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Secolarizzazione e modernità

Roberto Cipriani


INTRODUZIONE


Il rapporto fra religione e società, e fra istituzioni religiose e civili, è oggetto di dibattito sociale e politico, ma anche di indagine scientifica da parte di numerose discipline, fra cui la sociologia della religione.


Negli ultimi due decenni la sociologia della religione ha sperimentato una rinascita intellettuale. Il vecchio paradigma della secolarizzazione è stato rimpiazzato da nuove teorie e metodi che riconoscono l’importanza della religione nel mondo moderno. I nuovi argomenti comprendono donne e spiritualità, violenza e potere, globalizzazione e glocalizzazione, fondamentalismo, identità e corso della vita.


La secolarizzazione è una categoria fondante della sociologia classica (XIX secolo) e solo di recente è stata messa in discussione. Nel particolare contesto storico in cui si sono sviluppate la sociologia e la sociologia della religione, gradualmente si è imposta l’assunzione diffusa, e in ultima istanza rivelatasi falsa, che il processo di modernizzazione avrebbe necessariamente arrecato pregiudizio alla religione. Tale inevitabilità era data per scontata in virtù dei segnali provenienti da un ambiente in vorticosa evoluzione: le strutture religiose tradizionali, infatti, si stavano visibilmente sbriciolando sotto la pressione dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione.


La modernizzazione della società, tuttavia, non comporta necessariamente un processo di secolarizzazione e un ridimensionamento dell’elemento religioso. Le critiche, numerose e spesso radicali, rivolte alle differenti teorie della secolarizzazione non hanno condotto all’abbandono del concetto da parte delle scienze sociali, come da alcuni auspicato; piuttosto sono state all’origine di un ripensamento critico che è sfociato, a partire dagli anni ottanta, in un nuovo indirizzo di studi orientato a una maggiore operatività empirica. Al fine di ottenere una maggiore chiarezza concettuale e di evitare i ragionamenti circolari che hanno spesso reso confusa e sterile la discussione sulla secolarizzazione, si è ritenuto prioritario precisare i livelli di analisi e le dimensioni teoriche del concetto. Riprendendo orientamenti espressi in passato, studi recenti ne hanno sottolineato il carattere multidimensionale.


La secolarizzazione come paradigma dominante della sociologia della religione si deve leggere in questa prospettiva: è emersa cioè dalle specificità del caso europeo. La ricostruzione e l’analisi comparata dei dati sull’appartenenza e sulla pratica religiosa nel XIX e nel XX secolo, in alcune tra le principali società europee, consentono infatti non solo di cogliere le grandi differenze tra i diversi paesi, ma di mostrare i rapporti complessi e non deterministici che si sono instaurati tra industrializzazione e urbanizzazione da un lato e religione dall’altro.


Se molti lamentano il declino della posizione occupata dalla religione nella società, altri, pure numerosi, lo considerano come una liberazione: la religione, sciolta da intrecci compromettenti con il potere politico secolare, può concentrarsi sulla propria essenza.


Lo scopo di questo lavoro è appunto quello di proporre una riflessione sul rapporto fra modernità e religione a partire da alcuni significativi studi sociologici. Sono contributi rilevanti e di grande interesse, attraverso i quali analizzare il ruolo del fattore religioso nella vita pubblica e privata, come parte integrante della società contemporanea.


È fondamentale mettere in evidenza il carattere multidimensionale della secolarizzazione, che fa riferimento al livello societario, a quello delle organizzazioni religiose e a quello individuale. E la secolarizzazione a uno di questi livelli non coinvolge necessariamente anche gli altri.


Le credenze e le pratiche religiose continuano ad essere una parte importante del nostro mondo. Non ha senso, dunque, ignorare la religione quando si analizzano le dinamiche relazionali e identitarie nella società di oggi. Tali sono la sfida e il compito che deve affrontare la sociologia della religione all’inizio del nuovo millennio, data la crescente importanza del fattore religione nel mondo globale e la sua forte influenza sulla vita della grande maggioranza dei cittadini del mondo nella tarda modernità. La religione continua a permeare ogni aspetto della vita umana, sia esso economico o politico, sociale o culturale. Ciò che conta davvero è riscoprire il ruolo della religione in un contesto sociale profondamente mutato rispetto al recente passato.






1.1  PER UN’IDEA DI SECOLARIZZAZIONE


Il termine secolarizzazione nella sua accezione più generale fa riferimento al progressivo abbandono di usi, costumi e valori religiosi nell’organizzazione della vita sociale.


Elemento comune a tutte le forme di religione, elementari o complesse che siano, riguarda l’esistenza di una realtà ultraterrena, sovrannaturale, e la sua connessione con il mondo reale. Il processo di secolarizzazione fa proprio riferimento al sensibile indebolimento del legame sacro-profano che caratterizza le società moderne.


Vari ambiti come, per esempio, il lavoro, la politica, che in passato ne erano fortemente influenzati, vengono oggi a emanciparsi dall’influenza religiosa. L’emancipazione dell’istruzione dall’autorità ecclesiastica costituisce un esempio concreto di questo processo.


“È passato  molto tempo da quando i re venivano incoronati dal papa e da quando la nomina dei vescovi doveva ottenere il consenso del potere politico. È vero che in molti paesi, tra cui l’Italia, vi sono partiti e movimenti che si ispirano a principi e valori religiosi”, tuttavia è opinione comune e diffusa “che le autorità religiose non debbano influenzare le decisioni del governo”[1].


La scienza ha senza dubbio fornito un contributo decisivo a questa tendenza, diffondendo credenze e convinzioni che, proprio grazie al metodo sperimentale, trovano il loro fondamento su solide basi empiriche.


La religione ha costituito per secoli un valido punto di riferimento grazie al quale l’individuo orientava il proprio agire e conferiva ordine e significato alla realtà quotidiana. La scienza e la tecnologia hanno sensibilmente eroso le sfere di competenza del fenomeno religioso. L’indagine scientifica fornisce infatti spiegazioni razionali laddove la religione si rifugia nel mistero e nel sovrannaturale.


Pensieri, azioni, pratiche e riferimenti culturali vengono dunque lentamente sottratti all’influenza delle istituzioni religiose, che perdono di riflesso il loro ruolo centrale nell’organizzazione sociale.


Il termine nel Medioevo era utilizzato nel linguaggio ecclesiastico per distinguere tra il clero associato agli ordini religiosi, che viveva separato dal resto del mondo, e quello secolare, che prestava servizio nelle parrocchie e che, quindi, si trovava a contatto con il resto della società.


Verso la fine del XVI secolo è stato utilizzato nel diritto canonico per fare riferimento ad una sorta di “azione legale” in grado di produrre conseguenze reali per l’individuo, indicando il processo mediante il quale una persona religiosa abbandonava il convento per tornare al mondo e alle sue tentazioni, diventando così una persona secolare.


Da un punto di vista storico le origini del processo di secolarizzazione culturale vengono fatte risalire proprio al periodo rinascimentale. L’uomo del ‘500 è molto religioso, ma ha una concezione totalmente nuova, detta antropocentrica: il centro dell’esistenza si sposta da Dio all’uomo, che è visto come la cosa più importante e per questo è molto apprezzato. L’uomo rinascimentale è artefice del proprio destino nel mondo, deve conquistarsi il proprio posto nell’universo. “Il Rinascimento esaltò la potenza creatrice dell’uomo sulla natura, che cessò di essere vista come mero riflesso del progetto divino, e rivalutò le attività terrene, lo studio della medicina e dell’etica, in luogo delle speculazioni metafisiche, anticipando in parte la cultura laica settecentesca”[2].


Tramonta dunque la concezione teocentrica medioevale secondo la quale l’uomo era parte di un ordine cosmico prestabilito e il suo destino era prettamente ultraterreno. Non c’è opposizione tra umano e divino, perché la religiosità diventa naturale e razionale: scompare la necessità di evadere dal mondo terreno, che proprio grazie alla religione può essere conquistato.


Quest’ultima considerazione ci conduce ad un’altra tappa fondamentale del processo di secolarizzazione: la Riforma protestante. Essa è lo sbocco della crisi religiosa dei secoli precedenti, che aveva espresso l’esigenza della riforma della chiesa, ed è lo sbocco del processo di formazione delle nazionalità, iniziato con la crisi dell’universalismo medievale e del sistema feudale. I punti fondamentali della rottura sono i seguenti:


–         giustificazione per fede: la salvezza si ottiene direttamente dalla grazia divina e non attraverso le opere guidate dalla Chiesa; quello che conta è solo l’atteggiamento di coscienza. Non ci si salva per i propri meriti. Il peccato originale rende l’uomo incapace di bene. Solo Dio può salvare. Di questa salvezza l’uomo non può essere certo finché non muore. In attesa di saperlo deve avere la fede. Conseguenza pratica: forte individualismo, rifiuto dei sacramenti, del concetto di “opere buone”, separazione di civile da religioso e di Stato da Chiesa;


–         libero esame delle Scritture: contro l’interpretazione ufficiale, dogmatica, canonica, della Chiesa. Conseguenza pratica: forte intellettualismo, nascita di molte comunità e sette nell’ambito delle confessioni protestanti, rifiuto quasi totale della tradizione ecclesiastica cattolica, subordinazione dei sacramenti/riti/culto alla Bibbia;


–         sacerdozio universale dei credenti: contro le divisioni gerarchiche fra clero e laici. Conseguenza pratica: fine della struttura tradizionale della Chiesa, declino del monachesimo, sviluppo delle piccole comunità religiose.


Il protestantesimo respinge dunque misteri e miracoli insieme con l’autorità del clero e riduce al minimo i sacramenti. Come più volte rimarcato da Peter Ludwig Berger il protestantesimo ha spianato la strada alla concezione moderna, accreditando le Sacre Scritture come unica fonte che ci permette di parlare con Dio. Il rapporto tra Dio e un fedele è libero: non esistono luoghi sacri, così come inesistente è la mediazione di santi e vergini.


 Il pensiero luterano ha notevolmente influenzato il clima culturale delle epoche successive: “Il distacco della cultura dal dominio delle istituzioni e dei simboli religiosi trovò pieno compimento nel pensiero illuminista che, a partire dalla fine del XVIII secolo, diffuse tra il pubblico colto europeo il rifiuto dell’accettazione acritica della tradizione e la convinzione che nessun campo della vita umana e sociale, comprese la religione e la politica, dovesse sottrarsi all’indagine razionale. Da questo progetto di razionalizzazione critica, che necessariamente si scontrava con l’ambizione che ha ogni religione, in quanto sistema di significati, di dare un’interpretazione globale della società e del mondo, trae origine la possibilità stessa di una scienza del sociale”[3].


  La nascita della sociologia in quel particolare momento storico ha un motivo ben preciso: l’azione congiunta della rivoluzione industriale e della rivoluzione francese avevano prodotto un cambiamento della società di proporzioni mai viste. I mutamenti culturali che ne conseguirono furono inevitabili: l’aumentata produttività si tradusse in aumento dei redditi e dei consumi, con conseguenti ripercussioni sulle condizioni di vita e sulle relazioni fra classi sociali; cambiarono radicalmente sia le abitudini di vita, sia l’aspetto delle città; in seguito alla caduta dell’Ancien Régime venne proclamata l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge sulla base del legittimo riconoscimento dei diritti fondamentali.


 Nel segno di una visone del mondo completamente stravolta rispetto al passato, si pone il pensiero positivista, sviluppatosi nel corso del XIX secolo. Una vera e propria esaltazione della scienza appare come unica forma possibile di conoscenza e unica guida dell’azione. “Nel processo di secolarizzazione lo sviluppo della scienza moderna ha senza dubbio svolto un ruolo decisivo. Scienza e religione si sono spesso trovate a combattere su fronti opposti; la scienza e gli scienziati hanno spesso eroso credenze tradizionali che erano diventate oggetto di tutela da parte di qualche religione e organizzazione ecclesiastica”[4].


Tra i principali esponenti di questo orientamento culturale, vi è Augusto Comte, il quale, con la celebre legge dei tre stadi delinea un’evoluzione sociale che viaggia in parallelo con il progresso scientifico. Nello stadio teologico lo spirito umano indirizza essenzialmente le sue ricerche verso la natura intima delle cose, le cause prime e le cause ultime di tutti gli effetti che lo colpiscono, in una parola verso le conoscenze assolute e si rappresenta i fenomeni come prodotti dall’azione diretta e continua di agenti sovrannaturali più o meno numerosi, il cui arbitrario intervento dà ragione di tutte le contraddizioni apparenti dell’universo. Nello stato metafisico, che non è in fondo se non una semplice modificazione generale del precedente, gli agenti sovrannaturali sono sostituiti da forze astratte, vere entità inerenti diversi esseri del mondo e concepite come capaci di produrre esse stesse tutti i fenomeni osservati, la cui spiegazione consiste dunque nell’assegnare a ciascuno l’entità corrispondente. Infine nello stato positivo lo spirito umano, riconoscendo l’impossibilità di raggiungere delle nozioni assolute, rinuncia a cercare l’origine ed il destino dell’universo ed a conoscere le cause intime dei fenomeni, per dedicarsi unicamente a scoprire, con l’uso opportunamente combinato del ragionamento e dell’osservazione, le loro leggi effettive, cioè le loro relazioni invariabili di successione e di somiglianza. La scienza, cioè la ricerca delle leggi che regolano il mondo fenomenico, è l’unica forma di conoscenza possibile, e l’unico metodo valido per l’indagine è quello oggettivo, sperimentale; la metafisica è priva di ogni fondamento. I fenomeni sono in relazione fra loro, legati da un rapporto costante di causa ed effetto.


Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca Herbert Spencer, cresciuto senza convinzioni dogmatiche definite, poiché riceve dal padre un forte sentimento di opposizione a tutte le forme di autorità; e l’atteggiamento antidogmatico e antiaccademico sarà una costante della sua vita.


In un’epoca propizia ad una teoria del progresso, egli elabora la dottrina positivista mettendo in luce il valore infinito, e quindi religioso, del progresso stesso. Spencer evidenzia l’inaccessibilità della realtà unica e assoluta. Ed è proprio di questa inacessibilità che si serve per dimostrare la possibilità di incontro e di conciliazione tra religione e scienza. Queste ultime hanno le loro radici nella dimensione del mistero e pertanto possono essere conciliabili.


Spencer afferma che l’essenza della religione è una forza che si manifesta nell’universo e che è completamente imperscrutabile. La scienza, invece, pur studiando le manifestazione della realtà, talvolta urterà contro il mistero che ne avvolge la natura ultima.  Le idee scientifiche ultime, infatti, sono rappresentazioni di realtà che non possono essere completamente comprese. “L’influenza di Comte su Spencer è innegabile. Basti pensare all’idea stessa di sociologia intesa come studio positivo, scientifico della società. Del resto forse si ricorderà che anche la “legge” del passaggio dall’indifferenziato al differenziato era già stata abbozzata da Comte… Spencer, nonostante la sua idea secondo cui la società industriale dovrebbe regolarsi attraverso i liberi rapporti interindividuali mossi da interessi egoistici, condivide con Comte la funzione di integrazione sociale svolta dalla religione. La religione contribuisce a mantenere l’ordine sociale, l’obbedienza al potere e il dominio delle passioni. E tuttavia Spencer si differenzia radicalmente dal suo collega francese in quanto a suo parere la scienza non potrà mai esaurire la conoscenza della realtà, ma anzi, con il progredire della scienza stessa, sempre più l’uomo si fa consapevole di un’entità inconoscibile. Questa gli sfugge, e tuttavia, non lasciandosi cogliere, rivela la sua presenza”[5].


Esponente di un positivismo inglese ormai in crisi, Spencer ammette la compatibilità tra scienza e religione. La scienza può spiegare come avviene un fenomeno e per quale motivo si verifica, senza tuttavia arrivare mai a svelare la sua profonda essenza. Le generalizzazioni proprie del metodo induttivo non riusciranno mai a compenetrare ciò che Spencer definisce l’inconoscibile. Proprio in virtù dei limiti manifesti della scienza la religione ha la propria ragion d’essere: rivolgendo le proprie attenzioni verso l’inconoscibile, essa fornisce alla scienza un contributo prezioso, ribadendo al contempo i limiti intrinseci della conoscenza umana e il mistero profondo della realtà.




1.2  DECLINAZIONI SOCIOLOGICHE DEL CONCETTO


Il concetto di secolarizzazione figura all’interno del dibattito che anima la sociologia classica tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Il merito va attribuito indiscutibilmente a due autori,  capofila di altrettante differenti tradizioni di pensiero: Émile Durkheim e Max Weber. “Appartenenti a versanti opposti sul piano teorico-metodologico, essi sono accomunati dall’interesse del tutto nuovo manifestato dalla nascente disciplina sociologica per la religione e per il suo rapporto con il processo di modernizzazione della società”[6].


Durkheim, positivista per formazione intellettuale e per convincimento personale, condivideva con il suo maestro Auguste Comte sia la tesi che l’evoluzione storica implichi necessariamente un declino dell’influenza della religione sulla vita sociale e nella coscienza collettiva, sia l’idea che la religione svolga la funzione fondamentale di tessuto connettivo della società.  Un tema, quello dell’ordine e della connessione sociale, particolarmente caro a Durkheim, il cui contesto storico di riferimento è la Francia della Terza Repubblica: “In ogni religione positiva si coglie una verità fondamentale: esiste una realtà che trascende gli individui ed è a essa superiore. Le religioni positive non colgono tuttavia ciò che coglie la scienza sociale: non colgono che questa realtà è la società”[7].


Nell’opera La divisione del lavoro sociale, pur non facendo riferimenti espliciti al termine secolarizzazione, Durkheim descrive dettagliatamente il processo mediante il quale, nel passaggio dalla società tradizionale alla società moderna, la religione ha perso la propria funzione regolatrice nell’organizzazione della vita sociale. Le società premoderne – prive della divisione del lavoro – non conoscono spazi per le differenze e per le individualità, le unità sociali stanno insieme perché sono tutte simili e ugualmente sottoposte all’unità di grado superiore di cui fanno parte, l’individuo alla famiglia, la famiglia al clan, il clan alla tribù. È una solidarietà meramente “meccanica”, come quella delle molecole di un corpo inorganico.


Al contrario, nelle società moderne, in cui fortissima è la divisione del lavoro, ogni individuo e ogni gruppo svolgono funzioni diverse: la solidarietà non si fonda più sull’uguaglianza ma sulla differenza; gli individui e i gruppi stanno infatti insieme perché nessuno è autosufficiente e tutti dipendono da altri. Questo tipo di solidarietà è detta “organica” da Durkheim. “Se dunque esiste una verità che la storia ha resa indubbia, questa è proprio l’estensione sempre minore della porzione di vita sociale che la religione ricopre. In origine essa si estendeva a tutto; tutto ciò che era sociale era religioso: i due termini erano sinonimi. In seguito, a poco a poco, le funzioni politiche, economiche scientifiche si sono rese indipendenti dalla funzione religiosa, costituendosi a parte e assumendo un carattere temporale sempre più accentuato. Dio – per così dire – che in principio era presente a tutte le relazioni umane, si ritira progressivamente da esse; abbandona il mondo agli uomini e alle loro controversie”[8].


Concentrando la propria analisi sociologica sui “fatti sociali”, che altro non sono che istituzioni regolanti la vita degli individui, nei confronti dei quali hanno un carattere coercitivo, Durkheim vede nella religione il fenomeno sociale fondamentale dal quale derivano tutti gli altri. “Tutte le religioni, dice Durkheim, presuppongono un dualismo e una tensione tra anima e corpo, e considerano la prima superiore al secondo. Ma l’anima non è che la socialità, intesa come moralità e capacità concettuale che si fa presente in noi attraverso l’interazione e l’interiorizzazione delle norme, dei principi conoscitivi e valutativi. Il corpo, invece, è l’insieme dei nostri desideri egoistici ancora incontrollati. La società, in quanto forza morale, impone continuamente limiti ai nostri impulsi egoistici, eppure, questi, in quanto costitutivi del nostro corpo, non possono scomparire”[9].  Differentemente dalla dottrina marxista, Durkheim ritiene che a fondamento della società non vi sia l’attività economica, bensì la partecipazione religiosa.


In Le forme elementari della vita religiosa (1912) l’autore considera la religione come il  primo fatto sociale. L’origine etimologica della parola religare è appunto nell’idea di legare. La religione crea coesione sociale là dove la società mostra problemi di crescita. Ai momenti di crisi la religione risponde mettendo ordine nella società, ritualizzando pratiche e comportamenti. Laddove si affacciano elementi destabilizzanti, la religione interviene a garantire la coesione sociale.


 La dialettica del sacro e del profano costituisce il centro del fatto sociale,  nella religione è la società che adora se stessa. Tale dialettica è speculare a quella intercorrente tra individuo e società. L’uomo non può in alcun modo sottrarsi alla realtà spirituale che lo trascende e che gli è superiore.


Nella società moderna e sempre più differenziata, caratterizzata dalla divisione del lavoro e da relazioni interpersonali fondate sulla solidarietà organica, l’autore intravede la possibilità di un declino della religione tradizionale: “La secolarizzazione, nell’ottica durkheimiana e di quel copioso filone di studi che a questa farà in seguito riferimento, non significa la scomparsa della religione dal mondo moderno ma la sua metamorfosi. Fin dalle sue prime opere Durkheim indica, non senza qualche ambiguità, in quale direzione cercare le metamorfosi della religione nelle società altamente differenziate. Si tratta di trasposizioni della sacralità a fenomeni tipicamente secolari. L’alternativa funzionale alla religione tradizionale viene trovata nel nuovo “culto dell’individuo” e nella sacralità della persona umana”[10].


Il culto dell’individuo implica pertanto una laicizzazione della vita sociale, poiché alla base dei sentimenti e delle credenze comuni vi è proprio la dignità del singolo.


Pochi anni prima in Germania Ferdinand Tönnies sviluppa un’analisi di teoria sociologica intitolata Gemeinschaft und Gesellschaft. Egli mette a confronto due tipi di società molti diversi, una preindustriale e l’altra molto segnata dall’industrializzazione, concentrando la sua attenzione sul tipo di legami sociali esistenti tra i membri della società e i gruppi, in due tipi molti diversi di organizzazione sociale.


Il termine Gemeinschaft esprime e designa una società di piccole dimensioni, in cui gli individui sono imparentati tra loro e nutrono reciproco rispetto, oppure sono legati per tradizione ad un luogo particolare, dove conducono un’esistenza saldamente integrata; ma ci può anche essere una Gemeinschaft della mente, quando i membri di un ordine religioso condividono la fede in un dato insieme di credenze che diventano la basa di una forte organizzazione sociale. In sintesi, per Gemeinschaft s’intende un’organizzazione in cui le persone sono strettamente legate le une alle altre dalla tradizione, dalla parentela, dall’amicizia, o da qualche altro fattore socialmente coesivo. La Gemeinschaft si riferisce ad un modo di sentire comune e reciproco, associativo, che tiene insieme gli uomini come membri di un tutto. Questa totalità può essere una famiglia, un clan, un villaggio, un ordine religioso o perfino un’intera società.


Sotto l’urto dell’industrializzazione, quando la divisione del lavoro diventa estremamente più complessa attraverso una specializzazione sempre maggiore, Tönnies vede la propria patria passare da un modello sociale fondamentalmente agricolo ad uno sempre più urbano e industriale, che implicava un sistema totalmente differente di relazioni sociali tra i membri della nuova società. Questa seconda costruzione teorica corrisponde alla Gesellschaft. La condizione essenziale su cui si basa la relazione sociale è il contratto, che rappresenta un accordo raggiunto razionalmente in cui le due parti si impegnano reciprocamente a rispettare obblighi specifici o a perdere determinati beni in caso di inadempienza.


Mentre i rapporti sociali della Gemeinschaft sono informali, il contratto è un rapporto formale. Nella nuova società fatta di complessi meccanismi di credito, mercati mondiali, grandi associazioni formali e una pronunciata divisione del lavoro, la relazione contrattuale è diffusa in modo capillare tra i suoi membri. Compratori e venditori si relazionano tra loro in questo modo, così come il dipendente con il datore di lavoro. Anche se nessuna società è stata o sarà mai esclusivamente una Gesellschaft, è chiaro che questo tipo di legame sociale è diventato onnipresente e pervasivo.


La Gesellschaft, quindi, colloca l’individuo all’interno di un sistema sociale impersonale e anonimo. È una situazione in cui gli individui non sono trattati o considerati per le loro qualità personali, ma sono apprezzati nella misura in cui possono rispettare fino in fondo gli obblighi implicati dal contratto. È un sistema di rapporti competitivi, dove gli individui cercano di massimizzare ciò che possono ottenere dagli scambi e minimizzare quello che danno, imparando allo stesso tempo come diffidare dagli altri.  


Anche da Tönnies la religione viene associata a una particolare forma di relazione sociale, caratterizzata da intensi e ristretti vincoli di appartenenza. “La comunità è una realtà naturale; vi si partecipa immedesimandosi completamente in essa, emotivamente, non in modo riflesso, ma in modo istintivo. La comunità è un insieme di sentimenti comuni e reciproci sulla base dei quali i suoi membri rimangono uniti. Vi è tra loro un’intima conoscenza e un’intima simpatia”[11].


Il passaggio dalla comunità alla società, pure secondo Tönnies, implica la perdita del sentimento di solidarietà tra gli individui, proprio a causa della progressiva riduzione dell’influenza della religione sulla sfera pubblica della società. “Anche per Tönnies, dunque, lo sgretolamento di quella solidarietà che tiene insieme gli uomini come membri di un tutto coincide con il venir meno della religione, vero e proprio “collante” del gruppo sociale. Alla comunità religiosa si sostituisce, dunque, la società secolarizzata, dominata da relazioni sociali di tipo impersonale, contrattuale, atomizzato”[12].


Pur non utilizzando mai il termine secolarizzazione, Tönnies sostiene che le trasformazioni in corso della società consistono in un vero e proprio processo di dissacrazione. La società altro non è che la comunità secolarizzata.


Sulla base della sua rielaborazione di un enorme materiale documentario, riferito, tra l’altro, anche alla storia della Chiesa, Max Weber sviluppa la sua tesi di un’ascesi intramondana del protestantesimo delle origini e del suo rapporto con lo spirito capitalistico. Quest’ultimo non si identifica nella brama di denaro, che tutte le epoche hanno conosciuto, ma piuttosto nella volontà di orientare ogni atto verso una progressiva accumulazione della ricchezza. Lo spirito capitalistico così definito è una caratteristica peculiare dell’Europa moderna e costituisce uno degli elementi che fissano la superiorità del modello occidentale di sviluppo.


In quale modo questo spirito può essere ricondotto al protestantesimo? In generale si può dire che tema centrale della teologia protestante è la dottrina della predestinazione, secondo la quale un Dio dalla volontà imperscrutabile domina il destino dell’uomo, che in nessun modo può influire sulla decisione divina di destinare chi alla salvezza attraverso la grazia, chi alla dannazione. “Egli ricerca invece lo “spirito del capitalismo”, quei presupposti culturali senza i quali il capitalismo occidentale non si sarebbe potuto sviluppare. E li trova nell’etica protestante… con la sua dottrina della predestinazione. Tale dottrina comporta l’inutilità dell’attività individuale e la sottomissione totale alla volontà divina; ma, d’altra parte, il lavoro, se non può salvare l’individuo torna ad incremento della gloria di Dio e perciò è da Dio stesso voluto. Non certo il lavoro ai fini del consumo e del godimento, ma il lavoro come prova della capacità di controllo e di sistematicità, dunque di razionalità. La capacità di guadagno ai fini del rinvestimento diventa così l’unico segno esteriore della propria predestinazione alla salvezza che può essere riscontrato nella vita terrena”[13].


Di fronte a questa situazione l’uomo protestante non ha altra via per verificare di far parte del numero degli eletti che quella di attenersi a una condotta di vita moralmente irreprensibile. Nella costanza del lavoro, nella metodicità, nella ferrea organizzazione del tempo, egli trova modo di lenire il senso di angoscia che gli deriva dal timore di non essere in grazia di Dio. Condizione necessaria per raggiungere la salvezza sarebbe dunque la conduzione di una vita puritana, caratterizzata dalla laboriosità e dalla parsimonia. L’uomo vive in maniera grata a Dio non attraverso l’ascesi monacale, ma adempiendo ai propri doveri mondani.


Grazie al contributo della dottrina calvinista, secondo Weber giunge a conclusione quel “disincantamento del mondo”, espressione che designa la nascita e lo sviluppo della società borghese capitalista attraverso processi di razionalizzazione e tecnicizzazione. Alla base della conoscenza – ribadisce il sociologo tedesco – non ci sono forze misteriose e inconoscibili. Per conoscere la realtà l’uomo non deve più ricorrere a mezzi magici, ma affidarsi al calcolo. È un’analisi, che contribuisce in maniera determinante alla scristianizzazione e alla secolarizzazione della società occidentale. 


Il tema della secolarizzazione si fa ancora più esplicito quando Weber interpreta il ruolo sociale di club e associazioni laiche negli Stati Uniti d’America come il prodotto di un processo di secolarizzazione di ciò che egli considera il prototipo di queste associazioni volontaristiche, vale a dire le sette protestanti. Weber ritorna quindi sull’importanza di club e associazioni nel processo di secolarizzazione, sottolineando ancora una volta che sono proprio essi a ricoprire all’interno della società le funzioni che un tempo erano proprie delle sette, anche e soprattutto in forza del venir meno degli ideali religiosi che le avevano fatte sorgere. La parola secolarizzazione compare esplicitamente nella seconda edizione de L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1920): “Con il termine Säkularisation, Weber delinea il concetto in grado di esprimere i tratti fondamentali dello spirito della modernità, in perfetta coerenza con la sua idea di Entzauberung, di disincantamento del mondo, e della crescita di razionalità da essa implicata… Non solo la sfera economica e la sfera politica tendono a emanciparsi dalla religione e ad acquistare una loro “autonoma legalità”, ma anche le sfere estetica, erotica e intellettuale. Il modello impiegato da Weber, diversamente da quello durkheimiano, si basa però sul conflitto: le diverse sfere sono in un rapporto di tensione, reciproca e con la religione, tensione che diventa sempre più acuta con l’avanzare del processo di razionalizzazione”[14].


L’effetto della razionalizzazione della vita è descritto più volte da Weber nei termini di un’espulsione degli dei dal mondo. Se l’uomo ha reso prevedibile ciò che un tempo appariva governato dal caso, ha anche ristretto lo spazio del sentimento, della passione, della grazia e dei valori. Il monumentale studio delle religioni mondiali è una dimostrazione di come la razionalizzazione affligga anche la vita religiosa: tutte le religioni universali infatti hanno lentamente sostituto ogni aspetto magico con una


sistematizzazione in termini di razionalità. Il momento finale di questa razionalizzazione è dovuto al protestantesimo e al suo affermare una religione del libro. Anche nell’ambito della giustizia si è passati da una gestione personalistica, come nella religione era stato il ruolo dei sacerdoti, a una giustizia codificata e impersonale La tendenza alla spersonalizzazione è per Weber inscritta nell’evoluzione moderna, da cui un pessimismo che non aveva mai avuto espressione in sociologia. Weber, solitamente cauto nel tracciare linee evolutive nette e sicure mostra di avere pochi dubbi sul fatto che la “gabbia d’acciaio” dovuta alla razionalizzazione e alla spersonalizzazione avrebbe intrappolato l’uomo per sempre, ovvero che i fenomeni della modernità avrebbero finito per rivoltarsi contro l’uomo stesso.














2.1 L’EREDITÀ DEI CLASSICI


Sulla base dell’analisi del pensiero degli autori citati, risulta evidente come il tema della religione e, di riflesso, quello della secolarizzazione siano al centro del dibattito nella sociologia classica. Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo è ancora assai diffusa l’idea di una profonda trasformazione che in breve tempo avrebbe modificato e ridefinito gli equilibri della società. Funzionale a una visione del mondo prettamente razionalista, secondo la quale la ragione costituiva l’unica via verso la conoscenza, la secolarizzazione implicava un’uscita di scena della religione e del sacro dall’azione individuale e collettiva. Razionalizzazione delle sfere della vita sociale, nell’assoluta convinzione della superiorità della civiltà occidentale rispetto a tutte le altre, significava infatti che la conoscenza non poteva in alcun modo derivare dalla rivelazione divina.


Bryan Wilson, docente di sociologia all’università di Oxford e profondamente influenzato dall’approccio weberiano, è considerato uno dei principali esponenti della teoria della secolarizzazione. Nell’ambito del processo di razionalizzazione e di disincantamento del mondo che sta investendo la modernità, secondo Wilson la sfera del sacro perde di significato per gli individui. In virtù dell’incapacità da parte da parte delle denominazioni religiose di penetrare le coscienze, si assiste all’emancipazione degli uomini dal fattore religioso. “A meno di una catastrofe globale come una guerra termonucleare o un evento cosmico che decimi la popolazione umana – possibilità su cui Wilson non si sofferma – la secolarizzazione appare irreversibile. La modernità implica la secolarizzazione e non c’è motivo di  pensare a controtendenze”[15].


Elemento caratteristico della religione per Wilson è il sovrannaturale, senza il quale l’idea stessa di religione sarebbe una contraddizione in termini. È proprio la perdita della centralità di questo riferimento a creare le condizioni per una concezione della vita in cui non sia necessario compiere alcuna scelta di tipo religioso.


La razionalizzazione, componente cruciale della società moderna, ha avuto un ruolo di primo piano nella ridefinizione del fenomeno religioso. L’aspetto che tra gli altri risulta più evidente nella è senza dubbio il ridimensionamento del carisma. Elemento specifico delle società premoderne, nelle quali l’organizzazione sociale è interpretata in termini personalistici e il potere è gestito da uomini caratterizzati da qualità personali superiori e da una forte leadership, oggi viene emarginato anch’esso dal processo di razionalizzazione. “Il concetto è svalutato fino a diventare un tratto della personalità delle stelle hollywoodiane, dei musicisti rock e di altri intrattenitori con un vasto pubblico di fan. Nel senso weberiano, però, il carisma non è un tratto della personalità ma un rapporto complesso fra un leader e i suoi seguaci. Ma i fan non sono seguaci e gli uomini di spettacolo non sono leader che cercano di trasformare la società. I fan sono solo lì per il fun (divertimento) – e ne sono consapevoli. Seguire i propri  divi è un time out dal logorio della vita moderna, non una sua radicale messa in discussione”[16].


Altri segni tangibili della secolarizzazione, che Wilson considera un processo irreversibile, sono l’abolizione della messa in latino nella Chiesa cattolica  – riforma che ha fatto seguito al Concilio Vaticano II –, la riforma della gerarchia a favore dell’autorità laica e l’aperura alle donne della professione clericale. In particolare, quest’ultima iniziativa non è riuscita ad arrestare la tendenza al declino delle congregazioni e della vocazione al ministero sacerdotale. La professione invecchia, in mancanza di un ricambio adeguato, ed anche il livello d’istruzione del clero è calato vertiginosamente.


La teoria della secolarizzazione di Wilson s’intreccia con la dicotomia comunità-società, di matrice tonnesiana. La religione rappresenta infatti la cultura della Gemeinschaft, della comunità, poiché presuppone delle comunità locali stabili nelle quali prevalgono rapporti interpersonali di natura informale e familiare. In una società in cui le relazioni faccia a faccia, forme di interazione alla base del legame sociale, vengono de-individualizzate, la religione cessa di essere un collante sociale. I rapporti tra attori sociali nella Gesellschaft diventano relazioni formali e impersonali tra venditori e acquirenti, tra padroni e operai. Gli scambi e le negoziazioni regolati dalla fiducia lasciano il posto alle transazioni tra esecutori di ruoli sancite dal contratto. È il fenomeno che Wilson definisce societalizzazione in cui il calcolo subentra alla moralità e, anche se gli individui possono continuare a credere, la religione non ha più un impatto significativo sul funzionamento della società. “Il sorgere dello stato nazione scandisce la fine del localismo… L’urbanizzazione e la suburbanizzazione lasciano alla religione poco da celebrare in termini di spirito comunitario. La religione ha sempre meno capacità di fornire un sistema comprensivo di valori fondati nel trascendente”[17].


La societalizzazione dunque sottrae alla religione la funzione di integrazione sociale, confinandola nella sfera privata, perché il sistema sociale non ne ha più bisogno.


2.2 IL FILONE FENOMENOLOGICO


Una rielaborazione del pensiero di Weber caratterizza anche il contributo di Peter Berger. Al centro del suo lavoro sono la relazione tra società e individuo e la natura dialogica della società. I punti cardine dell’idea di Berger riguarda una concezione soggettiva della società, definita come il risultato dell’interazione tra gli individui e le istituzioni. Si tratta, in sostanza di una costruzione del significato sociale confezionata attraverso una vera e propria negoziazione tra i soggetti e le strutture sociali. Come già Durkheim, il sociologo americano mostra particolare interesse per le tematiche riguardanti l’integrazione e l’ordine sociale. Rifacendosi alla contrapposizione tra sacro e profano, Berger ritiene che la religione sia in grado di dare un senso all’esistenza umana. Senza il sacro, la vita degli individui perderebbe i suoi riferimenti, ricadendo nel caos, e sarebbe così svalutata del suo significato.


Il tema della secolarizzazione secondo Berger è legato al problema della teodicea, ovvero alla giustizia di Dio in relazione alla presenza del male nel mondo. “La sfida della teodicea è di spiegare il male, la sofferenza e la morte, riconciliandoli con l’esistenza di Dio. Il problema è serio per le religioni monoteiste… Nel caso del cristianesimo, Dio è caratterizzato come creatore onnisciente, onnipotente e buono. Ma allora, perché esistono il male e la sofferenza? Dio non ne sa nulla? Non può far nulla per fermarli? Non se ne interessa? Sono rompicapo intellettuali e problemi drammatici che tutti ci poniamo (o rimuoviamo). La spiegazione di Berger della secolarizzazione in Occidente è che la teodicea cristiana ha perso la sua plausibilità”[18]


La religione, imponendo un ordine all’esperienza, rivela il proprio carattere di necessità: senza il supporto di essa l’uomo vivrebbe infatti in una condizione di difficoltà e di disagio. Attraverso la religione la realtà viene legittimata, costruita e definita. In un’era nella quale la secolarizzazione ha sottratto i principali ambiti della cultura e della società alle istituzioni e ai simboli religiosi, l’uomo moderno per cercare un orizzonte di senso si affida alle ideologie secolari, quali il marxismo e l’umanesimo scientifico. Tali riferimenti, pur fornendo elementi di speranza per il futuro, falliscono nel fare i conti con la morte.


Il processo di secolarizzazione, secondo Berger, si estende in tre direzioni: l’assolvimento delle funzioni che un tempo spettavano alle chiese da parte di istituzioni laiche; la perdita di contatto con la dimensione religiosa delle manifestazioni culturali, in virtù del trionfo del sapere laico delle scienze naturali; la progressiva estinzione del pensiero religioso nella mente dei credenti.


I fattori che hanno prodotto la secolarizzazione sono molteplici: dal razionalismo all’industrializzazione, fino all’affermazione della scienza. Paradossalmente, afferma Berger, la religione stessa ha contribuito al suo eclissarsi. Come già osservato da Weber, il disincantamento del mondo ha radici lontane nel tempo: “L’esodo dall’Egitto fu più di un’emancipazione politica. Esso segnò la rottura di Israele con un intero universo di significato. La religione di Israele ripudiò la concezione cosmologica delle civiltà mesopotamiche… Il mondo umano è incuneato in un ordine cosmico, cosicché tutto ciò che accade nella società ha il suo analogo a livello degli dei… Oltre ad avere implicazioni politiche ed etiche, la disobbedienza” al Dio-re d’Egitto “può compromettere l’annuale esondazione del Nilo o la sicurezza nazionale contro l’aggressione straniera. Punire i responsabili dell’offesa non è solo importante per tranquillizzare un re furente, ma è cruciale per ripristinare il giusto rapporto fra la società egiziana e l’ordine cosmico su cui essa si basa”[19].


Dopo che la religione protestante aveva ridotto il rapporto tra umano e divino ad un unico canale – la parola di Dio – la società occidentale contemporanea si è “evoluta” verso l’individualizzazione e il pluralismo religioso. La religione si è privatizzata, conservando la propria attendibilità solo a livello di singoli o di gruppi familiari. Inoltre, la rottura del monopolio religioso ha favorito l’instaurarsi di un regime di concorrenza tra le varie agenzie di fede.


In sostanza, secondo la visione di Berger, la religione nella società contemporanea è considerata alla stregua di un bene di consumo presente sul mercato e, come tale, soggetto alle leggi della domanda e dell’offerta.  Ecco allora che la tradizione religiosa non viene più imposta in modo autoritario, ma è soggetta alla libera scelta dei potenziali fruitori. La fede religiosa va dunque reinterpretata, ridefinita e collocata all’interno di un’economia di libero mercato, e come tale è il risultato di un accordo tra chi vende e chi acquista.


Consumismo e pluralismo sono le condizioni che contribuiscono a far ricadere la religione in un relativismo che altro non è che un rovesciamento dei ruoli: non è Dio che ci ha scelto, ma siamo noi che scegliamo Dio.


Nella società moderna l’offerta diversificata di modi di vita, valori e norme, resa possibile dalla molteplicità di istituzioni, impone agli individui una scelta tra valori e credenze spesso contrastanti, riducendo la pretesa di plausibilità da parte delle istituzioni stesse.


 Rispetto al periodo medievale, quando il cristianesimo poteva fregiarsi di una situazione di monopolio, individuando con relativa facilità i dissidenti e preoccupandosi esclusivamente di estendere il proprio dominio attraverso guerre di religione, la condizione è totalmente mutata: “In questa situazione di concorrenza le pretese di autorità assoluta sono dure da imporre e, peggio, dure da legittimare. In altri termini… la religione non può più costruire un recinto sacro attorno alla testa di ognuno, non rappresenta più la cultura comune che tutti condividono. Il problema delle “altre religioni” rompe i confini della teologia e pone tutta una serie di problemi pratici agli stati-nazione e ai loro cittadini. C’è anche un pressante problema per le istituzioni religiose stesse, nel senso che la modernità le costringe sempre più alla difesa settaria di una “minoranza cognitiva””[20]


A differenza di Wilson, tuttavia, Berger lascia intravedere spiragli per invertire la tendenza. Come già evidenziato, infatti, le ideologie secolari non sono altro che surrogati razionali della religione e come tali inadeguati a colmare il vuoto dell’esistenza. Per sfuggire a questa condizione di anomia, che priva il soggetto di validi punti di riferimento, l’unico rimedio possibile consiste nella ripresa della religione.


L’idea di un pluralismo religioso come elemento distintivo della modernità è condivisa anche da Thomas Luckmann, coautore insieme con Berger de La realtà come costruzione sociale. Secondo il sociologo mitteleuropeo una serie di cause concomitanti hanno contribuito a produrre il fenomeno della secolarizzazione nella società contemporanea. Più che all’avvento delle ideologie laiche e secolari, a contribuire direttamente al declino della religione sono stati soprattutto i notevoli mutamenti in seno ad una società globalizzata ed in continua trasformazione. Le istituzioni della modernità, religione compresa, si sono evolute verso un grado più elevato di specializzazione, formulando contenuti culturali propri ed esclusivi e proponendo visioni del mondo altrettanto specifiche.


In un contesto del genere, la religione si trova pertanto a fare i conti con altre agenzie di socializzazione che propongono interpretazioni della realtà spesso discordanti e contrastanti. Di fronte alle molteplici possibilità di definire e comprendere il significato ultimo dell’esistenza, all’individuo non resta che costruire la propria identità all’interno della propria sfera privata, senza contare sui riferimenti istituzionali. È una tendenza che sembra conferire al soggetto agente un ampio margine di autonomia. Luckmann, tuttavia, frena gli entusiasmi: si tratta infatti di una libertà vuota, apparente, poiché le istituzioni sociali procedono in maniera del tutto autonoma rispetto alle scelte individuali. All’uomo non resta che applicare ed estendere la mentalità del consumatore alla dimensione culturale.


In un contesto di relativizzazione delle norme istituzionali, il legame tra la visione religiosa del mondo e una società profondamente sconvolta dai processi di globalizzazione si fa sempre più debole, spianando così la strada alla secolarizzazione: “Le norme delle sfere istituzionali sono divenute sempre più “secolari”. Ciò non significa, tuttavia, che le sfere istituzionali siano state private di “valori”. La “secolarizzazione”, nelle sue fasi iniziali, non fu un processo in cui i valori sacri tradizionali semplicemente scomparvero, bensì fu un processo in cui “ideologie” istituzionali autonome sostituirono, nell’ambito della loro sfera propria, un globale e trascendente universo di norme”[21].


Ecco allora che l’individuo si trova alle prese con un ampio insieme di riferimenti culturali: valori, norme, simboli e significati, potenzialmente religiosi, diventano tali nel momento in cui vengono interiorizzati e costituiscono per il singolo un orizzonte di senso.


Oltre la religiosità ecclesiale tradizionale, si fa largo dunque una nuova forma di religione, personale e privata, che sembra fatta su misura per l’uomo moderno: “Mentre viene conservata la forma esteriore della religiosità tradizionale, il senso soggettivo, sotto l’influsso dei cambiamenti sociali generali, subisce una profonda modifica. La nuova forma religiosa si presenta come un fenomeno riservato essenzialmente alla sfera privata, né è sostenuta da istituzioni religiose o pubbliche. L’individuo ha accesso diretto al “cosmo sacro” o, più precisamente, a un assortimento di temi religiosi, che presentano un grado di coerenza e sistematicità inferiore a quelli tradizionali, ma che, rispetto a essi, appaiono più flessibili, ma anche più instabili di quelli tradizionali, e quindi risultano più adattabili alle esigenze individuali di auto-realizzazione”[22].


La secolarizzazione secondo Luckmann favorisce il manifestarsi della cosiddetta “religione invisibile”, confinata all’interno della sfera privata e caratterizzata da sentimenti ed emozioni. Elementi, questi ultimi, che sono per natura instabili e soggettivi.


A fronte di una specializzazione istituzionale che investe tutti i campi, compreso quello religioso, l’uomo della modernità si trova davanti ad un vasto assortimento di rappresentazioni sia religiose che laiche, a partire dalle quali costruire un sistema di significati privato e precario. Il prevalere della componente razionale-strumentale, come criterio guida delle istituzioni, provoca quella che Luckmann definisce  “disumanizzazione”: l’esaltazione dell’autonomia individuale e il ritiro del soggetto nella sfera privata costituiscono solide basi per una nuova forma di religione che, oltre favorire il processo di secolarizzazione, esaltano il culto dell’individuo, isolandolo al tempo stesso dai suoi simili e minando pertanto le possibilità di un’integrazione  sociale. Si tratta di un processo, secondo Luckmann, assai difficile da invertire.


2.3 SECOLARIZZAZIONE E DISSACRAZIONE


All’interno dell’opera L’eclissi del sacro nella società industriale (1961) Sabino Acquaviva, sociologo e studioso dei rapporti tra religione, morale e società, per interpretare e descrivere l’odierna crisi religiosa individua uno stretto connubio tra secolarizzazione e dissacrazione. “La prima – quale perdita del significato sacrale di strutture, cose, persone, spazi, comportamenti –  può accompagnarsi o meno alla dissacrazione, cioè alla flessione in intensità e diffusione dell’esperienza del sacro, ovvero al ridursi, fino all’esaurirsi, dell’esperienza psicologica del Radicalmente Altro. Questa distinzione… giunge infine alla psicologia, intesa come disciplina sperimentale che accerta la progressiva perdita della capacità individuale di sperimentare il sacro (dissacrazione) nella società industriale e post-industriale”.[23]


È interessante soffermarsi sulla distinzione proposta da Acquaviva, che individua  due  sfumature del sacro: la prima legata all’uso magico di esso, l’altra relazionata all’esperienza. Questa seconda accezione, particolarmente significativa, è da intendersi come conoscenza sperimentale e amorosa di Dio.


Nella società industriale contemporanea il sacro viene confinato in una sfera di competenza limitata e ristretta, in virtù dei mutamenti sociali imposti dall’urbanizzazione e dalla tecnologia, che hanno profondamente modificato le condizioni di vita e di lavoro.


In sostanza, se la secolarizzazione impone alla religione di mutare i propri contenuti psicologici e culturali e di assumere un ruolo più nascosto e sommerso, il processo di dissacrazione si pone come risultato ultimo del recente sviluppo della società umana, determinando un confinamento nell’intimo e nel privato della religione, che diviene pertanto più fragile.


L’importanza de L’eclissi del sacro nella società industriale sta nel fatto che quest’operaha aperto ufficialmente in Italia il dibattito sulla secolarizzazione. Acquaviva può essere considerato a tutti gli effetti un innovatore nel contesto italiano: la rilevazione empirica della dissacrazione, realizzata sulla basa di indici riguardanti il calo della pratica religiosa e sacramentale, e della vocazione sacerdotale, viene dall’autore correlata, sia a livello individuale che a livello culturale, al declino della pratica religiosa cristiana e in generale alla crisi religiosa del mondo moderno.


Al contrario di Luckmann, Acquaviva nega la possibilità di un’esperienza religiosa al di fuori del contesto ecclesiale: “Acquaviva obietta che le condizioni create dalla società post-industriale rendono sempre più difficile anche l’esperienza extra-istituzionale del sacro. A suo avviso, “il mirum, il fascinans, il misterium, ecc. non possono non partecipare alla trasformazione di tutta l’ambientazione emotiva e culturale della persona, e non essere influenzati dalle componenti introdotte dall’età della tecnica”[24]. In secondo luogo, “ammesso che … il trascendente esista e sia il luogo in cui alberga la religiosità extraecclesiale, può avere (esso) diritto di cittadinanza in una società post-industriale, tendente alla totale razionalizzazione?””[25].


Ad ogni modo, l’eclissi del sacro rappresenta per Acquaviva una situazione tutt’altro che definitiva. La religione costituisce infatti per l’uomo un elemento essenziale per dominare la paura della morte e per affrontare le incertezze della quotidianità. Relegato dalla logica razionale della modernità nella sfera dell’inconscio, il bisogno di sacro può riemergere in qualsiasi momento, per rispondere alla necessità di ciascun individuo di dare un senso alla propria esistenza e liberarlo dalle sue insicurezze. L’uomo moderno cerca conforto nella religione per liberarsi dallo stato d’ansia che lo pervade, o per compensare il mancato appagamento dei propri desideri.


In conclusione, anche in seguito ad ulteriori ricerche sul campo, Acquaviva attribuisce la crisi della religiosità al declino dell’istituzione ecclesiale, pur riconoscendo la possibilità di un ritorno al sacro, in virtù del bisogno insito nella struttura psichica di ricercare un significato religioso per la vita di tutti i giorni.





[1]A. Bagnasco, M. Barbagli, A. Cavalli, Corso di sociologia, Il Mulino, Bologna, 1997,  pp. 280-281


[2] Ibidem


[3] Ibidem


[4] A. Bagnasco, M. Barbagli, A. Cavalli, op. cit., p. 281


[5] A.Izzo, Storia del pensiero sociologico, Il Mulino, Bologna, 1991, pp.84-86


[6] Treccani, Enciclopedia delle scienze sociali, http://www.treccani.it/enciclopedia/secolarizzazione_%28Enciclopedia_delle_Scienze_Sociali%29/


[7]A. Izzo, op. cit., p. 205


[8] v. Durkheim, 1893; tr. it., pp. 180-181


[9] A. Izzo, op. cit., p. 206


[10] Treccani, Enciclopedia delle scienze sociali, http://www.treccani.it/enciclopedia/secolarizzazione_%28Enciclopedia_delle_Scienze_Sociali%29/


[11] A.Izzo, op.cit., p. 152


[12] Treccani, Enciclopedia delle scienze sociali, http://www.treccani.it/enciclopedia/secolarizzazione_%28Enciclopedia_delle_Scienze_Sociali%29/


[13] A.Izzo, op. cit., p. 180


[14] Treccani, Enciclopedia delle scienze sociali, http://www.treccani.it/enciclopedia/secolarizzazione_%28Enciclopedia_delle_Scienze_Sociali%29/


[15] A. Aldridge, La religione nel mondo contemporaneo, Il Mulino, Bologna, 2005, p. 107


[16] Ivi, p. 108


[17] Ivi, pp. 110-111


[18] Ivi, pp. 113-114


[19] Ivi, p. 116


[20] Ivi, p. 120


[21] T. Luckmann, La religione invisibileIl Mulino, Bologna 1969, p. 139


[22] S. Martelli, La religione nella società postmodernaEDB, Bologna 1990, p. 272


[23] Ivi, p. 251


[24] S. Acquaviva, L’eclissi del sacro nella civiltà industriale. Dissacrazione e secolarizzazione nella società industriale e post-industriale, Ed. di Comunità, Milano 1980, p. 253 cit. in S. Martelli, op. cit., p. 253


[25] S. Acquaviva, op. cit., p. 265  in S. Martelli, op. cit., p. 253

Laicità e religione pubblica

Roberto Cipriani


LAICITÀ E RELIGIONE PUBBLICA


di Roberto Cipriani (Università Roma Tre e Pontificia Università Lateranense)


Premessa


Per alcuni decenni gli specialisti del fenomeno religioso si sono affannati a discutere di secolarizzazione, morte di Dio, fine della religione, o – al contrario – di risveglio religioso, ritorno di Dio, espansione dell’influenza della religione. In diversi casi si è assistito a qualche ripensamento, ad un ammorbidimento dei toni, a cambi di rotta a 180 gradi. Valgano per tutti i due esempi di Sabino Samele Acquaviva (1971), già noto come teorico dell’eclissi del sacro, e di Harvey Cox (1968), profeta della città secolare. L’uno ha dovuto poi precisare che intendeva solo parlare di fine dell’uso magico del sacro (Acquaviva, Stella 1989) e l’altro, più semplicemente, di essersi sbagliato sul futuro della religione. Ma anche i fautori di una forte ripresa del ricorso alla pratica religiosa hanno poi dovuto ricredersi.


In ogni caso è mancato un serio confronto con la realtà empirica, con i risultati delle indagini scientifiche serie e rigorose, non preconcette, oppure se vi si è fatto riferimento l’approccio è stato parziale, non contestualizzato, troppo facilmente generalizzato rispetto ad una realtà di fatto assai variegata e mutevole. Ma soprattutto non sono stati fatti i conti con il peso delle radici storiche, delle culture tradizionali, della socializzazione religiosa diffusa, del peso e dell’influenza delle strutture confessionali, sovente capillari ed alquanto efficaci nella loro azione (nonostante le apparenze immediate facciano presumere il contrario).


In tempi più recenti, la nuova parola d’ordine dell’analisi teorica e del dibattito intellettuale sembra sia divenuta la laicità, con particolare riferimento allo stato, alle istituzioni pubbliche, all’attività educativa (specialmente scolastica, a livello pubblico). In realtà non si tratta di una novità assoluta perché già in precedenza qualche studioso aveva parlato di laicizzazione piuttosto che di secolarizzazione, invero con un significato diverso da quello che attualmente è oggetto di continue diatribe.


Una certa accelerazione è venuta dalla ricorrenza centenaria della legge francese del 1905 sulla laicità dello stato. Ne sono nati documenti nazionali ed internazionali, convegni, volumi, dibattiti. E tutto questo non ha mancato di avere un riverbero anche in Italia. Ma prima ancora di risalire alle origini della questione pare opportuno richiamare alcune delle posizioni teoriche più recenti e significative (da Habermas e Giddens a Taylor).           


Religione e sfera pubblica


Il filosofo-sociologo tedesco Jürgen Habermas, da molti considerato un continuatore della cosiddetta Scuola di Francoforte, mostra una certa preoccupazione per la solidarietà sociale. Lo si desume dalla sua opera maggiore sull’agire comunicativo [Habermas 1986b, II: 603-18], il cui «sfondo normativo» è correlato con l’autorità del sacro, in cui Habermas riconosce le radici dell’etica. L’obbligo morale deriverebbe infatti dal sacro attraverso una mediazione simbolica, che conduce al linguaggio (ed all’etica del discorso, insomma all’agire comunicativo, non strumentale, non coercitivo). In definitiva Habermas ritiene che solo una morale universale sia capace di tenere unita una società secolarizzata, attraverso la garanzia di un consenso di fondo [Habermas 1986b, II: 669].


Per non seguire necessariamente tutte le implicazioni del pensiero habermasiano sull’agire comunicativo, basta rilevare che la sua «sistematica delle forme dell’intendersi» concerne quattro settori: «(1) l’ambito della prassi cultuale, (2) l’ambito di azione nel quale i sistemi di interpretazione religiosi conservano una forza di orientamento immediato per la prassi quotidiana, infine gli ambiti profani di azione nei quali la riserva di sapere culturale è utilizzata (3) per la comunicazione e (4) per l’attività finalizzata, senza che le strutture delle immagini del mondo si affermino direttamente negli orientamenti di azione». Dunque i primi due ambiti sono connessi direttamente al sacro. Per quanto concerne il primo: «al mito corrisponde una prassi rituale (e azioni sacrificali) dei membri del gruppo, alle immagini religioso-metafisiche del mondo corrisponde una prassi sacramentale (e le preghiere) della comunità, alla religione colta della prima età moderna corrisponde infine la attualizzazione contemplativa delle opere d’arte auratiche» [Habermas 1986b, II: 801]. In termini più espliciti Habermas fa capire che il sacro si fonda sulla prassi cultuale (con il rito che istituzionalizza la solidarietà sociale; il sacramento/preghiera che istituzionalizza le vie di salvezza e di conoscenza; la rappresentazione contemplativa di arte auratica che istituzionalizza la fruizione dell’arte) e, per quanto riguarda il secondo ambito, sulle immagini del mondo che guidano la prassi (con il mito; le immagini religiose e metafisiche del mondo; l’etica religiosa di convinzione; il diritto naturale razionale; la religione cittadina) [Habermas 1986b, II: 802]. Rito e mito appartengono alla società arcaica, sacramento/preghiera ed immagini religiose e metafisiche del mondo appartengono alle grandi civiltà antiche, rappresentazione contemplativa di arte auratica ed etica religiosa di convinzione nonché diritto naturale razionale e religione cittadina appartengono alla prima età moderna.


Ma anche oggi la religione costituisce una sorta di sfida cognitiva in quanto dà contenuto e forza alle norme sociali e dunque alla solidarietà dei cittadini. Invece di scomparire [Habermas, Sölle, Luhmann 1977], la religione si situa anzi nella sfera pubblica [Habermas 2006a], dove svolge una sua funzione di mediazione fra due opposti, quello dei fondamentalismi e quello dei secolarismi. Habermas risponde così alla provocazione di Böckenförde [2007], il quale nega allo stato secolarizzato la possibilità di garantire le sue stesse premesse normative (possedute invece dalla religione cristiana) ed auspica una sua ristrutturazione come stato post-secolarizzato al fine di far fronte all’accentuata crescita della religiosità e dei movimenti fondamentalisti (allo stesso tempo però Böckenförde osserva che la religione, sempre più libera, non si conferma come fermento dell’ordine pubblico ed è separata dallo stato, che quindi non rappresenta e non protegge più alcuna religione, sebbene esso non giunga a negarla, oltretutto perché è nata prima).


In realtà il sociologo francofortese non vede solo i valori religiosi a fondamento della democrazia, in quanto vi contribuiscono anche le regole ovvero le procedure. Ma ritiene indispensabile che le religioni rinuncino a pretese di possesso della verità, accettino l’autorità della scienza e si sottopongano al diritto secolare. Ovviamente il dissenso sia religioso che laico in proposito è sempre da mettere in conto. Il che non impedisce di giungere ad un consenso ragionevole. Una secolarizzazione distruttiva è lesiva anche della società stessa [Ratzinger, Habermas 2005].


La prospettiva preferita da Habermas è quella illuminista, razionalista [Habermas 2002b] e secolarista ma egli non si dimostra del tutto contrario alla religione, cui chiede comunque di far ricorso ad un discorso che permetta di dialogare con il mondo laico.


In altri termini la religione è costitutiva del mondo della vita (Lebenswelt), anche se il processo di razionalizzazione e di secolarizzazione ne hanno ridotto la portata confinandola quasi solo alla questione del significato, giacché l’autorità del sacro è stata rimpiazzata da quella moderna del consenso. In questo è da vedere una crisi di legittimazione [Habermas 1975] della religione, insieme con lo sviluppo di una concezione secolare della conoscenza e dunque di una sfera pubblica sempre più indipendente dalla religione. Ma nel contempo Habermas [2006a] attribuisce alla stessa religione un ruolo non trascurabile nel processo di diffusione di linguaggi comuni, dando luogo altresì ad una «elaborazione linguistica del sacro» [Habermas 1986b: 648-96]. Insomma il pensiero religioso non sarebbe al di fuori della razionalità e può essere preso in considerazione per comprendere compiutamente forme e contenuti del processo di razionalizzazione. In definitiva il ruolo della religione non è scomparso ma è mutato. E ad ogni buon conto l’agire comunicativo non è assoggettabile ai condizionamenti di natura religiosa. D’altra parte però la maggiore secolarizzazione della società deve anche fare i conti con la persistenza delle concezioni religiose e delle comunità confessionali che le esprimono [Habermas 2002a: 99-112]. Pertanto le società post-secolari sono chiamate a porre in discussione la loro stessa comprensione della razionalità laica, in una prospettiva di maggiore apertura in chiave di allargamento della conoscenza (e dell’apprendimento anche dal pensiero religioso). In altri termini il principio della separazione tra religione e politica si fonda sulla base di una fase «post-secolare» di rispetto mutuo fra religione e ragione [Habermas 2006b: 19-50]. Lo stato laico però non può pretendere di imporre il suo linguaggio ai cittadini credenti, già costretti nella condizione asimmetrica (rispetto ai soggetti laici ed allo stato laico) di dover cercare una mediazione tra la loro fede e le ragioni laiche, mediante un equilibrio teologico ed etico [Habermas 2006b: 30]. È in tal modo che «il pensiero allarga le sue ali», come già Habermas [1986a: 202] ha ricordato a proposito dell’utopia e della speranza teorizzate da Ernst Bloch.


La religione nella modernità


Anthony Giddens, sociologo della London School of Economics, ritiene che la religione (cui dedica anche il quattordicesimo capitolo del suo volume Sociology [Giddens 2006]) non abbia perso terreno nell’arena sociale a seguito del processo di secolarizzazione [Dawson 2006]. Semmai essa ha assunto un significato diverso per l’attore sociale, fornendogli la possibilità di affermare una sua personale identità, anche a prescindere dal suo riferimento di gruppo e di contesto sociale. A differenza di Steve Bruce [2002], che non vede un grande futuro per la religione, Giddens ne riafferma la funzione, anche se in termini diversi dai sostenitori del risveglio religioso e dai teorici del pluralismo religioso.


Di fronte ai rischi della società tardo-moderna, secondo Giddens la religione torna ancora utile perché fornisce spiegazioni, motivazioni e risposte. Il processo di urbanizzazione ha allargato gli orizzonti ed ha interrotto i legami con i limiti dei contesti comunitari di appartenenza, lasciando gran parte della popolazione alla mercé degli eventi, dei fattori negativi, degli imprevisti. Per di più sono venute meno varie certezze del passato. Nella società frammentata di oggi non tengono le vecchie logiche del sacro e si cercano altre soluzioni, che si fondano sull’individualismo e sull’autoespressione.


La riflessività sul senso del proprio vissuto apre poi la strada a nuovi orizzonti-guida, per cui l’obbiettivo principale è quello di costruire il sé [Giddens 1991]. Giovani ed adulti cercano le vie d’uscita in modalità originali di vita, anche attraverso il miglioramento delle proprie capacità fisiche e produttive, tese soprattutto ad allungare la durata dell’esistenza.


Diventano fondamentali anche le relazioni interpersonali, non più circoscritte ai quadri sociali di pertinenza ma focalizzate piuttosto sui rapporti emotivamente significativi, dunque quelli affettivi ed amicali e sempre meno quelli collettivi, comunitari, allargati.


La tendenza è ad estromettere la vita sociale dalla relazione interpersonale profonda fra due soggetti, per evitare i rischi insiti nel mondo sociale, con le sue negatività di ogni genere. Ma la perdita dei punti di riferimento crea altresì inquietudine ed insicurezza, fattori che spiegano pure l’adesione dei giovani ai nuovi movimenti religiosi.


Nonostante crisi e difficoltà, le istituzioni religiose tuttavia continuano ad occupare un posto rilevante. Però, mentre si registrano tentativi fondamentalisti di ritorno al passato, in pari tempo si cercano consolazioni in avvenimenti futuri, al di là della soglia esistenziale. Ecco dunque che la religione non si eclissa ed anzi riappare a più riprese ed in vari luoghi. Pertanto dubbi e speranze convivono ed il fondamentalismo della tradizione si accompagna – pur a debita distanza – all’originalità delle esperienze.


Nascono dunque altri stili di vita ed altre convinzioni, le quali sono frutto di scelte dal sapore politico (che vanno dall’uso del corpo al femminismo, dall’aborto alla sessualità, dall’ecologismo alle tecniche di riproduzione umana). Tali sperimentazioni passano pure attraverso i nuovi movimenti religiosi, che quindi godono della fiducia delle giovani generazioni, le quali vogliono evitare i rischi della tarda modernità [Giddens 1990]. Però tutto questo significa altresì che la religione con la sua riflessività privatizzata è riuscita ad adattarsi una volta di più alle sfide del momento.


In pratica, seguendo alla lettera quanto proposto da Giddens [1992: 5], «nell’ordine post-tradizionale della modernità, e contro l’ambito delle nuove forme di esperienza mediata, l’auto-identità diventa un tentativo organizzato riflessivamente. Il progetto riflessivo del sé, che consiste nel sostenere narrazioni biografiche coerenti, ma rivisitate di continuo, ha luogo nel contesto della scelta multipla in quanto filtrata attraverso sistemi astratti. Nella moderna vita sociale, la nozione di stile di vita assume una valenza particolare. Quanto più la tradizione perde la sua tenuta, e quanto più la vita quotidiana è ricostruita in termini di interazione dialettica fra locale e globale, tanto più gli individui sono forzati a negoziare le scelte di stile di vita fra una varietà di opzioni».


L’era secolare


Nel 2007 il filosofo-sociologo canadese Charles Taylor (vincitore del Templeton Prize nel 2007 e del Kyoto Prize nel 2008, nonché docente emerito della McGill University a Montreal) con la pubblicazione di A Secular Age [Taylor 2007], un volume di 874 pagine, è balzato all’attenzione del mondo scientifico e religioso (e non solo). Il suo contesto di riferimento per definire secolare il nostro tempo è quello occidentale. L’autore si chiede soprattutto che cosa significhi passare da epoche in cui la fede religiosa era considerata un must, un obbligo di fatto, ad un’era in cui l’opzione religiosa è una fra le tante possibili. Il suo approccio ha un carattere storico e concerne in primo luogo il cristianesimo occidentale, che ha visto sviluppare tendenze sempre più secolari, dopo la scomparsa di vecchie formule religiose. Il tutto avrebbe avuto luogo, secondo Taylor, non seguendo un’unica e medesima direttrice ma attraverso movimenti diversificati, che non solo non hanno fatto scomparire la religione, come preconizzato da qualche studioso, ma ne hanno moltiplicato la presenza in vari ambiti, pur a fronte di evidenti crisi della credenza e della pratica. Intanto per dare un significato all’esistenza sarebbero disponibili molte soluzioni: religiose ed anti-religiose, spirituali e materiali. Nel contempo si assisterebbe ad un incremento delle esperienze religiose collettive e delle mobilitazioni di massa, anche violente.


Sono cinque le parti del testo tayloriano: l’opera della Riforma protestante [Taylor 2007: 25-218], il punto di svolta rappresentato dal «teismo provvidenziale» e dall’«ordine impersonale» [Taylor 2007: 221-95], il nova effect dovuto all’affermarsi dell’alternativa umanistica concernente l’autenticità rispetto a quella trascendente del deismo con la creazione di un più vasto raggio di soluzioni etiche e spirituali [Taylor 2007: 299-419], i racconti della secolarizzazione [Taylor 2007: 423-535] e le condizioni della credenza [Taylor 2007: 539-776].


La prima obiezione già mossa nei riguardi di Taylor è che il testo risente molto della confessionalità del suo autore, cattolico praticante e dunque coinvolto direttamente nelle problematiche di natura religiosa. Inoltre la voluminosità dell’opera è quasi un deterrente per un lettore non specialista e varie parti della trattazione appaiono ripetitive, con numerose digressioni, in uno stile non sempre semplice. Ciò non inficia comunque il valore complessivo dell’analisi tayloriana, che qualche suo collega sociologo non ha esitato a definire di portata epocale perché segna in effetti un punto di svolta nelle lunghe diatribe sulla secolarizzazione.


L’era secolare secondo Taylor offre numerose possibilità di scelta, fra religioso e secolare, fra spirituale e materiale, fra credenza e non credenza, fra deismo (o teismo) ed ateismo. Essa rappresenta una novità rispetto agli ultimi cinque secoli perché non ci sarebbe più l’incantamento del passato ma il disincantamento del presente. L’orientamento della società non è più diretto in senso verticale, cioè metafisico, ma piuttosto in senso orizzontale, terreno, quotidiano, contingente. Nell’epoca attuale prevale il naturale invece del soprannaturale. Le gerarchie tengono meno che in precedenza.


L’obiettivo di Taylor è mostrare che la religione ha ancora una sua funzione nel sociale; che l’individuo non può restare insensibile alle istanze della collettività; che conviene promuovere soluzioni ecumeniche; che gli esseri umani sono di per sé attori e protagonisti del conflitto; che è necessario decostruire il filone intellettuale della cosiddetta morte di Dio, il quale in realtà starebbe santificando gli individui sociali. Insomma la secolarizzazione non ha potuto eliminare la religione e pure la scienza è di aiuto nel supportare la religione.


Inoltre Taylor auspica il ritorno di un certo rispetto da parte degli intellettuali verso la religione, ma soprattutto pensa che la società abbia bisogno di redenzione, la quale può passare pure attraverso il desiderio erotico e l’amore di Dio. Così la società può essere reincantata con il ritorno a Dio, con i misteri dello spirito e con la stessa sensualità.


Nella sua analisi storico-sociologica del secolarismo Taylor parla di tre fasi. Nella prima la visione religiosa del mondo cede il posto ad una scienza libera da condizionamenti ma l’esistenza di Dio non viene negata ed è solo relegata nell’area della trascendenza. Nella seconda fase il secolarismo reagisce al deismo provvidenziale (di un Dio che provvede a tutto ed a tutti), per cui diminuiscono la pratica religiosa e l’adesione alla Chiesa, in quanto l’individuo pensa alla sua auto-realizzazione, non usufruendo dell’orientamento del pensiero cristiano in materia di sessualità, tecnologia, commercio, relazioni. Così non si guarda più al di là di se stessi per cercare indicazioni e norme, Dio è posto ai margini, il cristiano è solo una persona buona: a questo si riduce la religione civile. Nella terza ed ultima tappa si accrescono le potenzialità decisionali ben oltre la dicotomia fra credenza e non credenza. Le alternative etiche sono molteplici, dunque il riferimento comune si parcellizza, si frammenta. Questa è la cosiddetta «età espressiva» basata sull’esperienza personale, in cui la religione è un aspetto come tanti altri.


Nella transizione dal sistema gerarchico e fondato sull’autorità ad un modello che favorisce l’iniziativa personale si sono registrate perdite ed alienazioni nelle Chiese cristiane. Però la prospettiva all’orizzonte è quella di un rientro della trascendenza, resa più accettabile. Taylor vede infatti nel messaggio cristiano dell’incarnazione la chiave di volta per congiungere spirito e corpo, dato che la religione è fatta essenzialmente di comunione anche fra dimensione spirituale e fisica. La Chiesa stessa favorisce l’agape, dunque l’amicizia, l’attrazione sessuale, la generosità. Il darsi incondizionato per il bene dell’altro rappresenta ciò che è buono e fa parte della sfida dell’era secolare alle religioni tradizionali. Occorre pertanto recuperare la carnalità, la corporeità, la fisicità, perché la religione non è fatta per giudicare gli atteggiamenti ed i comportamenti relativi a tali ambiti. Il secolarismo peraltro l’aiuta a liberarsi dal timore dell’inferno ed a superare il contrario dell’incarnazione, cioè l’escarnazione ovvero la negazione del corpo.


Sullo sfondo vi è una rivalutazione della resurrezione come atto conclusivo che non fa più temere la morte. Insomma Taylor ripropone la credenza nell’incarnazione per affrontare la violenza. Dunque la religione non fornisce solo significati ma anche chiavi di lettura per capire il verificarsi del male e rispondere ad esso con il perdono e non con la vendetta, ossia con la riconciliazione e non con il giudizio.


Intanto però i racconti del secolarismo dicono di una realtà senza Dio, senza trascendenza. La moderna civiltà si presenta invero abbastanza piatta. In definitiva è il cristianesimo, per Taylor, a fornire la risposta giusta con la resurrezione che dà senso all’incarnazione e fa superare l’escarnazione ovvero il ripudio del corpo. L’autore di A Secular Age invita infine a partecipare alla storia, per cambiare «il mondo come esso è».


«Così la ‘religione’ per i nostri intenti si può definire in termini di ‘trascendenza’, ma quest’ultima deve essere intesa secondo più d’una dimensione. Se uno crede in qualche agenzia o potere che trascende l’ordine immanente ciò è invero una caratteristica cruciale della ‘religione’, come questa viene rappresentata nelle teorie sulla secolarizzazione. Essa è la nostra relazione con un Dio trascendente il quale è stato soppiantato al centro della vita sociale (secolarità 1); essa è la fede in questo Dio il cui declino è delineato in queste teorie (secolarità 2). Ma per capire meglio i fenomeni che vogliamo spiegare dovremmo vedere la relazione della religione con un ‘oltre’ in tre dimensioni. E quella cruciale, che rende comprensibile il suo impatto sulle nostre vite, è appunto quanto ho appena esplorato: la sensazione che c’è qualche bene più alto dell’umano star bene, oltre di esso» (Taylor 2007: 20). Lo studioso di Montreal rinvia tutto ad una realtà ultraterrena che si configura entro il tracciato di un cristianesimo quale risposta da ritenere valida. Infatti «nel caso cristiano, noi potremmo pensare questo come agape, l’amore che Dio ha per noi, e che noi possiamo condividere attraverso il suo potere. In altre parole una possibilità di trasformazione, che ci porta oltre la perfezione solamente umana. Ma ovviamente la nozione di un ben più alto, raggiungibile da noi, potrebbe avere senso solo nel quadro di una credenza in un potere più alto, il Dio trascendente della fede che appare in molte definizioni della religione. Ma dunque in terzo luogo la storia cristiana della nostra potenziale trasformazione mediante l’agape comporta che noi consideriamo la nostra vita come qualcosa che va oltre i limiti della sua portata ‘naturale’ tra nascita e morte; le nostre vite si estendono oltre ‘questa vita’. Al fine di comprendere la lotta, la concorrenza, o il dibattito fra religione e non credenza nella nostra cultura, dobbiamo intendere la religione come una combinatoria di queste tre dimensioni della trascendenza» (Taylor 2007: 20).


In pratica la prima dimensione è data dall’agape che permette di trascendere il semplice stare bene a livello umano; la seconda dimensione è connessa alla credenza in un Dio trascendente; la terza ed ultima dimensione ha a che fare con la vita oltre la morte. Insomma tutto si gioca nel rapporto fra trascendenza della religione e sua negazione. All’interno di tale dialettica esiste una miriade di opzioni possibili. Ma oltre le secolarità 1 e 2 c’è anche una secolarità 3: «così la secolarità 3, che costituisce il mio interesse in questa sede, è contro la 1 (spazi pubblici secolarizzati), e la 2 (il declino della credenza e della pratica), è data da nuove condizioni della credenza; essa si basa su una nuova forma di esperienza che induce alla credenza ed è definita da essa; in un nuovo quadro entro il quale devono procedere ogni ricerca ed ogni domanda sulla moralità e sulla spiritualità» [Taylor 2007: 20]. In conclusione l’approccio di Taylor, che ha un taglio per certi versi più filosofico che sociologico, diviene alla fine quasi teologico, pur se fondato sull’esperienza.


La laicità alla francese


In Europa ci sono religioni (e Chiese) di stato in Finlandia ed in Grecia nonché nel Regno Unito e nel Principato di Monaco (a Malta, poi, il cattolicesimo è religione della nazione) e ci sono separazioni ma anche accordi in Germania, Austria, Italia e Spagna. C’è peraltro l’eccezione della Francia, ufficialmente secolare ma con molte situazioni contraddittorie a livello operativo, specie in Alsazia e Lorena. Le costituzioni della Grecia e dell’Irlanda fanno riferimento alla religione, invece quella tedesca consente l’Invocatio Dei, mentrela costituzione europea non vi accenna affatto. Altrove c’è un rimando a Dio nell’introduzione alla costituzione (in Polonia ed in Ucraina), oppure è richiamata la tradizione religiosa (come nella Repubblica Ceca ed in Slovacchia) od al contrario non vi è alcuna menzione di elementi religiosi, anche perché manca un preambolo alla stessa costituzione (in Albania, Armenia, Azerbaigian, Lettonia e Romania) o, comunque, Dio non viene citato (in Bielorussia, Bosnia, Bulgaria, Estonia, Ungheria, Lituania, Russia, Slovenia, Serbia e Montenegro).


La citata eccezione francese è oggetto di ampie discussioni. Innanzitutto perché si nega la sua eccezionalità. La laicità, a detta di Jean Baubérot (2003, 2004, 2007a, 2007b), titolare dell’insegnamento di “Histoire et sociologie de la laïcité” presso l’École Pratique des Hautes Études a Parigi, ha una valenza universale (ma in lingua inglese il termine ha fatto fatica ad affermarsi) e non ha a che vedere con il laicismo e con l’anticlericalismo tradizionale e neppure con la laicizzazione come sinonimo di secolarizzazione. Egli propone inoltre una sorta di patto laico, utile a definire i limiti ovvero le soglie della laicizzazione, andando al di là degli accenti polemici di tante discussioni sulla laïcité. Secondo tale approccio, per esempio, la laicizzazione turca attuata dall’alto ed in assenza di processi di secolarizzazione a livello sociale non appare una soluzione adeguata, perché le problematiche reali sono piuttosto complesse, molteplici e non risolvibili con un atto d’imperio (ma Böckenförde vede in essa una sorta di islam amministrato dallo stato). C’è poi da considerare il ruolo della religione civile, di quella secolare, di quella pubblica o con funzioni pubbliche. Dunque il quadro d’insieme non si presenta in modo autoevidente. Il punto essenziale è ovviamente definire che cosa si debba intendere per laicità, ma ogni ipotesi definitoria può contenere in sé un profilo vincolante e non sempre adatto alle situazioni polimorfe in atto.


Del resto è esemplare proprio l’esito del tentativo messo in atto da Baubérot stesso di stilare e far firmare da 250 intellettuali nel mondo una sorta di Dichiarazione universale sulla laicità. Non tutti gli invitati a sottoscriverla l’hanno condivisa e firmata. Non solo. Il testo originale francese è stato poi tradotto e modificato. Così nella versione in lingua spagnola, proposta da Roberto Blancarte del Colegio de Mexico di Toluca, si invoca il diritto alla blasfemia come espressione di libertà e di autonomia. Certamente l’intento è quello di salvaguardare le possibilità di esplicitazione di un punto di vista, per esempio a livello artistico, ma va da sé che il riconoscimento del diritto ad una potenziale offesa verso l’alterità o la diversità di orientamento non si giustifica con il diritto alla laicità, giacché travalica le soglie della laicità prospettate da Baubérot.


Nei riguardi della laicità prescritta in Francia per legge, si sono registrati andamenti alterni di rifiuto e di accettazione, di riproposizione e di rivisitazione. Di tali dinamiche si sono resi protagonisti, in successione di tempo, quasi sempre i medesimi soggetti intellettuali, religiosi e/o politici. A loro sostegno si sono aggiunte anche le suggestioni teoriche di alcuni pensatori sociali che hanno messo al centro dei loro interessi lo spazio pubblico della religione. Sta di fatto che da qualche anno a questa parte il tema della laicità è divenuto un argomento ricorrente di varie contese, non solo teoriche ma con conseguenze pratiche (tra l’altro, in merito ai contributi economici statali in favore delle Chiese).


Dopo la cosiddetta grande secolarizzazione voluta da Napoleone Bonaparte, per l’acquisizione dei beni ecclesiastici, anche la legge francese del 1905 ha riguardato,in misura non trascurabile, i trasferimenti di rilevanti patrimoni a vantaggio dello stato. Ma la recente ripresa della diatriba sulla laicità ha obiettivi ben più ambiziosi, perché investe la presenza stessa della religione nel contesto sociale.


In primo luogo c’è da chiedersi se la laicità a cui si pensa sia essa stessa scevra da connotazioni ideologiche. La verifica è possibile nella misura in cui le soglie della laicizzazione non siano prestabilite da una parte sola, quella proponente, ma debitamente condivise ed accettate dalle parti in causa. Insomma lo scenario da immaginare è quello di un agire almeno tendenzialmente comunicativo e non meramente strumentale, per restare entro i limiti della teorizzazione habermasiana in proposito (Habermas 1996b).


Se si deve dare per scontata l’inutilità o pure la pericolosità sociale della religione (di qualsivoglia religione) non è altresì detto che sia da escludere del tutto una sua efficacia, fosse pure parziale, per il mantenimento dell’unità nazionale, della solidarietà comunitaria, del rispetto interpersonale.                   


Tra Rivoluzione Francese e Terza Repubblica Francese quasi non c’è soluzione di continuità nei riguardi della religione, si tratti di indifferenza o di neutralità o di tolleranza o di incompetenza, nei fatti divenute forme di avversità in nome di una razionalità considerata superiore. Invero la stessa religione fornisce strumenti analitici e definitori per distinguere sacro e secolare, anima e corpo, sentimento e ragione, spirituale e temporale, ragion per cui le soglie di laicizzazione sono facilmente rinvenibili e praticabili come punti-limite, per evitare invasioni di campo, colonizzazioni, espansioni indebite. Ma d’altro canto lo stato laico proprio perché tale non può negare diritto di cittadinanza alle varie esperienze religiose dei suoi cittadini. L’autonomia del soggetto non può non stare a cuore allo stato, chiamato invece ad allontanare quanto possa arrecare danno. Nessun rappresentante di uno stato democratico può negare ai cittadini-membri il diritto alla credenza (o alla non credenza) religiosa. Per non dire poi di quello che una o più religioni possono rappresentare per la storia di un paese come la Francia (od anche la Germania e l’Italia), in relazione alla conservazione dell’appartenenza territoriale e della memoria locale.


All’orizzonte c’è una prospettiva che contempla non più la strumentalizzazione o la mera contrapposizione ma una possibile sinergia, nel rispetto reciproco, fra stato e religione/i. Si verrebbe così a superare la paventata guerra delle due France, descritta da Émile Poulat (1987: 191), che sommessamente ricorda come Napoleone non fosse affatto contrario alla religione di stato, visto che come tale era da lui voluta nella costituzione della repubblica ligure del 1800, della repubblica italiana nel 1802 e del Regno di Napoli nel 1808.


Il cattolicesimo per oltre un secolo, dal 1802 al 1905, è stata la religione della maggior parte dei francesi. Ma come spiegare allora la laicità francese, qualcosa che è difficile capire ma anche esportare? I processi storico-sociologici sono articolati e non facilmente districabili. Poulat prova a fornire qualche spiegazione ed alla fine conclude che tutti i francesi sono dei laici (anche se non capiscono il significato della laicità) e che oggi non si può parlare di una religione pubblica ma di una libertà pubblica di coscienza e di religione. Il che è ben diverso. In altre parole non si comprende la chiave di lettura della laicità alla francese se non si tiene conto del rapporto fra libertà e verità, ovvero fra i diritti pubblici della verità sostenuta dai cattolici ed i diritti pubblici di ogni coscienza. Nell’interazione fra gli uni e gli altri diritti è la chiave di volta del sistema francese della libertà unita con la laicità.


Da un punto di vista storico quest’ultima appare a Poulat come lo specchio delle contraddizioni francesi, che attraversano quattro fenomeni: 1) laicizzazione e secolarizzazione insieme, con l’emergere della coscienza individuale e della ragione, mentre la religione cessa di essere alla base di ogni spiegazione; 2) due quadri diversi di riferimento, in particolare quello cattolico con il duplice statuto di clero e laicato e quello statale con il doppio rapporto intrattenuto, a titolo diverso, con i culti religiosi interni al paese e con il Vaticano come stato estero; 3) tre livelli della realtà, costituiti dallo stato come governo centrale, dalle istituzioni pubbliche (e dai servizi), dalla società civile (con la sua cultura); 4) quattro sistemi legittimatori, in epoche diverse, rispettivamente, di laicità sacrale con il sovrano che afferma la sua superiorità sul clero nello stato e mostra la sua sottomissione solo spirituale alla Chiesa; di laicità illuminata con la desacralizzazione del potere civile e dunque con la separazione fra Chiesa e stato; di laicità radicalizzata con la sua autonomia rispetto alla Chiesa e la sua neutralità dinanzi alle coscienze, sino a trasformarsi da laicismo spiritualista e religiosità laica in laicismo areligioso ed in effetti antireligioso; 4) una laicità riconosciuta, a livello costituzionale nel 1946 e nel 1958, con la Francia definita ufficialmente una repubblica laica ma successivamente costretta ad affrontare questioni concrete ed a divenire contrattuale pur restando conflittuale.


Entro questo scenario si dipanano vicende storiche e relazioni non facilmente decifrabili che approdano dapprima alla legge del 1905 sullo stato secolare francese e successivamente ad atti applicativi ed in realtà modificativi dei principi normativi. Sullo sfondo resta comunque, per Poulat (1987: 226), la libertà pubblica di coscienza, a poco a poco affermatasi come unica ed indivisibile, mentre la coscienza della libertà è molteplice e frantumata. In definitiva la laicità francese avrebbe una sua ambivalenza strutturale, frutto di una lunga e difficile conquista dello spirito umano, che riesce a porre termine al vecchio ordine delle cose e mette le basi per una legittimazione del pluralismo.       


Appunto riferendosi alla Francia, Jean-Paul Willaime (2004: 279) parla di una doppia neutralità della laicità, come indipendenza dello stato dalle religioni e come libertà delle organizzazioni religiose rispetto alle strutture statali. Però Micheline Milot (2002: 23), guardando al Québec, vorrebbe evitare l’ostacolo dell’ideologia insita nella laicità francese e preferisce insistere piuttosto sulla gestione politica e sulla successiva trasposizione giuridica del posto della religione nella società civile e nelle istituzioni pubbliche. Il che apre nuovi orizzonti per la discussione sulla laicità.


In Europa anche laddove una particolare religione viene privilegiata dallo stato esistono, in realtà, margini di libertà per la sfera religiosa rispetto a quella politica. Tali margini consentono alle Chiese di curare i loro spazi di attività senza rendere conto ad altri.


Inoltre la laicità non può ridursi ad una semplice questione di culti permessi, di riconoscimenti ufficiali, di privilegi concessi o negati. E le stesse relazioni fra stato, religioni e società non possono seguire un modello unico, visto che le storie, le istituzioni e le tradizioni variano da una nazione all’altra, con peculiarità non immediatamente trasferibili ed implementabili in contesti diversi da quelli di origine.


Il caso francese per primo è a sé stante, come sottolinea Willaime (2004: 282), per varie ragioni: il conflitto fra stato e Chiesa è più accentuato; il problema della laicità è piuttosto ideologizzato anche per la presenza di correnti culturali a forte presa (libero pensiero, razionalismo, marxismo, massoneria); la supremazia dello stato è anche emancipatrice e centralizzatrice; la privatizzazione dell’appartenenza religiosa di solito non viene resa manifesta in pubblico. A differenza di Poulat, tuttavia, Willaime sottolinea che la situazione attuale è abbastanza diversa da quella dei secoli scorsi, perché presenta dati nuovi che inducono ad escogitare soluzioni innovative, passando dalla diffidenza della laicità ideologica alla fiducia della laicità giuridica, dal disconoscimento al riconoscimento, dall’astensionismo alla partecipazione (laïcité citoyenne).


Secondo l’articolo 1 della legge del 1905, in Francia si assicurano sia la libertà di coscienza sia il libero esercizio dei culti. E l’articolo 2 aggiunge che non si riconosce e non si finanzia nessun culto. Nel 1958, l’articolo 2 della Costituzione della Repubblica prescrive che la Francia è indivisibile, laica, democratica e sociale, assicurando l’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge, senza distinzione d’origine, razza o religione e rispettando tutte le credenze. In pratica non c’è un riconoscimento ufficiale delle religioni ma esse possono esprimersi ed operare. Intanto però  in Alsazia e Mosella sia i preti che i pastori ed i rabbini sono stipendiati dallo stato francese, in base al concordato del 1801 ed ai successivi articoli del 1802.


Ma come spiegare allora la laicità francese? Per Willaime essa si è sviluppata in un contesto conflittuale dato dalla contrapposizione tra Francia laica e cattolica, appunto dalla guerra delle due France (analizzata anche da Poulat). Lo snodo sarebbe rappresentato dal carattere anticlericale, che di solito si sviluppa più in un paese cattolico che non a dominanza protestante, proprio perché è la Chiesa cattolica a segnare maggiormente un solco fra clero e laicato, fra spirituale e materiale, fra mondo ecclesiastico e società esterna, mentre nel mondo protestante ed in quello ebraico la differenza è assai meno evidente o non esiste affatto. Ed allora il risultato è, di converso, pure una sacralizzazione della politica che si accompagna ad una laicizzazione del religioso. Il che ha permesso, invero, di celebrare una messa di stato a Notre-Dame l’11 gennaio 1996 per i funerali del presidente Mitterrand.


Ora, secondo Willaime (2004: 328), si è passati in Francia da una laicità di lotta ad una laicità di gestione. Superato l’anticlericalismo e l’atteggiamento neutrale nei riguardi della religione, si registra altresì una certa emancipazione, quasi completa, dalla tutela clericale. Nel frattempo si affacciano nell’arena pubblica numerose questioni a carattere etico. Il che potrebbe favorire la stipula di un patto laico (Baubérot 1990) inteso come soluzione dei nodi dovuti al pluralismo religioso, mettendo da parte la pura e semplice contrapposizione fra laicità e religioni, in fondo laicizzando la stessa laicità (Willaime 2004: 329) ed inserendola in un quadro più legato alle problematiche dei diritti umani (che non prevedono né l’obbligo né la proibizione della credenza e della pratica religiosa). La prospettiva concreta è quella di una democrazia pluralista, che non può non suscitare effetti sino nell’ambito delle Chiese stesse, favorendo lo spirito di partecipazione e di gestione comunitaria. Ed allora la separazione fra stato e Chiesa permane ma non impedisce la cooperazione su obiettivi comuni.


L’esperienza della Commissione Stasi che avrebbe dovuto dare indicazioni proprio su questioni religiose di fondo non è sembrata del tutto positiva, visto che quasi tutto si è ridotto alla proibizione del velo islamico. La mancata adesione al documento di tutta la Commissione è indice di un chiaro disagio nei confronti di un testo rispondente quasi solo ad una logica conflittuale nei confronti degli estremismi religiosi, che costituirebbero un pericolo per la laicità dello stato francese.


Le vicende recenti che hanno riguardato la laicità alla francese fanno capire ancor più che essa non può assurgere a modello unico di riferimento. Ed inoltre il fatto religioso non appare esclusivamente come una questione tutta individuale, giacché i suoi riverberi nella società sono quanto mai evidenti. In fondo sembra proprio che la secolarizzazione sia ben riuscita: il pubblico non è più sottomesso al religioso (che peraltro non è scomparso) e gli individui sociali sono autonomi ed emancipati da tutele magisteriali di tipo confessionale. L’auspicio finale di Willaime (2004: 345) è di reinventare una laicità in grado di far coagulare varie istanze e diversi apporti delle religioni, in vista di una società di individui più motivati socialmente.                  


Laicità e credenza


Uno degli ostacoli maggiori per un adeguato esercizio della laicità è probabilmente nella presunzione che essa di per sé comporti l’esclusione della credenza o che al contrario non vi possa essere laicità, politicamente corretta, nella stessa credenza. Conviene soppesare in proposito i due termini di libertà ed uguaglianza che sono frutto proprio della Rivoluzione Francese. Ebbene il principio della libertà comprende anche la libertà religiosa (o di religione/i). E quello di uguaglianza (ovvero di non discriminazione) include ogni forma di attività umana concretamente realizzabile od astrattamente pensabile, dunque anche le espressioni religiose. Il discorso vale anche rovesciando i termini della questione: lo spirito religioso riesce ad essere laico nella misura in cui non ritiene un avversario da combattere appunto lo spirito laico, con tutte le sue implicazioni connesse (pensiero non ispirato da alcuna credenza religiosa, atteggiamento critico nei riguardi delle istituzioni e delle azioni religiose, così come nei riguardi di altre istituzioni ed azioni: politiche, economiche, sindacali, formative, ecc.). Detto altrimenti, un corretto agire comunicativo fra le parti in causa può produrre esiti virtuosi, per cui tutto parrebbe risolto, ma solo se non ci fosse di mezzo la variabile umana, costellata di convinzioni pregresse, orientamenti difensivi, propensioni individualistiche e di gruppo, appartenenze codificate e saldamente radicate, timori di perdita dei punti di riferimento essenziali.  


Le resistenze per la realizzazione di un’efficace comunicazione fra soggetti laici e soggetti credenti derivano in primo luogo dal costituirsi dei due fronti a partire da basi istituzionali (intese in senso lato, sia in quanto veri e propri organismi storicamente fondati e sviluppatisi nel tempo, come nel caso degli stati e delle Chiese, sia in quanto complessi di idee, ovvero ideologie, che sono nate e si sono consolidate riscuotendo consensi variabili nel corso della storia ed attraverso le diverse aree geografiche, ma restando tendenzialmente stabili per qualche tempo, come nel caso del nichilismo, del materialismo, del marxismo, del positivismo, del razionalismo, del liberalismo, del secolarismo, del modernismo, dello scientismo, dell’esistenzialismo).


La problematica della laicità – va detto – ha matrici tipicamente europee, inizialmente francesi e poi via via italiane, spagnole e sempre più ampie. Lo spunto iniziale è nell’età dei Lumi e successivamente nelle forme e nei contenuti degli eventi rivoluzionari del 1789 parigino (e non solo). Anche la federazione statunitense ha conosciuto ai suoi albori un momento rivoluzionario senza tuttavia dar luogo alle medesime conseguenze a livello di fenomenologia religiosa. Anzi nel Nord America il connubio fra politica e religione è abbastanza stretto: il motto che accompagna lo stemma degli USA ripone fiducia in Dio ed i discorsi di insediamento dei presidenti statunitensi contengono numerosi e ripetuti rinvii ai fondamenti biblici, alla tradizione cristiana e segnatamente protestante. In pratica la religiosità diffusa, confermata da varie indagini empiriche negli Stati Uniti, ma anche in Canada e specialmente nel Québec, non dà adito a sollevare questioni relative alla laicità o, almeno, non ne fa un focus principale di discussione.


In tale quadro contestuale non si nota una marcata polarizzazione fra stato e Chiese, fra mentalità secolare e spirito religioso, almeno non nella medesima misura che si può verificare invece in molte parti dell’Europa. Nella realtà sociale nordamericana il ruolo pubblico della religione non pone particolari problemi: lo si dà per acquisito, scontato, tradizionalmente riconosciuto (anche per questo il lemma laicity ha preso a circolare solo di recente). Così realtà secolari e realtà religiose vivono la loro autonomia senza conflitti acuti, anche se non mancano confronti piuttosto vivaci su temi controversi (aborto, pena di morte, ecc.). La religione civile di Rousseau trova dunque entro questa cornice una sua consistenza concreta ed anzi sostiene la convergenza di credenze diverse verso l’unità politica, quasi si trattasse di un comune denominatore a valenza anche religiosa. D’altra parte è da tener presente che nell’America settentrionale è prestato gran rispetto alla libertà personale, al diritto individuale di scelta, pur restando tuttavia nell’orbita dei vincoli sociali, etnici, comunitari e religiosi (almeno in linea di massima). L’obiettivo perseguito è l’accordo fra legge civile e morale personale. Nondimeno permane un totale ed eguale rispetto per la coscienza individuale di ciascuno. Si ritiene che ciò sia un diritto, ossia la base necessaria per la ricerca dei fondamenti etici che diano un senso all’esistenza. Occorre pertanto uno spazio sufficiente affinché i soggetti singoli possano mettere in essere i loro intenti morali in qualunque modo, purché non sia in contrasto con l’interesse pubblico. Allo stesso tempo chi governa non scende in campo nelle discussioni religiose, non parteggia per l’una o l’altra espressione confessionale, dovendo considerare tutte le denominazioni alla pari, imparzialmente. L’uguaglianza dei cittadini è giudicato un principio superiore. Sulla scorta di questo fondamento, Martha Nussbaum (2008) dell’università di Chicago, filosofa già anglicana ed in seguito ebrea riformata, autrice di Liberty of Conscience. In Defense of America’s Tradition of Religious Equality, difende il diritto dei Mormoni alla poligamia, applicando quindi in pieno la sua idea di libertà di coscienza e di religione (un po’ come aveva già messo in evidenza Poulat, nel suo testo del 1987 su libertà e laicità). Pure la Nussbaum pare non gradire il tipo di laicità in auge in Francia perché a suo giudizio è troppo coartante per i credenti, invitati a non prendere parola in pubblico. Anzi per la docente di Chicago la separazione fra stato e Chiesa è appena un valore secondario rispetto al valore primario dell’uguaglianza di libertà per i cittadini, credenti e non. E sull’annosa questione delle trasfusioni di sangue per i Testimoni di Geova opta per una soluzione che preveda libertà di scelta per gli adulti, che sono maturi e consapevoli, ma non per i loro figli la cui vita andrebbe salvaguardata ad ogni costo. Infine Nussbaum auspica l’insegnamento relativo al creazionismo nei corsi di religioni comparate ma non in quelli di scienza.


Appena a sud degli Stati Uniti, in Messico, il discorso sulla laicità si ripropone ma in maniera diversa. Anche qui vi è un episodio rivoluzionario iniziale, quello dello zapatismo che ha segnato la fine della presenza pubblica della religione, nella prima metà del secolo scorso. La prova più evidente della laicità dello stato messicano è da rinvenire nella proibizione dell’uso dell’abito talare in pubblico. Insomma si vuol dare chiaramente ad intendere che la religione è un affare esclusivamente privato che non può avere impatti a livello statale e quindi pubblico.


Negli altri stati del centro e del sud dell’America gli andamenti dei rapporti fra stato e Chiesa hanno seguito le vicissitudini delle singole nazioni, passate attraverso multiformi esperienze, dalla dittatura al governo militare, dalla pseudodemocrazia alla democrazia effettiva. Non sempre le letture dei diversi eventi degli ultimi decenni sono state chiare e senza ambiguità di fondo. In qualche caso si è avuto di fatto un collateralismo o una non belligeranza ideologica fra stato e Chiesa, con conseguenze ancor oggi oggetto di valutazioni non concordi neppure sui dati di fatto.


In Asia i rapporti fra stati e Chiese sono legati essenzialmente ai tipi di regime politico in vigore, ma in generale è l’autorità politica a stabilire regole e limiti, indipendentemente dal parere dei soggetti religiosi interessati. Salvo qualche eccezione, il potere politico risulta autoreferenziale ed osteggia ogni modalità religiosa non corriva con il sistema di governo vigente. Singolare è il caso della Repubblica Popolare Cinese dove esistono due Chiese cattoliche, di cui una piuttosto vicina alle posizioni dello stato nazionale mentre l’altra fa capo alla Chiesa di Roma. In Giappone d’altra parte è prevalso il modello jeffersoniano e statunitense dello stato neutrale che non sceglie alcun Dio fra i tanti, impedisce il cesaropapismo, favorisce la crescita di una società civile religiosa che sia pluralista e pacifica. In tal modo si spiega il carattere agnostico del sistema scolastico giapponese.


La situazione africana varia secondo la cultura religiosa dominante nei singoli paesi, ma mostra il fallimento parziale di politiche scolastiche statali dirigiste in senso laico. La presenza dell’islam, quando maggioritaria, è di solito alquanto vicina all’orientamento dello stato ed in tal caso, in genere, non si pongono questioni di laicità per la particolare concezione della relazione fra la religione islamica e la politica, tanto sono in simbiosi entrambe. Ma l’islam (Bozdemir 1996) ha dovuto adattarsi alle correnti animiste, consentendo poligamia e forme di sincretismo. Più complesso è il rapporto fra laicità e religioni cristiane. In alcuni stati poi c’è una separazione formale fra stato e Chiese. In realtà non esiste un vero e proprio problema della laicità in Africa, perché la religiosità è largamente diffusa, in diverse forme, principalmente animiste ma pure kimbangiste, tradizionali ed indipendenti. Non mancano infine tentativi di eliminare la religione per decreto (Madagascar, Benin, Angola, Mozambico, Etiopia, Repubblica Popolare del Congo). Un po’ per volta la laicità si è fatta strada ed è entrata a far parte della maggioranza delle costituzioni statali, ma il dibattito su di essa latita ed è considerato un prodotto d’importazione, ridotto a piccole cerchie di intellettuali. 


In Australia il modello di riferimento è quello britannico, anglicano nella fattispecie, ma le condizioni non sono del tutto assimilabili a quelle riscontrabili nel Regno Unito e comunque il problema della laicità non sembra creare particolari differenziazioni.


In definitiva si discute di laicità quasi solo in Europa. E soprattutto si assiste quasi ad una rincorsa da più parti a voler fornire la definizione di laicità da far assurgere a parametro unico. Quando la proposta di definizione proviene da intellettuali religiosamente orientati o dalla stessa Chiesa ufficiale sono i laici ad obiettare. Se le parti si invertono non manca certo il rilievo critico di parte religiosa.


Si può osservare che non se ne esce se non si trova una soluzione da adottare congiuntamente, non necessariamente una volta per sempre ma cercando semmai caso per caso il punto di consenso. Chiedere il rispetto di tutte le definizioni della laicità significa di fatto arrendersi dinanzi alle difficoltà che ne derivano e dunque rassegnarsi a non ritenere valida alcuna definizione.


Si potrebbe anche distinguere fra laicità debole (laica) e laicità forte (laicista e non credente) (Fornero 2008), ricorrendo or all’una or all’altra. Ma neppure questa pare essere la via d’uscita più adatta, anche se la prima delle due varianti appare a prima vista l’opzione preferibile, al fine di rendere più praticabile ed efficace il confronto.


Ora però occorre fare i conti anche con quanti, religiosamente motivati, si dichiarano essi per primi come autentici laici. C’è da chiedersi a questo punto se il bouleversement dei ruoli possa giovare. Il puntare a raggiungere un più alto tasso di laicità non è detto che aiuti a risolvere i dilemmi in esame. Per di più, nel caso italiano, i due poli in gioco non sono semplicemente i laici per un verso ed i cattolici per l’altro verso: il mondo dei laici non è affatto omogeneo come non lo è quello dei non laici, i quali meno che mai possono corrispondere in toto all’insieme dei cattolici. Ben altre ed articolate sono le sensibilità religiose che si mettono in gioco nella diatriba sulla laicità. Per restare nel contesto italiano, che ruolo e che proposta hanno i protestanti e gli ebrei? Perché limitare alla sola Chiesa cattolica la funzione di destinataria delle sfide laiche?


Il punto nodale è esattamente il ruolo pubblico della religione e delle religioni, anzi più proficuamente è lo stesso spazio pubblico l’arena principale dove far confluire suggestioni ed elaborazioni per capire primariamente i termini della disamina da condurre. La conoscenza adeguata, scientificamente calibrata, deriva tuttavia dalla messa in atto almeno di qualche espediente metodologico, a partire dall’atteggiamento di epoché, di sospensione del giudizio, in modo da capire attraverso il conoscere, per potersi solo da ultimo esprimere sull’argomento in esame, a ragione approfonditamente veduta.


Habermas (2006a, 2006b) ha opportunamente richiesto che il mondo dei credenti con le sue argomentazioni possa entrare nella sfera pubblica e presentare le sue istanze. All’orizzonte è uno scambio virtuoso di prospettive fra laici e credenti, ma per quanto concerne l’Italia sembrerebbe che tale démarche non abbia senso perché è difficile trovare (sia da parte laica che da parte religiosa) qualcuno disposto a fare un passo indietro, ad arrendersi per capire, a farsi prendere per poter poi catturare, cioè cogliere il risultato finale con la soluzione del problema affrontato.             


Non va dimenticato che ci possono essere laicità areligiose ed antireligiose, espresse da non credenti, e laicità non religiose, espresse da non credenti, od ancora laicità espresse da diversamente credenti ovvero da portatori di altre modalità di credenza che non rientrano nei canoni ufficiali di Chiesa o nelle azioni statisticamente modali, più ricorrenti. E qui si aprirebbe tutto un ventaglio di possibilità sull’etsi non daretur avente Dio come soggetto. Il tutto si situa poi nello scenario delle scelte da operare, sulla base di criteri ispirati alla responsabilità od alla razionalità. Ma le opposizioni, le divaricazioni e le ottiche polimorfe sono sempre in atto e non consentono percorsi agevoli. In conclusione, comunque, la laicità a partire dalla sua stessa pluralità di voci ed opinioni, che si concretizzano in definizioni e decisioni, resta profondamente, cioè fino in fondo, laica allorquando prevede che anche altri si possano presentare con alternative molteplici, non affini alle prospettive laiche. 


Il dibattito sulla laicità e sul ruolo pubblico della religione


Al principio della laicità, proprio in quanto chiede ad altri di rinunciare ai propri assolutismi, va addizionata una forte consapevolezza della sua dimensione relativa. Pure nella Chiesa cattolica, per opera del cardinale Carlo Martini (nel duomo di Milano, ai primi di maggio del 2005), si è giunti al riconoscimento di un relativismo cristiano, da cui discende l’istanza di una vita in comune cha vada oltre le differenze esistenti e che insegni a vivere insieme nella diversità, non nella sola tolleranza (che non è sufficiente ed è costantinianamente troppo datata, risalendo a 17 secoli fa) ma piuttosto nella comprensione e nell’accoglienza. Ed anche nel rapporto con la verità religiosa non esiste un’unica via di approccio, giacché ogni forma di conoscenza, per quanto rigorosamente scientifica, è provvisoria, precaria, contingente. Il relativismo perciò non è di per sé condannabile e non è identificabile sommariamente con l’areligiosità, l’irreligiosità, l’agnosticismo, l’indifferenza, il nichilismo. Esso rientra tra le forme possibili di pluralismo, che contemplano non a caso anche la laicità.


È di fronte al pluralismo che non basta la neutralità ma serve l’imparzialità, soprattutto in campo etico e giuridico, dove il potere dello stato va esercitato a prescindere dalla tipologia dei destinatari che vengono interessati dai suoi interventi legislativi o sanzionatori. L’imparzialità del diritto significa il riconoscimento della libertà declinata nelle sue forme di libertà religiosa (il cui esercizio comprende anche la libertà di pensiero, associazione e riunione). In questa prospettiva fra l’altro non può più valere il vecchio principio del cuius regio eius et religio, perché nessuno è obbligato a seguire la religione del proprio sovrano o del proprio stato o del proprio governo. Da qui nascevano l’idea e la pratica della tolleranza nei riguardi delle religioni minoritarie, come recitava lo statuto albertino del 4 marzo 1848, nel secondo comma dell’articolo 1. Ma in seguito si è passati da una tolleranza riduttiva alla più vasta idea di libertà di credenza e pratica religiosa, senza condizionamenti da parte dello stato e con la possibilità di manifestare pubblicamente la propria appartenenza religiosa. Il parlare di tolleranza religiosa all’interno del principio di laicità è dunque un ritornare indietro rispetto a conquiste già ottenute a livello giuridico, sia formale che sostanziale. D’altra parte occorre riconoscere che la neutralità completa non è sempre implementabile ed essa stessa è in ogni caso una scelta e dunque una decisione non imparziale.


Ma un ulteriore ostacolo si frappone: il fondamentalismo, che non media, chiede l’applicazione delle norme in tutti i casi senza distinzioni di sorta, non riconosce autonomia agli interlocutori, ribadisce solo i propri principi di riferimento. Sul piano strettamente giuridico, vale tuttavia il solo principio di giustizia, che non procede per favoritismi, applica la norma, non si autodefinisce né laico né religioso, rispettando così il criterio dell’uguaglianza. Resta però aperta la discussione sulla necessità o meno di conformare l’ordine giuridico positivo alla legge morale oggettiva, all’ordine morale naturale (Dalla Torre 2008: 178).  


Ad ogni buon conto è bene precisare che la laicità non può pretendere di appiattire su di sé la religione né tanto meno la religione è chiamata ad annientare la laicità per non avere contraddittori nella sfera pubblica. Per giungere ad una conclusione simile, molto c’è da fare a livello di cultura religiosa come pure di cultura politica, nel senso di fornire alle nuove generazioni soprattutto, ma anche a quelle più adulte, criteri di discernimento sufficientemente fondati in termini di conoscenza non orientata ideologicamente. Si sostiene giustamente che una buona formazione culturale in campo religioso non può non approdare ad una difesa strenua della laicità dello stato, non accettando formule surrettizie di accomodamento strumentale o patti del tipo do ut des, con assoggettamenti indebiti della Chiesa allo stato e viceversa. Il principio della laicità inclusiva non può essere considerato il grimaldello per l’ingresso della Chiesa nello stato né al contrario la sfera pubblica può essere lo spazio per il dominio dello stato sulla religione.


Di complemento a tale problematica di carattere generale fa ancora questione il tema dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole dello stato italiano (argomento di incontro-scontro fra laici e non). Su tale terreno ci potrebbe essere un serio tentativo di dialogo realmente ed habermasianamente comunicativo tra mondo laico e mondo religioso, per esempio a partire dall’ipotesi di un programma a largo raggio finalizzato alla comprensione delle principali religioni presenti nel paese, il che diverrebbe un vero e proprio servizio di supporto al dialogo interreligioso ed interetnico, come già avviene in Europa:



Nazione


Insegnamento


Austria


Cattolico o Islamico o Altro


Belgio


Cattolico o Ebraico o Islamico o Etico Areligioso


Bulgaria


Ortodosso o Islamico


Croazia


Cattolico


Repubblica Ceca


Cattolico


Danimarca


Protestante Luterano; Storia Religiosa nelle scuole secondarie


Finlandia


Protestante Luterano o Etico


Francia


Un giorno libero nella scuola primaria per seguire l’educazione religiosa in una Chiesa a scelta; Cattolico in Alsazia e Mosella


Germania


Cattolico o Protestante o Islamico o Altro


Grecia


Ortodosso


Olanda


Protestante o Cattolico o Altro o Liberale


Polonia


Cattolico o Altro


Portogallo


Cattolico o Altro


Regno Unito


Interconfessionale (Religione Multifede)


Romania


Ortodosso o Altro


Russia


Ortodosso Culturale o Altro


Serbia, Montenegro, Kosovo


Ortodosso o Altro


Slovacchia


Cattolico


Spagna


Cattolico o Altro o Storia Religiosa; o Islamico al di fuori dell’orario scolastico


Svezia


Nessun insegnamento  confessionale


Nel contempo potrebbe pure porsi l’obiettivo del ripristino degli insegnamenti teologici nelle università statali in un’ottica non confessionale ma di rigorosa ricerca scientifica a tutto campo, con la possibilità di incrementare prolifiche aperture interdisciplinari quali quelle che hanno dato luogo all’esemplare colloquiare di Jürgen Habermas e Joseph Ratzinger (Ratzinger, Habermas 2005). Potrebbe essere questa una strada per far cadere pregiudizi e resistenze ma specialmente per far salire il livello qualitativo dell’approccio scientifico ai temi della laicità e della religiosità, della bioetica e del biodiritto. In tal senso è da allargare la preoccupazione manifestata da molti (ivi compreso papa Benedetto XVI) sul futuro dell’educazione in Italia.


Un’altra preoccupazione, riaffacciatasi di recente (De Rita 2008), rimanda alla confusione fra sacro e santo: il primo è dato dal nesso con il mistero divino ed il secondo dalla presenza della fede nel sociale, ossia dal ruolo sempre più attivo della Chiesa italiana sul territorio del paese, in campo sociale, in sostituzione dello stato ed in ruoli pubblici. In particolare è dalla capacità manageriale del cattolicesimo (nel muoversi agevolmente fra sacro e santo) che deriva lo spazio sempre maggiore della religione cattolica nell’arena pubblica, suscitando perciò riprese di istanze laiche individuali e statali.


Vale la pena di ricordare che già molti anni fa non la intendeva allo stesso modo Italo Mancini (1983), teologo e filosofo della religione nell’università di Urbino, il quale presago stigmatizzava la cultura della presenza del sacro (che indicava con l’iniziale maiuscola) e vedeva nel santo la vera salvezza contrapposta a quella falsa e violenta del sacro. Per lui il santo era la fede pura, separata, non assoggettabile agli interessi terreni e dunque non asservibile al sacro come suo management in termini di potere terreno da esercitare nella società. Il santo, il divino, non andrebbe confuso con l’umano di un certo tipo di sacro che vuol gareggiare con la forza laica del mondo profano. Non a caso, soggiunge Mancini, la cultura neo-ebraica ha distinto fra santo, innominabile, e sacro, immediato e manipolante. Orbene la nuova destra tende a confinare il santo entro ambiti minoritari e marginali, molto identitari, ed a valorizzare invece il sacro, vitale, attivo, operativo nella concretezza del quotidiano e del politico.


Discutere qui la fondatezza dell’una o dell’altra distinzione richiederebbe troppo spazio e molta letteratura di riferimento. Conviene appena constatare e sottolineare qualche aspetto. Innanzitutto che si chiami sacro o santo l’agire della Chiesa nella società non è senza conseguenze e senza problemi. Inoltre il ricorso alle due qualificazioni, almeno in relazione al ruolo pubblico della religione, crea altre separatezze che le definizioni non risolvono, visto che risultano intercambiabili, a seconda delle prospettive ideologiche ed intellettuali di chi le usa. Infine non va sottovalutato che criticare una superficiale confusione di termini e poi crearne un’altra non è il miglior servizio che si possa rendere alla comprensione della realtà. Per questo, metodologicamente, sembra più corretto far ricorso a due lemmi tendenzialmente meno ambigui, almeno in linea di massima: Chiesa (intesa come organizzazione storica con la sua gerarchia, le sue strutture, associazioni, movimenti e soggetti individuali credenti, praticanti, appartenenti) e religione (intesa come insieme di attività che si rifanno ad una matrice ispiratrice di tipo spirituale, metafisico; ma anche la religiosità ha caratteristiche simili).


Per ritornare a Böckenförde (2007), la religione non presiede più allo spirito dello stato (e dunque quest’ultimo non sarà più né cristiano, né islamico, né altro in chiave religiosa) ma sceglie di operare nella società, diviene religione civile, influenza l’ordinamento sociale attraverso gli individui e gli orientamenti che fornisce loro. Per questo c’è da aspettarsi, sempre secondo Böckenförde, che essa ambisca a svolgere un ruolo politico secondo una prospettiva che ad essa è propria, appunto quella religiosa. Soffermandosi sulla laicità dello stato, Böckenförde sembra disdegnare la laïcité di derivazione francese e prediligere il concetto di neutralità aperta a tutte le religioni (come in Germania), ma forse l’idea di imparzialità funzionerebbe meglio al riguardo ed aprirebbe una strada abbastanza larga per la presenza della religione ovvero delle religioni nella sfera pubblica, senza ghettizzazioni nel privato od al massimo nel cosiddetto privato-sociale in funzioni di supplenza dello stato stesso. Questo scenario consentirebbe una piena realizzazione delle Weltanschauungen religiose ebraica, cristiana ed islamica, che non vedrebbero pertanto alcuna soluzione di continuità fra credenza ed azione, fra vita spirituale e presenza nel mondo. Ancora una volta si tratta di trovare un equilibrio fra laicità dello stato ed esigenze religiose di una parte non insignificante di cittadini. In tal modo si prende atto della possibilità di recupero, come argomenta Böckenförde, dei principali valori dell’Illuminismo: diritti umani e libertà (anche religiosa).


Certamente c’è un interconnessione fra il tópos della laicità e quello del pluralismo. L’una e l’altro si ritrovano ad interloquire con la resilienza della religione che dopo la ventata pluridecennale della secolarizzazione conserva una sua solidità di base. Le ragioni del pluralismo possono essere pragmatiche, di convenienza: a fronte della persistenza delle religioni l’unica modalità di governo sembra essere quella di una permissività diffusa. Questa scelta comunque non si fa carico delle difficoltà create a quanti si aspettano di poter usufruire di maggiori spazi di autonomia e di uguaglianza ed al contrario devono lasciare posto ad altri ed in qualche modo tollerarli: l’inclusività diviene di fatto una sorta di esclusione per quanti già sono all’interno di un sistema dato. Un pluralismo più riflessivo fa appello ai valori della giustizia, della libertà, della legittimità e del dovere socio-politico per far accettare posizioni diverse dalla propria pre-esistente. Il rischio è di forzare alla libertà anche chi non è d’accordo ed ha il diritto di non esserlo. O di chiedere, pure a chi non intende ricorrervi, la cosiddetta uguaglianza di rispetto, concetto tuttora presente, come filótimo,nella cultura greca di villaggio (Cipriani, Cotesta, Kokosalakis, van Boeschoten 2002).      


Gian Enrico Rusconi (2000) da lungo tempo è un intellettuale di riferimento sulla querelle della laicità, reso tale da una capacità di tenuta e di rigore che fa segnare ormai più di un quarantennio nel campo della polemica pubblica su religione e politica. Si tratta dunque di un protagonista e di un interlocutore di prim’ordine, attento, documentato e rispettoso. A suo dire la novità del tempo presente è nell’offerta di un’etica pubblica da parte delle Chiese. Ciò produce di per sé elementi di conflitto con l’approccio laico che tende ad impedire un apporto religioso alla medesima etica, insomma come se Dio non ci fosse (il noto etsi deus non daretur). Le Chiese invero non obiettano alla laicità dello stato ma si rifanno ad una cosiddetta sana laicità costruita sulla base dei loro parametri di riferimento. Da qui sorge la reazione da parte laica, che non gradisce forme di diktat provenienti da istituzioni che non siano lo stato.


L’equivoco maggiore è probabilmente nella qualificazione di dittatura del relativismo che alcuni esponenti della cosiddetta religione-di-chiesa (vecchio termine assai caro a Rusconi) vedono nelle affermazioni di parte laica, che al contrario preferisce parlare di una regolazione consensuale dei principi etici e della loro applicazione. Da un lato vi sarebbe l’autorità dei criteri di fede, dall’altro quella dei cittadini nel loro insieme, ivi compresi i credenti a vario titolo (anche diversamente, come piace dire a Rusconi).


Si sostiene che l’etica pubblica laica possa anche differire, in misura sopportabile, da quella privata. Dal canto suo l’etica pubblica religiosa appare più compatta, ma anche per essa vi sono possibili divari in ambito privato. Il discrimine maggiore poi proviene dalla diversa procedura messa in atto nelle due prospettive: in quella laica si registra la propensione a decidere caso per caso, mentre in quella religiosa varrebbe un corpus generale di principi validi per ogni questione.


Intanto il laico non accoglie l’intrusione del divino nelle scelte operative che derivano da diritti definiti attraverso procedure razionali e consensuali. E chiede perciò al soggetto religioso di adeguarsi alle regole dello stato laico. In altre parole la convergenza tra fede e ragione non trova sostegno al di fuori della religione-di-chiesa. Ma la posizione laica non legittima affatto, aggiunge Rusconi, l’assenza di qualsiasi regola morale ed anzi ne prevede altre basate su un ethos consensuale, anche se non attingibile agevolmente.


Rusconi, mentre contesta a Böckenförde (2007) la tesi di una religione cristiana in grado di assicurare le premesse normative che mancano allo stato secolare, osserva che le radici storiche cristiane possono essersi trasformate con il tempo in ragioni laiche e concorda infine con le richieste habermasiane per una rinuncia delle religioni al possesso esclusivo della verità, per un dialogo reale fra loro stesse, per un apprezzamento della scienza e per un’accettazione della supremazia laica nel campo del diritto.          


Conclusione


Il rapporto fra stato e religione/i investe varie realtà politico-territoriali e trova esiti che dipendono in larga misura dalle contingenze storiche, dagli andamenti elettorali, dai regimi governativi. L’Indonesia, ad esempio, è un paese contraddistinto dalla duplice presenza islamica (poco più dell’87%) e cristiana (poco meno del 10%), insieme con due minoranze religiose significative (induista attorno al 2% e buddista sull’1%). In un tale contesto, come in tante altre parti del mondo (dall’Irlanda a Cipro, da Israele all’India, dal Sudan alla Cina), c’è il problema della convivenza fra culture e tradizioni religiose diverse che insistono sul medesimo territorio.


La storia universale, del resto, è attraversata da guerre di religione, conflitti interreligiosi, contrasti politico-religiosi. Nel caso dell’Indonesia la soluzione sembra sia stata trovata grazie al ricorso ad un’ideologia nazionale, detta Pancasila (Intan 2006), al cui interno la religione svolge un ruolo rilevante, basato essenzialmente sul dialogo interreligioso fra mussulmani e cristiani. Né il carattere islamico né quello secolare dello stato indonesiano costituirebbero altrimenti una via d’uscita. Pertanto «la Pancasila è la sola alternativa possibile se l’Indonesia intende conservare la sua unità e la sua diversità. Avendo a che fare con due ideologie in conflitto, la soluzione offerta dalla Pancasila è che l’Indonesia non vuole essere né uno stato secolare, in cui la religione è del tutto separata dallo stato, né uno stato religioso fondato su una sola fede particolare. In breve, sia la Pancasila che la ‘secolarizzazione come differenziazione’ […] consentono di evitare la scelta fra uno stato secolare ed uno stato largamente religioso» (Intan 2006: 18). Detto altrimenti, secondo i principi della Pancasila lo stato resta religioso ma non teocratico.


L’idea della varietà nell’unità era nata ad opera di Sukarno (divenuto poi primo presidente dell’Indonesia), che aveva tenuto conto delle stesse diversità rilevabili nell’islam indonesiano e che il primo giugno del 1945 aveva esposto in un discorso i cinque principi della Pancasila, parola sanscrita e pali che indica i cinque (panca) fondamenti (sila). Originariamente i principi erano: nazionalismo, internazionalismo o umanitarismo, deliberazione o democrazia; giustizia sociale o benessere sociale; ed infine ketuhanan ovvero Lordship. Come si vede, si tratta di un mix fra contenuti islamici e contenuti secolari, invero più a vantaggio di questi ultimi. Quando però i principi vennero dapprima riformulati e ridotti infine ad uno, non fu fatto cadere proprio il rinvio alla dimensione religiosa riguardante il Signore, che anzi venne recuperata sotto la dizione della sua unicità. Insomma l’unità della nazione veniva garantita dalla base comune del riferimento al Signore, condiviso e da condividere fra i cittadini. Così rimaneva il contenuto religioso ma la nazione non si divideva anzi si rafforzava nell’unità relativa al medesimo Signore. Appunto l’unicità del Signore soddisfaceva gli islamici come pure i cristiani perché entrambi vi vedevano una forte coerenza con la loro fede. Ma intanto pure i fautori dello stato secolare restavano gratificati dal compromesso raggiunto attraverso l’esistenza di un fattore unificante a vantaggio dell’intera nazione indonesiana. In seguito, tuttavia, la situazione non è rimasta tranquilla e si sono registrati vari momenti di tensione fra le diverse parti della nazione indonesiana. Il principio dell’unica Lordship ha però contribuito di fatto ad una certa tenuta dell’unità nazionale. 


La situazione si è complicata ancor di più, dopo l’esperienza della cosiddetta Guided Democracy di Sukarno, in particolare con l’avvento al potere da parte del generale Suharto, la cui gestione ha avuto dei contraccolpi a livello di religioni, dell’islam in primo luogo. Le diatribe tuttora in atto in merito ai contenuti enunciati nella Pancasila sono numerose e sovente accompagnate da argomentazioni alquanto peculiari. Come dato conclusivo appare comunque ribadito il peso decisivo della religione ovvero delle religioni indonesiane, come mostra l’incremento della presenza dell’islam nello stato, in particolare con il governo del New Order di Suharto. Per di più l’azione religiosa sembra essere anche fattore di promozione della democrazia e della liberazione. Né può essere trascurato il ruolo degli intellettuali (islamici e cristiani insieme) nell’accettazione della Pancasila. Infatti «come stile di vita, la Pancasila invita i cittadini indonesiani a fondare una nazione costruttivamente basata su valori umani contraddistinti dalle idee di inclusività e di non discriminazione» (Intan 2006: 222).


Non è il caso di enfatizzare il caso dell’Indonesia, che resta giusto un esempio di soluzione non definitiva, realizzabile e realizzata. Ma esso dimostra che quando la laicità viene assunta come un valore da difendere da parte delle medesime religioni e quando le religioni sono prese sul serio dal mondo laico si può dire che una comunicazione virtuosa è stata attivata e che ulteriori traguardi sono raggiungibili. Forse, in ipotesi, solo la dignità umana non può essere oggetto di compromesso perché la si potrebbe ritenere in generale un valore non negoziabile e non soggetto all’obbligo della reciprocità: essa andrebbe rispettata ad ogni costo, anche se altri non vi ottemperassero. Per coerenza con quanto sostenuto sinora è evidente che quest’ultimo punto non vuole essere un’eccezione ma va esaminato e ricalibrato secondo l’esito del dibattito da condurre in merito. Può essere forse questa l’ipotesi rifondatrice di una laicità e di una religione che fanno a gara per deideologizzarsi e dialogare, pur senza rinunziare del tutto ai propri principi fondativi. La verità assoluta non è tutta da una parte, ma può essere disvelata con la partecipazione di entrambe le parti, che non possono non riconoscere agli altri quello che chiedono per sé. Rispetto e comprensione nascono tuttavia da un impegnativo tentativo di conoscenza reciproca, teso a delibare coscientemente gli aspetti che sollevano interrogativi etici, aprono orizzonti nuovi all’agire umano  e nulla escludono dal campo del possibile, fatti salvi alcuni valori stabiliti di comune accordo.


Riferimenti bibliografici


ACQUAVIVA, S. S. 1971, L’eclissi del sacro nella civiltà industriale, Comunità, Milano


ACQUAVIVA, S. S., STELLA, R. 1989, Fine di un’ideologia: la secolarizzazione, Borla, Roma


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ORTODOSSIA ED ETERODOSSIA DEI PELLEGRINI GIUBILARI

Roberto Cipriani

Premessa

                Se si deve affrontare il tema della ortodossia e della eterodossia non si può prescindere da un dato di fatto inequivocabile: gli individui hanno a che fare con le loro molteplici differenziazioni personali. Un medesimo soggetto, nato, vissuto ed educato in un dato contesto ne viene condizionato, vi reagisce, vi si contrappone, dunque ha un rapporto contraddittorio con la sua stessa appartenenza: talora l’accetta, talora la rigetta.

                Orbene si può legittimamente sostenere che ciascun attore sociale è abitato da profonde differenze di pensiero e di azione, di volta in volta espresse o represse, rese esplicite od implicite. In ogni caso atteggiamenti e comportamenti individuali raramente mantengono una coerenza, una linearità monorsa, cioè orientata verso un’unica, immutabile direzione. Deviazioni (ovvero devianze) sono sempre possibili e di fatto praticate. Anzi sono proprio esse che consentono alla persona di riconoscere meglio il proprio approccio peculiare, che si presenta difforme e multiforme al medesimo tempo.

                Le diversità del pensiero individuale non possono non avere riverberi sull’agire sociale del singolo, il quale si trova poi a confrontarsi con l’infinita serie di altri modelli di azione implementati dai membri di una società.

Convergenza di fede e divergenza valoriale

                La mutabilità dell’individuo sociale ha effetti diretti sulle sue relazioni ed azioni in società, soggette all’imprevedibile intreccio di contingenze, condizioni, umori, contesti. Quindi più che di un confronto fra individui si può parlare di un incontro/scontro fra prospettive diversificate inerenti gli stessi soggetti in rapporto tra loro.

                Detto altrimenti è sovente il peso della propria appartenenza che segna il discrimine fra gli attori sociali e che li rende diversi e cangianti.

                Ma c’è anche da considerare che la gestione della matrice di origine può variare sensibilmente dall’uno all’altro protagonista. In effetti non solo si è parte di un quadro socio-culturale (politico, economico e religioso) ma anche la capacità di interagire con esso deriva da ciò che la prospettiva originaria (a livello familiare, scolastico, amicale) ha favorito, fatto sviluppare, premiando e sanzionando, fornendo esempi concreti di vissuto anche senza far ricorso necessariamente a discorsi magniloquenti, a retoriche della costrizione-convinzione.

                Ecco perché anche una appartenenza socio-religiosa presenta ed offre – in modo paradossale – sia gli strumenti di asservimento che quelli di liberazione rispetto ad essa, che tuttavia permane (anche nelle situazioni di massimo conflitto) un elemento fondante di riferimento non fosse per altro che per esprimere un disaccordo nei suoi confronti, poco di frequente nei riguardi di altre appartenenze particolari, a meno che non sussistano ragioni cogenti, legate a momenti peculiari.

                Ben è nota la metafora dello sguardo da vicino e da lontano: se si resta troppo vicini ad un quadro, quasi a contatto, se ne ha una visione assai limitata, mentre a mano a mano che ci si allontana da esso si è in grado di contemplarlo nella sua interezza, di “dominarlo” compiutamente e di cogliere l’insieme dei significati, dei messaggi di cui esso è costellato.

Occorre quindi distinguere fra relativismo valoriale e propensione ad un assolutismo dei valori, come pure fra libertà da pregiudizi ed un buonismo parolaio e retorico, senza nascondersi la difficoltà di conciliare l’appartenenza ad una prospettiva specifica con l’apertura ad altre e di gestire una propria identità insieme con l’avvicinamento a prospettive ideologiche diversificate.

                Tutto questo è come dire che un coinvolgimento passionale troppo spinto e poco attento alla realtà (quale può essere rappresentato da un certo aperturismo ad ogni costo) è come uno sguardo miope, che ha difficoltà di andare oltre l’apparenza della vicinanza.

Va quindi ribadito che in effetti la differenza esiste, si accompagna ad ogni forma di pensiero, anzi la sostanzia, ne è parte vitale, dinamica, fertile.

                L’affannarsi di molti sociologi contemporanei nell’uso indiscriminato del concetto di globalizzazione non può trarre in inganno chi invece è più attento alla datità della ricerca sul campo. Infatti i processi contemporanei di modernizzazione e di innovazione non sembrano in grado di annullare del tutto le diversità che sono fonte e matrice di opzioni tanto numerose quanto poco programmabili dall’esterno.

                Vi è chi sostiene che “le società moderne non si caratterizzano per il fatto di essere più differenziate delle società tradizionali, ma perché lo sono in una maniera diversa” (Raymond Boudon, François Bourricaud, Dizionario critico di sociologia, Roma, Armando, 1991, p. 311). Ma si può obiettare che nelle società contemporanee le occasioni e le possibilità di differenziazione sono aumentate, per una più larga disponibilità di opzioni che vengono offerte sul “mercato” delle idee e sul piano delle modalità di socializzazione sia primaria che secondaria. Anzi, per certi versi, in passato si registrava pure una maggiore omogeneità almeno all’interno delle singole appartenenze. La situazione attuale consente non solo la diversificazione già sperimentata in precedenza ma dà luogo ad altri percorsi inusitati di ibridazione. Insomma se anche le appartenenze precedenti sono rimaste identiche (come numero e caratteristiche prevalenti) quelle odierne mostrano soluzioni nuove, con un mix di elementi che, lungi dal risolvere i problemi della differenziazione con soluzione preordinate, presentano problemi ancor più complessi.

Non è discutendo in astratto che si supera l’impasse in cui si trovano le problematiche relative alle differenze attitudinali e comportamentali. È invece necessaria una vasta e prolungata fase di ricerca sul campo, per conoscere approfonditamente gli insiemi ed i dettagli delle appartenenze e delle rispettive dinamiche in ciascun contesto particolare. La soggettività umana è altamente imprevedibile; lo è ancora di più quando essa si ritrova in gruppi, folle, masse, culture altamente differenziate e complesse. La situazione va dunque esaminata ed attentamente considerata caso per caso ed in modo graduale.

Il cosiddetto politeismo dei valori, fosse anche il programma di un governo assolutistico, è destinato a produrre risultati grami, senza una programmazione oculata ed a lunga gittata, ma soprattutto realmente condivisa e partecipata a livello di base, cioè degli stessi individui e gruppi interessati.

D’altra parte il monoteismo dei valori non è progetto che abbia già trovato completa e perfetta implementazione, nemmeno a livello iniziale, in alcuna confessione religiosa. La realtà sociologica della nostra epoca è talmente innervata e costruita sugli scambi intervaloriali che la presunta autarchia monovaloriale non rientra nelle ipotesi degne di attenzione scientifica.

Una appartenenza socio-religiosa non può essere tenuta a freno. Essa ha una sua dinamica pervasiva che riesce ad esulare anche dalla volontà consapevole dei singoli. Neppure uno stato totalitario giunge a spegnere del tutto credenze e linguaggi, valori e modelli comportamentali. La storia del secolo appena trascorso ne fornisce prove lampanti.

Prima ancora di pensare a risolvere i conflitti sociali e religiosi con qualche marchingegno legislativo è bene riproporre la questione del ruolo sociale del conflitto valoriale. Questo non va demonizzato. Anzi è da considerare un segnale fondamentale dell’esistenza di problemi irrisolti. E dunque va preso come un elemento persino positivo nella misura in cui aiuta a formulare diagnosi sui trends in atto e sui bisogni di un individuo o di un gruppo di individui messo alla prova da eventi nuovi e straordinari quali quelli di una manifestazione di massa, con ravvicinamenti ma anche distanziamenti fra le diverse modalità di appartenenza.

Se sintesi attitudinali e comportamentali vi sono queste nascono dagli stessi protagonisti.

La storia, quella recentissima e quella del passato, dimostra appieno che il contrasto fra gli orientamenti dei singoli è enfatizzato ed esasperato segnatamente laddove gli attori sociali non hanno il controllo pieno delle loro azioni o non hanno avuto la possibilità di gestirle. È allora che i conflitti valoriali si trasformano in conflitti più accentuati, talvolta anche all’interno di una medesima appartenenza confessionale.

Ortodossia ed ortoprassi, eterodossia ed eteroprassi

                Ogni religione tende, nel suo organizzarsi storico, ad autogarantirsi da fughe e diaspore dei suoi fedeli, cercando di mantenerli quanto più possibile uniti all’interno di un unico riferimento di fede, di un medesimo quadro etico-comportamentale, secondo canoni predefiniti e sulla base di controlli di varia natura.

                Sin dalle sue origini la chiesa cristiana prima e cattolica poi ha convissuto con i problemi dovuti alla dialettica fra ortodossia ed eterodossia, fra pensiero corrivo e pensiero dissenziente.

                Per la sua stessa natura la chiesa è considerata impeccabile, infallibile, santa. Al di fuori di essa nulla salus, non è immaginabile che ci possa essere salvezza. Dunque solo restandole fedele il credente sarebbe certo di non dannarsi per l’eternità.

                “Come nel cenacolo, il giorno della Pentecoste, c’era una sola comunità riunita intorno agli Apostoli e al loro capo-guida, così attraverso i secoli, i discepoli di Cristo, per vivere della sua vita, devono per una formale volontà restare sempre uniti in un corpo unico, nel senso sociologico e giuridico del termine, sotto la guida dei successori degli Apostoli, riuniti a loro volta intorno all’organo centrale e moderatore della società ecclesiastica, il successore di san Pietro” (R. Aubert, “Introduzione generale”, in J. Daniélou, H. Marrou, Dalle origini a S. Gregorio Magno. 1. Nuova storia della chiesa, Marietti, Torino, 1970, pp. 15-16).

                La concezione dell’Una sancta, dell’unica chiesa, cioè quella cattolica romana, che in fondo appare come una vera e propria chiesa-società, ha tarpato le ali ad ipotesi di differenziazione interna ed ha impedito – ove possibile – defezioni cospicue e vistose.

                Nei riguardi di Gesù stesso, il Messia, i sadducei ed i gran sacerdoti manifestavano la loro avversione, perché non condividevano i contenuti del suo annuncio evangelico e quindi lo perseguitavano.

                I primi tempi dell’esperienza cristiana di chiesa non furono esenti da ventate eterodosse, fra le quali si può citare il movimento degli ebioniti, che riconoscevano la funzione messianica del Cristo ma negavano che fosse il Figlio di Dio. Altri eterodossi furono gli elchesaiti, che non usavano fare sacrifici; i nicolaiti, che sostenevano la necessità di una libertà assoluta; i simoniani, così chiamati perché adoravano Simone ritenuto il Dio primo; i menandriani, che praticavano la magia; i barbelognostici, i sethiti, i carpocraziani ed altri ancora.

Segnatamente la gnosi cristiana ebbe nei primi due secoli dopo Cristo una significativa proliferazione di sette, la cui eterodossia consisteva soprattutto in caratteri mitologici, astrologici, eonici (con semidivinità interposte fra Dio e la realtà).

                Alle origini del cristianesimo, dunque, le dispute fra ortodossi ed eterodossi furono piuttosto vivaci e diedero luogo a separazioni continue. All’interno stesso dell’ortodossia non vi era un’unità sostanziale. I marcioniti consentivano alle donne di battezzare, imporre le mani, fare esorcismi. I valentiniani erano fautori dell’ultimo eone Sophia che ricercava il Padre. I montanisti erano intrisi di spirito profetico e visionario. Gli encratisti non erano d’accordo sul matrimonio. I monarchiani consideravano il Figlio e lo Spirito solo come potenze espresse da un’unica persona divina.

                Tutte queste correnti eterodosse agivano in Roma stessa, dove erano presenti i loro leaders principali. Tale convergenza non era casuale. Si voleva incidere e fare proseliti nella sede stessa del vescovo successore di Pietro: sotto gli Antonini la capitale dell’impero era diventata un centro multietnico ed anche multireligioso.

In quel periodo ci furono varie dispute fra scuole teologiche e tra queste e la chiesa. Ireneo (circa 140-circa 200) scriveva l’Adversus haereses per contrastare le posizioni eterodosse gnostiche e rivendicare ai vescovi l’autorità dottrinale, grazie alla tradizione apostolica ed all’ortodossia del loro insegnamento, volto a garantire anche l’unità della chiesa.

                Le controversie proseguirono nei secoli successivi e solo i concili cercarono di porvi termine. Anche le persecuzioni del IV secolo produssero scismi, soprattutto attraverso il donatismo africano che si diffuse con caratteri pauperistico-rivoluzionari ed ebbe seguaci votati al martirio.

                Il sorgere dell’arianesimo trovò risposta nel concilio di Nicea nel 225, ma gli stessi Padri conciliari erano assai divisi tra loro: ariani, collucianisti, origenisti, antiariani ed altri ancora. La maggioranza riuscì tuttavia a condannare la dottrina di Ario, che però suscitò nuove prese di posizione e conflitti antiniceni, fino ai tempi di Giuliano l’Apostata (361-363), la cui amnistia ridiede fiato alle controversie, agli scismi, al caos teologico sul piano trinitario e cristologico.   

                Una certa ricomposizione si ebbe con il concilio di Costantinopoli nel 381, a seguito anche dall’intervento determinante dell’imperatore d’Oriente Teodosio a favore dell’ortodossia.

                Con un’enfasi particolare sull’ascetismo, sulla spiritualità interiorizzata e sulla vita eremitica e cenobitica, il successivo sviluppo del monachesimo, a partire dall’Egitto, rappresentò un’altra tappa nella dinamica fra ortodiretti ed eterodiretti, sia in campo dottrinale che comportamentale.

                Di poco posteriore è l’inizio della pratica dei pellegrinaggi, specialmente in Palestina (ma già al 333 risaliva un itinerario da Bordeaux a Gerusalemme, per non dire del celebre diario di Egeria pellegrina a Gerusalemme intorno al 400).

                Nuove opposizioni sorsero dopo il concilio di Calcedonia (451). Si ebbe un primo scisma tra Roma e Costantinopoli, dal 484 al 519, poi rinnovatosi assai più tardi (nel 1054). Monofisismo e triteismo furono i nomi delle nuove dispute teologiche. Anche il nestorianesimo riprese vigore. Ma fu soprattutto il pelagianesimo con il suo moralismo a prendere piede, sollecitando criteri di massimo rigore, di tipo puritano.

                Il concilio del Laterano nel 649 condannò il monotelismo. Il concilio di Nicea del 787 dichiarò eretica l’iconoclastia, ma seguirono numerose controversie: si crearono due orientamenti, uno più conciliante verso gli ex iconoclasti e l’altro più inflessibile.

                Più complessa fu la diatriba con Fozio (827 circa-898 circa), dapprima riconosciuto come legittimo patriarca di Costantinopoli poi sconfessato da Roma, che gli contrappose l’intransigente Ignazio, già nominato dalla spodestata imperatrice Teodora. Solo alla morte di Ignazio tornarono la pacificazione e la comunione con il papa. Ma intanto a lungo il riconoscimento del primato romano era stato messo in discussione e soprattutto si era contestata l’aggiunta del termine Filioque al simbolo (credo) niceno. Quest’ultimo punto sarà ripreso anche nello scisma del 1054.

                Un altro momento segnato dall’eterodossia coincise con l’avvento del movimento lombardo dei patarini, avversi al clero simoniaco, e con quello – ben più vasto – dei catari, sostenitori del dualismo bene-male, spirito-materia. Nel frattempo sorgevano anche i protoprotestanti valdesi. Alcuni studiosi invero distinguono fra un Pietro Valdo sostanzialmente ortodosso ed alcuni suoi seguaci piuttosto eterodossi (M. D. Knowles, Il medio evo. 2. Nuova storia della Chiesa, Marietti, Torino, 1971, pag. 403).

                Seguì la complicata e drammatica vicenda degli albigesi, massacrati a Béziers il 21 luglio 1209. Allo stesso periodo è da far risalire l’avvio dell’inquisizione, voluta dal papa Lucio III, consenziente Federico I. Ma fu Gregorio IX a rendere canonicamente legittima la procedura inquisitoria.

                Agli inizi del 1400 il praghese Giovanni Hus sostenne nel suo De ecclesia che solo i predestinati erano membri della chiesa, fornendo una lettura purificata del vangelo ed affidando alle Scritture ogni giudizio dottrinale. Hus finì sul rogo, ma i suoi discepoli non si diedero facilmente per vinti.      

                Si giunse così alla maggiore fenomenologia eterodossa di tutto il cattolicesimo: la Riforma protestante, che prese spunto dalla questione delle indulgenze, concesse dal papa Giulio II nel 1507 e da Leone X nel 1514 per raccogliere offerte destinate alla realizzazione della basilica di san Pietro a Roma.

                Nel XVII secolo il giansenismo – da alcuni giudicato eterodosso perché vicino al calvinismo ma da altri ritenuto del tutto ortodosso ed all’interno della chiesa cattolica – suscitò lunghe discussioni in merito alla predestinazione, alla contrapposizione fra grazia e peccato, alla corruzione dovuta al peccato originale.

                Proprio un giansenista, Pietro Tamburini, per contrastare posizioni che avevano invocato un ritorno ai tempi dell’inquisizione ed alle punizioni esemplari dei non ortodossi, pubblicò nel 1783 – a nome del suo discepolo Taddeo di Trauttmansdorf – l’opera De tolerantia ecclesiastica et civili, in cui ribadì l’intrinseca necessità per il cristianesimo di un atteggiamento più rispettoso verso gli erranti, pur nella condanna dell’errore.

                Sarà questa una posizione “illuminata” fatta propria autorevolmente anche da un papa, Giovanni XXIII, in riferimento agli ebrei ma con una valenza universale, valutando che violenza fisica e modalità inquisitorie non sono consone allo spirito evangelico. 

                D’altro canto la propensione al rispetto dell’ortodossia, in chiave di centralismo romano, tornò a fiorire con l’ultramontanismo, che nelle sue forme più accentuate non disdegnò di accusare ingiustamente anche sacerdoti e vescovi considerati poco ortodossi e non sempre ubbidienti ai dettami papali.

Il Concilio Vaticano I (aperto l’8 dicembre 1869) fu convocato anche per riaffermare pubblicamente la centralizzazione della chiesa e riconoscere solennemente l’infallibilità pontificia.

                Ma un nuovo colpo alla chiesa romana venne dal modernismo, inteso come processo di rinnovamento pur senza abbandonare l’appartenenza ecclesiale ma criticando l’assetto istituzionale del cattolicesimo. Furono modernisti, e perciò accusati, anche taluni uomini di chiesa, scontenti del conservatorismo dominante e desiderosi di maggiore libertà ed autonomia. La repressione non tardò e colpì molti spiriti critici.

                Il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) ha ridimensionato molte querelles del passato ed ha proposto di vedere sotto nuova luce le realtà temporali. Si è così sviluppata una nuova teologia più attenta ai problemi terreni.

                Dopo questo rapido e sommario excursus storico, non possiamo non citare una puntuale riflessione che, provenendo da un ambito non cristiano, acquista un significato ben più ampio, al di là del mondo islamico cui si riferisce il suo autore: “I dogmi costituiscono l’ostacolo più formidabile all’instaurazione di un sistema inteso ad offrire un modello per il presente e il futuro della vita degli uomini, un sistema fondato su una logica più forte delle scuole teologiche e delle ideologie in lotta reciproca” (Mohammad Khatami, Religione, libertà e democrazia, Editori Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. 137).

                È appunto ai dogmi che si aggancia l’ortodossia, in particolare il giudizio di valore sul corretto modo di pensare e – come ortoprassi – di agire che ne deriva. Orbene, come si è visto, tutta la storia della chiesa ha sperimentato la presenza di una continua istanza critica, più o meno polemica, più o meno vivace, talora pacata ma talvolta anche drammatica. In discussione è stata e resta la modalità di adeguamento all’insegnamento ufficiale, ai principi di base propugnati dal magistero ecclesiale.

                Il fatto è che la scelta decisiva avviene sempre a livello individuale, interiore. Dunque il richiamo all’ortodossia ed al rispetto delle norme non risulta efficace quando il soggetto è fornito di una sua consapevolezza profonda, di un suo orientamento di fondo.

                Gli esempi in proposito spaziano dall’etica sociale a quella sessuale, dalla normativa sacramentale alla prassi liturgica, dalla spiritualità quotidiana a quella festiva, dalla credenza in Dio alla percezione dei novissimi (inferno, purgatorio, morte, giudizio universale).

                In campo religioso la norma è legittimata dall’autorità ecclesiale, che presiede alla valutazione della sua applicazione caso per caso. In tal modo essa esercita un controllo su atteggiamenti e comportamenti dei fedeli ed etichetta come devianti le azioni ed i soggetti non in linea con i suoi dettami.

                C’è tuttavia da constatare che gli individui tendono a seguire le norme secondo le situazioni contingenti. Essi possono infrangerle una volta od anche più volte, seguendo la propensione del momento, le necessità e gli stimoli del caso. Ogni deviazione dalla norma è un atto di eteroprassi.

                Nel caso dei pellegrini giubilari c’è da chiedersi perché essi, pur in larga misura credenti in Dio ed appartenenti alla chiesa, manifestino poi opinioni divergenti – su alcuni aspetti – dal punto di vista espresso dalla dottrina cattolica.

                Secondo la teoria del controllo, le norme, i dogmi, le prescrizioni ci sono perché se non ci fossero assai più numerosi sarebbero i comportamenti di devianza, di eteroprassi. E comunque l’osservanza, l’ortoprassi, si verificherebbe solo nei casi in cui la ricompensa, il guadagno, la gratificazione siano superiori a quanto sarebbe possibile ottenere con la violazione delle regole e dei principi.

                Si tratterebbe dunque di calcolare di volta in volta costi e benefici, perdite e guadagni. L’agire che ne deriva è il risultato di una opzione ben ponderata nei suoi effetti. Si potrebbe parlare legittimamente di una rational choice.

                Un’altra motivazione che spinge all’inosservanza è l’assenza di limitazioni sociali. In un gruppo religioso è difficile verificare la presenza di azioni eterodosse rispetto alla normativa confessionale di riferimento. Se però il singolo si trova ad operare al di fuori della sua cerchia di appartenenza ecclesiale più facilmente è portato a violare le norme, gli orientamenti, i precetti.

                Di solito incidono vari fattori, che comprendono i modelli d’interazione fra individui, il rapporto fra il rischio di sanzione sociale e la soddisfazione personale da conseguire, il livello di impegno in un’attività (specialmente religiosa), le credenze in chiave di norme interiorizzate (di solito si dice, sbrigativamente, “la coscienza”). Ovviamente l’appartenenza di un attore sociale ad un gruppo ecclesiale impedisce in genere il verificarsi di un agire eterodosso. Comunque, va anche detto che i diversi fattori sono spesso legati fra loro e possono costituire tutti insieme un prevalente impedimento alla pratica dell’eterodossia.

                Abbastanza convincente, organica e ben documentata è la trattazione proposta da Enzo Pace nell’Enciclopedia delle Scienze Sociali (Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1996, vol. VI, pp. 437-438) per la voce “Ortodossia ed eterodossia”: “Questi due termini non sono altro che la forma fisiologica del conflitto religioso o simbolico: l’eterodossia è infatti, da questo punto di vista, una forma di contestazione dell’ordine simbolico ortodosso così come si è venuto affermando attraverso la forza di imposizione esercitata da un gruppo di specialisti del sacro, essa è un modo attraverso il quale persone o gruppi vengono a porsi come antagonisti rispetto all’interpretazione ufficiale di una dottrina o di un messaggio religioso trasformato in un sistema ortodosso. La posta in gioco è la contestazione della regolazione ortodossa della ‘fede’ religiosa. Tutte le varie forme di dissidenza religiosa che noi conosciamo dalla storia (messianismi, movimenti apocalittici o nuovi profeti) possono dunque essere ‘rilette’ anche come manifestazione di una ricorrente tensione fra un corpo di verità dottrinarie attestate da un gruppo di specialisti o da un’istituzione sacra, da un lato, e altri gruppi o persone che revocano in dubbio la legittimità dell’interpretazione fornita dai primi, dall’altro”. 

I dati empirici di base

                Non è da pensare che il pellegrino venuto a Roma per l’anno santo del 2000 abbia un suo profilo a tutto tondo che lo rappresenti come il modello ideale di cattolico, del tutto ortodosso ed ossequiente secondo i dettami della religione ufficiale di chiesa.

I risultati dell’indagine empirica ce lo presentano invece in tutte le sue stratificazioni attitudinali e comportamentali, che vanno dalla più stretta osservanza di norme e prassi ad una totale mancanza di interesse per problematiche di natura religiosa tradizionale. Insomma l’essere venuti a Roma per l’occasione giubilare nulla garantisce in termini di pratica confessionale, di credenza nel soprannaturale, di obbedienza al magistero ecclesiastico.

                Ovviamente la natura stessa del campione degli intervistati è tale da far immaginare differenziazioni anche marcate fra l’uno e l’altro degli interpellati. E così è se si tiene conto della provenienza plurima dei soggetti: da diverse regioni se italiani, da varie nazioni se stranieri, con tutto quello che ciò comporta in termini di cultura, tradizioni, riti, linguaggio, costumi, stili di vita, espressioni etiche, abitudini celebrative, modalità di autopresentazione, estrinsecazioni invocative, impetrative, oranti e canore, atteggiamenti verso la chiesa istituzionale.

                Se la maggioranza dei pellegrini ha seguito in televisione – in diretta o meno – l’apertura della porta santa nella notte di Natale del 1999 non è però trascurabile la quota di coloro (15,6%) che poca attenzione hanno mostrata nei riguardi di tale evento mediatico-religioso.

                La percezione stessa del giubileo varia sensibilmente: per un buon numero di intervistati è un’occasione di pentimento e per la maggioranza serve ad una revisione della propria vita, epperò il 38,7% lo considera di fatto un buon affare per albergatori, ristoratori e negozianti.

                Le motivazioni che hanno portato ad intraprendere il viaggio verso la “città eterna” vanno dall’intento di lucrare le indulgenze all’interesse per una città bella come Roma, ma anche al desiderio di rafforzare la propria fede.

                La maggioranza relativa dei visitatori sono giunti nella capitale universale del cattolicesimo insieme con un gruppo organizzato a carattere parrocchiale o diocesano, un po’ meno con il nucleo familiare ma ancor meno con una comitiva turistica.

                Se molti hanno preso parte ad una messa giubilare, poco più della metà di essi si sono confessati, circa un quarto hanno fatto penitenza.

                Quasi lo stesso numero di coloro che dicono di aver partecipato ad una celebrazione eucaristica manifesta l’intenzione di parlare anche ad altri della propria esperienza giubilare, una volta di ritorno a casa. Qualcuno non è del tutto certo di voler poi raccontare il suo viaggio per l’anno santo. Altri ancora – ma sono una minoranza ben ristretta – non sembrano propensi ad un’ulteriore comunicazione relativa all’evento vissuto.

                Sull’opportunità di un intervento della chiesa durante l’anno giubilare a favore degli immigrati in stato di bisogno è più o meno la medesima maggioranza (che sfiora l’80% dell’universo) a ritenere opportuna ed utile una simile azione, ma il 13,8% non lo considera un compito ecclesiale ed il 5,3% appare più sfiduciato (“non c’è nulla da fare”).

                Gli habitués dei pellegrinaggi (due o più partecipazioni negli ultimi tre anni) sono il 23% dei rispondenti, ma più della metà (il 54,3%) non ha preso parte a tali esperienze per cui l’occasione giubilare è di fatto l’unica in chiave di mobilità religiosa nell’ultimo triennio.

                Sul perdono chiesto dal papa per i peccati della chiesa si dicono d’accordo in gran numero, ma non mancano i perplessi ed i contrari.

                Interessante è poi il dato di opinione sulle pressioni esercitate dalla chiesa cattolica per impedire lo svolgimento della manifestazione del Gay pride a Roma. Se è vero che la maggioranza dei pellegrini intervistati è più o meno d’accordo con l’atteggiamento ecclesiale va pure considerato che un quarto di essi mostra la sua contrarietà e quasi il 15% non si esprime  in proposito.

                In merito ai risvolti economico-commerciali della celebrazione giubilare le riserve espresse dall’universo intervistato sono cospicue e di fatto corrispondenti alla consistenza numerica dei fedeli più ortodossi. Solo il 12,4% non mostra difficoltà in proposito, ma l’8,8% non sa esprimersi.

                Molto contrastata è l’opinione relativa all’orientamento sempre più temporale della chiesa. Per il 10,3% il mutamento in atto è evidente, per il 32,9% c’è stato solo in parte. Il 18,1% non si pronuncia, mentre il 38,1% non vede alcun cambiamento di rotta a livello di spiritualità.

                La possibilità di accesso delle donne al sacerdozio è vista favorevolmente, sia pure con sfumature diverse, da quasi la metà dei pellegrini; invece il 36,2% è contrario ed il 16% non manifesta alcuna opinione.

                Piuttosto divaricate sono le concezioni sul significato dell’essere cristiani oggi: per taluni prevale la diffusione del Vangelo, per la maggioranza relativa rimane importante l’amore verso il prossimo, per altri infine tutto è affidato alla scoperta di una dimensione personale.

                Il senso di appartenenza alla chiesa cattolica è forte in quasi il 60%, si riduce abbastanza per poco più del 32%, non esiste affatto per il 6,7%.

                Ovviamente sono moltissimi i pellegrini che credono in Dio, eppure il 6% non è del tutto certo che Dio esista e dieci intervistati non vi credono affatto.

I dubbi e le negazioni aumentano nel caso della credenza nel purgatorio, tanto che quasi la metà dei giubilanti appare critica o molto critica a tal riguardo.

Intanto anche l’ipotesi della reincarnazione trova un certo numero di adepti: i sicuri sono il 13,2%, gli incerti il 22,9%, i restanti (62,3%) negano tale possibilità post mortem. Naturalmente rimane qualche riserva sulla reale comprensione del quesito da parte degli intervistati, che possono aver confuso reincarnazione e resurrezione, anche se quest’ultima aveva una sua precisa configurazione tra le risposte precodificate ed era collocata giusto prima dell’alternativa relativa all’incarnazione. D’altra parte è anche probabile un cospicuo apporto degli stranieri alla credenza nella reincarnazione.

                Più problematica appare l’opzione sui rapporti extraconiugali di un uomo sposato e di una donna maritata – negati come illeciti dal 65,4% -, sul divorzio legato alla contingenza dei casi – ammesso dal 52,6% -, sull’omosessualità – vista sfavorevolmente dal 45,1% ma accettata in toto dal 25,3% e secondo i singoli casi dal 28,9% -. Quest’ultimo dato, insieme con l’atteggiamento in merito al Gay pride, rappresenta certamente il punto di maggiore frizione tra il magistero cattolico ed il punto di vista dei fedeli partecipanti all’anno santo. Pertanto occorre una specifica attenzione a tale evidenza empirica, perché indizio di più ampie diversificazioni, non solo nel campo dell’etica sessuale.

                La pratica della messa festiva è relativamente alta rispetto ai dati usuali di comportamento medio sia della popolazione italiana che di quelle straniere: ben il 60,4% degli intervistati va a messa la domenica ed in buona misura anche nei giorni feriali. Per il resto la pratica festiva è più rarefatta, secondo stratificazioni quantitative, fino a giungere al 3% dei casi con una totale assenza di presenze domenicali in chiesa.

                Maggiori adesioni raccoglie peraltro la pratica della preghiera, assente nel 4% dei casi ma dichiarata come frequente (una o più volte ogni giorno) dal 64% del campione.

                Il pensiero della morte, infine, è ricorrente per un soggetto ogni tre, risulta saltuario per il 58,8%, appare insussistente per il 7,2%.  

Gli ortodossi

                Misurare l’ortodossia dei partecipanti al grande giubileo del 2000 è in pari tempo agevole e difficile. Risulta agevole se guardiamo ai dati abituali delle ricerche sociografiche che rilevano gli atteggiamenti religiosi della popolazione a partire dall’osservanza dei precetti etici sostenuti dalla dottrina cattolica, appare invece difficile se mettiamo in dubbio la reale portata di un’affermazione non necessariamente collegata a conseguenze comportamentali coerenti. Insomma il dichiararsi contrari al ricorso all’aborto non vuol dire che in precedenza ciò sia sempre avvenuto di fatto e/o che in una futura situazione la scelta reale sarebbe senz’altro consonante con quanto affermato. Il sociologo è dunque condizionato dalla prospettiva del “come se”, cioè dall’idea che a principi affermati corrispondano azioni conformi, quindi non in contraddizione con la dichiarazione rilasciata all’intervistatore.

                Tra i risultati dell’indagine sui giubilanti sono numerosi gli aspetti che possono essere assunti come indicatori certi di ortodossia. Occorre tuttavia – per ragioni metodologiche e procedurali – limitarsi a prendere in considerazione precipuamente quegli elementi che sono in netta e diretta contraddizione con le alternative specifiche di eterodossia più esplicitamente rese manifeste attraverso le risposte prescelte nel questionario somministrato.

                Per esempio è sicuramente in chiave ortodossa l’orientamento sfavorevole all’aborto presente in larga misura tra gli intervistati (il 52%, cioè 532 soggetti). Ma non è questo l’ambito più problematico e più discriminante in chiave di ortodossia ed eterodossia. Pertanto si è preferito guardare piuttosto al dato sul divorzio dove la dicotomia tende ad essere più netta, in termini numerici. Infatti, mentre sull’aborto la maggioranza assoluta è contraria, sul divorzio invece la percentuale più alta (52,6%, cioè 538 intervistati) è data dai possibilisti, i quali concedono larghi margini di praticabilità in casi particolari; gli sfavorevoli al divorzio rappresentano il 29% dell’universo e dunque fanno segnare una netta divaricazione rispetto all’eterodossia maggioritaria.

                In pratica si è preferito utilizzare nell’analisi solo le variabili meno suscettibili di letture interpretative ideologicamente orientate, soggette ad ambiguità di fondo, non autoevidenti e flessibili fino al punto da essere divaricabili verso prospettive assai diverse tra loro.

È bene puntualizzare anche che le percentuali utilizzate nelle tabelle che seguono sono relative all’intero universo, ivi comprese le mancate risposte, in modo da evitare che la reticenza degli intervistati avesse un suo peso specifico ed incidesse sulle quote parti del campione da analizzare in chiave di ortodossia ed eterodossia. Comunque non sono state fatte rientrare nel novero delle nostre considerazioni sociologiche quelle domande che hanno creato maggiore imbarazzo agli interpellati, i quali hanno preferito non rispondere (per esempio sul mancato approfondimento della conoscenza relativa al giubileo – domanda 5 –, sulle sensazioni provate nel vedere il papa – domanda 11 -, sulla consistenza delle offerte date durante l’esperienza giubilare – domanda 16 -, sul tipo di audience radiotelevisiva preferita – domanda 50 -, oppure sullo schieramento politico – domanda 51 – ed in particolare sulla convivenza – domanda 54 -). Inoltre non vengono qui esaminate le risposte aperte (domande 3, 17, 25 e 48), che sono oggetto di uno studio apposito condotto da altri.

                Altre esclusioni concernono evidentemente dei temi poco influenti di per sé al fine di stabilire la differenza tra l’opinione corriva con il magistero della chiesa e quella invece da essa dissenziente. In tale ottica, ci sono dunque parsi poco decisivi tra gli altri, per esempio, i dati relativi all’ascolto radio-televisivo inerente l’apertura della porta santa o quelli riguardanti i luoghi visitati, le attività seguite, gli acquisti effettuati, le carenze notate durante il soggiorno a Roma o le intenzioni di preghiera o la partecipazione a gruppi e movimenti religiosi o la presenza di un essere superiore od altri dettagli ancora, piuttosto secondari rispetto alla questione da noi posta come centrale in questa sede.

                Vediamo dunque quali sono i tratti dell’ortodossia da soppesare nel confronto con quelli più legati all’eterodossia.

                In primo luogo si deve constatare che i pellegrini più osservanti intendono l’occasione giubilare come propizia per rivedere la loro vita, per pentirsi dei peccati commessi, per guadagnare le indulgenze e la remissione dei peccati. Ma prevale soprattutto il desiderio di riconsiderare la propria esistenza (così è, senza dubbio alcuno, per 687 soggetti su 1023).

                Molti sono venuti a Roma per accrescere la propria fede religiosa ma anche per vedere il papa. Tuttavia per gli ortodossi è la prima la motivazione maggiore, nella misura del 60,2% del totale.

                L’ortodossia e l’allineamento con l’approccio magisteriale si esprimono in modo ben definito specialmente in momenti cruciali, di vero e proprio affrontamento, su posizioni contrapposte tra pensiero laico e pensiero religioso. Dunque la “provocazione” voluta dalle organizzazioni a carattere omosessuale di voler celebrare il loro Gay pride annuale a Roma e giusto nel bel mezzo dell’anno santo è stata vista come una vera sfida al capo ed alla capitale della cattolicità. Di conseguenza, per questa parte di credenti più ossequienti non crea alcun problema schierarsi apertamente con il punto di vista della Curia Romana e della Segreteria di Stato del Vaticano, testimoniando il più solidale consenso alla chiesa cattolica ed il più netto dissenso contro la manifestazione romana degli omosessuali di varie parti del mondo.

                Nessuna perplessità investe i Christifideles maggiormente devoti se devono valutare un’eventuale slittamento della chiesa verso scelte più temporali, meno intrise di spiritualità: a loro giudizio non vi è stato alcun cambiamento in questo senso. Anzi la chiesa mantiene sempre e comunque la sua aura di spiritualità e di mistero in ogni tempo. Dunque la percezione continua ad essere quella di una costante e sostanziale trascendenza dell’agire ecclesiale. Questo esprime quasi il 40% degli intervistati.

                Quando si affronta poi la tematica del sacerdozio per le donne, il gruppo degli ortodossi si schiera a difesa della posizione tradizionale, contraria cioè ad ogni ipotesi di cambiamento nel campo ministeriale riservato agli uomini. Più di un terzo dei soggetti campionati la pensa allo stesso modo e nega ogni possibilità presente e futura di sacerdozio al femminile.

                Indubbiamente il senso di forte appartenenza alla chiesa è tra le caratteristiche principali dell’ortodossia, sebbene anche al suo interno possano ritrovarsi atteggiamenti e comportamenti talora eterodossi. In effetti il sentirsi appartenenti non esime dall’assumere, quando ritenuto necessario, orientamenti divergenti specialmente su materie non strettamente di fede. Tuttavia il dato dell’appartenenza ha una sua significativa rilevanza, visto che si tratta di quasi il 60% dell’insieme.

                In campo ortodosso non c’è da aspettarsi un proliferare di incertezze sulla presenza della divinità. Semmai – e questo un po’ sorprende – fanno più problema le credenze nell’inferno (56,8%) e nel purgatorio (54,8%), con molti punti di percentuale al di sotto della fede in Dio e pure con qualche punto in meno rispetto alla stessa appartenenza di chiesa. Insomma anche l’ortodossia viene intaccata in questi ambiti relativi a due dei quattro novissimi.

                Sull’etica matrimoniale l’insegnamento di chiesa trova sostegno in poco meno di un terzo del campione, che nega ogni spazio alle pratiche divorziste.

                Assai più decisa è la presa di posizione nei confronti degli omosessuali. Il 45,1% non ammette come lecita la pratica dell’omosessualità.

                Un altro caposaldo dell’ortodossia religiosa rimane la partecipazione ai riti festivi. Tra partecipazione a celebrazioni eucaristiche feriali e quelle festive ogni domenica o almeno una o due volte il mese si raggiunge il tasso del 72,1% di messalizzanti. Attorno a quest’asse ruotano però sia il sistema dell’ortodossia che quello dell’eterodossia. Nondimeno l’ortodossia è prevalente fra i frequentatori più solerti.

Last but not least è da tenere presente un altro dei quattro novissimi: la morte. Il suo pensiero dovrebbe essere ricorrente per un fedele sensibile al mantenimento di una sua conformità alla dottrina escatologica cattolica. Infatti esattamente un terzo del campione pensa spesso alla morte. Ma intanto non è dato sapere se tale riferimento riguardi anche l’altro dei quattro novissimi: il giudizio finale. Sta di fatto che in un profilo di ortodossia la riflessione sull’evento ultimo dell’esistenza umana rimane uno snodo fondamentale.

                Conviene comunque esaminare punto per punto le diverse forme dell’ortodossia, secondo quanto emerge dai risultati dello studio sul campo:

Modalità di ortodossia degli intervistati



Modalità


%


N


Giubileo percepito come invito a rivedere la propria vita


67,2


687


Motivazione del viaggio come rafforzamento della fede


60,2


616


Accordo con la chiesa in merito al Gay pride


36,2


370


Chiesa percepita come spirituale


38,1


390


Disaccordo sul sacerdozio femminile


36,2


370


Appartenenza alla chiesa


59,5


609


Certezza sull’esistenza di Dio


93,0


951


Certezza sull’esistenza dell’inferno


56,8


581


Certezza sull’esistenza del purgatorio


54,8


561


No alla liceità del divorzio


29,0


297


No alla liceità dell’omosessualità


45,1


461


Frequenza assidua alla messa (ogni domenica ed oltre)


60,4


618


Presenza frequente del pensiero della morte


33,3


341

                Per avere un’idea più chiara sull’insieme degli ortodossi resosi manifesto attraverso le modalità da noi prescelte, torna utile esaminare anche il tasso di presenza di ciascuna variabile all’interno dell’intero campione, secondo l’andamento decrescente in percentili:

 

Livelli di ortodossia degli intervistati (in ordine decrescente)



Modalità


%


N


Certezza sull’esistenza di Dio


93,0


951


Giubileo percepito come invito a rivedere la propria vita


67,2


687


Frequenza assidua alla messa (ogni domenica ed oltre)


60,4


618


Motivazione del viaggio come rafforzamento della fede


60,2


616


Appartenenza alla chiesa


59,5


609


Certezza sull’esistenza dell’inferno


56,8


581


Certezza sull’esistenza del purgatorio


54,8


561


No alla liceità dell’omosessualità


45,1


461


Chiesa percepita come spirituale


38,1


390


Accordo con la chiesa in merito al Gay pride


36,2


370


Disaccordo sul sacerdozio femminile


36,2


370


Presenza frequente del pensiero della morte


33,3


341


No alla liceità del divorzio


29,0


297

                La credenza nell’esistenza di Dio è più alta di qualunque altra caratteristica, ma non va trascurata la consistente percezione del giubileo come occasione per una revisione della vita. Le ragioni di fede e di appartenenza ecclesiale appaiono tra le modalità in rilievo. Gli atteggiamenti negativi investono l’omosessualità ed il sacerdozio femminile ed in misura minore il divorzio.

Gli eterodossi

                In base all’analisi dei dati sommari dell’inchiesta ci sono sembrati strategici alcuni elementi abbastanza evidenti di eterodossia sui quali è possibile avviare una disamina più approfondita:

                1 – la considerazione del giubileo come un affare commerciale (opinione condivisa da quasi il 40% degli interrogati);

                2 – il forte interesse per le bellezze artistiche di Roma, che può aver surclassato il carattere meramente religioso del viaggio giubilare (circa il 60% del campione sembra propenso ad enfatizzare questo aspetto, anche perché fra ciò che più ha colpito i pellegrini a Roma sono in primo luogo i beni d’arte, nella misura del 67,2% dell’universo);

                3 – l’imbarazzo creato – anche fra gli stessi fedeli cattolici giunti nella città capitolina per il giubileo del 2000 – dall’avversione della chiesa cattolica alla celebrazione del Gay pride a Roma e durante l’anno santo (circa la metà dei nostri intervistati, il 48,3%, cioè 495 soggetti su 1023, non è del tutto d’accordo con l’intervento antiomosessuale; significativo è anche il basso numero di mancate risposte, appena 8);

                4 – la valutazione non sempre positiva dell’orientamento tendenzialmente meno spirituale della chiesa cattolica (a tal proposito il 43,2% dei pellegrini appare certo o dubbioso solo in parte);

                5 – il diffondersi di una maggiore disponibilità dei fedeli nei riguardi dell’ipotesi di attribuzione del ministero sacerdotale alle donne (sia pure con diversa intensità, il totale dei favorevoli registrati dal nostro questionario tocca il 47%);

                6 – l’appartenenza alla chiesa non particolarmente sentita, anche fra quanti aderiscono, come i pellegrini giubilari, alle sue proposte pastorali (il 32,6% non si sente del tutto appartenente ed il 6,7 dichiara esplicitamente di non appartenere affatto);

                7 – la prevalenza della credenza in Dio (il 93% dei giubilanti), ma i consensi assai minori sull’esistenza dell’inferno e del purgatorio (quasi metà degli intervistati hanno dubbi o sono piuttosto critici);

                8 – l’acquisizione della liceità del divorzio, secondo la maggioranza dei cattolici rispondenti al questionario sul giubileo (il 18,1% è assolutamente favorevole ed il 52,6% lo è per ragioni contingenti);

                9 – la propensione a considerare lecita l’omosessualità, già pienamente riconosciuta da un quarto del campione mentre quasi un altro terzo di esso è relativamente favorevole a non condannare le pratiche omosessuali in determinate situazioni (resta del tutto contrario il 45,1% degli interrogati);

                10 – la consistenza della pratica festiva, abbastanza alta, ma con qualche tendenza alla rarefazione o all’assenza totale (il fenomeno riguarda più del 25% dei giubilanti);

                11 –  la scarsa rilevanza della dimensione escatologica, collegata al pensiero della morte (indubbiamente i fedeli giubilari pensano alla morte, in larga maggioranza, ma solo talvolta).

                Vediamo ora in dettaglio l’articolazione delle espressioni eterodosse:

 

Modalità di eterodossia degli intervistati



Modalità


%


N


Giubileo percepito come un buon affare commerciale


38,7


396


Motivazione del viaggio come visita di una bella città


63,9


654


Disaccordo con la chiesa in merito al Gay pride


24,1


247


Accordo parziale con la chiesa in merito al Gay pride


24,2


248


Chiesa percepita come non spirituale


10,3


105


Chiesa percepita come meno spirituale


32,9


337


Consenso per il sacerdozio femminile


27,1


277


Consenso parziale per il sacerdozio femminile


19,9


204


Appartenenza parziale alla chiesa


32,6


333


Non appartenenza alla chiesa


6,7


69


Incertezza sull’esistenza di Dio


6,0


61


Incertezza sull’esistenza dell’inferno


25,7


263


Negazione dell’esistenza dell’inferno


16,6


170


Incertezza sull’esistenza del purgatorio


26,5


271


Negazione dell’esistenza del purgatorio


17,6


180


Sì alla liceità del divorzio


18,1


185


Sì alla liceità del divorzio secondo i casi


52,6


538


Sì alla liceità dell’omosessualità


25,3


259


Sì alla liceità dell’omosessualità secondo i casi


28,9


296


Frequenza saltuaria alla messa (ogni tanto)


16,2


166


Frequenza sporadica alla messa (solennità, occasioni)


7,9


81


Presenza saltuaria del pensiero della morte


58,8


602


Assenza del pensiero della morte


7,2


74

Anche nel caso dell’eterodossia conviene guardare all’ordine decrescente della modalità considerate, in modo da delineare un profilo di massima relativo ai meno osservanti dei precetti di chiesa:

Livelli di eterodossia degli intervistati (in ordine decrescente)



Modalità


%


N


Motivazione del viaggio come visita di una bella città


63,9


654


Presenza saltuaria del pensiero della morte


58,8


602


Sì alla liceità del divorzio secondo i casi


52,6


538


Giubileo percepito come un buon affare commerciale


38,7


396


Chiesa percepita come meno spirituale


32,9


337


Appartenenza parziale alla chiesa


32,6


333


Sì alla liceità dell’omosessualità secondo i casi


28,9


296


Consenso per il sacerdozio femminile


27,1


277


Incertezza sull’esistenza del purgatorio


26,5


271


Incertezza sull’esistenza dell’inferno


25,7


263


Sì alla liceità dell’omosessualità


25,3


259


Accordo parziale con la chiesa in merito al Gay pride


24,2


248


Disaccordo con la chiesa in merito al Gay pride


24,1


247


Consenso parziale per il sacerdozio femminile


19,9


204


Sì alla liceità del divorzio


18,1


185


Negazione dell’esistenza del purgatorio


17,6


180


Negazione dell’esistenza dell’inferno


16,6


170


Frequenza saltuaria alla messa (ogni tanto)


16,2


166


Chiesa percepita come non spirituale


10,3


105


Frequenza sporadica alla messa (solennità, occasioni)


7,9


81


Assenza del pensiero della morte


7,2


74


Non appartenenza alla chiesa


6,7


69


Incertezza sull’esistenza di Dio


6,0


61

                Il viaggio giubilare ha  una motivazione piuttosto turistica; il pensiero sulla morte non è frequente; il favore al divorzio è rimarchevole; le critiche al carattere commerciale del giubileo ed alla minore spiritualità della chiesa – cui si appartiene poco – non mancano. Si è incerti su purgatorio ed inferno ma più possibilisti su omosessualità e sacerdozio femminile. La pratica religiosa non è assidua.

Conformità e divergenza secondo le analisi dei clusters

                Una prima, sommaria clusterizzazione dei soggetti intervistati offre spunti ragguardevoli sulla consistenza dell’adeguamento agli insegnamenti ecclesiali e sulla loro mancata osservanza.

Un primo gruppo è rappresentato dai disaffiliati eterodossi (DE) i cui caratteri sono dati dal non aver visto né sentito nulla sull’apertura del giubileo la notte di Natale del 1999, dal non appartenere alla chiesa, dalla probabilità di parlare del pellegrinaggio ad altri una volta rientrati a casa, dal non pensare mai alla morte, dall’idea che la chiesa  abbia messo da parte spiritualità e mistero.

Un secondo gruppo di praticanti ortodossi (PO) mostra di aver fatto penitenza durante il pellegrinaggio giubilare e di praticare molto (con partecipazione alla messa anche feriale).

Il terzo cluster di militanti eterodossi (ME) mette in luce una certa apertura verso i problemi dell’omosessualità, giacché non si dice d’accordo sulle pressioni della chiesa per impedire la manifestazione del Gay pride a Roma e  valuta come sempre ammissibile la pratica dell’omosessualità.

Il quarto gruppo degli osservanti ortodossi (OO) crede molto nell’esistenza di Dio, ha pregato, è andato a messa durante il pellegrinaggio giubilare, di cui parlerà certamente ad altri dopo il ritorno a casa, e si dice d’accordo sulla richiesta di perdono del papa per le colpe commesse in passato dalla chiesa.

Se si volesse collocare i quattro gruppi lungo un continuum tra i due poli dell’ortodossia e dell’eterodossia si avrebbe, nell’ordine della sequenza, il gruppo dei praticanti ortodossi, PO, seguito dagli osservanti ortodossi, OO, e poi dai disaffiliati eterodossi, DE, e dai militanti eterodossi, ME.




PRATICANTI ORTODOSSI


 



DISAFFILIATI ETERODOSSI


 



OSSERVANTI ORTODOSSI ETERODOSSI


 



MILITANTI ETERODOSSI


 

                Il flusso di continuità fra i diversi clusters è ipotizzabile sulla scorta di diverse considerazioni:

a)       tutti i soggetti hanno vissuto la medesima esperienza del pellegrinaggio per l’anno santo;

b)       in linea di massima il riferimento comune, anche se non condiviso in ogni dettaglio, rimane quello della matrice culturale cattolica;

c)       le diversificazioni non sono particolarmente accentuate, come invece potrebbero risultare da un universo generico di popolazione;

d)       la selezione dei soggetti campionati è avvenuta all’interno di categorie sociologiche tendenzialmente contigue per area linguistico-geografica di provenienza, cioè per regionalità italiana e nazionalità straniera;

e)       le fasce di età degli intervistati seguono un continuum senza soluzione che va dai 18 ai 78 anni, con tutte le classi di età debitamente rappresentate nel campione;

f)        gli atteggiamenti (e gli eventuali comportamenti che ne derivano) sono collocabili entro una dinamica ininterrotta che va dal massimo consenso alla religione di chiesa al massimo impegno militante di differenziazione, senza che però siano immaginabili fratture profonde ed insanabili su gran parte degli aspetti presi in esame nel questionario.

La procedura dell’analisi*

                Dagli items chiusi del questionario si sono scelti, in primo luogo, quelli pertinenti rispetto al costrutto  ortodossia/eterodossia. Da questi items sono state estratte le alternative che caratterizzavano le due polarità, divenute poi delle nuove variabili, le quali hanno assunto per ciascun soggetto valore 1 quando la persona intervistata aveva scelto quella alternativa del quesito, altrimenti il valore considerato è stato 0.

Ciò ha consentito il calcolo della distanza euclidea tra queste nuove variabili binarie, poste in colonna all’interno di una matrice che nelle righe riportava i soggetti. A scopo esplorativo si è proceduto al clustering gerarchico di detta tabella, senza porre alcun vincolo al numero di clusters, al fine di individuare raggruppamenti con agglomerazione successiva di tutte le variabili secondo gruppi differenziati nel grado di omogeneità interna. Questo è stato fatto con due metodiche: Between-groups linkage e Ward’s method.

L’analisi delle aggregazioni successive nel dendrogramma e delle configurazioni in gruppi a diversa omogeneità suggerisce di replicare l’analisi su un sottoinsieme delle variabili, eliminando le variabili che dal programma vengono assegnate ad un gruppo ma ne aumentano in modo rilevante la disomogeneità. Così facendo, per approssimazioni successive, si è arrivati alla soluzione scelta, che è riportata nel dendrogramma che segue:

DENDROGRAMMA (METODO WARD)



 Cluster


 Posizione


Modalità di risposta nel questionario


   0———+———+———+———+———25


 Casi


DE


3


NoVisto


 1 -+


 


 


 


NoAppa


 2 -+


 


 


 


ForseParla


 3 -+


199


 


 


MaiMorte


 4 -+—+


 


 


 


ChieNoSpir


 5 -+   +-+


 


ME


4


NoChieOmosex


 6 —+-+ +—————————————–+


122


 


 


SempreOmosex


 7 —+   I                                         I


 


PO


1


PregPiù


 8 -+—–+                                         I


142


 


 


MesFer


14 -+                                               I


 


OO


2


SìPrega


 9 -+                                               I


 


 


 


EsisteDio


10 -+-+                                             I


 


 


 


SìMessa


11 -+ I                                             I


898


 


 


SìPerdPapa


12 —+———————————————+


 


 


 


SìParla


13 —+ 


 


 


 


 


   +———+———+———+———+———+


 


 


 


 


   0         5        10        15        20        25


 

La prima colonna riporta la denominazione dell’interpretazione fatta del cluster, la seconda colonna la posizione ordinale del cluster nel continuum ideale ortodossia/eterodossia, la terza colonna presenta la denominazione assegnata alla variabile binaria, la colonna successiva mostra la configurazione scelta del dendrogramma, l’ultima colonna enumera i casi di ogni cluster.

Indipendentemente per le quattro partizioni DE, ME, PO, OO della matrice binaria soggetti*variabili si sono ripartiti i soggetti in due raggruppamenti con la procedura K-means cluster.  Questo ha consentito il calcolo della distanza del soggetto dal centroide di gruppo e l’attribuzione dei soggetti ai quattro cluster DE, ME, PO, OO.  La tabella qui sotto riporta per le quattro partizioni di variabili il centroide iniziale e finale dei due raggruppamenti di soggetti:

   K-means cluster dei soggetti per i quattro tipi di ortodossia



 Cluster


 Posizione


Modalità di risposta nel questionario


 C1 iniziale


 C2 iniziale


 C1 finale


 C2 finale


 Casi


PO


1


PregPiù


0


1


0


1


C1=861


 


 


MesFer


0


1


0


1


C2=142


OO


2


SìPrega


0


1


0


1


 


 


 


EsisteDio


0


1


1


1


C1=105


 


 


SìMessa


1


0


1


1


C2=898


 


 


SìPerdPapa


0


1


0


1


 


 


 


SìParla


0


1


0


1


 


DE


3


NoVisto


1


0


1


0


 


 


 


NoAppa


1


0


1


0


C1=199


 


 


ForseParla


1


0


1


0


C1=804


 


 


MaiMorte


1


0


1


0


 


 


 


ChieNoSpir


1


0


1


0


 


ME


4


NoChieOmosex


0


1


0


1


C1=881


 


 


SempreOmosex


0


1


0


1


C2=122

Si sono quindi esaminate le risposte date a vari items del questionario dai soggetti definiti appartenenti ai quattro tipi  dei soggetti DE, ME, PO, OO. 

La diversificazione tra i gruppi è data dalla graduazione dell’ortodossia e dell’eterodossia lungo le linee dell’opinare e dell’agire in campo etico, sociale e religioso. Ma anche all’interno delle due collocazioni di “dossia” c’è una variabilità a livello di impegno e dedizione alla causa cui gli intervistati appaiono più votati: c’è una dedizione assoluta sia ortodossa che eterodossa, ma pure una condivisione più soft, meno coinvolgente a livello di categorie di pensiero ed azione. Il quadro globale che ne emerge in percentili è il seguente:  

Questo risultato, che vede prevalere numericamente la quota parte degli osservanti ortodossi nella misura del 56,5%, accompagnati dal 13,4% rappresentato dai praticanti ortodossi, è l’esito di una accurata e più volte verificata cluster analysis con il metodo Ward. L’eterodossia costituisce il 24,3% del campione considerato, dunque riguarda circa un quarto dell’universo ma è da valutare come un indicatore di una presumibilmente più vasta area di eterodossia, non necessariamente coinvolta nel vissuto giubilare attraverso una partecipazione diretta al vaggio a Roma.

                La tipologia risultata dalla cluster analysis si è fondata su 14 modalità di risposta al questionario somministrato:

1)       §1_F – Risposta “No, non ho visto né sentito nulla” alla domanda 1 “La notte di Natale, in San Pietro a Roma, Giovanni Paolo II ha aperto il Giubileo. Lei ha potuto seguire questo evento?” (NoVisto);

2)       §38_C – Risposta “Non appartengo alla Chiesa cattolica” alla domanda 38 “Lei sente di appartenere alla Chiesa cattolica?” (No Appa);

3)       §22_C – Risposta “Nonso/Dipende dai casi” alla domanda 22 “Una volta rientrato a casa, parlerà agli altri di questo pellegrinaggio?” (Forse Parla);

4)       49_C – Risposta “Mai” alla domanda 49 “E alla morte? Le capita di pensarci?” (MaiMorte);

5)       §35_A – Risposta “Sì, totalmente” alla domanda 35 “Alcuni dicono che la Chiesa ha messo da parte spiritualità e mistero. Lei è d’accordo?” (ChieNoSpir);

6)       §33_C – Risposta “No, per niente” alla domanda 33 “La Chiesa ha fatto pressioni per impedire la manifestazione mondiale degli omosessuali e delle lesbiche a Roma. Secondo Lei ha fatto bene?” (NoChieOmosex);

7)       §44_6_A – Risposta “Sempre” alla domanda 44 “Secondo Lei, è ammissibile praticare l’omosessualità?” (SempreOmosex);

8)       §47_A – Risposta “Più volte al giorno” alla domanda 47 “Con quale frequenza prega?” (PregPiù);

9)       §46_A – Risposta “La domenica sempre, e anche durante la settimana” alla domanda 46 “Solitamente, con quale frequenza Lei va a messa?” (MesFer);

10)    §13_A – Risposta “Sì” alla domanda 13 “In questo pellegrinaggio ha pregato?” (SìPrega);

11)    §43_1_A – Risposta “Sì, pienamente” alla domanda 43 “Lei crede che esista Dio? (EsisteDio);

12)    §12_1_A – Risposta “Alla messa” alla domanda 12 “A che cosa ha preso parte durante questo pellegrinaggio’” (SìMessa);

13)    §32_A – Risposta “Sono d’accordo” alla domanda 32 “Il Papa ha chiesto perdono per le colpe commesse in passato dalla Chiesa. Come giudica questo gesto?” (SìPerdPapa);

14)    §22_A – Risposta “Sì, certamente” alla domanda 22 “Una volta rientrato a casa, parlerà agli altri di questo pellegrinaggio?” (SìParla).

Il dendrogramma elaborato in riferimento alla suddette modalità è il seguente (con le cifre in grassetto che indicano i dati presi in esame perché significativamente presenti; con la posizione dei quattro gruppi in base al loro grado di ortodossia; con l’abbreviazione relativa ad ogni cluster, cioè DE per i disaffiliati eterodossi, ME per i militanti eterodossi, PO per i praticanti ortodossi, OO per gli osservanti ortodossi):

DENDROGRAMMA (METODO WARD)



 


C1 iniziale


C2 iniziale


C1 finale


C2 finale


Posizione


Cluster


Modalità di risposta nel questionario


    0         5        10        15        20        25


 


 


 


 


 


 


 


 


    +———+———+———+———+———+


 


1


0


1


0


3


DE


NoVisto


 1 -+


  C1=199


1


0


1


0


 


 


NoAppa


 2 -+


  C1=804


1


0


1


0


 


 


ForseParla


 3 -+


 


1


0


1


0


 


 


MaiMorte


 4 -+—+


 


1


0


1


0


 


 


ChieNoSpir


 5 -+   +-+


  C1=881


0


1


0


1


4


ME


NoChieOmosex


 6 —+-+ +—————————————–+


  C2=122


0


1


0


1


 


 


SempreOmosex


 7 —+   I                                         I


  C1=861


0


1


0


1


1


PO


PregPiù


 8 -+—–+                                         I


  C2=142


0


1


0


1


 


 


MesFer


14 -+                                               I


 


0


1


0


1


2


OO


SìPrega


 9 -+                                               I


  C1=105


0


1


1


1


 


 


EsisteDio


10 -+-+                                             I


  C2=898


1


0


1


1


 


 


SìMessa


11 -+ I                                             I


 


0


1


0


1


 


 


SìPerdPapa


12 —+———————————————+


 


0


1


0


1


 


 


SìParla


13 —+ 


 


 


 


 


 


 


 


 


   +———+———+———+———+———+


 


 


 


 


 


 


 


 


   0         5        10        15        20        25

Ulteriori dettagli sull’articolazione dei quattro insiemi rilevati sono desumibili dalla seguente tabella che offre il quadro completo della collocazione nell’ambito complessivo dell’inchiesta:

Cluster analysis su ortodossia ed eterodossia dei pellegrini giubilari



 


Cluster


Frequenza


Percentuale


Percentuale valida


Percentuale cumulata

 


Validi


DE


132


13,16


13,94


13,94


 


 


ME


113


11,27


11,93


25,87


 


 


PO


135


13,46


14,26


40,13


 


 


OO


567


56,53


59,87


100


 


 


Totale parziale


947


94,42


100


 


 


Missing


System missing


56


5,58


 


 


 


 


Totale


56


5,58


 


 


 


Totale


 


1003


100




 


 

Il totale del nostro campione ammonta a 1003 unità intervistate, dunque con 20 unità in meno rispetto al campione complessivo nazionale, perché nel nostro caso non sono state utilizzate le 30 interviste del pre test ma in pari tempo sono state aggiunte 10 interviste somministrate a pellegrini polacchi rientrati a Varsavia dopo il viaggio a Roma. Pertanto si ha la seguente situazione:

                interviste utilizzate nel nostro campione: 993+10 (polacchi) = 1003 interviste in totale;

                interviste del campione complessivo nazionale: 1023 (di cui 30 facenti parte del pre test);

                differenza del nostro campione rispetto al campione complessivo nazionale: 20 interviste in meno.

I dati principali della cluster analysis

                All’inizio della cluster analysis sono state utilizzate 60 variabili tratte dall’insieme dell’intero questionario. Alla fine ne sono rimaste come significative appena 14, tra quelle considerate attive. Tra le variabili supplementari hanno un peso ragguardevole per la determinazione dei gruppi di ortodossia ed eterodossia sia l’età che il titolo di studio, come pure la condizione di pensionato.

                Tra i giovani in età 18-35 anni la pratica ortodossa segna appena il 3,9%, mentre sale al 31,8% fra i più anziani (61-75 anni).

                Più della metà degli intervistati ha un titolo di studio superiore (diploma di scuola secondaria di II grado oppure di livello universitario).

                I pensionati sono piuttosto numerosi (27,1%) tra i praticanti ortodossi. Lo stesso dicasi per le donne (17,6%).

                L’ampiezza del comune di residenza non incide particolarmente sulla distribuzione dei gruppi, schierati tra ortodossia ed eterodossia.

                Gli osservanti ortodossi caratterizzano maggiormente il sud.

                Nell’ambito dei pellegrini che si sono fermati a Roma un solo giorno prevalgono gli osservanti ortodossi.

                Un peso notevole è dato dallo schieramento politico. La sinistra riscuote consensi fra i militanti eterodossi, la destra fra i più ortodossi (i praticanti).

                I polacchi appaiono come i meno eterodossi. I portoghesi sono i più ligi nell’impegno della pratica religiosa, ben oltre il livello dell’obbligo. Scarsa è la presenza francese in campo militante eterodosso, dove spicca invece l’apporto dei tedeschi.

                Gli italiani fanno registrare una più numerosa presenza fra gli osservanti ortodossi (10% di differenza rispetto al campione internazionale) ed uno o due punti di percentuale in meno negli altri tre gruppi:

                Di qualche interesse è anche la ripartizione in percentuale per ambiti regionali, che si articola in Nord, Centro, Sud ed isole:



 


Disaffiliati eterodossi


Militanti eterodossi


Praticanti ortodossi


Osservanti ortodossi


TOTALE


Nord


13,1%


10,3%


  9,3%


67,3%


100%


Centro


13,8%


  6,9%


14,9%


64,4%


100%


Sud ed isole


11,1%


10,4%


10,4%


68,1%


100%

                I praticanti ortodossi sono meno presenti al Nord ma più numerosi nelle regioni del Centro. Gli osservanti ortodossi toccano il livello massimo nella parte meridionale ed isolana, quello minimo al Centro. I militanti eterodossi sono pochissimi nell’Italia centrale. Ma al di là degli osservanti ortodossi va rilevato che gli altri gruppi sono poco consistenti, giacché le frequenze variano fra 6 e 15 unità. Invece il gruppo maggioritario (OO) è sempre ben presente nelle tre aree regionali, con presenza minima – come si è detto – nel Centro (56 soggetti) e massima nel meridione ed in Sicilia e Sardegna (92 pellegrini).

                Appare confermato il peso dei mezzi di comunicazione di massa per la diffusione del giubileo, anche fra gli eterodossi. 

                I disaffiliati eterodossi pensano assai poco alla morte (il 65,2% dice che non lo fa mai). Il polo opposto è dato dagli osservanti ortodossi più orientati a riflettere su di essa.

                La preghiera è più rara tra i militanti eterodossi ma risulta più frequente tra i praticanti ortodossi.

                Sulla morale sessuale si divaricano le posizioni di eterodossi ed ortodossi, sia in tema di relazioni extra-matrimoniali che di omosessualità. Lo stesso dicasi in materia di aborto.

                La pratica festiva è abbastanza rimarchevole fra i praticanti ortodossi ma non negli altri gruppi.

                La non appartenenza alla chiesa concerne specialmente gli eterodossi. Scarso è l’interesse per l’associazionismo, fatta eccezione per gli ortodossi.

                Vari dubbi affiorano su purgatorio e paradiso e pure sull’esistenza di Dio. Anche in questi casi dominano gli eterodossi.

                Assai problematica è la questione relativa al Gay pride. Infatti il 50,9% dei militanti eterodossi si dichiara in totale disaccordo con le prese di posizione della chiesa in merito.

                Critiche giungono all’istituzione ecclesiale pure sulla sua mancanza di tenuta in campo spirituale. Soprattutto le due categorie degli eterodossi manifestano in proposito perplessità in modo piuttosto accentuato.

                Largo è il favore per il sacerdozio femminile espresso dagli eterodossi ma pure dagli ortodossi, sebbene in misura minore.

                Molti degli eterodossi non hanno mai pregato durante il viaggio a Roma.

                Gli habitués della mobilità a matrice religiosa non mancano, dato che diversi intervistati hanno dichiarato di aver preso parte a due, tre o più pellegrinaggi nell’ultimo triennio.

Conclusione

                Diversamente da quel che si ritiene comunemente, secondo lo psicologo Milton Rokeach (in The Open and Closed Mind, Basic Books, New York, 1960) i cattolici rappresentano il gruppo più dogmatico fra i vari gruppi religiosi. Tale accertamento è emerso da un uso continuo e controllato della “scala di dogmatismo”, messa a punto dallo stesso Rokeach per misurare le diversità individuali fra apertura e chiusura dei sistemi di credenza. La scala misura sia l’autoritarismo che l’intolleranza, mediante la proposta di 66 affermazioni, sulle quali gli intervistati sono chiamati ad esprimere accordo o disaccordo entro un raggio che va dal massimo di accettazione al massimo di rifiuto (dal punteggio di più 3 a quello di meno 3).

                Il rispetto del dogmatismo comporterebbe anche delle ricompense per gli osservanti più accondiscendenti, cioè definibili come ortodossi.

                Comunque occorre precisare che il dogmatismo cattolico non alligna ovunque allo stesso modo. Ad esempio non è riscontrabile in America Latina (forse questa è una delle ragioni – non l’ultima – che ha reso possibile in tale contesto la nascita e lo sviluppo di una teologia della liberazione, dal chiaro taglio eterodosso).

                In fondo l’eterodossia è una sorta di devianza dalle prescrizioni dottrinali. Per questo, a salvaguardia del patrimonio dogmatico, un gruppo di specialisti viene addetto alla curatela della corretta osservanza. Essi sono i custodi dell’ortodossia e comminano sanzioni agli eterodossi. Era nato così anche l’antisemitismo.

                Nondimeno è facile constatare che l’ortodossia appartiene preferibilmente alle società letterate, mentre per le altre si pone il problema di come poter controllare soprattutto ciò che non è scritto.   

                Del resto è proprio attraverso documenti scritti che si fa conoscere il punto di vista ufficiale della chiesa: lettere, encicliche, manuali teologici, dichiarazioni formali, pronunciamenti ufficiali.

                Sulla base di tale bagaglio documentale è poi possibile istruire le nuove generazioni di laici ma soprattutto di ministri religiosi, i quali ultimi saranno a loro volta preposti al mantenimento dei riferimenti ortodossi.

                In tal modo la gestazione e la gestione della “dossia”  avvengono senza una significativa partecipazione laicale nei suoi settori di applicazione, dall’ermeneutica biblica alla precettistica morale, dall’approccio socio-politico a quello liturgico-pastorale. 

                La retta credenza è legittimata di fatto da una microchiesa di specialisti dentro la macrochiesa di tutti i fedeli. La microchiesa stabilisce di volta in volta, caso per caso, in che cosa consista la purezza della fede e valuta, di conseguenza, la conformità alla dottrina ed ai principi.

                Da un punto di vista sociologico sorge però il problema se possa considerarsi ortodossia anche quella di una minoranza nell’ambito della comunità del cattolicesimo. Ad esempio sul sacerdozio femminile è favorevole, pur in misura differenziata, il 47% dei pellegrini intervistati. Si dice contrario il 36,2%. Non si esprime il 16%. L’ortodossia sarebbe dunque quella di un terzo del campione? E se così fosse, la chiesa “vera” sarebbe rappresentata solo da una parte minoritaria dei giubilanti? Ovviamente la risposta “ortodossa” sarebbe che la verità non si accerta a colpi di maggioranza. Ma qui il problema sociologico è un altro, in chiave di sociologia della conoscenza: chi legittima e che cosa viene legittimato.

                Il discorso non vale solo per il cattolicesimo. Anche nell’islam (e nella percezione che se ne ha dall’esterno) il fondamentalismo della minoranza appare come carattere maggioritario mentre in realtà la maggioranza dei seguaci di Maometto spesso non è allineata con la prospettiva dominante fra i ministri del culto, ma presenta caratteri eterodossi, differenziati, più flessibili. Insomma l’ortodossia come dato empirico prevalente risulta anche qui un’utopia.

                Ogni istanza ortodossa, sia essa cattolica, islamica, giudaica o protestante, deve comunque fare i conti con le spinte provenienti dall’eterodossia, al fine di poter conservare una tendenziale affinità tra i membri della propria comunità religiosa, grazie all’adesione conforme e completa alle idee fondamentali.

                Per ottenere un simile risultato può giovare anche una celebrazione festiva. Com’è noto la chiesa greca festeggia l’ortodossia nella prima domenica di quaresima, secondo quanto stabilito dal concilio di Costantinopoli dell’842, a ricordo della vittoria sull’iconoclastia. Ma pure il 12 ottobre i greci hanno una festa dell’ortodossia, a ricordo del secondo concilio di Nicea durante il quale venne condannata l’iconoclastia.

                Anche il grande giubileo del 2000 è forse stato, nel suo complesso, una festa dell’ortodossia ma, come testimoniano i nostri intervistati, non sono mancati segnali e manifestazioni esplicite di eterodossia.      

Ringrazio della cortese e decisiva collaborazione il prof. Lucio De Iorio dell’Università Roma Tre, con cui ho discusso più volte la scelta delle procedure di cluster analysis.

ALLE ORIGINI DELLA SALUTE URBANA

Roberto Cipriani


Qualità della vita e salute in ambiente urbano sono temi che sembrerebbero del tutto nuovi nel campo delle scienze sociali, ma in realtà affondano le radici ben lontano nel tempo, sino agli albori della sociologia se non ancora prima che essa sorgesse come disciplina accademica e come scienza legittimata.


Già Tocqueville (1994: 543) nel 1835 scriveva così del benessere: “In America la passione del benessere materiale non è sempre esclusiva, ma è generale e, se tutti non la provano allo stesso modo, tutti però la sentono. La cura di soddisfare i minimi bisogni del corpo e di provvedere alle piccole comodità della vita preoccupa universalmente gli spiriti. Qualcosa di simile si fa vedere sempre più anche in Europa. Fra le cause che producono questi effetti simili nei due mondi, ve ne sono parecchie che toccano il mio argomento e che debbo indicare. Quando le ricchezze sono fissate ereditariamente nelle stesse famiglie, si vedono molti uomini che godono del benessere materiale senza provare il gusto esclusivo di esso”. Il discorso non si applicava solo alle classi superiori ma toccava anche quelle inferiori (Tocqueville, 1994: 544): “Presso la nazioni in cui l’aristocrazia domina la società e la tiene immobile il popolo finisce per abituarsi alla povertà, come i ricchi all’opulenza. Gli uni non si preoccupano del benessere materiale perché lo possiedono senza fatica, l’altro non vi pensa perché dispera di acquistarlo o non lo conosce abbastanza per desiderarlo. In queste società l’immaginazione del povero è respinta verso l’altro mondo; infatti essa sfugge alle miserie della vita reale per cercare i suoi godimenti al di fuori di questa. Quando invece le classi sono confuse e i privilegi distrutti, quando i patrimoni si dividono e la civiltà e la libertà si diffondono, il desiderio di raggiungere il benessere si presenta all’immaginazione del povero e la paura di perderlo a quella del ricco. Si forma una grande quantità di fortune mediocri. Coloro che le posseggono hanno abbastanza beni materiali per concepire il gusto di essi, ma non tanto da contentarsene. Essi se li procurano a fatica e vi si dedicano con timore. Si danno quindi continuamente a perseguire o a mantenere questi godimenti così preziosi, così incompleti e così fuggevoli”. Inoltre: “se cerco una passione che sia naturale a uomini al tempo stesso stimolati e limitati dall’oscurità della loro origine e dalla mediocrità della loro fortuna, non ne trovo alcuna più appropriata del gusto del benessere. La passione del benessere materiale è propria essenzialmente della classe media, ingrandisce e si estende insieme con questa classe e diviene preponderante con essa. Di qui conquista le classi superiori e discende fino al popolo. Non ho trovato in America un cittadino tanto povero da non gettare uno sguardo di speranza e di invidia sui godimenti dei ricchi e la cui immaginazione non afferrasse in precedenza i beni che la sorte si ostinava a rifiutargli”.


In questi brevi ma densi passaggi di Tocqueville c’è una chiara distinzione delle percezioni di classe, in termini di benessere e dunque di qualità della vita. Se il ricco quasi non si rende conto del vantaggio di cui gode e quindi lo dà per scontato, altri non è insensibile all’attrattiva del benessere, che ricerca con grande dedizione, come si registra soprattutto nella classe media. Diverso è l’approccio da parte delle classi più povere, non abituate ad usufruire di una buona qualità di vita e dunque neppure messe in grado di aspirarvi. Nondimeno speranze ed invidie vengono sperimentate dai più bisognosi, che guardano agli altri augurandosi di poterli uguagliare. Sono però specialmente gli appartenenti alle classi medie che ricercano il benessere, tentando di migliorare la qualità della loro vita.


Ma certamente appare lucida e preveggente l’analisi di Tocqueville che individua oltre Atlantico l’inizio del processo di crescita del benessere e del miglioramento della qualità della vita, poi registrabile anche nel nostro continente europeo.


Per lo storico francese è l’ereditarietà dei beni all’origine di un atteggiamento di assuefazione alla vita agiata, senza che ci si renda conto delle condizioni altrui, di quanti cioè non godono del medesimo tipo di esistenza ed anzi soffrono in modo più o meno intenso – in relazione alle loro potenzialità economiche – per situazioni non floride, niente affatto promettenti, quasi prive di speranze per un futuro diverso e migliore.


L’osservazione tipicamente sociologica sull’abitudine come prassi di vita e dunque come accettazione dello status quo non concerne solo gli strati alti della popolazione ma investe anche i meno abbienti, che risulterebbero piuttosto propensi ad adattarsi alla cattiva qualità della loro vita, senza alcun sussulto di rivolta, di reazione, di tentativo di segno diverso volto a mutare il dato di fatto esistente.


Ai poveri, privati del benessere fosse pure minimo, è offerta la sola gratificazione di una speranza fondata sul continuo rinvio, dunque relegata infine nell’aldilà ed affidata alle promesse della religione ed alle sole gratificazioni ultraterrene, cioè ad una qualità della vita di gran lunga superiore a quella sperimentabilesulla terra ma non godibile al momento.


Ben diversa appare la situazione allorquando le classi privilegiate non sono più tali e quindi si affacciano nuove prospettive anche per i diseredati, finalmente in grado di capire quanto sia stato loro tolto da un sistema iniquo e punitivo. Nasce allora il desiderio di condizioni più agevoli, di vissuti più soddisfacenti, di comodità sempre maggiori. Ed inizia così una tendenza sempre più evidente verso un benessere sempre maggiore.


In fondo Tocqueville ci offre un suggerimento preciso: il problema della qualità della vita sorge e si espande soprattutto con l’avvento delle classi medie, quasi le sole in grado di apprezzare i vantaggi di comodità e servizi ma anche di poterne avere esperienza diretta ed immediata. Agli altri, meno fortunati, mancherebbe persino la consapevolezza di ciò che sarebbe possibile in una società diversamente organizzata e più orientata verso la soluzione delle problematiche sociali. E non sono certo i nuovi fruitori del benessere a voler cedere qualcosa del loro per favorire quanti non ne godono affatto: le classi medie non avrebbero un grande spirito egalitario ed aperto alle altrui esigenze. Ma la loro passione per una vita di qualità riesce ad essere diffusiva ed a coinvolgere in primo luogo le stesse classi alte, invitate così ad entrare nella competizione sempre aperta in merito a chi possa usufruire al meglio delle risorse offerte dal contesto di appartenenza.


Ma proprio le differenze di classe e degli stili di vita stimolano altresì l’attenzione di quelli che osservano dall’esterno il tenore di vita condotto dai ceti (o meglio dalle classi) più possidenti. E dunque invidia e speranza diventano elementi propulsori di una più accentuata sensibilità al livello qualitativo della vita e producono almeno un effetto di iniziale consapevolezza della privazione subita.          


Pochi anni dopo un altro francese, Villermé (1840), analizzava lo stato di estrema povertà e le condizioni disagiate dei lavoratori tessili. Ancora in Francia Buret (1842) si interessava in particolare alla qualità assai misera delle classi lavoratrici. Ma fu soprattutto Engels (1845) a parlare della precaria qualità della vita operaia, segnatamente in Inghilterra. Dieci anni dopo, Le Play (1855) completava il quadro.


Un contributo fondamentale resta tuttavia quello di Mary e Charles Booth (1889-1901) che studiarono i lavoratori londinesi in una monumentale analisi in diciassette volumi, che descrivevano livelli e modi di vita presenti fra i prestatori d’opera nella capitale britannica; con una metodologia affine anche Seebohm Rowntree (1901) studiava nel 1897-1898 attraverso i budgets di consumo la situazione di York, connotata da una grave situazione di povertà, derivante da ragioni monetarie, da motivazioni soggettive e da specifiche condizioni di vita. Charles Booth esaminò le origini della povertà, dovute essenzialmente ad un basso livello dei salari, per di più pagati irregolarmente, nonché alla numerosità dei nuclei familiari. Si interessò anche al venire meno dei principi morali ed ai problemi dovuti alla depravazione, strettamente connessa alla deprivazione economica (un terzo dei londinesi viveva in condizioni di povertà, in termini di alimentazione, abbigliamento, riscaldamento, elettricità, attrezzature, alloggio, lavoro, salute, educazione, ambiente, attività familiari, divertimenti, relazioni sociali). Propose inoltre l’assegnazione di pensioni di vecchiaia per tutti e non solo per i soggetti a basso reddito (anche Rowntree pensò a soluzioni pensionistiche, nonché alla settimana corta ed alla partecipazione degli operai ai dividendi derivanti dai profitti). Il lavoro di Booth (ma pure quello di Rowntree) fu un’opera che divenne presto un classico, cui si ispirarono in seguito alcuni dei più significativi esponenti della cosiddetta Scuola di Chicago, in primo luogo Robert E. Park (1925), che la considerava un vero e proprio documento storico, da cui prese spunto per far sì che la scienza sociale non fosse più distante dalla realtà ma immedesimata in essa, quindi più legata alla pratica della ricerca sul campo.


Park non era certo un benefattore, anzi prendeva le distanze da certi operatori tutti volti ad attività di assistenza paraumanitaria. Egli propugnava una forte integrazione fra ambiente urbano chicagoano ed università proprio per creare un circolo virtuoso di indagini scientifiche serie e metodologicamente rigorose. Park peraltro pensava ad un contesto territoriale urbano come punto di incontro tra habitat ed esigenze umane, anticipando dunque le attenzioni che avrebbero portato vari decenni dopo alla nascita dei movimenti ambientalisti. Egli si preoccupava dell’equilibrio fra l’uomo e l’ambiente, fra la qualità della vita e la sostenibilità dello sviluppo, come si direbbe oggi. Il tutto peraltro nasceva dall’impatto di forti flussi migratori verso la città di Chicago con la creazione di quartieri molto caratterizzati dalle appartenenze di classe e da marginalità accentuate. L’obiettivo sotteso era quello di migliorare la qualità della vita per favorire una migliore socializzazione ed una più efficace integrazione delle classi di età più giovani.      


Il problema centrale tuttavia restava quello dell’ambiente inteso come punto di equilibrio fra uno spazio territoriale ben individuato e definito come habitat, da una parte, e la qualificazione dei soggetti individuali che vi risiedono, gli abitanti appunto, dall’altra. A Park era ben chiaro il rischio di andare ad intaccare l’equilibrio della natura.


Ma a dire il vero non appare facile misurare il livello di tale rischio e stabilire che cosa sia indispensabile per garantire la salute psico-fisica degli individui sociali. Ma proprio su tale questione si gioca gran parte del futuro destino dell’umanità tutta.


Bibliografia di riferimento


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Louis René Villermé, 1840, Tableau de l’état physique et moral des ouvriers employés dans les manufactures de coton, de laine et de soie, Jules Renouard et Compagnie, Paris, 2 volumi.

Religion in Europe

Roberto Cipriani


Abstract


The scenario of European societies is rapidly changing, particularly in the field of religion and Churches. Culture plays an important role for the presence of religion and Churches in single nations. Actually religions and Churches have crossed Europe also exerting a certain political power, thus influencing economy and linked aspects.


There is a common datum in religions and the Churches in Europe: a visible reduction of religious practice. Changes are also evident in other religions of non European origins but present in almost all of Europe.


The different religions and Churches operating in Europe manifest a variety of behaviours towards religious pluralism. And the the difference between religions of Western and Eastern Europe is given by the presence of a problem of national identity connected to religious belonging.


Religious Europe is not only a map of territories characterized by this or that religious culture, Religious Europe has also and moreover the presence of a wide number of minorities: Orthodox or Protestants in Catholic countries, Catholic and Orthodox in Protestant countries, Jews and Muslims in the majority of European countries.


Roberto Cipriani (University Roma Tre)


Religion in Europe


Religious Europe at the beginning


The scenario of European societies is rapidly changing, particularly in the field of religion and Churches. New streams of believers and religious organizations are reaching different places in Europe, sometimes very far from their countries of historical origin. The phenomenon of religious acculturation is a kind of challenge between religious movements and local people and culture. European geography has changed a lot in the last decades and is expected to change even more (especially after new countries will be joining the European Union).


There aren’t major hindrances in crossing European continent. This is why migrations, invasions, incursions and expansions have easily occurred as well as cultural exchanges of various origins, on a linguistic and political level, as well as economic and legal, ethic and religious.


In ancient times polytheistic religions were prevailing in European territories, followed by monotheistic religions of “salvation” such as Judaism, Christianity and Islam.


Ancient Germans are considered to be Indo-European. A complex mythology accompanied their religious traditions, influenced by the trinitarian structure of ancient religions of oriental origin. When the Romans, and Indo-Europeans as well, met the ancient Germans, they called them barbarians because they had a completely different culture and religion from that of ancient Italy.


The religious outline of contemporary Europe as historically rooted


The Catholic Church is the main religious influence in the central and southern area (Portugal, Spain, France, Belgium, Centre and South Ireland, Italy, Malta, Southern Switzerland, Germany, Austria, Hungary, Croatia, Slovenia, Czechia, Slovakia, Poland, Lithuania, part of The Netherlands, Latvia and Ukraine);


Protestantism is the main religious influence in the centre and northern area (Iceland, England and Northern Ireland, Central and Northern Switzerland, Germany, Denmark, Norway, Sweden, Finland, Estonia, Latvia, part of Hungary, of The Netherlands, of Belarus);


Greek and Russian Orthodox is the main religious influence in the south-western area (Greece and part of Cyprus and Macedonia, Serbia, Bulgaria, Romania, Ukraine, Moldavia, Georgia, Armenia, Russia, part of Bosnia-Herzegovina, of Kazakhstan, of Estonia, of Latvia and Byelarus);


Muslim is the main religious influence in oriental areas of Europe (Turkey, Azerbaijan, Albania, part of Macedonia, of Kazakhstan, of Georgia, of Bulgaria and of Bosnia-­Herzegovina).


In the eastern part of the continent Christianity faces Islam, which is the less consistent religious group among the book religions (Judaism, Christianity, Islam) notwithstanding a growing number of adepts.


Other religions and other Churches have crossed Europe also exerting a certain political power, thus influencing economy and linked aspects. Compact and fragmented Islamic groups were present in Serbia, Bosnia-Herzegovina, Macedonia and Albania.


Mobility inside Europe should also not be undervalued, with various religious characteristics, marked by oriental countries going to western countries, for example from Russia to Estonia, Lithuania and Germany, or from Czechia, Slovakia as well as ex Yugoslavia towards Germany, or even from Poland to France, from Estonia and Lithuania toSweden and Northern Europe.


If Christianity occupies a major position in Europe, other religions have significant presence almost everywhere but mostly in the great urban centres, where non-Christian worship places have dimensions, capacity and visibility which cannot be ignored. At the same time in Greece, where Orthodox religion prevails, there is a Roman Catholic cathedral; the same happens in Moscow. Regarding higher education and scientific levels, Moscow and St. Petersburg both have an Orthodox university and Russia has 37 seminars and 38 religious secondary schools. “Even if belief in God has increased since the end of the communist regime, people’s basic knowledge about religion is still poor”. But “most people have a positive, ‘open’ attitude towards religion and towards the Russian Orthodox Church”, which, “with its 1000-year history, represents stability in a society where many institutions of the previous regime have collapsed” (Kääriäinen 1999: 44). Therefore, Russian Orthodox Church would be a sort of “diffused religion” (Cipriani 2001) that, being historically rooted, emerges again whenever favourable circumstances occur for its presence and further canalization.


Changes are also evident in other religions of non European origins but present in almost all of Europe. In 2005, 1.472.587 persons officially passed through Europe with a high concentration in Germany, United Kingdom and France. The mixture of religions, Churches and temples, but also of new religious movements (Barker 1991) is a clear indicator of pluralism that registers (through the European Values Study of 1999-2000) specific convergences/divergences that also create a common shared plateau of values (Inglehart 2003) among areas usually homogeneous. There are traditional countries like Ireland and Portugal but in the predominantly Catholic countries of Czechia, Slovenia, France, Belgium, Austria, Italy and Spain as well as in the Anglican Great Britain and in Orthodox Greece there is a favourable tendency towards both propitious to secular and rational values and values of auto-expression.


The relation between state and religion is not the same everywhere throughout Europe: in some countries there is a clear separation even regulated by the law (as happened in France from 1905), in other countries there is a conservatory regime (Spain, Italy and Portugal), and there are also countries with state Churches (Scandinavian countries and Great Britain). As a matter of fact, there are in Europe some secular states that offer many privileges to religious communities. Another possibility is that state and religion do not have a shared identity but do not take complete opposite positions, sometimes they negotiate case by case, as it happens to majority Churches in a country or towards other minority Churches, movements and religious groups. Such de facto situation is also officially highlighted by the Catholic Church itself for example, by Pope John Paul II during his post-synod apostolic exhortation on June 28th 2003 with the title Ecclesia in Europe, where we can read at point 20: “Particular Churches in Europe are not simple entities or private organizations”.


There is a common datum in religions and the Churches in Europe: a visible reduction of religious practice. Apparently, except for wrong sampling, the only country among post-Communist Europe registering a countertendency is Georgia, as far as religious importance is concerned. Georgia apparently registers an outstanding increase of religious belief rates, as well as an increasing practice and value relevance. Therefore, as far religious awakening Orthodox Georgia can be considered on the same level as Orthodox Russia’s recent positions. In Europe France occupies the last place of the list.


Norris and Inglehart write (2004: 86): “traditional religious beliefs and involvement in institutionalized religion vary considerably from one country to another; and have steadily declined throughout Western Europe, particularly since the 1960s”. On the other hand the relation between religious participation and religious pluralism is quite interesting.


Culture plays an important role for the presence of religion and Churches in single nations. This division of religions by their belonging cultures seems to be quite founded because “belonging to a culture is the basic factor for self-accomplishment” (Lane 1978: 135).


Orthodox Churches


The Orthodox Church has its support overwhelmingly in rural areas. It is not by chance that Bulgaria has it own National Orthodox Church with six million believers, twelve dioceses and thousands of priests. But in comparison with Russia, Greece and Serbia, Bulgaria has a secondary role within Orthodoxy. In other areas there is a closer relation between the state and Church, as if it was to create a worship of state and its rulers. In this way it is the population itself that supports religion through culture. Apparently, traces of paganism are also present, forms of religion far off from high, intellectual and selected European culture. In recent times, and referring to the wide area of Orthodox culture the limits of  “canonical territories” have been revenged in order to stress supremacy rights, especially by the Russian Orthodox Church over the Catholic Church. Actually the article n. 14 of the Russian Constitution states: “Russian Federation is lay. No religion can be established as a state or compulsory religion”. Moreover the document Basis of the Social Conception of Russian Orthodox Church says that (III, 3): “the Church cannot take advantage of the points of view of the state”. The relation with modernity really makes the difference between Orthodoxy and Western religions (Kaufmann 1997). Leaving aside the significant theological and cultural differences between Western and Oriental Christianity, modernity did not represent an autonomous cultural development of Orthodox countries. Moreover,


“from the ‘800 the Church and the Orthodox culture entered a form of social development which is radically new and with no precedents. It also meant a new form of relationship between the Church and the State as well as new tensions and new alliances between religion and politics because, at least in Greece, but also in the rest of the Balkans, the institution of the Orthodox Church became a servant of the State and assumed a nationalist way of thinking. The Orthodox Church has also played, as for the migrations of the twentieth century, a decisive cultural role for the Orthodox Diaspora at a World level” (Kokosalakis 1996: 19-20).


The Serbian Orthodox Church dramatically lived through the end of Yugoslavia, with the rising ethnic conflicts in 1991 and the confrontation between Catholics and Muslims. Political, ethnic and religious reasons were bound together giving as outcome an explosive mixture with tragic consequences.


“Ethnocentrism and Church dependence on the State are probably the most important issues of the Orthodox Church today” (Makrides 1996: 70). Even if an Orthodox Commonwealth will not be realized (Roudometof, Agadjanian, Pankhurst 2005), nonetheless with the entering of Bulgaria and Romania by 2007 the presence of Orthodox people has increased. Many of them are already operating in Western Europe, Sweden, France, United Kingdom, Switzerland, Germany, Finland, Croatia and Austria.


Politics and Religion


Politicizing culture and religion is what Vrcan (2006) points out. Moreover, many particular situations throughout ex Yugoslavian territories show that national-­oriented culture and religious politicization processes were widely popular. In fact Catholicism in Herzegovina was a “religion in a border region”, but actually it has become a “border religion” (Vrcan 2006: 222).


Tomka’s contribution in particular is very relevant and faces diverse issues of East and Western Europe with a comparative approach. He begins with three remarks: religious influence is declining in Western Europe; while Western young people seem to be increasingly less religious, the Eastern and Central situation seems to register an inverted tendency; in ex-Communist countries the role of Churches is increasingly popular. Some central European countries play a different role and are more modernized and represent a solid reference for East countries, which are quite marginal in comparison with Western countries. There are two main guiding factors at the origins of Western Christian Churches: Church as an institution and individual autonomy. However, when we want to distinguish what is peculiar of Oriental Churches respect to Western Churches we come to six differences, according to Tomka (2006: 259-262): a reduced control of the Church and dominance of local factors; the tendency to homologate forms with contents, beliefs with symbols, liturgy with art; a more collective than individual approach to religious belonging and a dominant position of the clergy within an ecclesiastic role hierarchy; religion and culture are mainly considered as one; a formally bombastic liturgy that does not allow adjustments, changes nor a direct participation of laymen; a basic unity between politics and religion, as well as state and Church, just like a “symphony”.


The most remarkable recovery is shown by the Russian Orthodox Church: “traditions of strong links and close ties between state and Church provided the basis for the submission of the Church and for co-operation with the state, whichever the state might be” (Borowik 2006: 269). Apparently opportunistic strategies were developed by the Orthodox Church in order to survive bad situations. This was also possible because national Orthodox Churches (in Greece as in Georgia, in Russia as in Serbia) lacked close relations; therefore there was no need for a similar behaviour. It will be part of a generic and omnicomprehensive spirituality that leads to an identification between religion, culture and state: “being Orthodox and Bulgarian, for instance, is almost the same, but withdrawing from religion as moral teachings or as based in religious practice is rather rare” (Borowik 2006: 270). This happens in contexts where Orthodox religion prevails.


“With the collapse of Communism, the countries of Eastern and Central Europe joined the world of growing differentiation and globalization” (Borowik 2006: 272). The operation was easier in Central European countries, especially Poland, in the Baltic area, Hungary, Czechia and Slovakia. Finally, the difference between religions of Western and Eastern Europe is given by the presence of a problem of national identity connected to religious belonging.


In Croatia as well as in Poland, for instance, the Catholic Church has fostered the birth of a modern nation-state (Martin 2005: 81, quoted by Marinović Jerolimov and Zrinščak 2006: 289). That of Serbians and the Serbian Orthodox Church, thus sharing a common destiny with other oriental Orthodox nations, is a peculiar case. Ethnical and religious conflicts occurred between Serbian Orthodoxes against Bosnian Muslims and against Serbian Catholics with Croatian habits.


It is also important to remember that in 1967 an autocephalous Macedonian Orthodox Church was auto-proclaimed in Macedonia, independent from the Serbian Church.


Also Serbian nationalism contributed to a religious rebirth. Moreover interethnic disputes had a religious connotation: Catholics, Orthodoxes and Muslims were fighting one against the other. Finally Greek and Irish constitutions refer to religion, the German one permits Invocatio Dei, the European one does not give any reference at all.


Religious pluralism


Speaking of pluralism and respect for religion, Europe develops a number of different issues (Davie and Hervieu-Léger 1996; Davie 2000; Davie 2002; Bolgiani, Margiotta Broglio and Mazzola 2006). Independently of the type of preponderant religion, problems of freedom of expression and religion practices rise from minority confessions.


The different religions and Churches operating in Europe manifest a variety of behaviours towards religious pluralism; this is the result of a wide inquiry called RAMP (Religious And Moral Pluralism) carried out in many European countries: Belgium, Denmark, Finland, Great Britain, Hungary, Italy, The Netherlands, Norway, Portugal and Sweden (Dobbelaere and Riis 2002). The conclusions of this research are: “in the model explaining pluralism as a cultural enrichment … the effect of Church commitment is positive, meaning that people with a high degree of commitment to their Church also tend to appreciate the cultural enrichment of religious pluralism”. Actually “the Churches are challenged to change their positions. Formerly, the Churches as authoritative institutions could proclaim a truth that was taken for granted by Church members” (Billiet et al. 2003: 157). “Religious identity must then try to take into account the existence of other religious identities, aspects which modify its structure of belief” (Bontempi 2005: 164). Young people are the first ones to experience the dynamics of secularization, thus reducing rates of religious belonging feelings, of ritual practices and spiritual dependence. This impetus originates from below: with the diffusion of new religious identities, groups and organisations ranging from Buddhists to the new Churches of Protestant matrix and the different Islamic communities. “There are also pressures that come from above, from the effects of European integration that require a re-negotiation of long-standing Church-state relations” (Bontempi 2005: 166). Actually, “the elaboration of a European right to religion cannot result from any combination of national rights on the issue because the differences between the states are too great” (Bontempi 2005: 168).


Protestantism in Europe


Protestant immigrants arrived in Russia and established themselves mainly in Southern Russia. Dutch Protestants were also relevant presences, even if more interested in economic reasons: already in 1616 there was the reformed Church in Moscow.


“The origin of these Protestant currents in Russia, however, is never to be solely explained in terms of cultural and religious infiltration from Western Europe … That they finally established themselves as independent groups beside the Orthodox Church is due in large measure to the way in which the Church treated these believers” (Hebly 1976: 80). Later on they had a certain freedom as antagonists of the Orthodox Church.


The majority of Protestants is located in Northern European countries: in Finland, Denmark, Sweden, Norway, Iceland, and Germany as well. This is quite a united group of countries where “there is a growing interest in the matter of the relationship between Church and state both within and outside the Churches” (Harmati 1984: 13). Also the folk Church of the Northern states is the Church of people because it is local and is therefore legitimated by a close relation with the referring nation.


In Finland there has been freedom of religion since 1923. The Lutheran Evangelical Church is recognized by Finnish constitution but it is quite autonomous, more than other Churches of the north. Pentecostals are the more numerous religious groups among non-officially registered congregations, while Methodists are mentioned as a free Church. Among Lutherans, Orthodoxes and Catholics there is some sort of collaboration.


“Religious Europe is not only a map of territories characterized by this or that religious culture, Religious Europe has also and moreover the presence of a wide number of minorities: Orthodox or Protestants in Catholic countries, Catholic and Orthodox in Protestant countries, Jews and Muslims in the majority of European countries” (Vincent and Willaime 1993: 91).


Resistances against Europe are also present in Protestantism, according to Dreyfus (1993: 128) who underlines that the Protestant states of Western Europe are highly doubtful over the construction of Europe.


However, reality has its own way and develops towards other conceptions thus revealing that Europe is no longer a Western territory, because many Eastern influences can be found all over Europe. The change is clear enough if seen on the gross percentage of religious belonging (Willaime 2004: 19):


Islam in Europe


In Europe, Islamic East is a recurrent theme also for mass communication. It is not by chance that sociological bibliography on Islam in Europe has rapidly increased (Dassetto and Conrad 1996) and that now some sociologists of religion, who were once mainly experienced in the dominant religion of their home country, have now become Islam experts, studying the relationship between the state and Islamic religion, the integration of Muslims in Europe and the role of Islam inside European society. France, Germany, Great Britain, Greece, Italy, The Netherlands, Sweden, Norway, Spain and Switzerland are among the countries that care more about new themes of Islamic content, in relation to areas such as immigration, citizenship, political representatives, community organization, means of mass communication, identity processes, the perception of European Union, the identification with Europe, Islamization of Europe, Islamic associations in European territory, social and religious Islamic networks, youth education, inter-ethnic conflicts, the use of free time, criminality, entrepreneurship, work, polygamy, minority conditions, linguistic barriers, law statute, places of worship, woman’s role, religious practice and conversions.


The question is no more about Islam and Western countries: Islam is inside Western countries. Islam is therefore part of and integrated in Europe, especially as far as the second generations are concerned, who are completely socialized within European territories, speaking one or more European languages, and who are de facto Euro-Islamic generations (Allievi and Nielsen 2003; Maréchal 2003).


Europe becomes a decisive ground for “Muslim Geopolitics” as well. In the future there is, however, a “plural” Europe (Allievi 2002: 179). Islam itself is “one and multiple”, as Pace affirms (2004: 12), passing through the different solutions experienced in Europe for public acknowledgement and state regulation of Islam and Muslim identity. In Scandinavian countries jus loci is applied, as well as in France, thus facilitating the citizen’s access, but also helping immigrants of European origins limiting access.


To conclude about the Islam question in Europe (Bistolfi and Zabbal 1995) a comparative analysis concerning Buddhists and Muslims from European citizens’ perception can be interesting. According to some studies carried out in France, Belgium, The Netherlands, Italy, Denmark, United Kingdom, Scotland, Austria, Germany and other places in Europe, appreciation for Buddhism has increased, while appreciation for Muslims has reduced. Furthermore, Buddhism at least apparently could represent a future of Europe, except for conceiving Islam a sort of new Buddhism, based on some peculiar religious values.


Religions and/in Europe: a conclusion


The four blocks of religions (Catholics, Orthodoxes, Protestants and Muslims) are a fundamental basis for the construction of Europe. They are actually the corner-stones posed at the four angles of European chessboard: the point of convergence could be Brussels (or Belgium), where the presence of the four religions is clearly shown, with the Jewish religion at a side as a millenarian presence in Europe.


There are ancient issues where religion plays a strategic role. Larger divisions are those regarding the Caucasus people of Georgia (of Orthodox religion with a minority of Muslims), of Armenia (of Orthodox religion with a few Catholics using Armenian rites, and with a minority of Monophysites) and of Azerbaijan (of Muslim religion, above all Shiites, with a minority of Christians).


The perspectives for a European future (Greeley 2003; Knippenberg 2005) cannot leave out of consideration the responsibility for religious problems. In 2007 officially in the European Union are: Portugal, Spain, France, Italy, Belgium, Luxemburg, Ireland, Lithuania, Poland, Czechia, Slovakia, Austria, Hungary, Slovenia, and Malta with a Catholic prevalence; Germany, and The Netherlands with a mixed Catholic-Protestant prevalence; Latvia, with mixed Catholic-Protestant-Orthodox prevalence; Estonia with mixed Protestant-Orthodox prevalence; United Kingdom, Denmark, Sweden, and Finland with Protestant prevalence; Greece, Cyprus, Bulgaria, and Romania with Orthodox prevalence.


New arrivals, especially from Africa and Asia, are changing the inner composition of European nations, also on a religious level. But in particular the importance of new Islamic presences in Europe is far too evident.


References


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Roberto Cipriani is full professor of Sociology and chairman of the Department of Sciences of Education at the University of Rome 3, Italy. He has served as a visiting professor at the University of São Paulo in Brazil, at the University of Buenos Aires, and at Laval University in Quebec and has conducted research in Greece and Mexico. He has also served as editor in chief of International Sociology. He has been president of the International Sociological Association Research Committee for the Sociology of Religion and member of the Executive Committee of the International Association of French Speaking Socologists, and of the International Institute of Sociology. He is president of the Italian Sociological Association. His publications include: Sociology of Religion. An Historical Introduction (Aldine-de Gruyter, New York, 2000, and translated into Chinese, French, Portuguese, Spanish); The Sociology of Legitimation (Current Sociology, 1987, 35, 2); “Religions sans frontiers?” Present and future trends of migration, culture, and communication (Rome, 1994); more than 600 articles, and 40 books (as author, coauthor, main editor, in collaboration, or as editor) in Italian, English, French, German, Spanish, Portuguese, and in Russian.

Sociology of religion: the state of the art

Roberto Cipriani


250 years have passed since David Hume published Four Dissertations: The natural history of Religion, of the Passion, of Tragedy, of the Standard of the Taste (1757) followed by Dialogues Concerning Natural Religion, in 1779. Thanks to the English empiricist – whose books were enlisted by the Catholic Church in the Index Librorum Prohibitorum – the first systematic attempt of a religious study starting from human experience instead of a metaphysical perspective.


Sociology started with A. Comte, approximately one Century later. However, the studies of Hume were to anticipate the principles of a scientific approach to religious phenomenon. This approach was continued by Durkheim and Weber, further developed by Le Bras and Bellah, up to now when sociology of religion is experiencing a particularly good period, even if great theories and masters are lacking (such as Parsons and Luhmann), and others (like Berger and Luckmann) are less present.


Certainly, the number of good quality researchers has increased, notwithstanding the absence of absolute excellence normally recognised by the majority of the scientific community. In the mean time, there are a good number of field researches, illustrating interests ranging from the more traditional sector of Christian religious experience to that of new religions, with a particular increase in Islamic studies (cfr. Sociology of Religion, vol. 68, n. 3, Fall 2007) and in the generally neglected Asiatic realities.


A backward situation is noted, however, on the state of the studies concerning religious diversity in Africa (we should always be grateful to Bennetta Jules Rosette).


A new and significant contribution now comes from central and south America, where new initiatives combining events between various sociologists of religion, such as conferences and reviews are held: following the footsteps of the Brazilian Reginaldo Prandi, the Argentinean Alejandro Frigerio is now playing a major role, along with Ari Pedro Oro, who is also from Brazil.


In the last few years, however, some significant scholars have passed away, such as Niklas Luhmann in Germany, Silvano Burgalassi in Italy, Bryan Wilson in Great Britain, Srđan Vrcan in Croazia, Yves Lambert (whose La naissance des religions, Armand Colin, Paris, 2007 has now been published after his death), and Jean Séguy in France.


New fellows, however, are emerging and seem to be of good quality, especially in the field of Orthodox churches, thanks to Victor Roudometof and Alexander Agadjanian, who, together with Jerry Pankhurst, edited Eastern Orthodoxy in a Global Age. Tradition Faces in the Twenty-first Century (Altamira Press, Walnut Creek, 2005, pp. 290), with contributions by – among others – Gavril Flora, Vasilios N. Makrides and Kathy Rousselet.


Another good job is being carried out by Fenggang Yang (editor with Joseph B. Tamney of State, Market, and Religions in Chinese Societies, Brill, Leiden-Boston, 2005) who is not only fostering research on Chinese religiosity (see vol. 67, n° 2 of the review Sociology of Religion, dedicated to Conversion to Christianity among the Chinese), but is also promoting initiatives in order to create links among Chinese sociologist of religions. In fact, the first International Symposium of Chinese Sociology of Religion was held in Beijing on July, 10-12 in 2004 (historically relevant date to remember). The ideological influence is still strong; however, scientific quality is of a good level and is bound to get better.


Another important development in sociology of religion is that of post-communist countries. The most dedicated researchers are: the Croatian Siniša Zrinščak (see his essay, written with Dinka Marinović Jerolimov, on Social Compass, vol. 53, n° 2, 2006), the Polish sociologist Irena Borowik (who, with Miklós Tomka, edited Religion and Social Change in Post-Communist Europe, Nomos, Krakow, 2001), the German Detlef Pollack, the Byelorussian Larissa Titarenko, the Bulgarian Nonka Bogomilova-Todorova, just to make some names.


Within European boundaries, the work of Grace Davie is highly considered (Religion in Modern Europe, Blackwell, Oxford, 2000; Europe: The Exceptional Case. Parameters of Faith in the Modern World, Darton, Longman and Todd, London, 2002). Grace Davie also summarizes the state of the art of the discipline in the book The Sociology of Religion: a Critical Agenda (Sage, London, 2007). Jean-Paul Willaime also studies the subject of religion in Europe (Europe et religionLes enjeux du XXIème siècle, Fayard, Paris, 2004).


The lay discourse is developed within the European context by Jean Bauberot (Laïcité 1905-2005, entre passion et raison, Le Seuil, Paris, 2004). Instead, in central and south America it is developed by Roberto Blancarte (Laïcidad y valores en un Estado democratico, El Colegio de Mexico, Mexico, 2000).


Among the new subjects in the socio-religious area, we have to highlight the pioneering work of Paul Heelas and Linda Woodhead (The Spiritual Revolution: Why Religion is Giving Way to Spirituality, Blackwell, Oxford, 2005), as well as Giuseppe Giordan is working on vocation, he edited Vocation and Social Context (Brill, Leiden-Boston, 2007) and is now preparing a book on conversion.


James Beckford has written about socio-religious institutional issues (Social Theory and Religion, Cambridge University Press, Cambridge, 2003) and is currently carrying out a number of researches on religious presence within prisons (starting from Religion in Prison. ‘Equal rites’ in a Multi-Faith Society, Cambridge University Press, Cambridge, 1998).


Among new talents, the Swiss Jörg Stolz (University of Lausanne) is particularly versed in theoretical issues, while the French Erwan Dianteill is the author of an outstanding field research  (La samaritaine noire. Les Églises spirituelles noire américaines de la Nouvelle Orléans, Éditions de l’École des Hautes Études en Sciences Sociales, Paris, 2006, pp. 262, with the DVD: Roll with the Spirit).


A new perspective is outlined by the quantitative inquiry by Milena Vilaça in Portugal (Da Torre de Babel às Terras Prometidas. Pluralismo Religioso em Portugal, Edições Afrontamento, Porto, 2006).


Attention should be given to the book which collect the most important essays by Robert N. Bellah on religion: Robert N. Bellah, Steven M. Tipton (eds.), The Robert Bellah Reader, Duke University Press, Walnut Creek, 2002, pp. 366) and the one by Inger Furseth and Pål Repstad, An Introduction to the Sociology of Religion. Classical and Contemporary Perspectives, Ashgate, Aldershot-Burlington, 2006, pp. 242.


A special mention should be made of the young Finnish sociologist Tuomas Martikainen, who is specialized on religious diasporas and inter-religious relationships.


In conclusion, websites and centres of sociology of religion are becoming more and more frequent.


Furthermore, the number of registrations and the percentage of attending interested scholars at the conferences organized by the International Society for Sociology of Religion and by the Association of Sociology of Religion, and others, show a notable increment.

LA RIDUZIONE DEL NUMERO DI SACERDOTI CATTOLICI IN ITALIA. UNA LETTURA SOCIOLOGICA

Roberto Cipriani


Premessa


            Il dato è ormai evidente da più anni a questa parte: si assiste ad una riduzione del numero dei sacerdoti cattolici diocesani in Italia, che erano più di 80.000 nel 1881 (quando la popolazione italiana era di 29.791.000 persone) e che sono diminuiti rapidamente nei cinque decenni successivi, fino a ridursi a poco più di 50.000 nel 1931. Da tale anno in poi il calo, pur costante, è stato più lento, fino al 1981: in tale cinquantennio la riduzione è risultata infatti meno drastica, assommando a circa diecimila unità. Venticinque anni dopo, nel 2005, si è ancora registrata una diminuzione (di quasi ottomila unità) almeno tendenzialmente più accentuata di quella registrata nei cinque decenni  immediatamente precedenti (1931-1981) ma non certo al livello di quella avutasi nel cinquantennio 1881-1931.


Bisogna però anche considerare che nel contempo è aumentata la popolazione italiana (oggi siamo ad oltre 59 milioni di individui). Inoltre è diminuito il tasso di fecondità totale, cioè il numero medio di figli per donna (era di oltre 2,5 negli anni sessanta, mentre ora è di poco superiore all’unità, insomma si è dimezzato), ed è aumentata l’età media (ora a 31 anni, ma in passato a 24 anni) al momento dell’ordinazione dei sacerdoti diocesani in Italia: questi fattori incidono evidentemente sull’andamento del numero di sacerdoti cattolici in Italia. Infine si è andato riducendo anche l’insieme dei sacerdoti nati in Italia, che intorno al 1940 – per avere un termine di riferimento preciso – presentava un tasso di 16 sacerdoti ogni diecimila maschi nati vivi in un anno (mentre oggi sono 10 ogni diciassettemila).


Non va poi dimenticato che alcune centinaia di preti diocesani italiani si sono impegnati come fidei dona  in terre di missione. Peraltro l’immissione in Italia di sacerdoti nati all’estero (sono il 4,5% ma anche mediamente più giovani ed in qualche misura – oltre duecento – polacchi) non fa recuperare di molto le perdite complessive. Vi sono invero differenze significative nel passare da una regione pastorale all’altra (il Lazio, come noto, è un caso a sé, con oltre il 20% di sacerdoti nati all’estero; d’altra parte l’Umbria ha la densità più alta di clero e la Campania la minore). Notevoli sono anche le differenze fra le diocesi (Roma, comunque, è una vera e propria eccezione).


Per i sacerdoti regolari si è avuto nel corso dei decenni un andamento dissimile da quello dei preti diocesani: erano meno di diecimila nel 1881, poi fino al 1931 hanno subito una leggera flessione; ma dal 1931 al 1971 sono aumentati sino a superare il totale di ventimila; in seguito è subentrato un declino affine a quello dei sacerdoti diocesani. In definitiva, pur con qualche oscillazione anche di rilievo nel tempo, il numero dei preti regolari è rimasto sempre inferiore rispetto a quello dei sacerdoti diocesani.


Quale futuro?


Le previsioni per il futuro variano di molto soprattutto in base alle capacità di reclutamento, ma in linea di massima si pensa che verso il 2025 i sacerdoti diocesani in Italia possano essere circa venticinquemila (ma anche quasi trentatremila se si mantiene una densità costante di ordinazioni). Si ritiene anche che a quell’epoca sarà possibile contare su circa 1500 giovani sacerdoti in più rispetto a quelli computabili con un tasso costante di reclutamento. Insomma se le regioni pastorali ora in sofferenza per carenza di vocazioni (e dunque di ordinazioni) dovessero impegnarsi maggiormente nella loro azione si potrebbero registrare risultati ancora più cospicui a livello complessivo. Molto, come nel passato, dipenderà dagli andamenti ciclici nel numero annuale delle ordinazioni (per esempio si sono avuti picchi numerici dal 1963 al 1971 e cali notevoli dal 1979 al 1983, ma poi qualche ripresa nel 1999 e nel 2000). In media nel ventennio 1983-2002 vi sono state 461 ordinazioni annue di sacerdoti diocesani in Italia, ma se si considera il solo decennio 1993-2002 la media è stata leggermente più alta: 494 nuove ordinazioni per anno.


Particolarmente complesso è poi il calcolo per i sacerdoti regolari o “religiosi” che dir si voglia: essi rappresentano un po’ più della metà rispetto al totale del clero diocesano. Nel 2005 (come ultimo dato noto al momento) essi assommano a 17.389, mentre i preti diocesani risultano essere 31.946, per un totale cumulato di 49.335 sacerdoti secolari e regolari in Italia.


In comparazione con la Spagna e specialmente con la Francia, la situazione italiana anche per gli anni a venire tende a presentarsi con livelli quantitativamente superiori. L’andamento statistico potrebbe però cambiare leggermente intorno al 2015, quando la densità del clero in Italia potrebbe scendere al di sotto, semmai, di quella spagnola, ma non certo di quella francese. Va comunque ribadito che l’incidenza maggiore sulla riduzione del numero dei sacerdoti diocesani deriva, ovviamente, dalla mortalità delle fasce di età più anziane: queste ultime costituiscono una quota parte rilevante rispetto all’insieme dei sacerdoti diocesani nel Paese. In effetti circa cinquecento ordinazioni per anno non sono sufficienti a mantenere i livelli precedenti; peraltro nel 2005 sono stati solo 399 i nuovi sacerdoti diocesani ordinati e si sono registrate ufficialmente 49 defezioni.


Non va infine trascurata la nuova realtà dei diaconi permanenti, che nel 2005 erano 3.124 del clero diocesano e 56 del clero religioso. Occorre poi aggiungere 3.210 religiosi non sacerdoti, per non parlare della peculiare consistenza del numero delle religiose (ben 101.564). Ma ancora più numerosi sono i catechisti, che risultano essere ufficialmente 209.546.  


Un confronto con l’Oltralpe


            Una recente ricerca di Céline Béraud sul “mestiere” di prete in Francia ha accertato che la riduzione del numero dei sacerdoti ha comportato una maggiore attenzione al ruolo prettamente religioso, facendo mutare dunque il profilo abituale delle attività quotidiane di un sacerdote. Egli è spinto infatti verso una maggiore mobilità territoriale (il miglioramento delle vie di comunicazione e la maggiore rapidità dei trasporti lo favoriscono abbastanza sotto questo aspetto, un po’ limitato nel passato da fattori contingenti). In particolare il ministro di culto non appare più legato alla sola struttura parrocchiale di sua pertinenza ma è costretto a seguirne pastoralmente anche altre. E d’altro canto i suoi luoghi di azione non si riducono più agli ambiti strettamente ecclesiastici.


            Una tale accresciuta mobilità del sacerdote lascia maggior spazio alla sua comunità e soprattutto ai laici, che però hanno aspettative peculiari di animazione e cura pastorale, rispetto alle quali in buona misura il presbitero può non aver avuto in seminario (od in altri luoghi formativi) la necessaria ed adeguata preparazione. Si crea così uno iato fra aspettative suscitate e prestazioni fornite.


            L’impegno invero è su più fronti: quello del rito, dove si richiede una competenza cerimoniale primaria, che non si acquisisce facilmente perché sono in gioco variabili complesse ed articolate sul piano simbolico, comunicativo, semiotico e contenutistico; quello della guida, ovvero dell’accompagnamento, che consiste nel seguire da vicino le iniziative, gli apprendimenti e le forme di socializzazione; quello dell’etica intesa come risorsa principale, punto di riferimento esemplare ed emblematico, continuamente sottoposto a verifica da parte altrui.


            Orbene nelle diverse funzioni rituali, educative ed etiche si assiste ad una vera e propria divisione del lavoro con i laici. Il tutto si trova poi a fare i conti con i nuovi modelli di credenza, l’autonomia anche spirituale delle persone e la difficile gestione dell’appartenenza ecclesiale.


            Si rileva dunque una ricerca di legittimazione del nuovo prete nella società contemporanea, quasi nel tentativo di recuperare una credibilità sempre più a rischio. L’obiettivo immediato appare quello di riprendere quota in uno spazio pubblico che non concede facilmente cittadinanza. Ecco perché, dopo l’impegno profuso nel seguire e portare a compimento la sua vocazione, il prete cerca un suo statuto sociale che in qualche modo lo ricompensi degli sforzi compiuti per raggiungere il suo ruolo sociale. A questo punto egli cerca di farsi valere per la professionalità nello svolgimento dei suoi compiti e per la specificità della sua stessa opzione professionale.


            Il suggello della vocazione è certamente l’ordinazione ma questa segna anche un termine di separatezza e di distinzione rispetto alla comunità sociale di appartenenza. Vi aleggia l’idea di un dono spirituale divino ma anche quella di una connotazione sacrificale. Ecco quindi che si riaffaccia la prospettiva piuttosto dell’altare che non del vangelo. Insomma, secondo Béraud, ci sarebbe una propensione persino a sottolineare con l’abito il carattere della diversificazione, non secondo un intento passatista e tradizionalista, quasi da ritorno al tempo che fu, ma piuttosto in chiave di ricomposizione (messa in atto soprattutto dai nuovi preti francesi).


            Non è facile stabilire quanto sia fondata una tale lettura offerta dalla sociologa transalpina ma sta di fatto che in effetti, a fronte della nuova lena assunta dai laici nell’assolvimento di compiti pastorali, il sacerdote contemporaneo sembra volto a superare le sue angosce di ruolo rimettendo in campo qualche distinguo del passato, magari di tipo tridentino.


In tale contesto non è agevole stabilire se in Francia vi sia piuttosto una fuga in avanti o un rifugiarsi nel conservatorismo di vecchio stampo. Forse ci sono l’uno e l’altro atteggiamento: il rigetto delle soluzioni controriformistiche ma pure una predilezione per modalità diversificatrici. Non è fuori luogo immaginare un sacerdote che sia in pari tempo serio, preparato e “moderno” ma anche propenso ad una certa “sontuosità” esteriorizzata della sua posizione. Si capiscono così forse meglio le reazioni registrate proprio in Francia alla reintroduzione della messa in latino, la vexata quaestio che in quel Paese aveva portato ad una sorta di scisma qualche decennio fa (dopo il Vaticano II) con il caso Lefebvre e la sua Fraternità Sacerdotale San Pio X.                        


Nondimeno l’autorità del prete si esprime di continuo attraverso le tre funzioni già indicate, quelle cioè legate a rito, educazione ed etica. Però esse non vengono legittimate e riconosciute pubblicamente una volta per tutte ed hanno dunque bisogno di una costante rinegoziazione. Il che non significa rinunciare ai principi di fondo bensì di ritrovare di volta in volta un equilibrio efficace tra vocazione/professione e impegno/mutamento. Il punto di convergenza, anzi di soluzione, risiede appunto nel singolo ecclesiastico che mette a confronto la sua visione del mondo con i dati non sempre condivisi e/o condivisibili della realtà sociale.


In fondo è un portato innovativo, non abituale, il desiderio da parte del sacerdote di pensare al benessere personale, al rispetto della privacy, al diritto al riposo ed alle vacanze, alla separazione fra luogo di vita quotidiana e luogo di culto, alla frequentazione di amicizie. L’assenza di tali prerogative viene ritenuta, secondo Béraud, una porta aperta agli abbandoni, alle rinunzie, al calo delle vocazioni. Al contrario le risposte positive alla solitudine, attraverso l’autorealizzazione personale, sembrano favorire un atteggiamento positivo nei riguardi del “mestiere” di prete. Altrimenti la soluzione del ritiro prima dell’ordinazione o poco dopo appare giustificata.


La crisi del clero nell’età contemporanea interpella dunque molti responsabili delle situazioni di fatto. Essi non si rendono conto che ormai la legittimità, lo statuto e l’autorità del sacerdote non sono più da considerare come qualcosa di scontato. Si tratta invece di traguardi da conquistare, di mete da raggiungere, mediante una riscoperta delle valenze tradizionali storicamente radicate ed una riappropriazione di competenze specifiche da esercitare con grande professionalità, alla ricerca di un equilibrio che funga da garante ai fini della prosecuzione del percorso presbiterale.


Il sacerdote ha dinanzi a sé un mondo che pare andare nel senso opposto al suo: il dono è raro, la misura di tutto è il denaro, la dedizione di sé non è parte del comune sentire. Dunque la soluzione ministeriale si presenta in chiave di aggancio alla sacramentalità ma pure al celibato quali risorse utili alla distinzione che legittima la funzione stessa del sacerdote.             


Un confronto con il protestantesimo


            L’anticlericalismo più o meno diffuso in Italia come in Europa ha fatto sì che nei riguardi del ruolo sacerdotale non si abbia in generale un atteggiamento positivo. Eppure il concorso dei contribuenti italiani al versamento dell’otto per mille nei confronti della chiesa cattolica e di altre chiese cristiane non è venuto meno, anzi è andato crescendo in questi ultimi anni. Anche a questo proposito parrebbe esserci dunque una contraddizione: da un lato la figura del prete non gode di buona e favorevole stampa ma d’altro canto si riconosce nei fatti la necessità di sostenere il clero. Questo dato di fatto è in evidente controtendenza rispetto ad altri contesti dove la tassazione a destinazione religiosa segue altre modalità e dove si è avuto invece, a partire dagli anni settanta, un netto ridursi del supporto economico alle chiese ed a quelle protestanti in particolare. Il venir meno dunque di una certa stabilità economica ha minato la stessa organizzazione di chiesa, inducendo cambiamenti di tipo strutturale ed occupazionale.


            Ma va precisato che sia il cattolicesimo come il protestantesimo hanno subito notevoli decurtazioni nel numero di pastori non connesse necessariamente alle minori disponibilità economiche.


Negli Stati Uniti il decremento di preti cattolici ha toccato il 40% nell’ultimo quarantennio, presumibilmente piuttosto in relazione all’obbligo del celibato ma indirettamente anche al diniego magisteriale del sacerdozio femminile (un tema segnatamente presente nel dibattito religioso-culturale statunitense).


Le carenze di clero hanno riguardato anche il mondo protestante, che ha visto il ritiro di intere generazioni di ministri del culto ordinati nel dopoguerra, senza che venissero sostituite da nuove leve. Ma soprattutto tra i protestanti si è assistito ad un orientamento del clero a trovare occupazioni supplementari, slegate dall’impegno ecclesiale. In vari casi poi sono state concesse ai laici autorizzazioni di natura cultuale per necessità locali, in sostituzione dei pastori. Oppure ministri di culto già ritiratisi dalla cura di un territorio sono stati richiamati in servizio per una sorta di interim suppletivo. Singolare ed emblematica è tuttavia l’eccezione della Chiesa Episcopaliana che ha aumentato del 60% il proprio clero negli stessi anni in cui le altre chiese cristiane sono state in crisi per esodi di massa dovuti, specie nel cattolicesimo, a problemi di solitudine, celibato e conservatorismo nei valori. Resta comunque peculiare del clero protestante la ricerca di un altro lavoro, di un’occupazione più stabile ed economicamente gratificante. In proposito mancano tuttavia apposite indagini che individuino le motivazioni specifiche di una scelta occupazionale extraecclesiale o di un abbandono definitivo del ruolo. Un’ipotesi interpretativa è stata suggerita (cfr. Hoge et al. 1981): si tratterebbe di una crisi di identità dovuta all’ambiguità, all’incertezza del ruolo di presbitero. Il che potrebbe applicarsi pure alla situazione del clero cattolico.


            Ancora per gli Stati Uniti si è detto in modo icastico che vi sono “banchi pieni ed altari vuoti” (cfr. Schoenherr, Young 1993), segnalando così che a fronte di una tenuta della pratica religiosa si nota invece una forte carenza di ministri celebranti. Diversa è la situazione per i praticanti in Europa, dove le chiese anglicane hanno tassi di frequenza regolare settimanale al di sotto del 5% e quelle cattoliche oscillano su valori più alti (fra cui quelli ancora misurabili oggi in Italia attorno al 25%) ma tendenzialmente in discesa (sempre in Italia la pratica costante era infatti al 31% poco più di un decennio fa: cfr. Cesareo, Cipriani, Garelli, Lanzetti, Rovati 1995). Dunque la tendenza europea ed italiana è piuttosto verso banchi sempre meno pieni ed altari sempre più vuoti, ma con le cautele che ogni previsione statistica impone sui tempi lunghi e sulle contingenze di momenti straordinari (si pensi all’impatto vocazionale ed al numero di ordinazioni sacerdotali, prodotti almeno in parte dall’evento giubilare cattolico del 2000).


Prospettive conclusive


            Il calo del personale ministeriale riguarda in definitiva l’intera dimensione del cristianesimo, ma include anche le comunità dell’ebraismo, pure esse in difficoltà sul piano vocazionale rabbinico (per il servizio nel tempio). Sembra esserci peraltro un fattore che accomuna le tre situazioni: la difficoltà di reperire soggetti che intendano dedicarsi al ruolo sacerdotale a pieno tempo. Ed intanto si tende anche a procrastinare il momento dell’eventuale ordinazione al ministero. La conseguenza evidente è un invecchiamento del clero, giacché i nuovi esponenti sono più adulti e quelli anziani sono indotti a riprendere servizio effettivo. Insomma si assiste ad un fenomeno che ha il carattere dell’ingrigimento del ruolo, sempre più ricoperto da soggetti di età matura. Qualcosa di simile sta avvenendo anche in altri ambiti professionali, tra cui quello universitario dove i giovani ricercatori entrano tardi e poco numerosi mentre i professori in pensione tornano numerosi ad insegnare come docenti a contratto. Ma tra le due situazioni la differenza è data principalmente dal livello vocazionale, presumibilmente più radicato nel ministero sacerdotale.


            In Italia le prospettive per il futuro del cattolicesimo non lasciano prevedere una continua ed inarrestabile crisi di vocazioni con conseguente drastica riduzione del clero, sia diocesano che regolare. Vero è però che accelerazioni e rallentamenti nel “reclutamento” e nel “mantenimento in servizio” dipendono essenzialmente dalle strategie formative di base, dalla definizione di una chiara ed inequivocabile identità del ruolo, dalla capacità di favorire la crescita di personalità mature, dall’atteggiamento complessivo nei riguardi dell’azione religiosa e pastorale.


Gran parte della tenuta e dell’eventuale crescita (non solo quantitativa) del clero cattolico italiano si fonderà sull’esito della “sfida” tra la propensione alla modernizzazione religiosa della chiesa cattolica italiana da una parte e l’impatto dei processi di modernizzazione sociale in atto nel nostro Paese dall’altra, come ha già sostenuto Luca Diotallevi (1999).


Insomma la sola lamentela sul mondo moderno non risulta più essere la risposta adeguata, se mai lo è stata. Ben altri sono gli strumenti del confronto: dalla preparazione di base (non solo a contenuto religioso) alla valorizzazione del capitale individuale, umano, culturale, simbolico e sociale degli attuali e dei futuri preti.               


                                                                                  ROBERTO CIPRIANI


                                                                                  Università Roma Tre


                                                           Presidente dell’Associazione Italiana di Sociologia


                                                                                  Rciprian@uniroma3.it


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Globalizzazione e cittadinanza

Roberto Cipriani


Premessa


Non molti sanno che anche chi possiede più di un requisito per accedere alla cittadinanza nel nostro Paese in realtà si trova poi di fronte ad ostacoli insormontabili, ad una burocrazia lenta e scarsamente attenta alle esigenze della persona e soprattutto dinanzi ad una discrezionalità che arriva a negare anche i diritti più sacrosanti.


Ad esempio qualcuno o qualcuna può nascere in Italia da genitori immigrati (conviene dunque evitare la dizione generica di extracomunitari, che è un falso ideologico nel senso più ampio del termine: non c’è più la Comunità Europea bensì l’Unione Europea e poi quella che appare preminente è la comunità umana, dalla quale nessuno può considerarsi escluso). Ebbene chi nasce in Italia da genitori che non hanno la nostra stessa cittadinanza è costretto ad aspettare sino al diciottesimo anno di età per poter fare domanda, tesa alla concessione di un tale riconoscimento.


Non solo la persona, pur nata nella penisola, ha da aspettare tanto tempo, ma vi deve provvedere entro un certo numero di mesi dal compimento dell’anno fatidico dell’ingresso nell’età adulta, altrimenti perde ogni diritto.


Ma soprattutto, anche se ogni requisito è posseduto e dimostrato, tuttavia l’autorità preposta può rifiutare la concessione della cittadinanza, adducendo un qualunque motivo, magari generico, non circostanziato e non necessariamente provato. Insomma la volontà di un esecutore della normativa in vigore può giungere a deludere ogni aspettativa legittima, a prescindere dalle esigenze del richiedente (o della richiedente) e dalle sue effettive condizioni di inserimento nella società italiana (di solito si  tratta di una persona largamente radicata, attraverso il pieno padroneggiamento della lingua, l’acquisizione di titoli di studio (anche di maturità) a livello di scuole secondarie superiori e la partecipazione attiva alla vita sociale del nostro Paese.


Questo stato di fatto è una palese contraddizione di tanti articoli della nostra costituzione, ma in primo luogo della stessa dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (e della donna).


Gli effetti della globalizzazione


Non è un caso che il tema della cittadinanza (o, meglio, delle cittadinanze) riemerga ora, in tempi ben lontani dalla citoyenneté della Rivoluzione Francese, riproponendo questioni di fondo relative alla conduzione dello Stato, all’appartenenza alla società civile, all’accoglienza degli ospiti stranieri.


Si fa un gran parlare di riforma della legge sulla cittadinanza, del diritto di voto agli stranieri, delle rappresentanze locali degli immigrati, della possibilità di accesso alle strutture sanitarie ed ai servizi di Welfare State, da allargare pure ai soggetti non riconosciuti come italiani.


In verità la discussione sul concetto di cittadinanza, in base alle nuove istanze, è appena cominciata ed è dunque lungi dal potersi considerare esaurita. In altri Paesi sono state escogitate soluzioni molteplici: il melting pot, il crogiolo o miscelatore, che tutto mischia e frulla senza lasciar più riconoscere gli elementi originari, oramai mascherati da un’unica ed indistinta poltiglia; il salad bowl, o insalatiera, che mette tutto insieme, non mescola, pone solo a contatto ma rispetta le diversità; il mosaic, che lascia intatte le singole parti, le tessere separate, che però solo unite fra loro danno luogo ad una composizione unica, riconoscibile, identificabile, comune.


Le prime due soluzioni hanno visto continui fallimenti, la terza pare più promettente, almeno nella misura in cui consente di valorizzare e non di stigmatizzare le differenze, offrendo una soluzione alternativa allo scontro fra le civiltà paventato da Samuel Huntington ed invece trasformato in incontro di civiltà in un documento firmato di recente dal leader spagnolo Zapatero e da quello turco Erdogan, fra gli altri.


Oggi, in Italia ma pure altrove, sempre più la comunità dei residenti tende a non coincidere con la comunità dei cittadini. E dunque si pongono problemi di cittadinanza, di condivisione delle risorse, di compartecipazione ai servizi, di solidarietà civile.


La cittadinanza attiva


Sullo sfondo si affacciano in modo vieppiù vistoso questioni legate alla fiducia, all’impegno pubblico ed ai valori civili. Proprio su questi punti si confrontano varie alternative di cosiddetta cittadinanza attiva che fa leva sul capitale umano e sociale di tutti i soggetti coinvolti, indipendentemente dallo status civile posseduto e documentato.


Enti pubblici ed associazioni di volontariato sociale si stanno facendo protagonisti di una nuova stagione di promozione della cittadinanza, ben al di là delle legittimazioni giuridiche, che di solito giungono solo a rimorchio ed in ritardo rispetto a situazioni di fatto create da soggetti interessati al mutamento dello statu quo.


La conquista della cittadinanza piena non può non implicare processi formativi adeguati e mirati, segnatamente attraverso una mediazione fra la scuola ed il territorio, in modo da ridurre gli effetti devastanti di una globalizzazione spinta, male compresa e peggio subita.         


Esperienze precedenti, ad esempio con i nomadi presenti sul territorio italiano, non hanno sortito effetti promettenti, anche perché non è stata debitamente compresa la natura reale della cultura Rom, tanto per fare un esempio ancor più concreto. Come riferirsi a leggi scritte quando si tratta con soggetti che fondano tutto sulla tradizione orale, sulla lingua parlata, sui costumi tramandati? 


L’incontro più efficace è quindi quello fra le persone, ancora prima di quello cui partecipino le istituzioni.


Il fulcro dell’approccio si fonda sulla fiducia reciproca, data e ricevuta. Partendo da questa sinergia è praticabile un cambiamento sostanziale, dovuto ad una forte relazionalità interpersonale, che fa leva essenzialmente sul capitale sociale messo in capo dai singoli soggetti.


Tale capitale sociale concerne le relazioni tra gli individui e dunque le reti sociali all’interno della comunità. Attraverso di esse le connessioni possono essere sia di tipo inclusivo che rafforzativo. In tal modo anche la cittadinanza attiva diventa l’agire di persone che associandosi intervengono nello spazio pubblico, fanno promozione sociale, favoriscono l’empowerment in vista del riconoscimento dei diritti.


Tutto ciò può tendere ad aumentare la circolazione della fiducia, la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica, l’intervento degli individui nella vita sociale, l’incremento delle azioni non conflittuali ma piuttosto pacifiche.


Nondimeno il problema principale rimane quello della consapevolezza dei diritti come pure degli obblighi, in chiave di lealtà e di impegno. Sullo sfondo persiste comunque il tema della formazione alla cittadinanza rivolta alle giovani generazioni di oggi. Invero in Italia la scuola sinora ha educato poco alla cittadinanza (basti pensare al ruolo effettivo dell’insegnamento dell’Educazione Civica, relegata ad essere ancella della Storia, senza alcuna autonomia e valenza specifica). In questo l’Italia si distingue in negativo nel panorama dell’Unione Europea, in quanto non ha un preciso programma di trasmissione della sensibilità civica.


Tra gli alunni peraltro si attende un atteggiamento corretto da parte degli insegnanti, ma al tempo stesso non si ha fiducia nelle istituzioni.


In definitiva si registra un forte difficoltà nella pratica della cittadinanza, in quanto riescono difficili sia l’identificazione nazionale che quella transnazionale. Inoltre la partecipazione si concentra su forme associate specifiche e non sempre prosegue fino alle forme istituzionali. La cittadinanza resta dunque un affare delicato, fonte di inquietudine ma anche motivo di sicurezza e di forte appartenenza.

Natuzza Evolo. Il dolore e la parola

Roberto Cipriani


Maricla Boggio, Luigi M. Lombardi Satriani, Natuzza Evolo. Il dolore e la parola, Armando Editore, Roma, 2006, pp. 320, euro 27.


         Il caso di Natuzza Evolo, la donna calabrese oggi ultraottantenne che dice di parlare con figure divine e che porta sul suo corpo messaggi scritti con il sangue, era già noto da tempo ma ora Boggio e Lombardi Satriani ce ne offrono un quadro ben più ampio, che si avvale della trascrizione di un film, dei dibattiti e dei saggi riguardanti la fenomenologia natuzziana, della pièce teatrale di Maricla Boggio dal titolo Maria dell’angelo (con l’interpretazione di Regina Bianchi e la regia di Ugo Gregoretti), di documenti inediti, di ulteriori testimonianze, nonché di un aggiornamento datato 2006.


         Il testo offre spunti innumerevoli, che non è possibile riprendere qui nella loro complessa articolazione. Ma c’è un aspetto che in qualche modo li riassume quasi tutti e che indurrebbe a definire la Evolo come “Natuzza degli angeli”. In effetti la presenza dell’angelo nella cultura popolare è collegabile a vari tipi di manifestazioni ed esperienze: molti sono gli esempi che si possono citare, in vari contesti in cui la socializzazione di matrice cristiana ha operato sinora.


Natuzza Evolo, di Paravati in provincia di Catanzaro, sin dal 1939 ha manifestato sudorazioni di sangue, con comparsa di piaghe, soprattutto il mercoledì santo, il giovedì santo ed il venerdì santo. Tali fenomeni, tenuti nascosti fino al 1965, sono poi venuti a conoscenza di molte migliaia di persone. Si attribuiscono a Natuzza varie potenzialità: dalla bilocazione alla morte apparente, dalla trance al dialogo con i defunti, dall’esorcismo al canto angelico. Di quest’ultimo sono state offerte già nel passato varie testimonianze: “Natuzza cadde in catalessi, ed improvvisamente sentimmo un suono lontano, indescrivibile, una musica talmente melodiosa, come un coro di dieci, venti voci intrecciate. Io mi impressionai moltissimo: era come un canto angelico lontano lontano, non sembrava venire dalla bocca di Natuzza”. Un altro testimone ha narrato di aver udito il canto angelico proveniente da Natuzza in trance. Questo canto era stato udito anche da molte persone di Paravati, talora anche dai figli di Natuzza, mentre era sveglia: ella aveva minimizzato la cosa, sostenendo che il canto proveniva dalla radio.


A differenza di fenomenologie similari, non rare nel meridione italiano (e non solo), la vicenda della Evolo si è protratta nel tempo senza che siano sorti molti dubbi sulla veridicità delle sue affermazioni e sulla singolarità degli eventi che l’hanno accompagnata nel corso della sua lunga esistenza. La sua tenuta nel tempo ha destato sorpresa anche in studiosi ben rigorosi e per nulla propensi a dar credito a fatti soprannaturali.


Sta di fatto che numerosi testimoni riferiscono situazioni inconsuete legate alla figura di Natuzza: “uno straordinario carisma posseduto da Natuzza è la visione continua del proprio angelo custode e di quello delle persone con le quali viene a contatto. Il suo angelo custode, veduto da lei fin dalla fanciullezza, la guida, la ammonisce, la assiste nel suo lavoro di conversione, le dà particolari consigli. È il suo angelo custode ma più spesso l’angelo custode dei visitatori che suggerisce a Natuzza la risposta o il consiglio da dare, così asserisce candidamente Natuzza, ecco perché le sue risposte sono solitamente infallibili, e penetrano nell’intimo delle persone, perché sono suggerite dagli Angeli, creature di intelligenza e conoscenza superiore a quella umana”. Chi parla così è evidentemente una persona credente e convinta, nondimeno quanto dice risulta prezioso ai fini di una più circostanziata conoscenza scientifica della realtà considerata.


Utile risulta pure quest’altra informazione: “Natuzza vede gli Angeli nelle sembianze di bambini bellissimi con i piedi sollevati da terra, dall’età apparente di 8-10 anni, alla destra delle persone laiche, ed alla sinistra dei sacerdoti. Vede loro muovere le labbra e sente, provenienti dalle loro labbra, le risposte da dare alla gente con la quale è in colloquio. Gli angeli custodi dei sacerdoti li accompagnano dando loro la destra, dice Natuzza, perché riconoscono in loro il rappresentante del loro e nostro Signore Gesù Cristo, mentre lo spirito delle persone laiche dà la destra all’Angelo, creatura superiore nella scala spirituale”. Una simile spiegazione rientra pienamente in una concezione popolare della figura del sacerdote come inviato divino, dotato di poteri particolari. Si stabilisce quindi una sorta di gerarchia che vede la gente comune al livello iniziale, poi gli angeli e un po’ più in alto i sacerdoti. Una simile visione può anche apparire ingenua ma non è del tutto priva di una sua logica.


Del resto la stessa Evolo pare giustificare ulteriormente un tale punto di vista in quanto “è stata sempre molto decisa nell’affermare e sostenere che gli angeli da lei visti, chiamati da lei il più delle volte ‘gli angioletti’, per la loro sembianza di bambini, sono delle creature reali, del tutto indipendenti e diverse sia dalle persone vive che dai defunti, create da Dio direttamente nello stato angelico e mai passati attraverso la natura umana”. È appena il caso di notare come anche a questo proposito l’idea che Natuzza comunica in relazione agli angeli rientra perfettamente nella tradizione corrente della sua cultura di appartenenza: in fondo i suoi angioletti-bambini non differiscono molto, nelle forme esteriori, da quelli che sono i protagonisti delle “prediche” a Gesù nei riti di Verbicaro, pure in Calabria.


Sempre secondo Natuzza Evolo “gli Angeli Custodi assistono gli uomini non solo durante tutta la vita, ma anche nel Purgatorio, fino all’ingresso in Paradiso”.


Sembra proprio che la donna di Paravati, soprannominata “la santa”, abbia una particolare dimestichezza con gli angeli, della cui esistenza si mostra ampiamente convinta. Infatti “un’altra volta, mentre Natuzza era a colloquio con i suoi visitatori, un sacerdote, nel salone-cappella, faceva dell’ironia con le persone presenti sulla facoltà della donna di parlare con gli angeli. Natuzza, avvertita dal suo angelo, uscì sull’uscio, rivolgendogli una frase di ammonizione in lingua latina. Il sacerdote rimase confuso, ma poi, quando entrò da Natuzza, la rimproverò per essere stato richiamato da lei in pubblico. Questo episodio mi è stato narrato personalmente da Natuzza; ricordo la sua spontaneità con la quale mi disse: ‘Quel sacerdote non credeva che c’è l’angelo, e invece c’è, c’è! E poi mi rimproverò per l’ammonizione in latino, ma nessuno dei presenti aveva capito cosa avevo detto!’ ”.


Infine c’è da dire che la stessa Natuzza così si esprime: “Sì è vero, la Madonna mi appare spesso. Vedo anche il mio angelo custode e gli spiriti dei morti. Li vedo come se fossero ancora abitanti di questo mondo. Mi parlano, mi sorridono, sono vestiti come noi. A volte non riesco proprio a distinguere i vivi dai defunti. Sono cinquant’anni che mi capitano simili fenomeni, ma non so ancora dare loro una spiegazione” (pag. 288). E poi aggiunge: “Io sono niente, sono solo una povera donna che ripete ciò che dice l’angelo. Quando una persona viene a chiedermi consigli per un problema, io guardo il mio angelo custode. Se lui parla, io riferisco; se sta zitto, non posso dire niente perché sono ignorante” (pag. 289).  Ed ancora: “L’angelo custode. Lo vedo continuamente. È lui che mi suggerisce ciò che devo dire alle persone. Ha l’aspetto di un bambino di circa otto anni, è biondo, con i capelli ricci. È sempre avvolto da una luce fortissima. Anche in questo momento vedo l’angelo. È qui, alla mia destra. È così luminoso che mi fa lacrimare gli occhi” (pag. 292).


Molti altri episodi si potrebbero aggiungere ma quel che resta chiaro è il livello profondo della credenza di Natuzza nell’esistenza degli angeli. Di questo ella si serve ampiamente nell’intessere il suo dialogo con la gente che la va a trovare per cercare conforto da lei. In fondo è questo che colpisce anche gli autori del volume: un dolore vissuto direttamente e che si trasforma nel dono della parola offerta agli altri come conforto, come rassicurazione, come speranza.

Per la costruzione di una teoria degli eventi collettivi

Roberto Cipriani


Premessa


La sociologia non può fare a meno dei dati empirici, ma neppure di un apporto teorico utile all’interpretazione delle informazioni raccolte. Di solito si parte dalla teoria e si affrontano le risultanze emerse dal lavoro sul campo. Ma nel nostro caso il percorso, non meno arduo ma neppure meno scientifico, ha seguito il senso inverso. Si è data preminenza alla ricerca sul terreno e dopo si sono effettuati i primi tentativi ermeneutici. Ma, invero, solo ora si giunge al culmine dell’indagine, per tentare di delineare una teoria che, dopo essere apparsa applicabile ai casi specifici qui esaminati, possa estendersi successivamente ad altri ambiti di fenomeni aventi come carattere condiviso quello di una peculiare mobilità collettiva, di stampo religioso o meno.


È la prima volta che il nostro gruppo di ricerca si cimenta fino in fondo con la sfida del theory building e corre dunque il rischio di pagarne qualche scotto in chiave di messa a punto dei contenuti, di chiarezza delle interazioni teorizzate, di validità degli assunti teorici.


Innanzitutto va individuato il fatto o l’insieme di fatti cui ricollegare le diverse specificazioni insite nel voler disegnare il profilo complessivo della teoria. Nel nostro caso l’evento del pellegrinaggio a Roma per l’Anno Santo del 2000 è l’elemento di base per inquadrare i contenuti della ricerca. Ma la fenomenologia giubilare non è una manifestazione a carattere solo religioso. Essa include aspetti di più vasta portata, che ruotano attorno all’asse portante della mobilità, cioè del viaggio, dello spostamento, del trasferimento di milioni di persone da un posto verso un altro, per celebrare qualcosa che si presenta con una configurazione spirituale ma che implica e fa emergere varie altre connotazioni.


Dunque il Giubileo è un dato di fatto relativamente all’azione intrapresa dai pellegrini, cioè alla decisione di muoversi dai loro luoghi abituali di residenza e di lavoro per raggiungere una meta diversa da quella della solita routine quotidiana.


Però tale mobilità non è in genere implementata isolatamente dal singolo individuo senza alcuna consultazione e compartecipazione dei suoi familiari, degli amici, dei pari età, dei colleghi di lavoro, dei correligionari. E dunque nei fatti la mobilità di questo particolare tipo assume decisamente la qualificazione di un comportamento collettivo. Quest’ultimo termine, in forma aggettivale, ha già una sua tradizione nel campo della storia della sociologia. Come non ricordare, fra l’altro, la lettura  durkheimiana relativa all’idea di “coscienza collettiva”?


In definitiva la scelta di riferirci teoricamente ad un evento di mobilità collettiva è quanto mai giustificato e – si presume – condivisibile.


Prolegomeni per la costruzione di una teoria


Formulare una teoria, sociologica nella fattispecie, significa giungere alla predisposizione di alcune affermazioni che costituiscono il tessuto connettivo, la trama e l’ordito dell’intera proposta di teorizzazione. Dunque non si può pensare a frasi generiche e neppure ad espressioni solo ipotetiche, giacché l’intero impianto teorico ha bisogno di basi salde, non equivoche, presentate chiaramente.


Quindi una teoria si prospetta in primo luogo come qualcosa di univoco, monorientato, volto a fornire una particolare illustrazione della realtà. Tale certezza di partenza è una difesa essenziale nei riguardi di fraintendimenti, equivoci, mistificazioni, usi difformi degli enunciati posti in premessa. Questo rende la teoria meglio definita, meno discutibile, più omogenea e dunque in grado di competere alla pari con altre e diverse proposte teoriche.


La ricerca della compattezza assertoria non può tuttavia andare a detrimento del rinvio alla realtà empirica. Il circolo virtuoso fra teoria e dati deve sempre rimanere in vigore, pena l’inutilità dell’operazione sociologica. Vi è dunque da reperire un set di asserzioni a livello alto ma non del tutto virtuale, cioè irrelato con la situazione di fatto.


La connessione con la fenomenologia di riferimento è necessaria perché è da lì che provengono gli spunti essenziali che danno sostanza alla teoria.


Occorre astrattezza sì, ma non del tutto, nel redigere un prospetto teorico di fondo. Essa procura dei vantaggi se limitata, in qualche modo, da altre condizioni. Ad esempio le affermazioni contenute in una teoria devono essere anche esplicite, comprensibili, senza riserve, senza arrière pensée, insomma senza ciambelle e scialuppe di salvataggio che consentono facili cambiamenti di programmi e di rotta nel processo teorico-interpretativo.


La struttura della teoria deve altresì evitare la genericità ma preservare un livello di generalità che eviti di sottomettere quanto faticosamente prodotto a continui smacchi, magari solo perché un dettaglio troppo minuto nell’insieme della composizione teorica poi non tiene affatto nel momento di applicazione di una medesima teoria a situazioni tanto complesse quanto imprevedibili. La generalità invece torna vantaggiosa perché conserva un livello cosi alto da inglobare, minimizzare, rendere innocui alcuni “buchi” secondari, non particolarmente significativi rispetto all’insieme della proposizione teorica.


La teoria inoltre non può cedere a formule rapsodiche, estemporanee, isolate fra loro, prive di collegamento, disorganiche rispetto al quadro globale. Appare perciò quanto mai provvidenziale una stretta, solida, puntuale sequenza di postulati, con l’indicazione delle relazioni che ne scaturiscono, dei legami che si possono rintracciare. Insomma una teoria è tale nella misura in cui è ben coordinata al suo interno, organizzata mediante nessi autoevidenti oppure opportunamente segnalati. In tal modo la formulazione teorica appare come un meccanismo ben funzionante, senza intoppi ed impacci, debitamente ben registrato in ogni sua parte, piuttosto calibrato nelle sue connotazioni caratteristiche.


In definitiva alla teoria valida e plausibile si arriva mediante espressioni certamente astratte ma allo stesso tempo esplicite, sicuramente orientate secondo una schematizzazione generale ma abbastanza correlate tra loro sul piano logico, per offrire dunque il meglio possibile a livello metodologico. Si potrebbe anche dire che una teoria è come una costellazione, fatta di tanti astri celesti ognuno al suo posto per dare corpo ad una configurazione unica, a sé stante, non confondibile con altre. Non di meno ogni stella ha un suo posto ben definito ad una certa distanza dalle altre, ma in forte relazione con esse. Lo spostamento (o la scomparsa) di una sola di esse non può non avere influenza su ciascuna parte dell’intera costellazione. Nel corso di lunghi periodi di tempo, si può assistere a mutazioni che appaiono come minime, ma le cui conseguenze possono essere macroscopiche. Allo stesso titolo, in una teoria le singole enunciazioni hanno un ruolo definitorio e regolatore in pari tempo. Ogni affermazione teorica è conformata in modo da conservare una sua organicità rispetto a tutto il resto dell’insieme teorico.


Ecco dunque che una teoria riesce a spiegare i fenomeni proprio in virtù della sua compattezza di fondo. Conviene tuttavia sottolineare il carattere quasi insiemistico che riveste ogni formulazione teorica di tipo generale. E come tale occorre trattare una teoria, facendo attenzione ad ogni passaggio nelle diverse fasi della sua costruzione. In primo luogo ci sono i termini da usare, vere cellule fondanti di tutta la struttura. Dato il loro carattere preliminare e fondativo, risulta indispensabile procedere innanzitutto ad una puntuale definizione degli stessi termini. Poi si dovranno usare appunto tali termini, previamente definiti, per stilare affermazioni che possono avere diversi contenuti: ipotetici (ma senza confonderli con le più classiche ed abituali ipotesi di lavoro), discriminatori (laddove un elemento è prevalente, un altro sarà minoritario; oppure se un certo elemento è marginale lo sarà anche un altro, chiaramente individuato; ovvero se un particolare elemento è preminente lo sarà pure un altro; ed ancora se un elemento specifico è secondario sarà invece secondario un altro, ben segnalato). Chiariti i termini di partenza e stabilite le affermazioni di base, si deve passare ad una serie di argomentazioni, che sono un’elaborazione successiva e più appropriata in chiave teorica. Proprio la fase argomentativa è forse la più delicata di tutto il processo di costruzione della teoria. Essa è fatta di semplici proposizioni, oppure di assunzioni o presunzioni, ovvero di premesse a carattere introduttivo, ed anche di veri e propri postulati, oppure di assiomi. Da tutto questo insieme raziocinativo si giungerà in ultima istanza a trarre conseguenze, precipitati finali, derivazioni, conclusioni, persino teoremi, insomma un set di aspetti orientati a fornire una spiegazione dei fenomeni che sono oggetto della teoria.


Vi è però un corollario ineliminabile dell’andamento di building. La teoria non può essere generica, deve piuttosto sottostare a sue condizioni di applicazione, cioè ancora una volta a delle affermazioni, in questo caso preferibilmente provvisorie, utili a stabilire appunto le condizioni di utilizzabilità della teoria.


L’attività costruttiva non si conclude però qui. Vanno infatti operate delle verifiche, affinché la teoria nel suo complesso abbia un alto tasso di credibilità. Innanzitutto essa non deve contenere contraddizioni, poi deve evitare ambivalenze ed ambiguità, deve inoltre riguardare un vasto ambito di fenomeni (ma evitando altresì un’eccessiva astrattezza), deve mantenere per di più una prospettiva piuttosto generale (tale da prevedere molte applicazioni, diversi contesti, più prove di tenuta), deve altresì tendere ad una certa qual precisione (almeno in riferimento ai luoghi ed ai tempi di applicabilità), deve infine usare un grado di condizionabilità possibilmente aleatorio, vago (senza entrare in descrizioni minuziose ma accennando appena al contenuto delle condizioni). Non è facile attingere una qualità sempre elevata ed inoppugnabile per ciascuno dei passaggi indicati ma occorre tendere a salvaguardare almeno l’essenziale nel difficile tentativo di theory building.


Primi elementi per la costruzione della teoria


Prima ancora di giungere ad una teoria generale degli eventi di mobilità collettiva (si pensi alla fenomenologia dei flussi migratori, turistici, culturali, commerciali) la base dei dati a nostra disposizione permette, per il momento, di prospettare una sorta di teoria a medio raggio concernente la mobilità collettiva di matrice primariamente religiosa. Nella fattispecie l’approccio è circoscritto alla modalità del pellegrinaggio (in linea di principio non solo cattolico, dunque ben al di là del riferimento giubilare romano). Detto altrimenti il tentativo da operare è di una teoria applicabile agli eventi collettivi religiosi.


Orbene, occorre prima di tutto stabilire quali termini adoperare per iniziare a costruire la teoria. Considerata la particolarità della prospettiva religiosa cui fa riferimento la mobilità collettiva non si può non partire dal termine religione. Ma quest’ultimo è così ampio, pluricomprensivo e variegato che implicherebbe una trattazione ad hoc per stabilirne confini, accezioni, utilizzi. Invero la categoria della religiosità non è da meno, ma ha il pregio di essere più “localizzabile”, cioè empiricamente rilevabile nei comportamenti di fatto. Simmel la contrapponeva alla religione, definendo quest’ultima come storicamente costituita nella organizzazioni religiose (principalmente la chiesa istituzionale). Ma la suggestione simmeliana porterebbe un po’ lontano dalla nostra prospettiva empiricamente fondata, perché presupporrebbe una certa qual naturalezza scontata dell’atteggiamento religioso, ipotizzato come presente a livello universale. Il nostro concetto di religiosità rientra invece in un certo contesto più ridotto per luoghi e tempi, che ha a che vedere con i riti, la gestualità, la comunicazione, la percezione, l’emozione, il rinvio ai valori, il ricorso alla preghiera, il richiamo dei simboli, la distinzione fra il bene ed il male, il significato della vita e della morte, l’agire quotidiano fatto di attività lavorativa e di esperienze familiari. In questo arco così vasto di orizzonti tematici la religiosità rappresenta un filo conduttore, a volte esplicito a volte implicito.


Ma tentiamo comunque di fornire una approssimazione definitoria di avvio, pur consapevoli dei limiti che ad essa sono imputabili. La religiosità sarebbe dunque una manifestazione palese e/o latente di una particolare concezione del proprio essere soggetti umani, secondo una prospettiva che fornisce un senso all’esistenza, in quanto esperienza non conchiusa nei limiti temporali della durata della vita, o almeno non interpretabile secondo criteri esclusivamente materiali, concreti, utilitaristici. In sintesi la religiosità può manifestarsi o come indicatore di una visione meta-esistenziale o come opzione attitudinale e comportamentale che travalica la dimensione meramente fattuale, reale, oggettiva, pragmatica.


Il secondo termine chiave da definire è evidentemente quello dell’evento, nel caso specifico della nostra indagine appunto il giubileo. Quest’ultimo si presenta essenzialmente come una celebrazione che si snoda lungo un tragitto, più o meno lungo, che approda ad un momento conclusivo altamente simbolico e conclusivo, la meta per cui si è compiuto il viaggio di pellegrinaggio, l’obiettivo reale e metafisico di una marcia di avvicinamento che guarda a Roma (o alla Mecca, o alla confluenza del Gange, o al monte Fujiyama). Tale percorso è solitamente affrontato in gruppo, in carovana, in comunità pre-costituite o formatesi per l’occasione, talora anche in forma del tutto individuale ma senza trascurare punti di convergenza e confluenza con altri soggetti individuali o gruppi più o meno numerosi.


Tra la religiosità che motiva e l’evento cui prender parte c’è un rapporto diretto che chiaramente individua la prima come fonte generatrice ed il secondo come relay implementativo. Già solo soffermandosi su questo singolo aspetto si è entrati nella tappa successiva di costruzione della teoria, in quella delle affermazioni basilari. Tuttavia prima di proseguire con altre affermazioni conviene sgomberare il campo da alcune questioni preliminari. La teoria contempla come lemma qualificante quello della mobilità, cioè di un andamento dinamico, mobilitante appunto, che vede singoli e gruppi muoversi lungo traiettorie talora predefinite talora casuali, ma pur sempre con qualche obiettivo cui almeno mentalmente si mira. In effetti la casualità in tale evenienze appare solo come una dichiarazione di principio, una formula di comodo, che maschera finalità più profonde, una ricerca problematica di risposte, curiosità da soddisfare, interrogativi da risolvere. E così si sono reperite anche le affermazioni da connettere al tema della mobilità.


Nondimeno occorre considerare che la stessa mobilità non di rado è agita da una sola persona senza comunità di intenti e di movimenti con altri soggetti umani. In genere, quindi, la mobilità è collettiva e di conseguenza costituisce un fenomeno di precipuo interesse per il sociologo. In definitiva la mobilità collettiva ha tutti i crismi per poter essere oggetto della costruzione di un’apposita teoria.


A questo punto si inserisce la nostra particolarità della matrice religiosa, che però è una risultante scontata, se si fa capo ad un evento come il pellegrinaggio o più precisamente come il viaggio giubilare a Roma.


A dire il vero oltre i due termini principali della religiosità e del giubileo la nostra ricerca ha fatto emergere altri due elementi significativi: fede e Chiesa. Entrambi però sono intrinsecamente riconducibili all’esperienza cristiana (invero più la Chiesa che la fede). Pertanto, per conservare un carattere tendenzialmente astratto e generale alla teoria, è preferibile non farne uso come termini di base ma recuperarli nell’ambito delle fasi successive della costruzione della teoria, su di un piano teoricamente meno impegnativo, più aperto a soluzioni non prefigurate totalmente al livello teorico iniziale.


Dalle affermazioni alle argomentazioni


In linea di massima se c’è una religiosità di fondo è abbastanza probabile che si registri una partecipazione ad un evento quale il pellegrinaggio. E dunque se si è cattolici è piuttosto verosimile che si prenda parte all’evento giubilare. Il contrario avviene di rado, per cui un non credente può ritrovarsi ad essere un giubilante, ma tale evenienza non è in effetti una costante.


Inoltre più alta è la religiosità più facilmente si interviene ad una manifestazione che è anche occasione di mobilità collettiva. In pari tempo un minor tasso di religiosità fa prevedere un ridotto interesse per celebrazioni a carattere pellegrinante, ma ciò non può essere considerato una sorta di automatismo comportamentale.


Risulta difficile presumere che una religiosità accentuata non produca anche attenzione alle modalità di pellegrinaggio. In realtà l’azione del soggetto sociale ha pur sempre una sua quota di imprevedibilità.


La tenuta reciproca fra religiosità ed evento di mobilità collettiva è indubbiamente una peculiarità della nostra teoria. In via prioritaria è l’evento-giubileo a costituire il fulcro, ma più in termini di tramite che non di origine. L’argomentazione relativa alla religiosità è essenziale per far muovere il pellegrino. Ma, specialmente nell’ambito cristiano (e cattolico in particolare), è la fede che funge in prima battuta da supporto ulteriore. Se la religiosità si diparte dalla pratica, dalla spiritualità, dalla pietà, dalla devozione, dal culto, dal rito, dal riferimento al perdono ed a figure religiose eccezionali (da San Francesco a Padre Pio), la fede è estrinsecata principalmente come credenza in Dio e in Gesù Cristo, nella grazia, nello stato di grazia, nella Madonna, nel Vangelo, nelle Sacre Scritture, nell’anima, nei miracoli, nello Spirito Santo; essa inoltre è accompagnata dalla speranza, dalla conversione, dal desiderio, dal conforto, dal dono, dalla preghiera.


In definitiva se la religiosità apre la strada alla partecipazione giubilare è la fede a motivare significativamente la mobilità collettiva. La stessa Chiesa è marginale nell’intero processo, ma è in relazione primaria con la fede, mentre i valori, la dimensione emozionale ed anche il male intrattengono un rapporto sostanzialmente “alla pari”, senza tuttavia il primato che la Chiesa esercita come sorgente appunto di fede. La Chiesa è dunque una sorta di premessa della fede perché è esattamente il suo insegnamento, ovvero la sua catechesi, ad indicare gli oggetti cui la fede può far capo. La Chiesa offre le spiegazioni di cui la fede si sostanzia, nonché i postulati che costituiscono i principi di orientamento dei fedeli. Nonostante queste funzioni non secondarie, la Chiesa non occupa un posto di rilievo nel reticolo di rimandi, presupposizioni, richiami espliciti nelle argomentazioni dei giubilanti. Essa esula dalle riflessioni più ricorrenti, non giustifica e non esercita un suo controllo sull’agire individuale e sociale. Gli assiomi che danno una ragione alle azioni dei pellegrini non appartengono al repertorio tipico dell’organizzazione e del magistero ecclesiali.


Le derivazioni rilevabili negli atteggiamenti e nei comportamenti dei partecipi agli eventi di mobilità collettiva a matrice religiosa hanno radici complesse e non facilmente decifrabili. Tra le supposizioni teoriche da formulare si può anche pensare ad una lontana origine delle motivazioni come radicate nella socializzazione religiosa di Chiesa. Ma tale continuità diacronica con il passato non traspare del tutto, non è autoevidente, anzi è messa fra parentesi, obnubilata da altri motivi più contingenti. La conclusione è dunque di una funzione latente del termine Chiesa e di una funzione manifesta del termine religiosità, con l’evento giubileo a fare da cartina di tornasole delle presenze contenutistiche più rilevanti nel corso delle manifestazioni di mobilità collettiva. Insomma è più la religiosità come precipitato storico che argomenta e motiva, non la Chiesa come input iniziale.


Le condizioni di applicazione della teoria


Una teoria del tipo grounded, cioè fondata sui dati, se si basa su una sola indagine empirica rischia di risultare alquanto debole, per quanto attiene la sua capacità di durata ovvero di applicabilità. Occorrono più ricerche e dunque più operazioni di equilibratura e calibratura, per mettere a “registro” ogni particolare. Non è dunque pensabile che dal solo nostro primo tentativo do costruzione di una teoria possa scaturire un impianto teorico già affidabile e degno della massima considerazione. Ancora una volta si deve procedere per tentativi ed errori, mirando peraltro ad obiettivi graduali ed al tempo stesso cumulativi delle conoscenze pregresse.


È dunque con estrema cautela che si intraprende e porta a termine la strada di una prima provvisoria proposta teorica sugli “eventi collettivi di mobilità” (anche questa denominazione è plausibile, in quanto le stesse manifestazioni da studiare, o già esaminate, contengono la dimensione collettiva, proprio come la include la mobilità nel suo insieme; pertanto non vi è differenza nel parlare di “eventi di mobilità collettiva a matrice religiosa” oppure di “eventi collettivi – e religiosi – di mobilità”).


Or dunque le affermazioni provvisorie relative alle condizioni di applicazione della nostra teoria, per così dire iniziale, hanno da essere semplici e poco numerose, in modo da consentire facilmente sia ulteriori ampliamenti, sia modifiche (anche minime) nel corso degli studi successivi, in particolare al momento della costruzione di nuove proposte (nondimeno sempre in progress). In realtà il theory building è un’attività scientifica costantemente in corso d’opera, senza soluzione di continuità.


Conviene pertanto non usare precisazioni minuziose, accurate, particolareggiate, per segnalare le condizioni di applicabilità della teoria qui suggerita. E torna utile parlare di una condizionalità generale, non di condizioni specifiche. Ecco perché ci si limita solo a qualche accenno, volutamente non puntuale e non del tutto definito.


La teoria qui in oggetto di costruzione e di esame può essere utilizzata in situazioni che vedono, periodicamente ed in forma numericamente cospicua, mobilitarsi, per spostamenti fisici, personali (a livelli pluri–individuale e/o di gruppo), insiemi di soggetti umani che hanno come scopo il raggiungimento di una meta, solitamente ben nota o ancora da conoscere ma ben presente nella percezione e nella esperienza di altri compartecipi della medesima mobilità.


La periodicità può anche non essere fissata una volta per tutte e magari mutare secondo precipue circostanze. Ma di solito essa ha un significato simbolico connesso al giorno dell’evento, alla stagione, alla contingenza di natura astronomica, alla periodizzazione per intervalli (di giorni, settimane, mesi, anni, ecc.).


La condizione numerica poi legata all’evento collettivo non è definibile in modo aprioristico. Questo aspetto quantitativo della condizionalità risponde ad un criterio di conoscenza diffusa della modalità e della finalità del viaggio, del pellegrinaggio. Detto altrimenti se si tratta di una partecipazione a carattere del tutto personale o familiare (o poco più) non ricorre la condizionalità di implementazione della nostra teoria. Laddove un’intera comunità, piccola o grande che sia, o comunque almeno una parte importante di essa, intraprende un’iniziativa mirata di mobilità con motivazione religiosa, si dà appunto il caso di poter applicare la teoria qui suggerita.


Peculiarità della teoria derivante dalla ricerca sui giubilanti del 2000


Le interviste effettuate nel corso dell’indagine svolta nell’anno 2000 e le successive elaborazioni ed analisi presentate nei capitoli precedenti offrono il destro per teorizzare che soprattutto la religiosità dei soggetti intervistati informa di sé gran parte della percezione dell’evento giubilare. Infatti abbastanza spesso nei loro percorsi di vista riferiti agli intervistatori i pellegrini giubilanti hanno creato una sorta di ponte fra il loro essere religiosi ed il loro prender parte alla celebrazione dell’anno santo. La Chiesa ha avuto una sua rilevanza soprattutto come fonte per taluni contenuti affrontati, ma in genere essa non è stata molto citata.


La religiosità invece sopravanza altri termini dei discorsi fatti ed appare essenzialmente come devozionalità, religiosità piuttosto popolare nel senso tradizionale dell’aggettivazione (sociologicamente rilevante ed oggetto di tanti studi e ricerche). In particolare la religiosità dei giubilanti non è un fatto estemporaneo, momentaneo. Essa è di lunga durata e svolge funzioni ora consolatorie, ora identitarie. Ma essa è ricca pure di elementi valoriali propri. Non mancano inoltre aspetti carismatici (rinvenibili nel ruolo massmediatico svolto dalla figura di Giovanni Paolo II in occasione del giubileo). Infine è la dimensione escatologica, relativa al destino finale degli esseri umani, a farsi presente nella trascrizioni delle interviste raccolte. La capacità del giubilante devoto ha potenzialità notevoli. Qualcuno di essi è in grado di costruire spiegazioni sulla funzione del male. Altri arrivano a cercare “protezione” in più di una religione. Se il flusso tra religiosità e giubileo è autoevidente altrettanto netto è il legame diretto tra religiosità e fede. Quest’ultima diventa esplicita, manifesta, palese nell’esperienza del pellegrinaggio. Ed assume anzi presenta nettamente il carattere dell’attitudine solida e duratura, quasi una sorta di religione diffusa estrinsecata attraverso il viaggio giubilare. Oltre l’attitudine la fede appare anche come risposta in consonanza con la religiosità ma altresì quale percorso innervato in chiave di approfondimento della disposizione religiosa. Ed infine essa è una vera e propria ricerca, in senso pieno, per trovare risposta agli interrogativi esistenziali più diversi. Talora corrisponde a quella che Franco Ferrarotti ha identificato attraverso la definizione di “fede senza dogmi”, che non tiene conto dei principi di fede impartiti e propugnati dalla Chiesa. In quanto ricerca, la fede è anche espressione della necessità di un dialogo, di una comunicazione a contenuto spirituale. In fin dei conti, essa risulta certamente più prossima al sacro che non alle forme organizzate di religione. Ed in definitiva lo stesso giubileo si trasforma in un crogiuolo adatto a riattivare la fede stessa.


Tra le risposte cercate poi dalla fede non manca quella sul senso del male, altro termine da annoverare nell’insieme della teoria. Esso ha una forte risonanza emotiva e pone il soggetto umano nell’agone delle differenze intercorrenti tra le diverse confessioni religiose, le quali offrono soluzioni non omogenee per giustificare la presenza e l’azione del male. Nel pluralismo del mercato delle fedi, si colloca il protagonismo giubilare di Giovanni Palo II, che al tema del male ha dedicato attenzioni non trascurabili. Il male è visto pure come una elaborazione attivamente presente in qualità di agente di socializzazione, a livello di contenuti appresi e comportamenti conseguenti. Non è detto però che il male abbia solo effetti negativi quando si propala in termini ampi e ben visibili. Qualche volta il male diventa un mezzo di conversione, di ritorno alla fede. Ed allora religiosità e religione riprendono vigore proprio grazie all’esperienza del male. Un altro elemento emerso  precipuamente nel corso dell’indagine e delle successive elaborazioni è quello emozionale. L’emozione è anche amata, ricercata di per se stessa. Può essere una forma gratificante, soddisfacente, a livello soggettivo, interpersonale, collettivo (si pensi all’emozione delle grandi folle giubilari, specialmente in attesa di attraversare la porta santa). E l’emozione è enfatizzata, rafforzata, appunto perché è condivisa, contestuale, plurima, convergente (l’arte convoglia emozione ed il mistero religioso suscita attese e commozioni; l’una e l’altro divengono dunque una miscela straordinaria: la “Pietà” di Michelangelo ne rappresenta un esempio, non a caso immediatamente godibili dai giubilanti, appena attraversata l’agognata meta della porta santa). Si creano in tal modo alcune correnti emozionali che s’innescano nei cortei, nelle lunghe code di attesa, nei viaggi, nei percorsi dei giubilanti. Si possono peraltro catalogare specifiche categorie  di emozioni, ricorrenti fra pellegrini d’una medesima lingua, cultura, coorte di età. Se poi si aggiungono i dati ulteriori della convivialità e della solidarietà tra i giubilanti si comprende agevolmente come l’esito ultimo non possa non essere altamente coinvolgente, cosicché emozione, fede, religiosità e giubileo appaiono come un tutt’uno coeso ed avvincente. Un altro termine, come l’emozione, attraversa più volte le dinamiche autobiografiche dei pellegrini–romei del 2000: i valori, che mostrano connessioni solide con altri termini–chiave dell’indagine, in particolare con la famiglia e con il male. Nel caleidoscopio di interconnessioni di diversa portata qualitativa e quantitativa primeggiano alcuni andamenti tipici che vanno dai valori al giubileo, oppure dai valori alla fede, alla religiosità, al giubileo, ovvero dai valori alla fede (ed al male), od infine dai valori alla fede, al Giubileo. In questo quadro così variegato risultano come rilevanti le relazioni che partono dai valori e si dirigono verso la fede ed il giubileo. In altre parole sono appunto i valori che toccano la fede e raggiungono poi l’esperienza dell’evento–pellegrinaggio. Segnatamente i valori lasciano presupporre che la celebrazione dell’anno santo sia qualificabile come fatto sociale totale, da  cui desumere sociologicamente indicazioni decisive per l’interpretazione delle azioni sociali in atto nella mobilità collettiva religiosa.


Non è un caso che i valori, come già sottolineato, siano direttamente collegati con la dimensione familiare, nelle sue diverse espressioni e forme di socializzazione, più o meno flessibili, adattate, innovative, tradizionali. Se il nesso tra famiglia e valori è quasi scontato appare un po’ meno saldo quella tra famiglia e lavoro. Nondimeno è attraverso la famiglia che passa la connessione del lavoro con i valori. Una fenomenologia quasi a sé è invero quella dei polacchi, fra i quali è decisamente maggiore il tasso di relazionalità fra religiosità e famiglia.


Infine vale la pena di segnalare il singolare percorso che si constata nel caso del lavoro, che come elemento materiale si collega all’immmaterialità della fede, della religiosità e dei valori e in senso inverso riceve inputs sia dalla fede che dai valori. Ed a ben pensarci pure il pellegrinaggio è una forma di realizzazione del lavoro, inteso come ricerca, esplorazione, fatica del percorso, richiesta di senso, domanda di significato. In fondo si spera di potersi “caricare” d’altro; per questo in pellegrinaggio ci si reca leggeri, senza troppi attrezzi di lavoro.


Una proposta finale


La nostra costruzione della teoria rientra in un insieme di accezioni già individuate da Robert King Merton (1949) in Social Theory and Social Structure ed in particolare nell’ambito sia dell’analisi dei concetti (ovvero termini), sia delle interpretazioni post factum (da intendersi dunque come successive alla ricerca empirica, fattuale), sia delle generalizzazioni empiriche (derivanti in effetti dallo studio sul campo), sia della derivazione (in quanto provenienza dei corollari presenti in proposizioni formulate in precedenza), sia della codificazione (che per induzione dal particolare permette di enunciare proposizioni di carattere generale), sia infine della teoria in senso stretto costruita con proposizioni che costituiscono qualcosa di sistematico. Il che produce conseguenze da mettere a confronto con i dati empirici, chiudendo così il cerchio virtuoso che parte dall’analisi empirica, conduce alla teoria e da questa ritorna ai dati raccolti. È esattamente il percorso da noi compiuto nel corso della nostra ricerca. E la teoria cui facciamo riferimento si diversifica dal paradigma perché non si ferma al livello tutto metaforico del linguaggio ma si rivolge più direttamente alla stessa realtà sociale che rappresenta il ground  irrinunciabile della teoria stessa, il suo punto di partenza, lo scenario di sfondo.


La teoria degli eventi religiosi di mobilità collettiva è una teoria in senso proprio perché prende abbrivio da un set di proposizioni correlate fra loro e produttrici di conseguenze da comparare con le informazioni empiriche disponibili.


Nel nostro caso è opportuno sottolineare che non si premettono ipotesi di lavoro iniziali ma si interviene in corso d’opera facendo ruotare l’analisi e le successive interpretazioni attorno a concetti sensibilizzanti, secondo la prospettiva suggerita da Blumer. Però tali concetti-chiave non sono predefiniti all’inizio dell’indagine ma sorgono solo al termine dell’attività sul campo e dunque hanno origine dalle sollecitazioni concrete emerse durante le operazioni di intervista, trascrizione, conoscenza diretta dei fatti in esame.


In tal modo non hanno avuto vigore, almeno entro certi limiti, le presupposizioni dei singoli ricercatori, mentre sono state assunte in massima considerazione le evidenze empiriche intercettate dall’indagine sul terreno.


In via preliminare e provvisoria cerchiamo dunque di tirare le conclusioni maggiormente utili alla costruzione della teoria, obiettivo del nostro studio. Lo schema che segue può fornire indicazioni sintetiche e chiarificatrici.


PROPOSTA DI UNA TEORIA DEGLI EVENTI DI MOBILITÀ COLLETTIVA RELIGIOSA



Termini primari generali


Termini primari

particolari


Termini secondari

particolari


Proposizioni


Argomentazioni


Condizioni


Eventi (pellegrinaggi)


Religiosità

(pratica religiosa, spiritualità, pietà, devozione, culto, rito, perdono, san Francesco, padre Pio)


Fede

(credenza in Dio e Gesù Cristo, nella grazia, nello stato di grazia, nella Madonna, nel Vangelo, nelle Scritture, nell’anima, nei miracoli, nello Spirito Santo; speranza; conversione; desiderio; conforto; dono; preghiera)


Se c’è una religiosità di fondo è abbastanza probabile che si registri una partecipazione ad un evento quale il pellegrinaggio


La religiosità è la motivazione essenziale per la mobilità dei pellegrini


Applicabilità relativa


Mobilità

(spostamenti, mobilitazioni, trasferimenti, viaggi)


Giubileo

(evento religioso  periodico)


Chiesa

(come istituzione)


Di rado un non credente può ritrovarsi ad essere un pellegrino


Se si è cattolici è abbastanza verosimile che si prenda parte al giubileo


Possibilità di ampliamenti


Collettività

(gruppi od insiemi più ampi)


 


 


Più alta è la religiosità più facilmente si partecipa ad un evento di mobilità collettiva religiosa


Anche la fede è un supporto per intraprendere il pellegrinaggio


Possibilità di modifiche


 


 


 


Il giubileo funge più da tramite che da origine del comportamento collettivo


La fede deriva dal magistero della Chiesa


Uso di una condizionalità generale


 


 


 


La Chiesa è marginale nel processo di mobilità collettiva


Le ragioni che spingono al pellegrinaggio non derivano direttamente dal magistero della Chiesa


Assenza di dettagli sulle condizioni specifiche


 


 


 


 


Le motivazioni dei giubilanti sono complesse


Applicabilità temporanea, localizzata e non definita nella quantità


Questo tipo di teoria non è del tutto incompatibile con altre, per esempio con la teoria processuale della cultura che Victor ed Edith Turner (1997) applicano al pellegrinaggio e con la quale non mancano punti di convergenza. Noi però non arriviamo a classificare la mobilità religiosa (Turner, Turner 1997: 64-67), né intendiamo polemizzare sugli indicatori del declino dei pellegrinaggi, che sarebbe dovuto ad “un aumento dei simboli cerimoniali imposti dall’esterno” (Turner, Turner 1997: 75), o sulla loro natura più o meno democratica (Turner, Turner 1997: 77). Ci è sufficiente, come gruppo di ricerca che ha lavorato per otto anni sul medesimo tema, ribadire il carattere aperto della nostra formulazione teorica, in attesa di nuovi e sempre stimolanti momenti di conoscenza scientifica, di cooperazione interpersonale, di contributo all’interpretazione di una realtà sociale e religiosa sempre più difficile da leggere se non si va oltre la tradizionale prospettiva monorsa di un unico ed esclusivo approccio sociologico.


Riferimenti bibliografici


Merton, R. K., 1949, Social Theory and Social Structure, I, II, III, The Free Press, Glencoe; tr. it., Teoria e struttura sociale, I, II, III, il Mulino, Bologna, 1959, 1966, 1971.


Turner, V., Turner, E., 1997, Il pellegrinaggio, Argo, Lecce (ed. or., 1978)