta propensión de marca social y a favorecer la fuga de la sociedad para refugiarse en el individualismo. Es decir, parece no existir más una sociedad en la cual creer, desde el momento que se debilitan los lazos organizadores, las redes, las normas, las cooperaciones y las ayudas recíprocas. Este movimiento, así delineado en los años ochenta, es confirmado en la década sucesiva. En definitiva la religión moderna, en el ámbito de la trayectoria de la evolución religiosa, se presenta como una acentuación extrema del individualismo, es decir como hiper-privatización (<<mi propia religión>>). En efecto Bellah le dedica a la religión el noveno capítulo de Habits of the Heart [Bellah 1996: 279-315].La religión radicalmente individualista, sobre todo cuando asume la forma de una creencia en una entidad cósmica, puede parecer estar en un mundo diverso de la religión conservadora o fundamentalista. Sin embargo son éstos los dos polos que estructuran gran parte de la vida religiosa americana. Para el primero, Dios es simplemente el Sé aumentado; para el segundo, Dios se contrapone al hombre desde lo externo. Uno busca un Sé que en definitiva es idéntico al mundo; el otro busca un Dios externo que dará orden al mundo. Ambos consideran que la experiencia religiosa personal es la base de sus creencias. Los pasajes de un polo al otro no son tan raros como se podría pensar. En este sentido individualismo y fundamentalismo están contrapuestos pero potencialmente en simbiosis. Ejemplar es el caso citado por Bellah: Sheila Larson trata, en parte, de encontrar en sí misma un centro luego de haberse liberado de una vida familiar inicial opresivamente conformista. Su ‘sheilaismo’ está radicado en el esfuerzo de transformar la autoridad externa en un significado interior. Así, las dos experiencias que definen su fe asumen una forma similar [Bellah 1996: 297]. En definitiva, el individualismo religioso es para Bellah, bajo muchos aspectos, apropiado a nuestro tipo de sociedad. No desaparecerá así como no desaparecerá el individualismo secular [Bellah 1996: 311].


Bellah es también considerado un maestro. Entre sus discípulos se encuentra Robert Wuthnow.


El paradigma de la rational choice en Rodney Stark (1934-)


Rodney Stark es un autor prolífico, que ha asociado siempre su nombre al de otros sociólogos igualmente conocidos, primero a Charles Y. Glock [Glock, Stark 1965, 1966; Stark, Glock 1968] y luego William S. Bainbridge [Stark, Bainbridge 1985, 1987, 1997], Laurence R. Iannaccone [Stark, Iannaccone 1994] y Roger Finke [Finke, Stark 1992]. Cada una de las parejas de estudiosos han producido resultados – a nivel de publicaciones – que representan un punto de referencia esencial, frecuentemente no sólo para la sociología estadounidense de la religión. En modo peculiar las diversas contribuciones son focalizaciones conceptuales y empíricas que se convierten en instrumentos metodológicos de primer orden, con resultados empíricos notables. Se puede decir también que los cuatro coautores (en el siguiente orden: Glock, Bainbridge, Iannaccone e Finke) corresponden a determinadas fases del recorrido teorético de Stark.


Ya Glock en particular [Glock, Stark 1965] hablando del compromiso religioso ofrece un sello decisivo con su propuesta de cinco dimensiones: la expeciencial, la ritualistica, la ideológica, la intelectual, la consecuencial. La primera se refiere a lo que se experimenta, es decir, sensaciones, sentimientos y gratificaciones en la relación con lo divino. La segunda concierne los aspectos celebrativos, las liturgias, las oraciones, los eventos oficiales, los cultos y los sacramentos. La tercera comprende las ideas, los principios, los valores, los contenidos, las finalidades con relación a las creencias. La cuarta incluye los conocimientos de base relacionados a los textos sagrados. La quinta se trata de los resultados concretos de las creencias en clave de comportamientos, actividades y acciones que tienen lugar en contextos no específicamente religiosos (desde la familia al lugar de trabajo). Estas dimensiones se pueden transformar en otros indicadores de religiosidad, instrumentos útiles para la medición a través de la investigación empírica.


Un ejemplo aplicativo es ofrecido por Stark y Glock [1968] en una investigación sobre el compromiso religioso, realizada para medir el nivel de religiosidad en base a los siguientes parámetros: 1) certidumbre genérica con relación a la existencia de Dios; 2) creencia en un Dios-persona; 3) creencia en los milagros sobre la base de su descripción bíblica; 4) creencia en la vida ultraterrena; 5) creencia en la existencia real del diablo; 6) creencia en Jesús como persona divina; 7) creencia que un niño nace sin pecado original. Se trata de propuestas cuyo valor heurístico está basado exclusivamente sobre creencias, sin considerar otras variables religiosas importantes.


El objetivo de los dos autores es entender la naturaleza del compromiso religioso [Stark, Glock 1968], pero también individuar sus orígenes y consecuencias a nivel socio-psicológico (los dos volúmenes programados sobre estos últimos argumentos nunca fueron publicados). Todo se concentra en cuatro aspectos: la creencia, la práctica, la experiencia y el conocimiento. La práctica a su vez se basa en el ritual; es pública, comunitaria, hecha de ritos y devoción, es privada y personal como por ejemplo lo es la oración individual. Es precisamente la insistencia de Stark y Glock sobre los caracteres no institucionales de la religión lo que contribuye a ampliar en general el horizonte de las investigaciones socio-religiosas que frecuentemente se limitan a la medición de los momentos rituales.


 Stark y Bainbridge [1980; Bainbridge, Stark 1984] hablan generalmente de religión como forma de compensación por las insatisfacciones relativas a metas no alcanzadas, es decir como <<reemplazo de recompensas deseadas>> y como <<propuesta para obtener la recompensa>> [Stark in Young 1997: 7]. Y llegan a delinear una tipología de iglesia, denominación, secta, culto que ya había sido presentada por Swatos [1975]. La iglesia estaría caracterizada por una fuerte auto-legitimación que excluye la auntenticidad de otras formas religiosas con la remoción de todo discenso y alternativa, por el contrario la sociedad con sus instituciones se presenta como competitiva. La secta tendría no sólo el carácter de auto-legitimación sino también la tendencia a combatir otras formas religiosas organizadas (éste es su particularismo: <<la creencia que sólo la propia religión es la legítima>> [Glock, Stark 1966: 20]. La denominación, por el contrario niega la sociedad considerándola hostil, por ende debe ser combatida de diferente maneras, de este modo se produce una situación de aislamiento pero también un impulso al cambio social. En consecuencia, ésta se encuentra en buena relación con la sociedad, reconoce la legitimidad de otras organizaciones religiosas y no tiende a ejercitar un control social fuerte. Por último, el culto presenta aspectos más particulares, reconoce otras propuestas religiosas pero en general no está en línea con la sociedad ya que se diferencia de ella pero sin excesos.


Rodney Stark es también un atento periodista y miembro activo de asociaciones científicas (en su curriculum se leen la presidencias de la Association for the Sociology of Religion y de la sección de sociología de la Religión de la American Sociological Association). Su activismo es estimulante y eficaz, como lo demuestra su vasta producción. Es en su trabajo junto a Bainbridge que se obtienen probablemente los resultados más originales, que se inspiran a la teoría del intercambio y en particular a la idea de <<compensador>>, a entenderse como promesa de una recompensa futura no verificable en el momento, pero aceptable justamente como forma recompensadora a cambio del objetivo prefijado [Stark, Bainbridge 1980].


Stark [en Young 1997: 3] es un estudioso que reconoce su inspiración en Karl Popper (1902-1994) por su racionalismo crítico y por su escepticismo respecto al conocimiento empírico. Esto está evidenciado principalmente en la obra del título Conjeturas y refutaciones [Popper 1994] en donde él aclara su concepción y sostiene que la teoría no comporta nada – y no debería hacerlo – sobre la verdad (o falsedad) de los elementos religiosos compensadores. Ésta postula simplemente el proceso de elecciones racionales mediante el cual los seres humanos evalúan e intercambian tales compensadores [Stark in Young 1997: 7].


En realidad para Stark la forma universal del compromiso religioso consiste en el hecho que, independientemente del poder, personas y grupos tenderán a aceptar compensadores religiosos para recompensas que no se encuentran en esta vida [Stark in Young 1997: 8]. Stark está peculiarmente interesado en esta perspectiva indicada con el número 3. Aún sin descuidar las primeras dos que también hacen de pilares de su teoría sobre la religión: 1) el poder de un individuo o de un grupo estará asociado negativamente con la aceptación de compensadores religiosos en lugar de recompensas que son simplemente escarzas. Dicho en otros términos quien es potente y rico no debe recurrir a compensaciones religiosas sino que busca recompensas inmediatas y materiales, mientras quien es débil y pobre se contenta con los compensatorios religiosos con la esperanza de acumular consistentes premios en la otra vida. Tal compromiso religioso es similar al de la forma de la secta; 2) el poder de un individuo o de un grupo será asociado positivamente con el control de las organizaciones religiosas y con la ganancia de las recompensas disponibles por parte de las organizaciones religiosas y resulta similar al compromiso religioso de la forma de la iglesia. A este punto, se comprende claramente que Stark se orienta en modo deciso hacia una teoría específica de la religión a partir de axiomas, como aquellos apenas citados, de donde deducir orientaciones para el análisis empírico. En esto él denota una evidente propensión, de derivación humiana, al conocimiento empírico con el que está de acuerdo, a partir de la segunda mitad de los años setenta, también William Sims Bainbridge, según el mismo Stark sería un estudioso <<bastante desequilibrado como para aceptar de adoptar una teoría completamente deductiva de la religión>> [Stark in Young 1997: 10].


La colaboración entre Stark e Bainbridge prosigue felizmente. Stark propone axiomas, Bainbridge verifica si existen saltos en la cadena lógica y propone eventuales pasajes intermedios. Al final la teoría está ya definida pero los dos encuentran dificultades en la publicación del volumen. Stark [in Young 1997: 11] lo narra en forma autobiográfica. Deciden por este motivo de hacer público su enfoque teórico en pequeñas dosis, a través de artículos de revistas. Se publican 22 que compilados en un único texto obtiene el premio de la Society for the Scientific Study of Religion. Se trata de The Future of Religion [Stark, Bainbridge 1985],obra que va contracorriente respecto a las tesis sobre la secularización y muestra la persistencia de la religión vista como forma sustitutiva del prestigio y del privilegio. El texto es rico de documentación empírica y es un sustento de la teoría que hace de base para las deducciones sociológicas aplicadas a los datos.


Luego del éxito obtenido, los autores – que se declaran no creyentes [Stark, Bainbridge 1987: 23] – retoman a trabajar sobre el libro teórico ya proyectado que ve la luz dos años más tarde con el título A Theory of Religion [Stark, Bainbridge 1987]. En este caso son presentados 7 axiomas, 104 definiciones y 344 preposiciones, con sus relativos comentarios y discusiones. En la imposibilidad de ofrecer la lista completa, se proponen algunos ejemplos de axiomas y algún ejemplo de definición y de preposición: A1 La acción y la percepción humana tienen lugar a través del tiempo, del pasado hacia el futuro. A2 Los humanos buscan lo que ven como recompensas y evitan lo que ven como costos. A3 Las recompensas varían en especie, valor y generalidad. A4 La acción humana está dirigida por un sistema complejo pero limitado de tratamiento de la información destinado a individuar problemas y a buscar soluciones para ellos. A5 Algunas recompensas deseadas están limitadas en la disponibilidad, incluidas algunas que no existen de hecho. A6 La mayor parte de las recompensas a las que los seres humanos aspiran son destruidas cuando son usadas. A7 Los atributos sociales e individuales que determinan el poder son distribuidos en modo desigual entre personas y grupos en cada sociedad.


Entre las definiciones se puede citar la número 23: las organizaciones religiosas son empresas sociales cuyo objetivo principal es crear, mantener e intercambiar compensadores generales de base sobrenatural [Stark, Bainbridge 1987: 326]. Entre las preposiciones se puede recordar la número 339 que sostiene que a corto plazo la secularización favorecerá el desarrollo de movimientos tipo sectas [Stark, Bainbridge 1987: 349]. En efecto, el proceso secularizador estaría en condición de autolimitarse, produciendo nuevos movimientos religiosos, en particular nuevas sectas que toman distancias de las religiones históricas tradicionales. Conviene recordar que para los dos autores las preposiciones son las afirmaciones que derivan de los axiomas mientras las definiciones son afirmaciones que actúan de lazo entre axiomas y preposición por una parte y el mundo empírico por la otra [Stark, Bainbridge 1987: 26]. Este super-invento debería servir para las verificaciones empíricas sobre el campo.


Mientras tanto Stark desarrolla también un discurso de <<economía religiosa>> en donde trata de verificar la existencia de un mercado con sus clientes habituales y potenciales (los creyentes), un conjunto de empresas (las organizaciones religiosas) prontas a ponerse al servicio de tal mercado para ofrecer, justamente en calidad de proveedores, verdaderas líneas de productos religiosos, creando así la demanda [Stark 1985]. La consecuencia es que el pluralismo no conduce al decline de la religión, a la secularización sino por el contrario la refuerza, hace competitiva las diferentes confesiones religiosas y favorece la participación de los fieles, especialmente si estos encuentran allí las respuestas más adecuadas a sus expectativas personales. El corte económico de esta interpretacion es compartido por Iannaccone [Stark, Iannaccone 1994] en un análisis del caso de Europa, donde la demanda religiosa no sería débil sino que la organización de las iglesias, deficiente (en particular aquellas nórdicas apoyadas por el estado). Por lo tanto para los autores el fenómeno de secularización no tendría consistencia.


La hipótesis de crecimiento del pluralismo y del contemporáneo resurgimiento de las organizaciones religiosas encuentra confirmación en The Churching of America 1776-1990. Winners and Losers in Our Religious Economy [Finke, Stark 1992], aun en la distinción entre las sectas (sobre todo batistas) que se encuentran en fase ascendente y las principales denominaciones (en primer lugar los episcopalianos, los presbiterianos, los congregacionalistas) que marcan el paso y muestran alguna dificultad (este es también el caso de los católicos en la fase post-concilio Vaticano II de estas últimas décadas).


En consonancia con esta trayectoria de mercado religioso Stark realiza otras investigaciones sobre el conflicto religioso, la estabilidad y la dinámica de las economías religiosas y el desarrollo del cristianismo primitivo en época grecorromana. Su objetivo principal es la construcción de una teoría <<real>> de la religión no bloqueada ni siquiera en la teoría de la elección racional a la manera de James S. Coleman (1926-1995), fundada es decir sobre la libertad de decisión del actor individual que posee recursos y una capacidad de control de estos intereses a defender, recompensas a maximizar y en consecuencia es capaz de calcular racionalmente beneficios y costos, es decir la conveniencia de las acciones a emprender frente a eventos particulares que comporta una elección, justamente racional, respecto por ejemplo la adhesión religiosa. Por otro lado existen actores colectivos conglobados (corporate actors), compuestos más que de personas por <<posiciones>> de derechos y responsabilidades, intereses y recursos: se trata de las corporaciones de negocios, los sindicatos y otras asociaciones de carácter religioso [Coleman 1990: parte IV].


Por último se debe señalar el retorno de Stark a sus precedentes estudios de criminología y a una nueva colaboración de Stark y Bainbridge [1996] que examina la relación entre religión y devianza, poniendo en evidencia el rol del comportamiento individual y del control social por parte de la comunidad. Los autores hablan de fuentes sociales; a nivel individual las personas se adaptan a las normas en la medida en que se afeccionan a los demás que aceptan la legitimidad de las normas. Viceversa, la gente se desviará de las normas en la medida en que se encuentra privada de afectos. A nivel de grupo: las tasas de devianza serán más altas en los grupos que tienen un nivel medio de afectos más bajo [Stark, Bainbridge 1996: 5]. Por las fuentes morales, a nivel individual y a paridad de condiciones los individuos religiosos serán probablemente menos numerosos de los no religiosos en cumplir acciones desviantes. A nivel de grupo: las tasas de comportamiento deviante variarán a través de las unidades colectivas o ecológicas al punto de mostrar la integración moral [Stark, Bainbridge 1996: 7]. La religión misma es sometida a análisis como devianza, a través del examen de los cultos. Al mismo tiempo ésta da lugar a comunidades morales de tipo durkheimiano que promueven la integración y limitan los comportamientos desviados. El mismo consumo de alcohol y drogas está relacionado para Stark y Bainbridge con la pertenencia religiosa [Stark, Bainbridge 1996: 81-99].


Emociones y memoria como paradigmas en Danièle Hervieu-Léger (1947-)


Directeur d’Études en el École des Hautes Études en Sciences Sociales, director del Centre d’Études Interdisciplinaires des Faits Religieux (C.E.I.F.R.) y sucesora de Jean Séguy como jefa de redacción de los Archives de Sciences Sociales des Religions, la socióloga parisina Danièle Hervieu-Léger se ha convertido rápidamente en una autoridad en campo internacional gracias a algunas contribuciones innovadoras, algunas de las cuales publicadas en colaboración con Françoise Champion [Champion, Hervieu-Léger 1990; Hervieu-Léger, Champion 1986].


Los inicios de la estudiosa están caracterizados por una investigación sobre los estudiantes católicos [Hervieu-Léger 1973] en el período que comprende además la contestación estudiantil del 1968. Un decenio después, junto a Bertrand Hervieu, publica otro estudio sobre los movimientos utópicos y comunitarios de tipo anticonstitucional realizado indagando las experiencias comunitarias de los jóvenes ciudadanos nacidos en el sector medio intelectual, y llegados a su vez de regiones despobladas del sur de Francia [Léger, Hervieu 1983]. El interés de Hervieu-Léger se había dirigido en aquel entonces, en modo aún más especifico, hacia tentativas de reconversión económica de aquellas utopías [Hervieu-Léger 1993].


La socióloga francesa revisa críticamente el concepto de secularización, que no debe ser entendido sólo como crisis de las instituciones religiosas, incapaces de ejercitar alguna influencia sobre las sociedades contemporáneas, ya que éstas están en condiciones de poder producir alternativas de sociabilidad a través de formas diversificadas de experiencia, como en el caso de los nuevos movimientos religiosos [Hervieu-Léger, Champion 1986; Champion, Hervieu-Léger 1990].


Las señales contradictorias de lo sagrado en crisis y, conjuntamente, de las nuevas experiencias religiosas efervescentes colocan la relación entre religión y modernidad al centro de la atención de Danièle Hervieu-Léger. Para la autora hay que entender cual es la dinámica religiosa en curso entre decline y renovación, luego del <<final de los practicantes>> a continuación de la <<‘decatolicización’>> y de la <<crisis de la ‘civilización parroquial’>> [Hervieu-Léger, Champion 1989: 57]. La conclusión es que el acento, puesto en la relación afectiva con Dios, como fuente de realización de la persona y de enriquecimiento de las relaciones con los demás, desplaza el catolicismo vivido hacia un ‘humanismo trascendente’ que pone en juego una concepción ético-afectiva de la salvación y de dominación intra-mundana [Hervieu-Léger, Champion 1986]. En consecuencia se examina la situación del clero, aquella de la religión popular, de los <<nuevos movimientos religiosos>> y también las relaciones entre modernidad y secularización. La autora pone énfasis en el rol de los nuevos movimientos religiosos ya que éstos muestran como la secularización no implica la desaparición de la religión una vez confrontada con la racionalidad: sino que se trata más bien de un proceso de reorganización permanente de la actividad de la religión en una sociedad estructuralmente impotente a satisfacer las expectativas que debe crear para existir en cuanto tal [Hervieu-Léger, Champion 1986].


Luego de haber considerado por separado las posibles perspectivas futuras del protestantismo y del catolicismo, la autora entrevé el surgimiento de un nuevo cristianismo hecho de <<comunidades emocionales>>, una religión hecha de grupos voluntarios, en los cuales se entra en virtud de una ‘elección’ explícita. Esta adhesión fuertemente personalizada crea un lazo muy intenso entre la comunidad y cada uno de sus miembros [Hervieu-Léger, Champion 1986]. Estos militantes toman distancia del grupo de los practicantes más fieles. En definitiva, la expansión de la religión hecha de comunidades emocionales – sobre las que se ha elegido concentrar el análisis – corresponde en cambio a la búsqueda de un nuevo tipo de acuerdo en el terreno psicológico de la realización de sí, entre el cristianismo y una modernidad que ha roto definitivamente sus contactos con la escatología cristiana [Hervieu-Léger, Champion 1986]. Al final la religión se convierte en una <<memoria colectiva autorizada>> luego del reconocimiento de los valores internos en ésta.


El tema de la religión de las emociones es retomado por Hervieu-Léger en clave de renovación. Las <<comunidades emocionales>> ejercitan un rol crítico hacia las instituciones, dan espacio a la experiencia de los creyentes, rechazan las formulaciones dogmáticas. Se presenta así un redescubrimiento de la dimensión emocional, que ayuda a superar el impasse de la secularización, que de todos modos no parece haberse realizado.


Luego de haber citado la propuesta de Séguy [1988: 177-8] en lo que respecta a una <<religión metafórica>> o <<analógica>>, Hervieu-Léger define a su vez la religión como una modalidad de creencia constante con relación a la autoridad de una tradición y a la continuidad de una descendencia de creyentes o <<descendencia creyente>>. Con él termino <<creer>> se indica el conjunto de las convicciones, individuales y colectivas, que no dependen de la verificación, de la experimentación, y de los modos de reconocimiento y control que caracterizan el saber sino que encuentran su razón de ser en el hecho de dar sentido y coherencia a la experiencia subjetiva de aquellos que creen. Hervieu-Léger señala que si se habla de ‘creer’ más que de ‘fe’, es porque se incluyen, además de los objetos ideales de la convicción (las creencias propiamente dichas), todas las prácticas, los lenguajes, los gestos, los automatismos espontáneos con los que estas creencias se manifiestan. El ‘creer’ es la fe en acto, la fe vivida [Hervieu-Léger 1993].


Con dichas premisas, se llega a una definición de religión: es un dispositivo ideológico, práctico y simbólico mediante el cual se forma, se mantiene, se desarrolla y se controla la consciencia (individual y colectiva) de la pertenencia a una descendencia creyente específica [Hervieu-Léger 1993].


El alejamiento de la tradición es un elemento típico de la sociedad contemporánea que no tiene más memoria y que no es más <<una sociedad de memoria>>. En tanto triunfa el <<inmediatismo individualista>>. Se piensa a cuidarse pero no a salvar el alma.


En el caso de la memoria religiosa, la normatividad de la memoria colectiva se encuentra reforzada por el hecho que el grupo se define, objetivamente y subjetivamente, como una descendencia creyente. [Hervieu-Léger 1993]. Ahora bien, la fe en la continuidad de una <<descendencia de creyentes>> resulta, para la autora francesa, estar certificada y manifestada en el acto esencialmente religioso de hacer memoria (anamnesis, es decir, historia) del pasado que da un sentido al presente y contiene el futuro. La práctica de la amnesia se realiza generalmente en la forma del rito. Lo que caracteriza el rito religioso en relación con todas las demás formas de ritualización social es el hecho que la repetición regular de los gestos y de las palabras establecidas por el rito tiene el objetivo de incluir en el curso temporal de la memoria (como en el curso de la vida de cada individuo que forma parte de la estirpe) algunos eventos fundadores que permiten a la descendencia de constituirse. Estos eventos también certifican, en manera particular, la capacidad de la descendencia de continuar a pesar de todas las vicisitudes que han puesto y ponen en peligro su existencia [Hervieu-Léger 1993].


Pero en las sociedades modernas la memoria se pulveriza, tiende <<a la dilatación y a la homogeneización>> y a una <<fragmentación al infinito>>. En Francia, en particular, la memoria religiosa va en crisis y ésta es la modalidad de la secularización: caen el <<imaginario de la continuidad>> y la <<familia>> [Hervieu-Léger 1993]. De esto deriva que el vaciamiento religioso de las sociedades modernas se realiza – como en el caso de la parábola de la racionalización – en la situación de anamnesis determinada, en las sociedades tecnológicamente más avanzadas, por la desaparición pura y simple de toda memoria que no sea inmediata y funcional [Hervieu-Léger 1993]. En definitiva, se podría hablar de un proceso que va desde la anamnesis a la amnesia.


Sin embargo en el horizonte se asoman algunas nuevas invenciones de la descendencia: allí domina la utopía; se consolidan las <<fraternidades electivas>>, es decir los grupos religiosos elegidos en absoluta libertad a partir de una experiencia compartida que produce, en consecuencia, la constitución de una misma descendencia. Se desarrollan también las <<etno-religiones>> caracterizadas por un lazo privilegiado entre lo étnico y la religión pero que asume el carácter de un abandono de la religión debido a que ésta ha perdido, en el variado juego de las manipulaciones de cuales es objeto, toda realidad social autónoma. En definitiva se está frente a una <<religión post-tradicional>> que va más allá de la secularización [Hervieu-Léger 1993].

Esiliati, profughi e stranieri immigrati

Roberto Cipriani


Esiliati, profughi e stranieri immigrati


di Roberto Cipriani (Università Roma Tre)


Premessa


La condizione di esiliato o profugo o straniero immigrato è di per sé già problematica, perché non volontaria o forse non del tutto volontaria in quanto frutto di costrizione esterna ed estrema. Se poi si aggiunge la difficoltà di essere accolti in quella che è la propria patria di origine immediata (giacché vi si è nati) o più o meno remota (giacché vi sono nati o domiciliati i propri genitori, parenti e/o progenitori) allora la situazione appare quanto mai al limite delle capacità di sopportazione: non si è ben accetti nel paese di residenza ma non si è accolti in quello che di per sé dovrebbe apparire il luogo di migliore auto-collocazione desiderabile.


         Chi ha vissuto sulla propria pelle tale stato di cose è un testimone “privilegiato” di prim’ordine perché in grado di narrare eventi e percezioni, emozioni e disagi, forme di solidarietà ma anche rigetti più o meno larvati e/o più meno garbati. I vissuti degli esiliati, dei profughi e degli stranieri immigrati sono quasi sempre traumatici, né possono presentarsi diversamente, per la rottura che rappresentano con il passato e per la difficoltà di trovare un’adeguata collocazione, almeno sopportabile e sopportata – se non supportata – nel paese eletto come destinazione, naturalmente immaginabile come il più promettente per ragioni sociali e linguistiche, culturali e politiche.


         L’esiliato, il profugo o lo straniero immigrato non cerca di solito altro che qualche quota di solidarietà, fosse pure parvente, non esplicita, non operativa. A lui forse basterebbe di non essere rifiutato. Eppure i comportamenti abituali non sembrano favorire forme di condivisione, di “caricamento” delle istanze altrui. Anzi, motivi di ogni genere sono messi in campo per negare anche forme minime di attenzione: la necessità di non esporsi politicamente, le resistenze in ambito familiare, i dubbi sulla onestà e sulla lealtà delle persone da ospitare.


         L’atteggiamento tendenziale di reiezione è così diffuso che neppure arriva a distinguere fra il cosiddetto extracomunitario ed il soggetto che di fatto può essere quasi un connazionale, fosse pure per ragioni varie. Certo non si qualifica di solito uno statunitense come se fosse un extra-comunitario ma in effetti lo si tratta troppo diversamente da un marocchino o da un tunisino o da un libico o da un egiziano o da un somalo o da un etiope o da un eritreo. Versi questi ultimi le riserve, le reticenze, le resistenze sono sottili, non esplicite, ma non per questo non operanti nelle modalità concrete di interazione.


         In realtà l’esiliato o il profugo o l’immigrato giunto in Italia risulta essere un vero e proprio “straniero”, dunque soggetto alla sindrome tipica individuata e descritta compiutamente da Georg Simmel poi ed Alfred Schütz poi (cfr. Alfred Schütz, Saggi sociologici, Utet, Torino, 1979, pp. 375-403). In effetti lo straniero è “un individuo adulto del  nostro tempo e della nostra civiltà che cerca di essere accettato permanentemente o per lo meno tollerato dal gruppo in cui entra” (p. 375). Ma d’altro canto “lo straniero comincia ad interpretare il suo nuovo ambiente sociale nei termini del suo solito modo di pensare” (p. 381). Il carattere di estraneità è poi ben specificato dal fatto che “geograficamente “patria” significa un certo spazio sulla superficie della terra. Il luogo in cui mi capita di essere temporaneamente è la mia “dimora”, il luogo in cui intendo abitare è la mia “residenza”, il luogo da cui provengo e al quale voglio ritornare è la mia “patria”” (pp. 391-392).


         La riflessione di Simmel (nel saggio del 1908 dal titolo Lo straniero), cronologicamente precedente quella di Schütz, sottolinea invece il carattere piuttosto innovatore della presenza e dell’azione dello straniero, che agisce collocandosi fra i due termini opposti della distanza e della prossimità: in fondo lo straniero è un elemento del gruppo “altro” da lui e lo è a titolo pieno perché egli aiuta il gruppo “altro” stesso a definire e rafforzare la sua identità. Simmel lo chiama “nemico interno”, così come lo è un povero od un altro soggetto connotato da una qualche diversità. La coppia interno-esterno ma anche l’opposizione (proposta da Sumner) fra in group ed out group ben si addicono alla condizione del soggetto che giunge in Italia spintovi da ragioni le più diverse fra loro. Nondimeno lo straniero-profugo-esiliato-immigrato rimane colui che fa breccia nella cultura di arrivo, rendendola disomogenea, differenziandola, frammentandola.


         Il fattore solidarietà infine rappresenta per molti un punto di convergenza interculturale. Si evita così il rischio di diventare capri espiatori di conflitti interpersonali e si cercano convergenze politico-sociali su obiettivi comuni a carattere valoriale: giustizia, democrazia, partecipazione, uguaglianza, fraternità. Si intensificano dunque gli scambi, le soluzioni contrattuali, le interconnessioni di ruoli e status; si consolidano le convenienze reciproche e si contrattano le modalità più confacenti ad un’acculturazione priva di ostilità e contrapposizione. Nascono così forme durkheimiane di solidarietà organica, cui partecipano individui dotati di specializzazione professionale e culturale. Ma soprattutto si implementa una “visione reciproca”, alla maniera di Georg Wilhelm Friedrich Hegel e Axel Honneth, fondata sull’amore come fiducia in sé, cioè dedizione, sul diritto come rispetto di sé, cioè moralità, ed appunto sulla solidarietà come coscienza del proprio valore, dei propri compiti e delle proprie spettanze. In tale contesto si può inquadrare infine pure la prospettiva di attenzione al soggetto diverso inteso come “altro generalizzato”, suggerita da George H. Mead. In definitiva, per dirla con Paul Ricoeur (Sé come un altro, Jaca Book, Milano, 1993), l’altro è come un sé.


La dinamica immigratoria


            Qualche decina di anni fa in Italia si scrivevano ancora molti saggi sull’emigrazione degli italiani all’estero. Oggi ormai non si contano più libri e ricerche sull’immigrazione in Italia: una bibliografia parziale e provvisoria in proposito già annovera oltre mille titoli.


Il fenomeno sociale più macroscopico che abbia interessato l’Italia nell’ultimo scorcio del secolo scorso ed all’inizio del nuovo millennio ‑ a partire dalla fine degli anni settanta ‑ è senz’altro il massiccio arrivo di molti stranieri. È un fatto del tutto nuovo che ha trasformato il nostro paese da area di emigrazione verso l’Europa e le Americhe a territorio di immigrazione dal Nord‑Africa ma anche ‑ in misura inferiore ‑ persino dagli Stati Uniti e  dalla Germania, per non dire – più di recente – delle regioni balcaniche.


           Già al 31 dicembre 1992, secondo i dati del Ministero degli Interni, risultavano registrati come “regolari” 925.172 stranieri con un aumento del 7% rispetto al 1991, che a sua volta aveva già registrato un aumento del 10,5% rispetto al 1990.


L’84% proveniva da paesi al di fuori dell’Europa, il 71% da paesi in via di sviluppo. 95.741 giungevano dal Marocco, 62.112 dagli Stati Uniti, 50.405 dalla Tunisia, 44.155 dalle Filippine, 39.425 dalla Germania e 39.020 dalla Jugoslavia. Meno di trentamila ma più di ventimila erano quelli che venivano – nell’ordine, per numero di immigrati ‑ dall’Albania, dalla Gran Bretagna, dal Senegal, dalla Francia, dall’Egitto.


         Al 31 dicembre 1998 gli stranieri soggiornanti registrati sarebbero stati – secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno – 1.033.235.


         Più di recente, al 31 dicembre 2009 la popolazione straniera residente in Italia sarebbe ammontata ufficialmente a 4.235.059 unità, dunque con un aumento superiore al 400% nel giro di due decenni. Le presenze più numerose riguardano Rumeni (21%), Albanesi (11%), Marocchini (10,2%), Cinesi della Repubblica Popolare (4,4%), Ucraini (4,1%), Filippini (2,9%), Indiani (2,5%), Polacchi (2,5%), Moldavi (2,5%), Tunisini (2,4%), Macedoni della ex Jugoslavia (2,2%), Peruviani (2,1%), Ecuadoregni (2%). Seguono nell’ordine, con percentuali via via decrescenti gli immigrati dall’Egitto, dallo Sri Lanka, dal Bangladesh, dal Senegal, dal Pakistan, dalla Serbia, dalla Nigeria, dalla Bulgaria, dal Ghana, dal Brasile, dalla Germania, dalla Francia, dalla Bosnia-Erzegovina, dal Regno Unito, dalla Federazione Russa, dall’Algeria, dalla Repubblica Dominicana.     


Marocchini ed extracomunitari


         È da notare che il termine corrente ‑ nel linguaggio comune usato per indicare la maggior parte degli immigrati, specie se sono africani – è stato a lungo quello di “marocchini”. Ed in effetti questo corrispondeva in qualche misura alla realtà, ma accomunava troppo e non distingueva fra marocchini e tunisini, egiziani e senegalesi. Per di più vi era un sottile riferimento storico che non può sfuggire ai più anziani, testimoni dell’arrivo degli alleati in Italia ‑ nell’ultima fase della seconda guerra mondiale – accompagnati da truppe marocchine che vengono ricordate per atti di stupro specie nell’Italia meridionale e centrale. Ancor oggi rimane traccia di questo ricordo nel verbo marocchinare, che significa appunto violentare.


La dizione giuridica definisce inoltre extra‑comunitari coloro che non appartengono alle nazioni europee della Comunità Economica. Già questa condizione di essere extra, al di fuori, sembra legittimare in modo netto la differenziazione (e di fatto la superiorità dei cittadini nativi rispetto agli stranieri non appartenenti alla comunità definita implicitamente per eccellenza, quella europea). Questo eurocentrismo giuridico‑linguistico perdura e si rafforza col tempo sino ad entrare nel linguaggio comune.


Va comunque considerato che l’Italia è talora anche un paese di passaggio in attesa di trovare accoglienza altrove, specialmente in altri paesi europei o negli Stati Uniti, in Canada ed in Australia.


Per altri l’immigrazione è solo stagionale. È questo il caso dei nordafricani che raggiungono alcune zone italiane nei periodi in cui è maggiormente necessaria la manodopera per le attività agricole, specialmente per la raccolta dei prodotti nei campi.


Ad ogni buon conto bisogna tenere presente che le cifre fornite non sono che quelle ufficiali. La realtà dei fatti è molto più cospicua. Sono numerosi gli immigrati senza permesso di soggiorno o il cui permesso di soggiorno è scaduto da tempo o non è mai stato richiesto. Di conseguenza si può ipotizzare ‑ come molti specialisti propongono ‑ che la presenza straniera in Italia ammonti a ben oltre i 4.235.059 residenti (su un totale di 60.045.068, sempre al 31 dicembre 2009) ‑ con un aumento tendenziale annuo sempre più consistente (nel frattempo è molto più contenuto il movimento emigratorio degli italiani verso l’estero e dall’estero: ogni anno ne espatriano circa 50.000 ed un po’ meno rientrano, sicché si ha un sostanziale pareggio dei flussi in entrata ed uscita; peraltro è da notare che gli iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero erano, l’8 aprile 2010, 4.028.370, cioè quasi lo stesso numero degli stranieri immigrati in Italia alla data del 31 dicembre 2009).


Valori e credenze


           A parte alcune esperienze minori, territorialmente e cronologicamente circoscritte, è la prima volta che l’Italia affronta in misura così vasta ed in tempo di pace il problema socio‑antropologico dell’acculturazione, cioè dell’interazione fra culture e gruppi differenti, che però non si trovano in una condizione paritaria fra loro. In effetti la cultura del paese in cui si giunge come immigrati è sempre di fatto maggioritaria in termini numerici ed egemone a livello socio‑politico ed economico. Dunque mancherebbero i presupposti ideali di base relativi all’“agire comunicativo” prospettato da Jürgen Habermas.


La tendenza appare volta non solo al contatto fra le diverse culture ma pure alla scontro‑confronto ed al tentativo di affermare una certa superiorità di una cultura sulle altre. Un elemento emblematico è dato dall’appellativo che connota chi si trova in posizione di supposta inferiorità. Gli antichi greci e i romani chiamavano barbari gli stranieri, perché non si esprimevano correttamente e balbettavano in greco o in latino. L’arrivo a Napoli, nel 1943, delle truppe anglofone alleate portò alla diffusione, fra l’altro, dell’epiteto di “sciuscià” attribuito ai lustrascarpe, appunto shoe‑shine (boys), che si guadagnavano da vivere esercitando questo mestiere precario. Allo stesso titolo in Italia si sono chiamati per molti anni vu’ cumprà (letteralmente: vuoi comprare?) gli immigrati, specialmente nordafricani, dediti per strada alla vendita di tappeti ed accendini, fazzoletti di carta e fiori.


È evidente che lo stigma linguistico è un indicatore di tensione fra i gruppi coinvolti nella relazione sociale, che vede in questo caso una netta prevalenza della maggioranza residente sulle minoranze immigrate. Di ciò è prova anche il fatto che mentre gli italiani quasi nulla hanno preso dal vocabolario degli stranieri questi ultimi invece hanno accolto nel loro linguaggio comune diversi lemmi della lingua italiana.


       L’interscambio tendenzialmente più paritetico si registra grazie alla celebrazione di matrimoni misti, che comportano una significativa convergenza di usi e costumi, cerimonie e credenze religiose. Si hanno allora conversioni dall’una all’altra fede oppure ogni coniuge mantiene il proprio credo, le proprie abitudini alimentari, i propri orientamenti e comportamenti abituali.


Dunque l’esercizio di una reciproca influenza fra due culture è possibile. Ma lo è ancor di più fra culture di immigrati giunti in un medesimo paese, pur con diversa provenienza. Un motivo unificante può essere la stessa fede religiosa. In tal caso è indubbiamente l’islam che in Italia trova maggiori possibilità di comunicazione interetnica ed interculturale, per esempio fra marocchini ed albanesi, fra turchi e pakistani. Ma gli esiti concreti non sembrano sviluppare al massimo tali potenzialità.


Va anche detto che le culture degli immigrati subiscono trasformazioni notevoli al loro interno ed in rapporto al paese di origine. Invece la cultura italiana si modifica assai meno, per quanto portata a tener conto delle nuove presenze. Forse il tratto più caratteristico consiste proprio in questo scarto, in un tale dislivello culturale, che non facilita la sintonia fra culture, specie se profondamente diverse. Tuttavia una certa incidenza dei fenomeni immigratori è in qualche modo rilevabile, in particolare attraverso la necessità di entrare nel villaggio globale delle culture per trovarvi un’adeguata collocazione, definire la propria identità personale e nazionale, interagire con gli altri in modo corretto ed efficace, senza gaffes dovute a carenza di informazione sugli elementi peculiari della cultura altrui. Di certo vi è un incremento dei ritmi di adattamento e di integrazione, anche perché i problemi legati alla diversità non sono teorici ma concreti, non generici e futuribili ma specifici e quotidiani. E tali questioni sono molteplici per natura e complesse per articolazione interna, dunque non facilmente omologabili fra loro, né a livello economico né a livello giuridico, né in campo politico né in quello religioso.


Le differenze di cultura


Lo scontro fra culture eterogenee può anche sfociare in un successivo incontro, con soluzioni sincretistiche di adattamento reciproco. La cultura araba di più antico insediamento in Italia è quella che ha interessato la Sicilia due secoli prima e due secoli dopo l’anno mille e che raggiunse una rimarchevole simbiosi con la cultura occidentale nel periodo della cosiddetta civiltà arabo‑normanna. Qualcosa di simile riguarda oggi l’acculturazione fra pescatori nordafricani e siciliani che nel Canale di Sicilia hanno come punto di aggregazione e cooperazione il porto di Mazara del Vallo (occupato dagli Arabi già nel 327 d.C.).


In fondo in Italia non si è mai registrato un atteggiamento di netta e diffusa chiusura nei riguardi degli “altri”. Prova ne sia il fatto che le stesse leggi razziali del 17 novembre 1938, introdotte dal regime fascista ad imitazione di quello nazista, ebbero solo una parziale applicazione.


Non va poi dimenticato che l’immigrazione attuale è legata in primo luogo a ragioni di natura economica, che creano disagio nei soggetti in cerca di occupazione. In effetti la Commissione d’indagine sulla povertà e l’emarginazione scriveva, già nel suo Secondo rapporto sulla povertà in Italia, che “gli immigrati dai paesi poveri costituiscono un fenomeno relativamente nuovo per l’Italia e si presentano ‑ nonostante l’avvio di una regolamentazione giuridica ‑ tuttora come un fenomeno “magmatico”, complesso e variegato sotto vari aspetti” (pag. 89). Le difficoltà derivano dalla condizione giuridica degli immigrati, spesso non regolarizzati o irregolari del tutto, e dalla loro varietà di lingua, cultura, disponibilità finanziaria, conoscenze tecnico‑pratiche, abilità professionali.


Fra gli immigrati che riescono a trovare un’occupazione sovente le qualificazioni possedute sono di gran lunga superiori a quelle richieste dalle mansioni che vanno a svolgere. In linea di massima circa un terzo degli immigrati non europei presenti in Italia risulta regolarmente occupato. Gli altri, specie se “irregolari”, sono alla mercé dei datori di lavoro nero e della sottoccupazione.


Il problema dell’alloggio è l’aspetto di più difficile soluzione. Sul piano sanitario sono numerosi i nodi giuridici ed informativi irrisolti. A livello affettivo la perdita del legame forte con la famiglia di appartenenza mette gli immigrati in una condizione di forte subalternità rispetto a chiunque. Se poi la loro situazione non è regolarizzata sono facile oggetto di ricatto; d’altra parte anche il diritto di associazione e quello alla previdenza sociale diventano per molti quasi impraticabili.


          È raro trovare qualche specialista che si interessi di questioni mediche a carattere trans-culturale (dalla tipologia delle malattie peculiari di alcuni territori da cui provengono gli immigrati alle terapie già sperimentate nelle stesse sedi di origine e maggior diffusione delle patologie).


Magari si organizzano corsi per l’apprendimento della lingua italiana al fine di far ottenere un riconoscimento giuridico ma quasi nulla si fa per promuovere le culture degli stessi immigrati. Per non dire della mancanza di conoscenza ‑ da parte degli italiani ‑ dei fondamenti della cultura araba o di quella indiana.


Per di più ‑ come è stato scritto già più di venti anni fa al termine di un’indagine di Bonifazi (Gli italiani e l’immigrazione straniera: caratteri del fenomeno ed opinioni, Istituto di Ricerche sulla Popolazione, 1990) ‑ “Non si tratta … semplicemente di accogliere persone disposte ed interessate ad integrarsi nella società di arrivo facendone propri comportamenti e valori; si tratta, invece, di un confronto ‑ e di uno scontro ‑ con culture anche molto diverse in cui mettere in discussione anche aspetti molto radicati della nostra società” (pag. 49). Il che non è facile.


Conclusione: conflitto od assimilazione?


La Comunità Europea ha proposto provvedimenti atti a debellare alcune spinte razziste che sono emerse di recente nel vecchio continente. Qualche episodio si è verificato anche in Italia. Non è però solo con un decreto legislativo che si possa prevedere di superare i problemi connessi con la crescente immigrazione e con la conseguente interazione tra culture.


Le esperienze del passato, con i loro fallimenti, hanno mostrato che non funziona l’idea del melting pot (mescolamento generale delle culture) e che neppure può riuscire risolutiva quella più recente del salad bowl (mescolamento che però lascia separate le singole culture).


Non è discutendo a tavolino che si supera l’impasse in cui si trovano le problematiche immigratorie. È invece necessaria una vasta e prolungata fase di ricerca sul campo, per conoscere approfonditamente gli insiemi ed i dettagli delle culture coinvolte nelle dinamiche immigratorie di ciascun contesto particolare. La soggettività umana è altamente imprevedibile; lo è ancora di più quando essa si ritrova in gruppi, folle, masse. Va dunque esaminata ed attentamente considerata la situazione caso per caso ed in modo graduale.


Il multiculturalismo, fosse anche il programma di un governo assolutistico, è destinato a produrre risultati grami, senza una programmazione oculata ed a lunga gittata, ma soprattutto realmente condivisa e partecipata a livello di base, cioè degli stessi individui e gruppi interessati dagli interventi di politica sociale sulle immigrazioni.


D’altra parte il monoculturalismo non è progetto che abbia già trovato completa e perfetta implementazione, nemmeno a livello iniziale, in alcuna nazione. La realtà sociologica della nostra epoca è talmente innervata e costruita sugli scambi interculturali che la presunta autarchia monoculturale di un paese non rientra nelle ipotesi degne di attenzione scientifica.


Una cultura non può essere tenuta a freno. Essa ha una sua dinamica pervasiva che esula anche dalla volontà dei singoli. Neppure uno stato totalitario riesce a spegnere del tutto credenze e linguaggi, valori e modelli comportamentali. La storia di questo secolo ne fornisce prove lampanti.


Prima ancora di pensare a risolvere i conflitti sociali con qualche marchingegno legislativo è bene riproporre la questione del ruolo sociale del conflitto. Questo non va demonizzato. Anzi è da considerare un segnale fondamentale dell’esistenza di problemi irrisolti. E dunque va preso come un elemento persino positivo nella misura in cui aiuta a formulare diagnosi sui trends in atto e sui bisogni di una società messa alla prova da eventi nuovi e straordinari quali quelli di una immigrazione in massa.


Se sintesi culturali vi saranno queste nasceranno dagli stessi protagonisti dell’acculturazione. Pertanto il problema strategico è ancora una volta legato ai rapporti di forza fra potere e democrazia reale (o al meglio possibile). La storia, quella recentissima e quella del passato, dimostra appieno che il contrasto fra le culture è enfatizzato ed esasperato segnatamente laddove i cittadini non hanno il controllo pieno della res publica o non hanno avuto la possibilità di gestirla. È allora che i conflitti di cultura si trasformano in conflitti armati fra nazioni, talvolta anche all’interno di una medesima appartenenza etnica o religiosa.

Donne, religione e società italiana

Roberto Cipriani


Sommario


         Un significativo indicatore del rapporto intercorrente fra condizione femminile e contesto cristiano e cattolico è costituito dalla dinamica relativa al misticismo o meglio ai diversi misticismi che hanno attraversato tante generazioni di donne, assoggettate anche in questo campo al potere definitorio degli uomini (teologi, filosofi ed esponenti dell’apparato ecclesiastico).


Abstract


         A good indicator of relationship between women’s condition and Christian and Catholic context comes from dynamics concerning mysticism or different forms of mysticism that have gone through many generations of women, subjected to men’s power of definition (theologians, philosophers and people of ecclesiastical apparatus).


Donne, religione e società italiana


di Roberto Cipriani (Università Roma Tre)


Premessa


Gli indicatori più affidabili in merito alla presenza femminile nel nostro Paese si trovano nei risultati empirici delle ricerche sul campo.


Che cosa pensano, fra l’altro, delle donne consacrate alla vita religiosa gli italiani e le italiane? L’indagine nazionale su La religiosità in Italia (1), condotta nel periodo 1994-95, ha fornito risultati derivanti da un campione “ponderato” di 4500 soggetti. Essa può fornire qualche indicazione sul tema che qui ci interessa.


Le risposte alla domanda n. 274 (giudizio sulla clausura) del questionario somministrato sono state quanto mai significative. È vero che il quesito riguardava sia i religiosi che le religiose, ma si può ritenere che in buona misura i dati ottenuti siano applicabili in primo luogo alle religiose, non fosse per altro che per la loro maggiore numerosità sul territorio nazionale rispetto ai loro confratelli religiosi e dunque per la loro maggiore visibilità, che ne fa un parametro essenziale di riferimento per quanto concerne la percezione e l’immagine a livello diffuso.


Se si aggiunge poi che il connotato della clausura limitava ma anche sottolineava il carattere di separatezza e di diversità che riguarda più specificamente la condizione delle congregazioni religiose femminili si può concludere che i dati acquisiti attraverso l’inchiesta appaiono abbastanza probanti in termini di valutazione complessiva sulle monache operanti in Italia.


Appunto l’uso del sinonimo monache, rispetto al nome di suore, già segnala qualche differenza rilevante. Infatti il parlare di monache (al posto di suore) comporta di per sé – per situazione di fatto e di uso linguistico comune – un’accezione più valutativa ed in negativo per le donne votate alla professione religiosa. Ma ormai anche il termine suore, per affinità, è accompagnato da giudizi di valore non sempre neutrali, solo alcune volte positivi, generalmente sfavorevoli.


Invece in campo maschile il riferimento ai monaci, piuttosto che ai frati od ai religiosi, assume un orientamento più positivo, induce a maggior rispetto, quasi ad una separazione nel contesto delle organizzazioni religiose. Insomma i monaci sarebbero più credibili ed affidabili. Nel loro novero rientra però una miriade di profili concreti. Ed a loro vantaggio sembra prevalere comunque l’idea di persone tutte dedite al servizio divino, alla contemplazione, alla preghiera, ai lavori più umili.


Ma veniamo al contenuto preciso del quesito posto: “Qual è il suo giudizio sui religiosi e sulle religiose che vivono in clausura (cioè permanentemente chiusi in convento)?”. Era prevista una sola risposta possibile, fra quelle indicate dal questionario. Ha detto che “è la testimonianza religiosa più alta” il 16,9% degli intervistati. Il 20,4% ha ritenuto che “è una forma di testimonianza religiosa valida come le altre”. La maggioranza relativa, cioè il 44%, ha reputato che “è meglio che i religiosi vivano tra la gente”. Infine il 18,7% ha detto che “è una cosa senza senso” o ha espresso altri giudizi negativi. Solo 20 intervistati su 4500 non hanno dato alcuna risposta.


C’è dunque una chiara sollecitazione a vivere nel sociale, ad evitare l’isolamento entro ambiti ristretti. È quasi un invito a “sporcarsi le mani” con le questioni del mondo, della società, degli altri soggetti umani. Insomma la clausura ( e – si può immaginare – anche altre forme succedanee, simili o tendenzialmente affini, fra quelle relative alla vita conventuale) non sembra particolarmente apprezzata, anzi è vista come una segregazione volontaria rispetto alle questioni reali, stringenti, tipiche di chi vive nel quotidiano, cioè affrontando un’esperienza comune alla maggioranza degli individui sociali.


Considerazioni più favorevoli, si direbbe a livello elogiativo, provengono da quasi il 17% degli intervistati. Si può presumere che questo gruppo di rispondenti sia molto legato a posizioni di religione-di-chiesa, cioè ad un’osservanza ed una pratica religiosa costanti, insomma ad una linea ortodossa e ad una militanza forte e consapevole. In fondo è facile ipotizzare che questo stesso sia il bacino di provenienza della maggior parte delle vocazioni religiose.


Favorevole ma meno appassionato è il giudizio di coloro che considerano la clausura come una modalità religiosa al pari di molte altre possibili. Questo orientamento interessa il 20,4% dei casi campionati. Insomma la particolare condizione di vita claustrale, per quanto rigorosa, non comporta un aumento degli atteggiamenti favorevoli.


Non va poi trascurato il 18,7% che si mostra particolarmente ostile, giudica senza senso il tutto, esprime opinioni piuttosto sfavorevoli. Va tenuto presente che questo sottouniverso non è costituito solo da soggetti non orientati religiosamente ma anche da credenti e praticanti (magari saltuari).


In definitiva la vita monastica in generale (fatte salve le dovute eccezioni) non trova molta comprensione nel più vasto ambito sociale. Certamente questo dato di fatto può anche dipendere da una scarsa conoscenza e frequentazione da parte di soggetti ad essa esterni e che hanno poca dimestichezza con lo spirito e le problematiche dell’esperienza religiosa comunitaria, improntata a regole ben definite. I consensi, più o meno differenziati, non mancano ma non provengono da una quota rilevante della popolazione italiana. Anche forzando l’interpretazione dei dati, non più di un italiano su tre appare favorevole alla soluzione cenobitica in senso stretto.


La scelta della vita religiosa


Illuminante, a complemento e completamento di quanto detto sinora, è il dato relativo agli ostacoli che si frappongono nella scelta della vita religiosa. Anche in questo caso valgono le osservazioni di carattere generale premesse all’interpretazione dei risultati considerati sopra.


Ebbene, la domanda del questionario era così formulata: “A suo giudizio, quali sono oggi i principali ostacoli alla scelta di una vita sacerdotale o religiosa (prete, suora, frate)?”. Si potevano dare non più di due risposte. Le alternative proposte erano le seguenti: “la solitudine legata a questo tipo di vita” (che ha raccolto il 20,2% di sì), “oggi ci sono altre possibilità per fare una scelta di impegno religioso” (che ha registrato il 21,5% di consensi), “bisogna rinunciare a troppe cose” (che ha ottenuto il 26,7% di pareri favorevoli), “non potersi sposare, avere figli” (che è giunto fino al 37,4% dell’universo campionato), “è una scelta che impegna per sempre” (che ha attinto il 23,8% di intervistati consenzienti), “è la mentalità corrente che ostacola questa scelta” (che ha trovato d’accordo il 13,9% del campione), “il peso della responsabilità che la scelta comporta” (che ha fatto registrare il 18% di risposte), “il vincolo eccessivo nei confronti dei superiori” (che si è attestato sul 3,1%), “è un modo di vita retrogrado” (che ha riguardato il 5,2% degli intervistati). Hanno espresso altri giudizi 2,5 intervistati ogni 100.


Il quadro complessivo che emerge è una conferma in larga misura di quanto osservato in precedenza. Le nove motivazioni formulate nella domanda in questione hanno visto numerose adesioni, più o meno consistenti su tutta la linea. In generale l’impedimento matrimoniale sembra essere la ragione considerata come più significativa di altre, ma anche quelle relative alla rinuncia piuttosto ampia ed alla scelta definitiva e irrevocabile sembrano rilevanti, per non parlare della solitudine e della possibilità di altre opzioni religiose.


Detto altrimenti, le motivazioni per la non scelta appaiono abbastanza concrete, decisive, consapevoli. Si può immaginare che gli intervistati non solo non hanno manifestato in proprio la preferenza a favore dell’ingresso in una congregazione religiosa ma sono anche indotti a ritenere che non esistono in genere delle ragioni che inducano altri ed altre a comportarsi diversamente, in quanto gli ostacoli non appaiono facilmente sormontabili e le limitazioni sono piuttosto cospicue. È in questione principalmente la rinuncia a metter su famiglia ed a quel che ne consegue. La scelta peraltro è per la vita, per la sua intera durata, senza possibilità – si direbbe – di ritorno.


I vincoli previsti risultano non facilmente sopportabili. Sono pesanti da sostenere, specie in un’epoca come quella contemporanea, caratterizzata da larghe libertà di comportamento e da possibilità plurime di impegno religioso e non. Qualcuno degli intervistati poi preferisce esprimersi in un linguaggio che non lascia adito ad alcuna ipotesi differenziata, visto che comunque si tratta di un “modo di vita retrogrado”.


In riferimento al ruolo delle donne (e di conseguenza delle religiose) all’interno della chiesa il campione degli intervistati pensa che esse dovrebbero “contare di più” (lo dice il 47,95) o almeno “contare come oggi” (secondo il 49,3%), mentre appena il 2,7% propende per l’item “contare di meno”. E 61 intervistati non si esprimono affatto. In pratica se si tiene conto che l’universo di ricerca è composto per metà da uomini e per l’altra metà da donne è attribuibile piuttosto alle intervistate la richiesta di maggior attenzione per loro nella chiesa cattolica, mentre saranno stati in maggioranza gli uomini a ritenere che le donne dovrebbero contare come oggi.


Intrigante è da ultimo il risultato relativo al “giudizio sulla possibilità di ammettere le donne al sacerdozio”. Evidentemente questa proposta concerne primariamente le religiose, che potrebbero ambire ad un ruolo pieno come ministre di Dio al servizio dei fedeli.


Intanto il 34,8% vede in modo positivo l’accesso femminile alla funzione sacerdotale. È vero che il 28,9% appare perplesso, ma ciò è forse dovuto più alla novità della proposta ed al suo carattere modificativo della realtà esistente od anche, magari, ad una mancanza di informazioni e motivazioni sufficienti per esprimere un punto di vista consapevole. D’altra parte l’atteggiamento negativo non è particolarmente diffuso, visto che arriva a non più del 31,5%, in effetti appena un intervistato su tre.


In definitiva l’inchiesta nazionale su La religiosità in Italia mette in evidenza luci ed ombre della situazione attinente alla vita religiosa, declinata essenzialmente al femminile. Nel complesso la valutazione non è del tutto positiva, salvo alcuni settori di maggiore ortodossia di chiesa. Del resto, però, la stessa ostilità dichiarata è minoritaria. Prevale invece l’atteggiamento intermedio: si può inferire che non si disprezza ma neppure si apprezza più di tanto il contributo delle donne che operano nell’ambito delle congregazioni religiose. Forse gioca in senso negativo una mancanza di comunicazione fra mondo monacale e realtà mondana, fra vita cenobitica ed esperienza sociale in senso lato.


Dunque ad alcune chiusure che provengono dal mondo religioso femminile corrispondono altrettante, se non più massicce resistenze che costellano gli orientamenti di fondo dell’universo sociale extra-monastico. Insomma c’è un corto circuito. A volte si tenta di ripararlo ma rischiando di procurare danni maggiori.


Conclusione: nascita e sviluppo del misticismo femminile


         Un significativo indicatore del rapporto intercorrente fra condizione femminile e contesto cristiano e cattolico è costituito dalla dinamica relativa al misticismo o meglio ai diversi misticismi che hanno attraversato tante generazioni di donne (2), assoggettate anche in questo campo al potere definitorio degli uomini (teologi, filosofi ed esponenti dell’apparato ecclesiastico).


         Una prima verifica si può avere a partire dalla lettura dell’opera di Egeria, scritta nel IV secolo come diario di viaggio in Terrasanta. L’autrice non si era permessa di cimentarsi in ipotesi e suggestioni relative a testi biblici: questo era compito riservato ai vescovi, ai sapienti, comunque a degli uomini. Già il suo viaggio ai luoghi santi era stato un azzardo. Non avrebbe dovuto andare  oltre, con commenti e riflessioni personali (3).


         In pratica «quelle forme di misticismo che erano compatibili con le prospettive ecclesiastiche dominanti vennero lasciate fiorire, e quelle che non lo erano vennero eliminate» (4).     


Insomma potere e conoscenza sono sempre in stretta relazione. Ed il genere fa spesso da spartiacque nell’esercizio del potere stesso anche in campo religioso e spirituale, indipendentemente dalle buone intenzioni dei soggetti coinvolti. Di conseguenza la costruzione storico-sociale del misticismo è un’operazione di tipo patriarcale, di cui le donne diffidano. Di fatto sarebbe avvenuta un’appropriazione indebita da parte degli ecclesiastici e degli accademici i quali si sarebbero impossessati strumentalmente della mistica e della spiritualità «conservando ad esse il potere ma assoggettandole ad un tornaconto maschile, oppure privandole del potere e perciò addomesticandole e femminilizzandole» (5). In tal modo tutto resta tranquillo, senza cambiamenti in campo pubblico, nella politica, cioè dove si esercita il potere reale.


Il definitiva il misticismo femminile è frutto delle contingenze storiche legate ai rapporti di genere e di potere e quindi rimane il precipitato ultimo di una costruzione sociale che va smontata punto per punto al fine di ricostruire, consapevolmente, i vari passaggi che hanno portato alla situazione presente. Per Grace M. Jantzen, in fondo, proprio il decostruire il misticismo è oggi «il compito mistico» per eccellenza (6).


Per secoli la donna ha subito mortificazioni di natura spirituale e corporale. In qualche modo le è stata negata la possibilità di esprimersi al meglio delle sue potenzialità senza sottostare a limiti imposti dall’altro e dall’alto. Ora si assiste anche ad una singolare «rivincita»: proprio le donne, a lungo tenute lontane dall’altare e dalle decisioni più importanti, si stanno riappropriando di uno spazio che è loro dovuto nella Chiesa. Ed ecco che sposando inaspettatamente anima e corpo propongono una mirabile simbiosi fra spirituale e materiale giusto in un ambito non facilmente soggetto a restrizioni di sorta, quello della preghiera. Appare dunque singolare e straordinaria insieme la «provocazione» di cinque teologhe spagnole che hanno scritto altrettanti saggi sulle possibilità offerte dal pregare con i cinque sensi del corpo, cioè udito, vista, tatto, olfatto e gusto. La felice coniugazione di elementi ascetico-contemplativi e fisico-corporali praticabili dall’orante attraverso orecchi, occhi, dita, naso e palato rende più partecipata, unica, non ripetitiva l’esperienza della preghiera. Così l’udito serve per ascoltare la parola di Dio, ma anche se stessi; l’olfatto converte la preghiera in sensazione divina e dà l’idea del profumo di Cristo nell’esistenza umana (Mt 26, 7 e Mc 14, 3); la vista richiama alla mente il valore dello sguardo femminile, di quello divino e della stessa Maria; il gusto si accompagna al vissuto della convivialità eucaristica; il tatto mette in campo le medesime sensazioni provate dalla figlia di Giario (presa per mano da Gesù ed alzatasi dal letto di morte) e dall’emorroissa che aveva toccato il Figlio dell’uomo con viva fede – dopo essere rimasta a lungo senza sperimentare alcun contatto umano, reietta com’era per il suo stato di impurità – (7).


Come si vede non solo sono delle teologhe a scrivere di questo ma anche le fenomenologie esemplarmente citate hanno come protagoniste delle donne, che dunque recuperano in pieno la loro dignità (8) e restano degne di memoria (9), sulla scorta di quanto avvenuto alla donna di Betania che infranse un vaso prezioso per versarne il profumo sul corpo del Signore, il quale nonostante lo sdegno di taluni così testimoniò il suo apprezzamento verso di lei: «in verità vi dico: ovunque sarà predicato il Vangelo nel mondo intero, si parlerà pure di quello che ella ha fatto, in memoria di lei» (Mc 14, 9).


Note


1 – Cf AA. VV., La religiosità in Italia, Mondadori, Milano 1995.


2 – Cf AA. VV., “Le donne di Dio”, Religioni e Società, XX (gennaio-aprile 2005), 6-77.


3 – Cf G. M. JANTZEN, op. cit., 76.


4 – G. M. JANTZEN, op. cit., 341.


5 – G. M. JANTZEN, op. cit., 347.


6 – G. M. JANTZEN, op. cit., 353.


7 – Cf I. GÓMEZ-ACEBO (a cura di), A. FUERTES TUYA, M. ZUBÍA GUINEA, M. NAVARRO PUERTO, T. LEÓN MARTÍN, Pregare con i sensi. L’esperienza di cinque teologhe, Paoline, Milano 2000; ed. or., Desclée de Brouwer, 1997.


8 – Cf R. SENNETT, Rispetto. La dignità umana in un mondo di diseguali, il Mulino, Bologna 2009.


9 – Cf L. SCARAFFIA, G. ZARRI (a cura di), Donne e fede. Santità e vita religiosa in Italia, Laterza, Roma-Bari 2009, in particolare G. BARONE, “Società e religiosità femminile (750-1450)”, 61-113; D. RIGAUX, “La donna, la fede, l’immagine negli ultimi secoli del Medioevo”, 157-176; G. ZARRI, “Dalla profezia alla disciplina (1450-1650)”, 177-225; M. CAFFIERO, “Dall’esplosione mistica tardo-barocca all’apostolato sociale (1650-1850)”, 327-373; K. BARZMAN, “Immagini sacre e vita religiosa delle donne (1650-1850)”, 419-440; L. SCARAFFIA, “‘Il cristianesimo l’ha fatta libera, collocandola nella famiglia accanto all’uomo’ (dal 1850 alla «Mulieris Dignitatem»)”, 441-493. Cf pure C. MILITELLO, “Primavere ed inverni del femminile nella Chiesa”, in «Presbyteri», n. 8 (2009), 583-594.